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venerdì 8 settembre 2017

Il tuo non esserci


RAINER MARIA RILKE

A LOU ANDREAS-SALOMÉ, III

Non posso ricordare. Ma quei momenti
puri dureranno in me come
in fondo a un vaso troppo pieno.
Non penso a te, ma sono per amore tuo
e questo mi dà forza.
Non ti invento nei luoghi
che adesso senza te non hanno senso.
Il tuo non esserci
è già caldo di te, ed è più vero,
più del tuo mancarmi. La nostalgia
spesso non distingue. Perché
cercare allora se il tuo influsso
già sento su di me lieve
come un raggio di luna alla finestra.

(da Poesia d’amore del Novecento, Crocetti, 2006 - Traduzione di Giuliano Donati)

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Lou Andreas-Salomé, scrittrice e psicanalista tedesca d’origine russa, fu ispiratrice di Sigmund Freud e musa di Paul Rée, di Friedrich Nietzsche e di Rainer Maria Rilke. Il poeta tedesco – allora ventiduenne – e la trentaseienne Lou si conobbero nel 1897 e intrattennero una relazione che durò tre anni per trasformarsi poi in un’intensa amicizia. L’influenza della donna su Rilke è chiaramente testimoniata da questi versi dominati da una sottile nostalgia.

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Lou

LOU ANDREAS-SALOMÉ

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LA FRASE DEL GIORNO
Essere amati, è passare. Amare, è durare.
RAINER MARIA RILKE, I quaderni di Malte Laurids Brigge




René Karl Wilhelm Johann Josef Maria Rilke, noto come Rainer Maria Rilke (Praga, 4 dicembre 1875 – Les Planches, 29 dicembre 1926), scrittore, poeta e drammaturgo austriaco di origine boema. È celebre soprattutto per le Elegie duinesi  i Sonetti a Orfeo e I quaderni di Malte Laurids Brigge. La sua poesia, influenzata da Nietzsche, vede una realtà senza consolazioni.


giovedì 7 settembre 2017

Una volta


KIKÍ DIMULÀ

FOTOGRAFIA 1948

Tengo in mano un fiore, forse.
Strano.
Sembra che nella mia vita
sia passato un giardino, una volta.

Nell’altra mano
tengo un sasso.
Con grazia e fierezza.
Nessun sospetto
che mi si avverta di mutamenti,
che stia saggiando difese.
Sembra che nella mia vita
sia passata l’ignoranza, una volta.

Sorrido.
La curva del sorriso,
il cavo di questa inclinazione,
assomiglia a un arco ben teso,
pronto.
Sembra che nella mia vita
sia passato un bersaglio, una volta.

Lo sguardo immerso
nel peccato originale:
assaggia il frutto
proibito dell’attesa.
Sembra che nella mia vita
sia passata la fede, una volta.

La mia ombra, solo un gioco del sole.
Indossa una divisa d’esitazione.
Non ha ancora fatto in tempo a essere
mia compagna o mia delatrice.
Sembra che nella mia vita
sia passata l’abbondanza, una volta.

Tu non appari.
Ma se c’è una forma nel paesaggio
se mi sono fermata sul suo bordo
tenendo un fiore in mano
e sorridendo,
significa che che fra un po’ verrai.
Sembra che nella mia vita
sia passata la vita, una volta.

(Φωτογραφία 1948, da La piccolezza del mondo, 1971 – Trad. Filippomaria Pontani)

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La poetessa greca Kikí Dimulà ricostruisce la sua vita a partire da una fotografia di lei adolescente: sembra non riconoscersi, sembra non ravvisare in quella ragazza i temi che avrebbe poi sviluppato: l’insicurezza, l’assenza, l’oblio. Curiosamente, quegli oggetti che regge, quelle espressioni sono testimonianza di future assenze, mentre l’assenza nella strofa finale lascia presagire una futura presenza.

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FOTOGRAFIA © ACHROMATOPSIA

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LA FRASE DEL GIORNO
Ho scelto di respirare? Era mia la scelta di respirare, come fa la poesia, attraverso narice piene di malinconia?
KIKÍ DIMULÁ




Vasiliki “Kikí” Dimulà nata Radou (Atene, 19 giugno 1931), poetessa greca. Impiegata a lungo presso il Banco di Grecia, fu ammessa all’Accademia di Atene nel 2002. La sua poesia tratta l’assenza, la perdita, la società, la solitudine e il tempo con la personalizzazione di concetti astratti e l’uso insolito di parole comuni, spesso con un velo di amara ironia.

mercoledì 6 settembre 2017

Le tue gambe


GIOVANNI RABONI

I MANIFESTI

Chissà dov’ero, dove m’ero ficcato quando
le tue gambe hanno invaso la città.
Forse non guardo i manifesti.
Adesso paziente, maniaco ti do la caccia
di stazione in stazione
borbottando preghiere. Quello che non sei tu
esce dal fuoco o indietreggia se le tue
magre, livide dita si vede che una calza
tendono con increscioso pudore.

(da Cadenza d’inganno, 1974)

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Nella sezione “L’intoppo”, parte di Cadenza d’inganno, il poeta milanese Giovanni Raboni indaga sul suo privato – è una relazione di natura clandestina – e lo fa con una serie di sequenze che si possono paragonare a quelle cinematografiche: non è difficile immaginarsi in questo caso la macchina da presa aggirarsi per le vie di Milano alla ricerca di quei manifesti dove una modella pizzica una calza di nylon.

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PUBBLICITÀ RHODIATOCE DEGLI ANNI ‘60

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LA FRASE DEL GIORNO
L’iperbole che ami, / quella che sei: t’adoro / nella curva dei fianchi / nel niente del costato.
GIOVANNI RABONI, Canzonette mortali




Giovanni Raboni (Milano, 22 gennaio 1932 – Fontanellato, 16 settembre 2004), poeta, critico letterario, giornalista, traduttore e scrittore italiano appartenente alla "generazione degli anni Trenta. Nel solco della tradizione lombarda, elaborò sin dalla prima raccolta Le case della Vetra (1966) una poetica d'intonazione civile ma anche esistenziale con toni piani e sommessi.


martedì 5 settembre 2017

John Ashbery


Il poeta statunitense John Ashbery, nato a Rochester nel 1927, è morto il 3 settembre nella sua casa di Hudson, nello stato di New York. Candidato al Nobel per la Letteratura, vinse il Pulitzer nel 1976 con Autoritratto di uno specchio convesso. Considerato uno dei geni della poesia del Novecento americano, Ashbery si ispirò al Surrealismo francese e alla musica classica – soprattutto russa - del XIX secolo – creando un linguaggio che si rifiuta comunque di legarsi a un determinato significato. Ne nacque una poesia che viene definita «difficile»: il poeta stesso commentò a tale proposito in un’intervista del 2015: “Io sono stato sempre attratto da quello che Yeats definiva «il fascino del difficile», perché avevo l’impressione che dopo aver letto qualcosa di difficile sarei diventato più sapiente. Ora sembra che i lettori non la pensino più così, per lo meno in America, dove la «leggibilità» è tenuta in gran conto, ma io continuo a pensare che la migliore poesia e arte spesso richiedano un certo sforzo per essere apprezzate”.

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Ashbery

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da Houseboat Days, 1977

E LEI SI CHIAMA “UT PICTURA POESIS”

Non puoi dirlo più così.
Preoccupato della bellezza devi
uscire allo scoperto, in una radura,
e riposare. Certo, qualsiasi cosa strana ti succeda
è OK. Chiedere di più non sarebbe
da te, tu che hai così tanti amanti,
gente che ti ammira ed è pronta
a fare cose per te, ma tu pensi
non sia giusto, che se ti conoscessero davvero…
Basta cosí con l’autoanalisi. E adesso,
su cosa mettere nella tua poesia-quadro:
i fiori sono sempre belli, specie i
delphinium.
I nomi di bambini conosciuti un tempo e le loro slitte,
i razzetti vanno bene – esistono ancora?
Ci sono un sacco di altre cose con le stesse proprietà
delle sunnominate. Ora si devono
trovare alcune parole importanti e molte di basso profilo,
dal suono fiacco. Lei mi contattò
perché comprassi la sua scrivania. D’improvviso la strada fu
follia pura e clangore di strumenti giapponesi.
Prosaici testamenti vennero sparpagliati tutt’attorno. La sua testa
s’allacciò alla mia. Eravamo una biciancola. Qualcosa
andrebbe scritto su come ciò ti condizioni
quando scrivi poesia:
l’estrema austerità di una testa pressoché vuota
che si scontra con il rigoglioso fogliame Rousseau-simile del suo desiderio di [comunicare
qualcosa nelle intermittenze del respiro, anche se solo nell’interesse
d’altri e per il loro desiderio di capirti e disertarti
per altri centri di comunicazione, così che la comprensione
possa avere inizio, e così facendo essere disfatta.

(And Ut Pictura Poesis is her Name, Traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan)

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da Shadow Train, 1980

PARADOSSI E OSSIMORI

Questa poesia si occupa del linguaggio a un livello alquanto piano.
Guardala che ti parla. Guardi da una finestra
o affetti irrequietezza. La sai ma non la sai.
Ti manca, la manchi, le manchi, ti manca. Vi mancate a vicenda.

La poesia è triste perché vuole essere tua, e non può.
Cos’è un livello piano? E’ quella cosa e altre,
e ne mette in gioco un sistema. Gioco?
Beh, di fatto, sì, ma io ritengo che il gioco sia

una più profonda cosa esterna, un modello di ruolo sognato,
come nella ripartizione della grazia queste lunghe giornate agostane
senza dimostrazione. A finale aperto. E prima che te ne accorga
si perde nel vapore e nel cicaleccio della macchina da scrivere.

E’ stata giocata un’altra volta. Penso tu esista solo
per tormentarmi a farlo, al tuo livello, e poi tu non ci sei
o hai adottato un atteggiamento diverso. E la poesia
mi ha deposto dolcemente accanto a te. La poesia è te.

(Paradoxes and Oximorons - Traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan)



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LA FRASE DEL GIORNO
Come a molti poeti, mi è spesso posta la domanda: “Che cos’è la poesia?”. E naturalmente non c’è una vera e propria risposta. Come la famosa definizione di pornografia: lo sai quando lo vedi.
JOHN ASHBERY, The Christian Science Monitor, 15 aprile 2013




John Lawrence Ashbery (Rochester, New York, 28 luglio 1927 - Hudson, New York, 3 settembre 2017), poeta statunitense.  Le sue opere sono caratterizzate da una sintassi fluida, spesso disgiuntiva; ampio gioco linguistico, spesso intriso di notevole umorismo; e un tono prosaico, a volte piatto o parodico disarmante. Il gioco della mente umana è l'argomento di moltissime delle sue poesie. 



lunedì 4 settembre 2017

La luna bianca


ADOLFO BURRIEL

NOTTE

Dipingo
il corpo
di fiori

i capelli
intrecciati

la notte
trattiene

leggeri
brillii di rose.

Sul monte di Venere
arde
la luna bianca.

(da Colori disuniti, 2010)

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Il poeta spagnolo Adolfo Burriel, avvocato appassionato di arte, dipinge con poche immagini questa notte di amore e eros, di fiori e di riflessi, con la consapevolezza che “il desiderio riuniva / le fatiche del bacio, / la notte innamorata / del sogno”.

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MARIANNA MILLS, “…THEN THE MOON COME TO KISS GOOD BYE”

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LA FRASE DEL GIORNO
La sete è uno sciame / di vespe. / L’attesa una melagrana che si dissangua.
ADOLFO BURRIEL, Colori disuniti




Adolfo Burriel (Aldealpozo, 1943), poeta, narratore, saggista e editorialista spagnolo. Ha esercitato come avvocato del lavoro fino al 1990 ed è stato deputato nelle Cortes d'Aragona dal 1992 al 1996. Ha partecipato all'“Antologia dei poeti della Generazione del 1965”sequestrata prima di vedere la luce dalla censura franchista.

domenica 3 settembre 2017

Il corto paltò rosso


ATTILIO BERTOLUCCI

TI HO SOGNATA

Ti ho sognata
Quando nuova sposa
Uscirai per la città il mattino
Sola e felice, nel sole d’autunno...
Ti ho sognata
Matura e stanca signora
In una villetta agiata
(Come il caro Laforgue diceva
Nella sua giovinezza)
Spalancare finestre,
Godere del sole in vestaglia,
Un po’ trasandata.
Ma gli occhi erano quelli di una volta
Piccoli e ridenti,
Di quando eri una ragazza con il corto paltò rosso.

(da Il fuoco e la cenere, Diabasis, 2014)

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La poesia di Attilio Bertolucci vive spesso di momenti, di piccoli attimi che emergono nel tempo e si fissano - si pensi alla Capanna indiana, ad esempio. In questi versi postumi, ma risalenti al periodo intorno alla raccolta Sirio, il poeta di Parma "fotografa" in un sogno ad occhi aperti la futura moglie in due età della vita che verrà - giovane sposa e poi matura signora. Quello che accomuna i due attimi è però lo sguardo di Nina, ridente e amoroso, che non invecchierà mai.

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Cappotto rosso

ANDRE KOHN, “OMBRELLO BIANCO”

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LA FRASE DEL GIORNO
Portami con te nel mattino vivace / le reni rotte l'occhio sveglio appoggiato / al tuo fianco di donna che cammina / come fa l'amore.
ATTILIO BERTOLUCCI, Viaggio d’inverno




Attilio Bertolucci (San Prospero Parmense, 18 novembre 1911 – Roma, 14 giugno 2000), poeta italiano. Le sue opere poetiche sono il risultato di una felice contaminazione tra eredità ermetica e capacità di tradurre ogni astratta eleganza in un discorso poetico naturale.


sabato 2 settembre 2017

In mezzo al naufragio


MARTA MIRANDA

NAUFRAGIO

Abbracciata
nel buio a un altro corpo
come a un pezzo di legno
in mezzo al naufragio
navigo la notte scura
poi albeggia
e quello che la luce tocca
diventa polvere

Torno all’opacità del giorno
senza angelo né corpo
senza una parola aspetto la notte
perché in essa
compio il miracolo
di amarti ancora
di trasformare il letto
in un cielo puro

(da Il lato oscuro del mondo, 2015)

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La poetessa argentina Marta Miranda disegna un circolo vizioso: il naufragio in cui la notte è immersa, abbracciata alla speranza dell’amore come unica via di salvezza, si dissolve con l’arrivo del giorno con la sua luce scialba. E allora è giocoforza aspettare che ritorni quel sogno notturno, unico appagamento.

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MIHAI ADRIAN RACEANU, “NAUFRAGO DAI RICORDI”

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LA FRASE DEL GIORNO
Non c’è amore vero senza un poco d’innocenza.
ALBERT CAMUS




Marta Miranda (Mendoza, 17 novembre 1962), poetessa e organizzatrice culturale argentina. Coordina vari festival internazionali di poesia. Ha pubblicato Mea culpa (1991), La spuma (1998), La stessa pietra (2004), Nuotatrice (2008), Il lato oscuro del mondo (2015).