mercoledì 8 ottobre 2008

Gustavo Adolfo Bécquer


"Sobre el volcán la flor". C'è questa epigrafe ad aprire i "Mottetti" di Eugenio Montale, seconda parte delle "Occasioni". È un verso di un poeta spagnolo dell'Ottocento, Gustavo Adolfo Bécquer.

L'opera di Bécquer, sivigliano trasferitosi a Madrid, vissuto tra il 1836 e il 1870, è stata pubblicata postuma dagli amici, ma concordata con il poeta malato di tisi, che sentiva prossima la fine. Forse la malattia, ma soprattutto una burrascosa storia d'amore e la passione per la musica popolare andalusa, per le seguidillas e i fandangos, generano nei suoi versi una dolce malinconia, una tristezza profonda. Il tempo della sua poesia è il passato: il sentimento, l'amore, è chiuso nei cassetti della memoria: "Quando torno a rivivere immaginariamente quel che mi è accaduto, scrivo; scrivo come colui che copia da una pagina già scritta, come il pittore che riproduce il paesaggio che si dilata davanti ai suoi occhi e si perde fra la bruma degli orizzonti."

L'amore idealizzato ma non romantico, l'innamorarsi, la bellezza della donna, il tradimento, il dolore, la solitudine, la morte sono i temi che Bécquer predilige. Le sue immagini sono spesso fulminanti, come quella scelta da Montale: un fiore su un vulcano, la rosa e la donna.

La donna, la musa di Bécquer è Julia Espin, figlia del direttore dell'Orchestra Real di Madrid: lo coinvolge in una relazione avventurosa, che durerà tre anni e sarà minata dai continui tradimenti di lei. Quando, per dimenticare, dopo un periodo trascorso in convento, sposerà un'altra donna, Carla Esteban, dalla quale avrà due figli, scoprirà che nel suo matrimonio non trova quell'amore che provava per Julia e si separerà.

La sfortuna si accanisce sul poeta: il manoscritto delle sue "Rimas" brucia nell'incendio della casa dell'amico González Bravo, messa a fuoco dai rivoltosi nel 1868 durante i moti di piazza contro la regina Isabella. L'anno seguente, su un quaderno ora conservato alla Biblioteca Nazionale di Madrid, Bécquer, dando prova di una memoria prodigiosa, riscrive parte dell'opera perduta: le 79 "Rimas" giunte fino a noi. Nell'introduzione confessa: "Nei tenebrosi angoli del mio cervello, rannicchiati e nudi, dormono i bizzarri figli della mia fantasia, aspettando in silenzio che l'Arte doni loro la veste della parola per potersi presentare in modo decoroso sulla scena del mondo".

da "Rimas", 1871


X.

Gl'invisibili atomi dell'aria
palpitano e s'infiammano intorno;
la terra sussulta rallegrata;
il cielo si dissolve in raggi d'oro.
Odo, fluttuando in onde d'armonia,
suoni di baci e battere un'ala;
le mie palpebre si chiudono... Che succede?
Dimmi...? Silenzio!
- È l'amore che passa!


XX.

Sappi - se qualche volta le tue rosse labra
brucia invisibile atmosfera arroventata -
che l'anima che con gli occhi può parlare
anche con lo sguardo può baciare.


XXII.

Come vive quella rosa che hai appuntato
sul tuo cuore?
Mai prima d'ora contemplai sulla terra
nel vulcano un fiore.


LXXIX.

Fingendo realtà
con apparenza vana,
prima del Desiderio
va la Speranza;
e le sue bugie
rinascono dalle sue ceneri,
come la Fenice.



Casado del Alisal, "Ritratto di Bécquer"


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LA FRASE DEL GIORNO
Succede in amore come in tutto il resto. Quel che abbiamo avuto è niente, è quello che non abbiamo che conta.PAUL LÉAUTAUD, Passatempi

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