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mercoledì 7 gennaio 2009

In Via Francesco Crispi


Risalgo i miei ricordi oggi, ripercorrendo questa strada che dalla stazione porta alla scuola dove in anni ormai lontani frequentai il liceo. È un viaggio nello spazio, su questa strada lastricata in modo differente da allora, tra alberi che non sono gli alti ippocastani, tra negozi che non potevano neppure esistere. Ed è un viaggio nel tempo, un retrocedere nella memoria: quella ragazza che attende al semaforo di Piazza Guglielmo Marconi potrebbe essere Marta, che studiava alle Magistrali e prendeva il mio stesso treno.

Così ogni vetrina, ogni portone, mi dice qualche cosa di nuovo, ogni chiesa immutata, ogni palazzo, come quello che ora è stato violentato dall'insegna ad archi gialli di Mac Donald's. Il tempo è passato. Tanto tempo, tanta acqua sulle pietre di questa città, tanti giorni di sole. Ma il presepio da cartolina rimane appollaiato dietro Porta Nuova con le sue cupole e le sue case di stile veneziano.

La signora dell'edicola all'incrocio con Via Paleocapa non c'è più: a darmi il resto c'è un ragazzo. E pizzerie da asporto e gelaterie hanno preso il posto delle librerie. La mia memoria sa ricostruire ancora questo puzzle: sembra prendere maggiore confidenza con la città ad ogni passo. Sa dirmi cose che neanche credevo di ricordare, lo scherzo di Carnevale alla "Boutique del pane", la neve che cadeva nei giorni in cui si consumava il colpo di stato polacco e la compagna di Wroclaw pensava agli amici lontani e mi parlava accorata camminando per Viale Papa Giovanni XXIII dalle parti di Santa Maria delle Grazie.

Questi mutamenti intervenuti, l'edicola scomparsa nel passaggio tra Porta Nuova e il Sentierone, il parco giochi sorto dove una ruspa chissà quando ha demolito vecchi muri, il palazzo comunale lucidato a nuovo, mi dicono con una sorta di dolcezza, con un lieve pudore, che se il mondo è cambiato, se la città è cambiata, anch'io naturalmente non sono più il ragazzo che ero, quello che camminava con la borsa piena di libri e molti più capelli sulla testa. Senza astio, mi pongono davanti agli occhi tutte le speranze e le illusioni che coltivavo allora, i sogni che mi accompagnavano mentre percorrevo questa stessa via. Non mi dicono "Confronta", non esigono un'analisi: mi dicono soltanto che tutto passa, che il tempo scorre inesorabile come un fiume.

Ma non lo sanno che li ho fregati, perché, quasi arrivato alla Rotonda dei Mille, in Via Francesco Crispi, come allora, adesso io sto pensando a lei.


Fotografia: kweedado2 (licenza GNU)



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LA FRASE DEL GIORNO
Il colore è un caso della memoria. La sostanza della memoria è in bianco e nero, bicolore la materia di quella realtà interiorizzata. Senza memoria non esistiamo o almeno io non riesco a esistere. Nella mia memoria si compiono i miei desideri e quando ho desideri cerco che diventino quanto prima memoria, perché nessuno me li frustri, né me li levi, né me li cambi con i desideri convenzionali. La memoria è la sostanza del senso cartesiano: ciò che esiste in modo tale da non avere bisogno di null'altro per esistere.
MANUEL VÁZQUEZ MONTALBÁN, Lo strangolatore

martedì 6 gennaio 2009

Il quarto mago


Tradizionalmente i re Magi sono tre: Gaspare, Melchiorre e Baldassarre. La storia è nota, la racconta Matteo nel suo Vangelo (2, 1-12):

Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: "Dov'è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo". All'udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s'informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. Gli risposero: "A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda: da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo, Israele.

Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: "Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch'io venga ad adorarlo". Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese.

Si trattava di sacerdoti zoroastriani, che in Gesù videro realizzarsi la profezia sulla nascita del Saoshyant, il Salvatore. Ma accanto a loro nella tradizione cristiano ortodossa c'è un quarto mago, Artabano: alla comparsa del segno, la stella cometa, vende la casa e si mette in viaggio dalla natia Ecbatana, città della Persia, per raggiungere gli altri magi. Sulla strada, dalle parti del monte Orontes, quando ormai sta per arrivare all'appuntamento, incontra un ebreo ferito e si ferma a soccorrerlo, aspettandone la guarigione: l'uomo lo ringrazia e gli dice che il Messia è nato a Betlemme. Ormai troppo tempo è passato ed è tardi per recare il suo dono: tre pietre preziose. Artabano vende lo zaffiro e allestisce una nuova carovana per Betlemme: vi arriva mentre su ordine di Erode si compie la strage degli innocenti. Con il rubino salva la vita a un bambino corrompendo il soldato che sta per trafiggerlo con la lancia sotto gli occhi della madre. Adesso, dei doni che aveva per Gesù, gli resta solo una rarissima perla, che conserva gelosamente per tanti anni. Quando gli giunge notizia che il Cristo sta per essere crocifisso, corre al Golgota per salvarlo comperando i centurioni con la perla; ma, sul Calvario, un ragazzo lo implora di liberarlo dalla schiavitù romana: Artabano sacrifica il suo prezioso bene. È solo allora che il quarto mago comprende di essere stato ammesso alla presenza del vero re atteso e invano inseguito per trentatré anni: quel Gesù che muore sulla croce. Il suo dono è il più prezioso, ancora più della mirra, dell'incenso e dell'oro: è l'umiltà, è la solidarietà, l'aiuto ai bisognosi che ha soccorso nel suo lungo peregrinare. Il vero messaggio cristiano.

Luminose sono le strade della sapienza e del mistero, anche quando ci appaiono oscure: molto spesso, anche noi, come Artabano, viaggiamo alla ricerca di qualcosa che abbiamo davanti agli occhi, dentro di noi.



Benozzo Gozzoli, "La cavalcata dei Magi", part., Palazzo Medici Riccardi, Firenze 1459-1460


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LA FRASE DEL GIORNO
La bontà è l'unico investimento che non fallisce mai.

HENRY DAVID THOREAU

lunedì 5 gennaio 2009

Proverbi di gennaio


Dalla saggezza contadina che si basava sull'esperienza della vita nei campi e che ormai va scomparendo, sommersa dal terziario e dalla tecnologia, qualche proverbio brianzolo sul mese di gennaio:

Ginê pulverènt, póca paja e tant furmènt.
(Gennaio polveroso, poca paglia e tanto frumento)

È attestato anche in Veneto: "Fredo secco de zenaro, sachi pieni nel granaro", in Calabria, in Sicilia e in Sardegna: "Gennaiu siccu, messaiu arriccu" (gennaio secco, contadino ricco).


Se vöret un bell ajê, pianta l'aj de ginê.
(Se vuoi un bel campo d'aglio, pianta l'aglio a gennaio)

Riecheggia il toscano "Chi vole un bell' agliaio lo semini di gennaio" e un analogo proverbio veneto. Ovvero: se vi piace, affrettatevi a piantare l'aglio - è il primo prodotto dell'orto.


La néf de ginê la piendés el granê.
(La neve di gennaio riempie il granaio)

Quest'ultimo proverbio sembra contraddire l'italiano "Gennaio acquaio poco granaio" e il romanesco "Gennaio piovoso, anno micragnoso": in realtà la neve non è la pioggia ed il suo manto favorisce le tenere piantine di frumento, tenendole al riparo sotto la sua coperta. Il proverbio romanesco infatti prosegue: "Gennaio nevoso, estate gioiosa". Nel bellunese è attestato l'analogo detto "Gran fredo de genaro colma el granaro".


Katie Pertiet, "Dianto di gennaio"



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LA FRASE DEL GIORNO
Il proverbio è l'ingegno di un uomo e la saggezza di tutti.
BERTRAND RUSSELL


domenica 4 gennaio 2009

Pessoa e ciò che è stato


FERNANDO PESSOA

AMO TUTTO CIÒ CHE È STATO


Amo tutto ciò che è stato,
tutto quello che non è più,
il dolore che ormai non mi duole,
l’antica e erronea fede,
il passato che ha lasciato dolore,
quello che ha lasciato allegria
solo perché è stato, è volato
e oggi è già un altro giorno.



Se Borges, come visto in un post di qualche tempo fa, parlava di nostalgia del presente, in questa poesia il poeta portoghese Fernando Pessoa è alla vera e propria nostalgia che si vota, quella per il tempo andato. La stranezza è che sia proprio lui a parlarne, uomo che non ama la vita, che non nutre simpatia per l'umanità. Ma trova una consolazione nei giorni andati, ama quel loro non essere più: anche il dolore, ricordato, non è più lo stesso dolore; anche l'allegria, certo, risuona diversa, forse venata di malinconia. Ed è stata, la si considera come un dato di fatto, come un mero accadimento, un tempo sospeso cui non si può accedere come ci si sposta da un luogo all'altro, ma dal quale si è irresistibilmente attratti.

È questo che amiamo, è questo che Pessoa ama, tanto da dire nel "Libro dell'inquietudine" del 1933: "Nostalgia! Ho nostalgia perfino di ciò che non è stato niente per me, per l’angoscia della fuga del tempo e la malattia del mistero della vita. Volti che vedevo abitualmente nelle mie strade abituali: se non li vedo più mi rattristo; eppure non mi sono stati niente, se non il simbolo di tutta la vita".

La nostalgia è l'altra faccia della speranza. È un tempo adorato come il paese cui anela l'emigrante, come l'infanzia ricordata con dolcezza.

Come dire, oggi era più bello ieri...



Almada Negreiros, "Ritratto di Fernando Pessoa"



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LA FRASE DEL GIORNO
Io voglio assaporare la mia nostalgia come assaporo le mie gioie.
HERMANN HESSE, Vagabondaggio




Fernando António Nogueira Pessoa (Lisbona, 13 giugno 1888 – 30 novembre 1935),  poeta, scrittore e aforista portoghese, considerato uno dei maggiori poeti di lingua portoghese, diede l’avvio al Modernismo nel suo paese. In poesia si scompose in varie altre personalità, contrassegnate da diversi eteronomi, ognuno con un suo stile.



sabato 3 gennaio 2009

L'archivio di Hemingway


Tremiladuecento inediti di Ernest Hemingway, un vero e proprio tesoro, dal 5 gennaio saranno messi a disposizione in formato digitale degli studiosi e dei ricercatori dopo anni di restauro e archiviazione finanziati in parte da un museo di Washington. La notizia viene da Ada Rosa Alfonso, direttrice della Casa Museo della Finca Vigia, la villa acquistata dagli Hemingway alla periferia dell'Avana nel 1940, abbandonata dopo la presa di potere di Castro e infine donata dai suoi eredi allo stato cubano insieme allo yacht "Pilar", "ormeggiato" nel giardino.

Vi sono piccole cose, come le lettere, i biglietti e i telegrammi, curiosità quali alcuni testi cifrati sulla presenza di sottomarini tedeschi e mappe, ma anche una sceneggiatura di "Il vecchio e il mare" e l'abbozzo di un finale differente di "Per chi suona la campana". Per tanto tempo, ben 45 anni, erano rimasti prigionieri della vecchia villa. Altri mille documenti saranno in un prossimo futuro destinati anch'essi alla digitalizzazione. Il vecchio "Papa", Premio Nobel nel 1954, dopo il romanzo postumo "Vero all'alba", è pronto a fornirci nuove sorprese: alla Finca Vigia sono custoditi altri manoscritti, novecento mappe, migliaia di fotografie e novemila tra libri e riviste. Ci sono anche le bottiglie di gin e di whisky lasciate a metà, ma quelle non hanno interesse letterario. O no?

La Finca Vigia (Fotografia: Alamy)


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LA FRASE DEL GIORNO
Io ritengo che fondamentalmente si scriva per due persone: per sé stessi cercando di renderlo assolutamente perfetto, oppure se non perfetto, allora bellissimo. E poi si scrive per chi si ama che lei possa o no leggerlo e che lei sia o no viva.
ERNEST HEMINGWAY, Lettera a Arthur Mizener, 12 maggio 1950

venerdì 2 gennaio 2009

Gennaio, da scorticar buoi


Gennaio, la porta dell'anno, è il cuore dell'inverno: tutti i suoi rigori dilagano gelidi, la neve e la pioggia si alternano a giorni di sole freddo. Solo verso il suo finire forse si intravede una speranza, con i primi bucaneve, con i crochi gialli che chiazzano il riposo dei prati. Il risveglio di primavera è ancora lontano, ma non così tanto.

Si sta bene al caldo delle case, davanti ai focolari: si può leggere, perdersi in quei mondi diversi che popolano le pagine, oppure scrivere, affidare i pensieri al foglio bianco, bianco come quell'agenda che è appena iniziata, come quel calendario ancora gonfio di fogli.


Non è dato correggere il giorno con sforzi di lampade,
né sollevare alle ombre i veli di gennaio.
Sulla terra è inverno e il fumo dei fuochi non riesce
a raddrizzare le case, che giacciono coricate fianco a fianco.


BORIS PASTERNAK, da "Notte d'inverno"

*

È di gennaio. Al guizzo delle stelle
la stanca brina si diffonde tanto
che pare un'alba a fiore di laguna.


SILVIO CATALANO, da "Inverno", in "Sette sassi", 1937

*

Venga il gennaio, il placido
Mese di pioggie e nevi,
Venga, ed io chiuda il guscio:
Oh giorni inerti e brevi,
Vetri appannati e amabili
Grilli del focolare!
Voglio l'uscio inchiodare,
Cantar l'inverno io vo'!


EMILIO PRAGA, da "Sospiri all'inverno", in "Penombre", 1937

*

Mese di Leneone*, le giornate son tutte cattive, da scorticar buoi,
da quello già volati, e dalle gelate che sulla terra
vengon, moleste, coi soffi di Borea.


ESIODO, da "Opere e giorni"

*Leneone: mese greco corrispondente a metà gennaio e metà febbraio




Dipinto di Bob Rohm



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LA FRASE DEL GIORNO
Andava dianzi perdendomi per le campagne, inferraiuolato sino agli occhi, considerando lo squallore della terra tutta sepolta sotto le nevi, senza erba né fronde che mi attestasse le passate dovizie.
UGO FOSCOLO

giovedì 1 gennaio 2009

Oh giorno nuovo


PABLO NERUDA

ODE AL PRIMO GIORNO DELL'ANNO


Lo distinguiamo dagli altri
come se fosse un cavallino
diverso da tutti i cavalli.
Gli adorniamo la fronte
con un nastro,
gli posiamo sul collo sonagli colorati,
e a mezzanotte
lo andiamo a ricevere
come se fosse
un esploratore che scende da una stella.

Come il pane assomiglia
al pane di ieri,
come un anello a tutti gli anelli: i giorni
sbattono le palpebre
chiari, tintinnanti, fuggiaschi,
e si appoggiano nella notte oscura.

Vedo l'ultimo
giorno
di questo
anno
in una ferrovia, verso le piogge
del distante arcipelago violetto,
e l'uomo
della macchina,
complicata come un orologio del cielo,
che china gli occhi
all'infinito
modello delle rotaie,
alle brillanti manovelle,
ai veloci vincoli del fuoco.

Oh conduttore di treni
sboccati
verso stazioni
nere della notte.
Questa fine dell'anno
senza donna e senza figli,
non è uguale a quello di ieri, a quello di domani?

Dalle vie
e dai sentieri
il primo giorno, la prima aurora
di un anno che comincia,
ha lo stesso ossidato
colore di treno di ferro:
e salutano gli esseri della strada,
le vacche, i villaggi,
nel vapore dell'alba,
senza sapere che si tratta
della porta dell'anno,
di un giorno scosso da campane,
fiorito con piume e garofani.

La terra non lo sa: accoglierà questo giorno
dorato, grigio, celeste,
lo dispiegherà in colline
lo bagnerà con frecce
di trasparente pioggia
e poi lo avvolgerà
nell’ombra.

Eppure
piccola porta della speranza,
nuovo giorno dell’anno,
sebbene tu sia uguale agli altri
come i pani
a ogni altro pane,
ci prepariamo a viverti in altro modo,
ci prepariamo a mangiare, a fiorire,
a sperare.

Ti metteremo
come una torta
nella nostra vita,
ti infiammeremo
come un candelabro,
ti berremo
come un liquido topazio.

Giorno dell'anno nuovo,
giorno elettrico, fresco,
tutte le foglie escono verdi
dal tronco del tuo tempo.

Incoronaci
con acqua,
con gelsomini aperti,
con tutti gli aromi spiegati,
sì,
benché tu sia solo un giorno,
un povero giorno umano,
la tua aureola palpita
su tanti cuori stanchi
e sei,
oh giorno nuovo,
oh nuvola da venire,
pane mai visto,
torre permanente!


(da Terzo libro delle odi, 1957)


La fine di un anno e l'inizio del nuovo è tempo di bilanci e di propositi. Questo porre un punto dà la forza di cambiare e di ricominciare ed alimenta le speranze. Considero il 2009 come un immenso foglio bianco da riempire di cose belle. Sarebbe meraviglioso poter buttare tutti i nostri guai con il vecchio calendario: non è possibile, lo so, ma è il momento di approfittare di questa nuova energia per ricominciare, per riavviare il motore.

Questa energia, questa speranza fanno di un giorno normale, come è questo giovedì che inaugura l'anno un giorno speciale. Gli concede tutti gli alibi e tutte le attenuanti, lo veste a festa come noi lo abbiamo accolto con abiti scintillanti e le bollicine dello spumante, con inutili fuochi nel cielo. Anche Pablo Neruda ci conforta in questa umana sensazione.



Fotografia © Josh Sorenson/Pexels


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LA FRASE DEL GIORNO
Tutti gli anni sono stupidi. È una volta passati che diventano interessanti.
CESARE PAVESE, La spiaggia



Pablo Neruda, pseudonimo di Ricardo Eliécer Neftalí Reyes Basoalto (Parral, 12 luglio 1904 – Santiago del Cile, 23 settembre 1973), poeta, diplomatico e politico cileno, è considerato una delle più importanti figure della letteratura latino-americana del Novecento. Fu insignito del Premio Nobel nel 1971.