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lunedì 8 ottobre 2012

Le rotte perdute del mare

 

WINÉTT DE ROKHA

IL SOGNO DELLE ALGHE

Nel mio ventaglio di corallo sono dipinte le rotte perdute del mare,
nel mio ventaglio di corallo.

I ricordi che dormono nelle cassapanche di mogano,
pettinano i loro capelli di alghe sottomarine con un pettinino di fumo,
inciso da un folletto giallo
che ha infilato, in ogni dente, un bacio dell’aurora.

Luminosa è la spiaggia e i piedi nudi della luna la ingrossano dolcemente.

Le parole del mare salgono con la marea:
alghe, scogli, gabbiani, faro, barche, spume e onde,
sovrane, femminili e infinite onde!

Il sogno delle alghe, conserva un segreto
scritto in sette perle del colore di una favola blu,
quando le donne entrano nude nella seta dell’oceano
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(da Oniromancia, 1943)

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Winétt de Rokha, poetessa cilena, “lavorò a un linguaggio poetico assolutamente moderno come intendeva Rimbaud, nuovo in sé, sorto dalla colonna vivente di questo tempo scosso. E nella sua visione drammatica e essenziale delle cose e le loro radici e il loro sangue, arrivò a zone di terra vergine e inesplorata, di insospettata profondità”: così ne tracciava il profilo il figlio Carlos. E possiamo apprezzare da questi versi sospesi in un simbolismo onirico quanto vera sia la sua affermazione: quel mare di spume e di onde, quell’universo dove le cose si scompongono e si ricompongono costruisce una mappa sulla quale cercare quelle “rotte perdute” del primo verso.

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BONNIE BUTLER, "ALGA ARTICA"

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LA FRASE DEL GIORNO
Ascolto ondeggiare in lontananza / i miei sogni spezzati – vele di un amato vascello perduto
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WINÉTT DE ROKHA, Oniromancia




Winétt de Rokha, pseudonimo di Luisa Anabalón Sanderson (Santiago, 7 luglio 1894 – 7 agosto 1951), poetessa cilena, moglie del poeta Pablo de Rokha. Molte delle sue poesie in Formas del Sueño, Cantoral e Oniromancia potrebbero essere definite surrealiste e sono state infatti celebrate per il potere onirico delle loro immagini. 


domenica 7 ottobre 2012

Il sogno della Bella Addormentata


JORGE TEILLIER

LA BELLA ADDORMENTATA DEL XX SECOLO

Elle avoit eu le temps de songer..."
Charles Perrault.

Cosa sognava la Bella Addormentata
nel suo sogno che durò cent’anni?
Sognava la musica muta
di oboe impolverati,
o il bollire di pentole
trascurate dalle cuoche?

Sognava i lavori 
di sua sorella la Primavera
che senza sforzo le preparava
un merletto di peschi
per le sue nozze infinite?
O quei ditali d’oro
che lei dimenticò di consegnarle
perché gli aghi la amassero?

Talora sognava di essere una cerva 
e che il cuoco pietoso
la feriva per salvare la nuora da un’orchessa.
O sognava che suo figlio era il giorno
e l’aurora sua figlia
e che suo nonno era il tempo
e pretendeva di divorarli.

Talora sognava boschi 
dove non c’erano scoiattoli né lupi,
né principi che smarriscono la strada
né bambini che credono alle fate.

Talora sognava tempi 
in cui domandarsi cos’è un uccello
e nei quali la luna è solo
una moneta inservibile.

Amico, non chiedere mai
cosa sognava la Bella Addormentata,
ricordati questo proverbio:
non c’è miglior risveglio che il sogno.

(da Para un pueblo fantasma, 1978)

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Il mondo fatato del sogno è protagonista di questa “controfavola” del poeta cileno Jorge Teillier, che rilegge la celebre fiaba di Perrault con la Bella Addormentata, rovesciandola: non è l’intervento del Principe Azzurro il deus ex machina che risolve la storia, ma il lungo susseguirsi del sogno – “una seconda vita” come scrisse Gerard de Nerval – a essere importante. Se poi andiamo a considerare quel XX secolo aggiunto da Teillier al titolo, possiamo anche addentrarci in qualche riflessione quasi sociologica: al romanticismo dell’Ottocento è subentrato un realismo dal quale fuggire cercando il tranquillo rifugio del sogno.

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HENRY MEYNELL RHEAM, “SLEEPING BEAUTY”

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LA FRASE DEL GIORNO
Sappiamo quanto sia rosso e dolce il vino dei sogni.
HERMANN HESSE, L’ultima estate di Klingsor




Jorge Teillier Sandoval (Lautaro, 24 giugno 1935 - Viña del Mar, 22 aprile 1996), poeta cileno della “Generazione letteraria dei ‘50”, creatore della “poesia larica”. Per lui l’importante in poesia non è l’estetica, ma la creazione del mito e di uno spazio di tempo che trascende il quotidiano.


sabato 6 ottobre 2012

Nguyễn Chí Thiện

 

Nguyễn Chí Thiện, poeta vietnamita, è morto a Santa Ana, in California, il 2 ottobre. Era nato ad Hanoi nel 1939 e fu l’intellettuale di punta della dissidenza anticomunista ai tempi del Vietnam del Nord: la sua dura e integra opposizione gli costò 27 anni trascorsi tra carcere e campi di rieducazione tra il 1961 e il 1988 prima di espatriare in Francia e negli Stati Uniti. Nel 1979, durante un breve periodo di libertà, riuscì a consegnare 400 manoscritti all’ambasciata britannica, gesto che gli costò un nuovo lunghissimo periodo di carcere. Gli anni di detenzione gli valsero il riconoscimento di Amnesty International nel 1986 e di Human Rights Watch nel 1995. Il suo capolavoro è la raccolta Fiori dall’inferno, che contiene le poesie mandate a memoria nelle prigioni e nei lager vietnamiti e poi scritte su carta quando veniva inviato ai campi di lavoro. La sua è una poesia di testimonianza: come egli stesso affermò in alcuni versi del 1975: “Non c’è niente di bello nella mia poesia, / è come una rapina in strada, un’oppressione, la tosse sanguinolenta della tubercolosi / Non c’è niente di nobile nella mia poesia / è come la morte, il sudore, le canne dei fucili / La mia poesia è fatta di immagini orribili / come il Partito, l’Unione della Gioventù, i nostri capi, il Comitato Centrale / La mia poesia difetta di immaginazione / ma è vera come la prigione, la fame, la sofferenza / La mia poesia è per la gente comune / perché la leggano e vedano attraverso i cuori neri dei rossi demoni”.


/font>FOTOGRAFIA © JEAN LIBBY

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da FIORI DALL’INFERNO

NOTTE NELLA GIUNGLA

Notte nella giungla – continua a piovere, i tetti gocciolano,
Tremando di freddo ci abbracciamo le ginocchia, commerciamo sguardi.
Il punto azzurro di fuoco di una lampada a olio.
Il secchio per l’urina, quello per gli escrementi.
Il letto pieno di insetti che mordono.
Il Capodanno di un prigioniero, nel 1961.

1961

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MIA MADRE

Mia madre negli anniversari o nei giorni di festa
suole congiungere le mani e pregare a lungo.
Il suo vestito color zafferano è un po’ sbiadito
ma vorrei vederla tirarlo fuori per l’occasione.
La mia vita è piena di sofferenza e d’ingiustizia
mia madre deve sempre pregare per me
un figlio che ha visto così tante detenzioni
facendo scorrere rivoli di lacrime sulle guance della mamma.
Seduto accanto a lei mi trovo così piccolo
vicino a questo suo grande grande amore materno.
Madre, ho solo un desiderio
ed è di non stare mai lontano da te!
Così, ogni volta che siedi in preghiera
per tuo figlio malato e prigioniero nella giungla profonda
il vecchio sbiadito vestito color zafferano che indossi
si bagna di lacrime senza fine!

1963

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SONO RIMASTO IN SILENZIO

Sono rimasto in silenzio quando il nemico mi torturava:
con il ferro e l’acciaio, l’anima debole in agonia —
le storie degli eroi sono per i bambini che ci credono.
Io sono rimasto in silenzio perché mi dicevo:
c’è qualcuno che è entrato nella giungla e che è stato assalito dalla bestia feroce
così stupido da aprire la bocca e chiedere pietà?

1974

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LA FRASE DEL GIORNO
Le mie poesie, sebbene abbiano forma di fiori, / esplodono con una forza che ne vale diecimila
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NGUYỄN CHI THIỆN, Fiori dall’inferno




Nguyễn Chí Thiện (27 febbraio 1939 - 2 ottobre 2012) è stato un dissidente , attivista e poeta del Vietnam del Nord che ha trascorso un totale di ventisette anni come prigioniero politico dei regimi comunisti sia del Vietnam del Nord che del Vietnam post-1975. Durante questa prigionia, le sue poesie arrivarono in Occidente e furono tradotte in inglese. 


venerdì 5 ottobre 2012

Un cerchio di cose gialle


PABLO NERUDA

ODE ALL’AUTUNNO

Ah, quanto tempo
si è
potuto vivere,
terra,
senza autunno!
Ah, che naiade
oppressiva
la primavera
con i suoi scandalosi
capezzoli
che mostra in tutti
gli alberi del mondo,
e quindi
l'estate,
grano,
grano,
intermittenti
grilli,
cicale,
sudore sfrenato.
Poi,
l'aria
reca di mattina
un vapore di pianeta.
Da altra stella
cadono gocce d'argento.
Si respira
il cambiamento
delle frontiere,
dell'umidità del vento
dal vento alle radici.
Qualcosa di sordo, profondo,
lavora sottoterra
stivando sogni.
L'energia si raggomitola,
la catena
delle fecondazioni
arrotola
i suoi anelli.
Modesto è l'autunno
come i taglialegna.
Costa molto
togliere tutte le foglie
da tutti gli alberi
di tutti i paesi.
La primavera
le cucì in volo
e ora
bisogna lasciarle
cadere come se fossero
uccelli gialli:
Non è facile.
Serve tempo.
Bisogna correre per
le strade,
parlare lingue,
svedese,
portoghese,
parlare la lingua rossa,
quella verde.
Bisogna sapere
tacere in tutte
le lingue
e dappertutto,
sempre,
lasciare cadere,
cadere,
lasciare cadere,
cadere
le foglie.

Difficile
è
essere autunno,
facile essere primavera.
Accendere tutto
quel che è nato
per essere acceso.
Spegnere il mondo, invece,
facendolo scivolare via
come se fosse un cerchio
di cose gialle,
fino a fondere odori,
luce, radici,
e a far salire il vino all'uva,
coniare con pazienza
l'irregolare moneta
della cima dell'albero
e spargerla dopo
per disinteressate
strade deserte,
è compito di mani
virili.

Per questo,
autunno,
compagno vasaio,
costruttore di pianeti,
elettricista,
conservatore del grano,
ti do la mia mano da uomo
a uomo
e ti chiedo di invitarmi
a uscire a cavallo
per lavorare insieme a te.
Ho sempre voluto
essere l'apprendista
dell'autunno
essere il piccolo parente
del laborioso
meccanico delle cime,
galoppare per la terra
distribuendo
oro,
oro inutile.
Ma, domani,
autunno,
ti aiuterò a ripartire
foglie d'oro
ai poveri della strada.

Autunno, buon cavaliere,
galoppiamo,
prima che ci sorprenda
il nero inverno.
È duro
il nostro lungo lavoro.
Andiamo
a preparare la terra
e a insegnarle
a essere madre,
a riparare le sementi
che nel suo ventre
dormiranno protette
da due cavalieri rossi
che girano per il mondo:
l'apprendista dell'autunno
e l'autunno.

Così dalle radici
oscure e nascoste
potranno uscire danzando
la fragranza
e il velo verde della primavera.

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Una poesia che non ha bisogno di presentazioni, questa di Pablo Neruda. Basta leggerla e sorprendersi a fare sì con la testa davanti alle immagini scelte dal Premio Nobel cileno: la sensualità carnale della primavera e la fertilità maschile e femminile dell’autunno, il contrasto tra il rigoglio del risveglio e la modestia del periodo che prepara il riposo, la paziente laboriosità di una stagione che lavora per mettere a frutto i doni dell’estate e per preparare il terreno all’inverno. Tutto è concatenato: in queste foglie che cadono e volano nell’aria come uccelli gialli è già scritto il ritorno delle verdi gemme.

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ELABORAZIONE GRAFICA © DANIELE RIVA

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LA FRASE DEL GIORNO
Stagione di nebbie e morbida abbondanza, / Tu, intima amica del sole al suo culmine
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JOHN KEATS, All’autunno




Pablo Neruda, pseudonimo di Ricardo Eliécer Neftalí Reyes Basoalto (Parral, 12 luglio 1904 – Santiago del Cile, 23 settembre 1973), poeta, diplomatico e politico cileno, è considerato una delle più importanti figure della letteratura latino-americana del Novecento. Fu insignito del Premio Nobel nel 1971.

giovedì 4 ottobre 2012

Sforbicia l’ultima rondine


VITTORIO BODINI

AUTUNNO, PESCATORE D’ARAGOSTE

Autunno, pescatore d'aragoste, ex pirata,
la cui stanchezza dà epidermidi umane
alle maniglie dei tram,
guarda con occhi d'anice la pianura industriale
fra i bulloni schiodati e i ceri del primo amore.
Sforbicia l'ultima rondine
manoscritti di nuvole che narrano
il primo viaggio intorno al mondo, lo scoppio
delle castagne, i cinque uomini d'equipaggio
che scesi a terra vollero restare
coi selvaggi. Fummo offesi
da quella preferenza; ci può esser di meglio
di questa nostra civiltà?
Andate più avanti: troverete
forse un altro eremita più vecchio di me.
Tagliategli con forbici e forbicine
le lunghissime ciglia.
Lui potrà dirvi come tamponare
lo sgocciolio suicida di questo paesaggio.
Autunno con la punta del coltello
spargeva con ogni cura un sale umido
sulla cicoria cruda.
E il lungofiume, l'odore della nafta bruciata,
le vergini del Sud che annaffiano ogni sera
d'ignoti amanti teste decollate
che fioriscono in vasi di basilico.

(da Dopo la luna, 1956)

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Il sud mitico di Vittorio Bodini emerge dalla violenta oscurità dei versi ermetici: il suo spirito ancestrale, l’atavica disillusione risaltano qua e là - come lucenti pezzettini di mica in una pietra - nella storia di un pescatore d’aragoste. La memoria, le attese, le speranze frustrate profumano di menta, di aneto, di basilico, di cicoria, come può testimoniare chiunque si sia avventurato lungo le strade della campagna pugliese.

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ELABORAZIONE GRAFICA © DANIELE RIVA

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LA FRASE DEL GIORNO
Il buio, / com'è lungo nel Sud! Tardi s'accendono / le luci delle case e dei fanali. / Le bambine negli orti / ad ogni grido aggiungono una foglia / alla luna e al basilico
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VITTORIO BODINI, La luna dei Borboni




mercoledì 3 ottobre 2012

Sotto le cupole d’oro secco


NINA CASSIAN

ALLEGRIA


Gioisco mischiando i miei capelli con voi, foglie d’autunno,
correndo per il bosco folle, scivolando, ridendo e graffiandomi
le guance con le vostre forme rugose.
Mi diverte poter lanciare
nell’Autunno rosso il mio grido solitario e profondo
sotto le cupole d’oro secco, nel sussurro del vento.
Mi piace fuggire, cadere e ridere sulla terra adorna
dei mille labbri del tuo sorriso giallo,
                                                   Autunno!


1957
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La poetessa rumena Nina Cassian come una baccante dell’autunno: se quelle celebravano il dio Dioniso, lei pratica invece il culto dell’autunno, con la medesima frenesia estatica, con la stessa forza al limite della follia. Si trasforma in una ninfa dei boschi e corre a perdifiato, invasata di quella forza del ciclo vitale che colora le foglie di rosso e d’oro prima del lungo periodo di riposo invernale.
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FOTOGRAFIA © FRANK TUTTLE
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LA FRASE DEL GIORNO
Giorni gialli, dolci, maturi, / Coperti d’una veste d’oro
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WILL CARLETON, Autumn Days



Nina Cassian, pseudonimo di Renée Annie Cassian-Mătăsaru (Galați, 27 novembre 1924), poetessa, scrittrice e traduttrice rumena. Esponente del Modernismo, nel 1985 si rifugiò negli Stati Uniti per sfuggire alla repressione del regime di Ceausescu, e lì rimase non solo a vivere, ma anche a scrivere poesie nella lingua del suo nuovo paese.


martedì 2 ottobre 2012

Cetre un poco sgangherate

 

KOSTAS KARYOTAKIS

NOI SIAMO CETRE

Noi siamo cetre un poco sgangherate.
Il vento, quando passa sulle corde,
come catene sospese, risveglia
dei versi, dei rumori dissonanti.

Noi siamo antenne un poco singolari.
Come dita s’innalzano nel caos,
in cima ad esse echeggia l’infinito,
ma ben presto cadranno giù, spezzate.

Noi siamo sensazioni un po’ disperse
senza speranza di concentrazione.
Nei nostri nervi tutto si confonde.

Ci duole il corpo, duole la memoria.
Ci scacciano le cose, e la poesia
è il rifugio che sempre più invidiamo.

(da Elegie e satire, 1927)

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Kostas Karyotakis, poeta greco, il 21 luglio del  1928, andò a sedersi sotto un eucalipto sulla riva del mare ad Agios Spyridon e si sparò un colpo di rivoltella: evidentemente quel “dolore della memoria” che la maggior parte di noi è in grado di sostenere, divenne un fardello troppo pesante per la sua anima poetica, tesa a superare l’impasse di quella generazione degli Anni ‘20 e quel trauma spirituale che non riusciva a risolvere, neppure con la poesia.

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GUSTAV KLIMT, “LA MUSICA”

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LA FRASE DEL GIORNO
S’ergono sulla sabbia le grandi opere umane / e il Tempo, come un bimbo, col piede le rovescia.
KOSTAS KARYOTAKIS, Elegie e satire




Kostas Karyotakis (Tripoli d'Arcadia, 30 ottobre 1896 – Prèveza, 21 luglio 1928), poeta e scrittore greco. Fondatore e animatore di periodici satirici e letterari, traduttore di poeti europei, cantò con amara ironia il dolore di una vita inconsolabile e vuota.