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mercoledì 14 gennaio 2009

L'angoscia di Eliot


THOMAS STEARNS ELIOT

PRIMO PRELUDIO


La sera d'inverno si posa
Con odore di bistecche nelle strade.
Le sei.
Lucignoli consunti di giorni fumosi.
E ora un tempestoso scroscio avvolge
Gli avanzi sudici
Delle foglie appassite attorno ai vostri piedi
E giornali da lotti da vendere;
Gli scrosci battono
Sulle persiane rotte e sui fumignoli,
E all'angolo della strada
Un solitario cavallo da vettura fuma e scalpita.

E poi l'accensione dei fanali.


(da Prufrock e altre osservazioni, 1917)


I quattro preludi posti da Thomas Stearns Eliot tra le prime poesie di "Prufrock e altre osservazioni", raccolta del 1917, apparvero due anni prima sulla rivista "Blast". Sono già dal titolo dei frammenti staccati, che vanno a comporsi come tessere di puzzle in una unica poesia. Ma sono di per sé componimenti compiuti ed espressivi.

Nei versi di questo primo "Preludio", per esempio, la realtà è nominata solo nei suoi aspetti più squallidi e decadenti: non è difficile ravvisare nella descrizione una metropoli industriale dell'inizio del XX secolo, la Boston che Eliot frequentava ai tempi di Harvard o la Londra in cui si trasferì per il dottorato. Le immagini di questa sera invernale in un grigiore dato dallo smog, la pioggia che scroscia violenta, le foglie secche che si attaccano alle scarpe, i giornali vecchi portati dal vento, esprimono al meglio lo stato d'animo del poeta, la paralisi dell'uomo contemporaneo, congelato in uno stato di solitudine e di angoscia.

Sono tempi duri per Eliot quelli che precedono la pubblicazione di "Prufrock": ha ventisette anni e non ama Oxford né l'Inghilterra, ma neppure vuole tornare ad Harvard, come scrive all'amico poeta Conrad Aiken. È preoccupato per la salute fisica e mentale della moglie Vivienne, appena sposata, che forse lo tradisce con l filosofo Bertrand Russell, loro padrone di casa, e non ha un lavoro.

Nessuna via d'uscita in questo "Primo preludio", nessuna speranza, soltanto una stasi, un susseguirsi di giorni uguali e anonimi nella loro bruttezza, scanditi solo dallo scorrere del tempo. Il secondo "Preludio" infatti comincia così: "Il mattino si svela alla coscienza / Con lievi odori acidi di birra". Ci vorrà del tempo prima che Eliot, ottenuto un impiego al Colonial and Foreign Department della Lloyd Bank, ricoveratosi in sanatorio e ricoverata la moglie in una clinica per disturbi nervosi, veda dapprima baluginare la speranza, pur rifiutandola, sotto forma di intervento religioso, e poi trovi la salvezza nella lungamente meditata conversione alla Chiesa d'Inghilterra. È il 27 giugno 1927 quando viene battezzato come William Force Stead: dai "Preludi" sono trascorsi dodici anni.



Edward Hopper: "Prospect Street, Gloucester"



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LA FRASE DEL GIORNO
Il tempo che distrugge è il tempo che conserva.
THOMAS STEARNS ELIOT, Quattro quartetti




Thomas Stearns Eliot, (Saint Louis, Missouri, 26 settembre 1888 – Londra, 4 gennaio 1965), poeta, saggista, critico letterario e drammaturgo statunitense naturalizzato britannico. Premiato nel 1948 con il Nobel per la letteratura, è stato autore di diversi poemi, alcuni dei quali destinati al teatro: Il canto d'amore di J. Alfred PrufrockLa terra desolataQuattro quartetti e Assassinio nella cattedrale.


martedì 13 gennaio 2009

Le Sirene


"Avvicinati dunque, glorioso Odisseo, grande vanto dei Danai, ferma la nave, ascolta la nostra voce. Nessuno mai è passato di qui con la sua nave nera senza ascoltare il nostro canto dolcissimo: ed è poi ritornato più lieto e più saggio. Noi tutto sappiamo, quello che nella vasta terra troiana patirono Argivi e Troiani per volere dei numi. Tutto sappiamo quello che avviene sulla terra feconda."

Odissea, Canto XII


Così, dopo l'avventura con Circe e la discesa nell'Ade, Odisseo è tentato nel bel mezzo del Mediterraneo da un canto femminile. Le creature dalla voce melodiosa sono però temibilissime: allettano i marinai e li attirano a schiantarsi contro gli scogli. Sono le Sirene.

Contrariamente all'iconografia che è andata diffondendosi a partire dal Medioevo, non si trattava di splendide donne dalla coda di pesce, ma di esseri mostruosi con testa e petto di donna e corpo di uccello, dotati di un canto dolcissimo. "Le sirene lo stregano con il loro canto soave, sedute sul prato; intorno hanno cumuli d'ossa di uomini imputriditi, dalla carne disfatta": così spiega Circe a Odisseo quello che accade agli sventurati.

La tradizione mitologica considera loro padre Forco, divinità marina, o Acheloo, divinità fluviale, e loro madre una Musa (Calliope, Melpomene o Tersicore) o la Terra. In origine sarebbero state fanciulle compagne di Core (Proserpina), trasformate dopo il rapimento di questa in mostri dalla dea Demetra. Le Sirene erano tre: Partenope, Leucosia e Ligeia, note anche come Aglaofeme, Molpe e Telsiepea, e vivevano su un'isola tra Scilla e Cariddi, nello Stretto di Messina. Secondo altri miti, invece, si trovavano al largo delle Isole Sirenuse, davanti alla costa della Campania. Secondo Apollodoro erano una specie di trio canoro: una suonava la lira, l'altra il flauto, la terza cantava.

Tutte le fonti coincidono invece sul loro scopo, quello di indurre i marinai a raggiungere la loro isola e perirvi. Si uccisero quando Odisseo, turate le orecchie ai compagni con la cera e fattosi legare all'albero maestro, riuscì a passare indenne ascoltando il loro canto.



Appare evidente una correlazione con altri miti antichi: le Sirene non sarebbero che le anime dei morti che invitano i vivi a seguirle. Analoga è nell'Antico Egitto la figura di Ba, rappresentata come una grande cicogna detta Jabiru o come un uccello dalla testa umana.


Le prime raffigurazioni risalgono alla pittura vascolare e a sigilli dell'VIII secolo avanti Cristo, più avanti la loro iconografia si lega con il mito di Odisseo, ma appaiono anche come cantanti o suonatrici in lamentazioni funebri su specchi, rilievi, sarcofagi e mosaici. Dal Medioevo cambiano genere, passando dagli uccelli ai pesci: Rubens le raffigura così nello "Sbarco a Marsiglia di Maria de' Medici", esposto al Louvre.


Rubens, "Sbarco a marsiglia di Maria de' Medici"


Qualche scienziato poco romantico ha creduto bene di identificarle con il dugongo, mammifero marino dell'ordine dei Sirenidi, simpatico ma francamente bruttino e dalla voce sgraziata, parente del tricheco e del lamantino.

Ah, per quelli che giungono a questo blog indicando come chiave di ricerca "esistenza sirene" o "scoperta di una sirena vera" naturalmente le Sirene, non esistono... O no?


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LA FRASE DEL GIORNO
Crudele è la bellezza.
PLATONE, Cratilo

lunedì 12 gennaio 2009

Cinquant'anni Motown


C'è uno stile musicale che è chiamato "Motown": designa un genere soul caratterizzato dall'uso del basso, da una struttura melodica e da un arrangiamento particolare subito riconoscibili. È legato a una casa discografica, la Motown Records, Inc., che venne fondata a Detroit, nel Michigan, la capitale americana dell'automobile. Il nome dell'etichetta viene da lì, da quel settore motoristico che dava lavoro a un'intera città e che ora segna il passo, travolto dalla peggiore crisi del dopoguerra.

Era il 12 gennaio del 1959 quando Berry Gordy fondò la Tamla Records - questo il primo nome della casa discografica. Nessuno poteva pronosticare il successo cinquantennale che diede fama e notorietà a stelle del rhythm & blues e del soul: i Jackson Five, i Commodores, Marvin Gaye, Diana Ross, Martha Reeves & The Vandellas, Stevie Wonder, The Four Tops.


Fotografia © Motown


Con il trascorrere degli anni sono cambiate molte cose: nel 1972 la Motown abbandonò Detroit per Los Angeles, nel 1988 venne incorporata dalla MCA. Oggi ha sede a New York ed è una società indipendente della Universal Music.

Ma lo stile Motown resta inconfondibile...



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LA FRASE DEL GIORNO
Siamo gente da blues. E il blues non lascia che mai la tragedia abbia l'ultima parola.
WYNTON MARSALIS, Smithsonian Magazine, Novembre 2005 (dopo Katrina)

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UNA PICCOLA NOTA: "Il canto delle sirene" oggi compie un anno. Dal primo post, "Tanto per cominciare", pubblicato il 12 gennaio 2008, si è evoluto e ha assunto una sua fisionomia ben definita.

A chi è capitato qui per caso, a chi frequenta o ha frequentato queste pagine, ai lettori del "Canto delle sirene" insomma, voglio esprimere il mio grande grazie.

Daniele

domenica 11 gennaio 2009

Parole nella notte


DORIANNE LAUX

POLVERE

Qualcuno mi ha parlato la notte scorsa,
mi ha raccontato la verità. Solo poche parole
ma le ho comprese.
So che avrei dovuto alzarmi
e scriverle, ma era tardi,
ed ero esausta per aver lavorato
tutto il giorno in giardino a spostare pietre.
Ora ne ricordo solo il sapore -
non come di un cibo, dolce o aspro.
Più come una polvere fine, come polvere.
E non ero agitata o spaventata
ma soltanto rapita, consapevole.
È come succede talvolta -
Dio si affaccia alla tua finestra,
tutto luce brillante e ali nere
e tu sei troppo stanca per aprirgli.


(da What We Carry, 1994


È una poesia dell'americana Dorianne Laux, autrice di quattro libri di poesie e premiata nel 2006 con il Lenore Marshall Poetry Prize. La Laux, capace di questa bella intuizione, al confine con il soprannaturale e lo spirituale, prima di ottenere il successo letterario, ha svolto i lavori più svariati, nel solco del più puro sogno americano: cuoca in un ospedale, benzinaia e cameriera. Poi la laurea in Lettere al Mills College e l'insegnamento ai corsi di scrittura creativa all'Università statale del North Carolina e alla Pacific University.

Dorianne Laux ci racconta l'imponderabile, il risveglio improvviso della coscienza, questo soprassalto nella notte che non sappiamo da dove sia uscito e ci sgomenta nel dormiveglia per poi svanire nel nuovo sonno. Sogniamo tutte le notti e non ne ricordiamo che rari e vaghi brandelli. Chissà cos'era quella cosa importante che nel buio della stanza e dell'animo ci desta per un attimo. Ci penseremo domattina...


June

Frederick Leighton, "Flaming June"



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LA FRASE DEL GIORNO
Il sogno è la valvola attraverso cui tutto ciò evapora con bollori febbrili, con un vapore da fornace e con immagini fluttuanti subito dileguantisi. Da codeste visioni alcuni escono raggianti, altri, storditi, sconcertati di ritrovarsi nella realtà di tutti i giorni.
ALPHONSE DAUDET, Il nababbo




Dorianne Laux (Augusta, Maine, 10 gennaio 1952), poetessa statunitense. Ha insegnato all'Università dell'Oregon. È docente di di scrittura creativa alla North Carolina State University e presso la Pacific University. È anche redattrice dell'Alaska Quarterly Review.



sabato 10 gennaio 2009

Un inverno lontano


ANONIMO

UNA STORIA PER VOI


Una storia per voi:
il cervo bramisce,
neve in inverno
l'estate è finita.
Il vento è gelato,
basso sta il sole,
breve il suo corso;
il mare in tempesta.
Si arrossa la felce,
perdute le forme;
l'oca selvatica
riprende il suo grido.
Il gelo ha stretto
le ali degli uccelli,
regno di ghiaccio.
Questa è la mia storia.


Viene dal cuore del Medioevo questa poesia celtica di autore anonimo: risale all'VIII-IX secolo. È una descrizione naturale, quindi il tempo trascorso non sembra neppure passato. Un inverno che potrebbe essere quello attuale, così ricco di neve e di freddo, magari lontano dalle metropoli, sulle colline, sulle Alpi. Un inverno alla Rigoni Stern: "Quella notte un silenzio fondo e malinconico avvolgeva tutte le cose; si sentiva la neve sul bosco, sui prati, sul tetto della casa, nelle stesse stanze tiepide e una cosa dolce e intima arrivava sin dentro il cuore. (...) E incominciò il lungo inverno. In questa stagione un odore buono e sano impregna la casa e i suoi abitatori; in una stanza attigua alla cucina s'accumulano trucioli d'abete e mastelli di legno che gli uomini lavorano" (dal racconto "Alba e Franco", Il libro degli animali, 1991).

Eppure, pensandoci bene, quanto difficile doveva essere la vita in quei secoli bui, senza le comodità del mondo moderno. Basterebbe considerare il timore che provoca all'Europa la possibilità del taglio del gas russo nel contenzioso tra Mosca e Kiev: l'eventualità è remota, ma provate a immaginare di rimanere senza gas e riscaldamento. Ecco, nel Medioevo era così, e la Gazprom neanche esisteva...




David Lorenz Winston, "Quiet woods"



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LA FRASE DEL GIORNO
E in lontananza l'Inverno bisbigliò: «È bene
Che l'Estate rovente muoia. Guardate, l'aiuto è vicino,
Poiché quando il bisogno degli uomini s'inasprisce, allora arrivo io».

RUDYARD KIPLING, Poesie

venerdì 9 gennaio 2009

Vivere domani

MARZIALE 

EPIGRAMMI, V, 58


Postumo, dici sempre che vivrai domani.
Dimmi, quando arriva questo domani, Postumo?
Quanto dura, dov’è? E dove lo devi chiedere?
Forse si nasconde presso i Parti e gli Armeni?
Questo domani ha già gli anni di Priamo o di Nestore?
A quanto può essere comprato, dimmi, questo domani?
Vivrai domani? E’ già tardi vivere oggi:
E’ sapiente chi è vissuto ieri, Postumo.

Cras te victurum, cras dicis, Postume, semper.
Dic mihi, cras istud, Postume, quando venit?
Quam longe cras istud, ubi est? Aut unde petendum?
Numquid apud Parthos Armeniosque latet?
Iam cras istud habet Priami vel Nestoris annos.
Cras istud quanti, dic mihi, posset emi?
Cras vives? Hodie iam vivere, Postume, serum est;
Ille sapit quisquis Postume, vixit heri.

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Ho notato, rileggendo vecchi post, che molte delle poesie da me proposte in questo blog tendono ad avere come tema il passato, il presente e il futuro, ovvero la memoria e la nostalgia, l'attualità del vivere, la speranza e il desiderio. Naturalmente sono temi che ho scelto, che mi sono consoni, ma che si sono spesso imposti casualmente alle mie letture. Casualmente, dico, ma è indubbio che le mie preferenze di poeta amatoriale vanno a cercare quello che di più simile c'è alle mie tematiche, a sviluppare e a costruire attorno alla memoria, al ricordo, al rimpianto.

A chi mi dice - come talora capita - che è nel presente e nel futuro che si vive, rispondo che siamo non per quello che si farà ma per quello che si è fatto. È quello che in fondo dice con parole molto più poetiche e la mordacità che gli è propria il poeta satirico latino Marziale.

Domani, l'incertezza. Oggi, l'immanenza. Ieri, la saggezza. Semplicissimo il teorema di Marziale, che invita Postumo ad abbandonare le illusioni e a tuffarsi nella concretezza del presente. Più o meno quello che afferma Baltasar Graciàn nel suo "Oracolo Manuale": "Bisogna adattarsi al presente, anche se ci pare meglio il passato". È nel qui e ora che si vive, non nel futuro ed il nome scelto da Marziale per individuare il suo interlocutore, Postumo, di lui dice già tutto.


Lawrence Alma Tadema, "Un artista romano"


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LA FRASE DEL GIORNO
Il passato, è la sola realtà umana. Tutto ciò che è, è passato.
ANATOLE FRANCE, Il giglio rosso



giovedì 8 gennaio 2009

Neve


Neve, tanta neve, circa mezzo metro. Una coltre bianca che ha ricoperto ogni cosa stravolgendo le forme, disegnando un nuovo paesaggio sulle consuete cose. La neve che riporta alla mente la nevicata del gennaio 1985, che seppellì il Nord Italia e causò notevoli disagi, tanto che quando a Torino si giocò la partita di Supercoppa Europea tra Juventus e Liverpool, la "Gazzetta dello Sport" titolò "La neve ferma i treni ma non la Juve". Neve, quella che i meteorologi catastrofisti dell'effetto serra dicevano sarebbe scomparsa dalle nostre regioni. La neve cadrà con abbondanza anche nei prossimi anni, visto che il Polo Nord vede di nuovo formarsi i suoi ghiacci e la "Niña" raffredda le correnti del Golfo, smentendo gli allarmisti.

Questa neve che ci crea problemi, che non ci consente di uscire in auto, che rallenta i treni e sconvolge i loro orari peraltro già ballerini, questa neve che blocca le tangenziali e rende arduo viaggiare in autostrada, che cancella piste ciclabili e marciapiedi e ci costringe a camminare sul ciglio della strada su un manto battuto, però al contempo ci riempie di gioia e di allegria: la guardiamo cadere larga, depositarsi strato dopo strato, cominciare a formare falde sugli alberi e sui tetti; camminiamo sotto i suoi fiocchi quasi leggeri, dimentichi delle contingenze avverse, del fatto che magari non abbiamo potuto raggiungere l'ufficio, che un appuntamento importante è saltato. Perché risveglia il bambino che è in noi, quello che scendeva con lo slittino da una piccola discesa, che con guanti, berretto e sciarpa usciva in giardino a costruire un pupazzo di neve e cercava rametti e bottoni per simularne le braccia e gli occhi, che chiedeva alla mamma una carota per il naso. Questa è la piccola gioia della neve, che scende copiosa e trasforma le cose, che ci fa armare di pala e ci costringe a liberare il vialetto di casa: nevica, e torniamo bambini.





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LA FRASE DEL GIORNO
Sui campi e sulle strade | silenziosa e lieve | volteggiando, la neve cade. | Danza la falda bianca | nell'ampio ciel scherzosa, | poi sul terren si posa stanca
ADA NEGRI, Neve