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domenica 8 settembre 2013

L’8 settembre 1943

 

FRANCO FORTINI

UNA SERA DI SETTEMBRE

Una sera di settembre
quando le dure donne rauche di capelli strinati
si addolcivano pronte nei borghi calcinati
e ai fonti la sabbia lavava le gavette tintinnanti
ho visto sotto la luna di rame
sulla strada viola di Lodi due operai, tre ragazze ballare
tra le bave d'inchiostro dei fosfori sull'asfalto
una sera di settembre
quando fu un urlo unico la paura e la gioia
quando ogni donna parlò ai militari
dispersi tra i filari delle vigne
e sulle città non c'era che il vino agro
dei canti e tutto era possibile
intorno al fuoco della radio pallido
e chi domani sarebbe morto sugli stradali
beveva alle ghise magre delle stazioni
o nella paglia abbracciato al fucile dormiva
quando l’'estate inceneriva
da Ventimiglia a Salerno
e non c'era più nulla
ed eravamo liberi
di fuggire, di non sapere o piangere,
una sera di settembre.

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(da Poesia e errore, Feltrinelli, 1959)

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Fu una grande illusione collettiva quella che settant’anni fa, l’8 settembre 1943, prese gli italiani: quella sera infatti, seppero dalla radio che entrava in vigore l’armistizio di Cassibile siglato cinque giorni prima con gli anglo-americani. Alle 19.42, mentre fuori splendeva ancora l’ultima luce del giorno, il generale Badoglio diede l’annuncio, già letto a Radio Algeri dal generale americano Dwight Eisenhower.

« Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane.

La richiesta è stata accolta.

Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo.

Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza».

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Mentre i vertici dello Stato e del Regio Esercito fuggivano verso sud, la maggior parte degli italiani credette che la guerra fosse finita. Ma, dopo l’euforia, dopo la notte di baldoria e di gioia che racconta Franco Fortini in questa poesia, ci sarà la disillusione, risulterà chiaro il senso di smarrimento e di disorganizzazione: quei militari che ballavano nelle vigne e dormivano nei fienili si troveranno a dover inseguire lo “Stato”, a ritrovare le loro compagnie e i loro battaglioni, a scegliere infine da che parte stare. E a guardarsi le spalle da un altro terribile nemico, l’infuriato ex alleato tedesco. L’8 settembre 1943 la guerra non era finita: l’Italia aveva solo cambiato di campo, infilandosi nel doloroso capitolo della guerra civile.

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Quando scoppia una guerra, la gente dice: "Non durerà, è cosa troppo stupida". E non vi è dubbio che una guerra sia davvero troppo stupida, ma questo non le impedisce di durare.
ALBERT CAMUS, La peste




Franco Fortini, nato Franco Lattes (Firenze, 10 settembre 1917 – Milano, 28 novembre 1994), poeta, critico letterario, saggista e intellettuale italiano. La sua poesia è testimonianza anche ideologica delle lotte di classe del primo dopoguerra, voce progressista e coscienza critica del fallimento degli ideali.



sabato 7 settembre 2013

E feci visita al mare

 

EMILY DICKINSON

MI AVVIAI DI BUON’ORA…

Mi avviai di Buon'ora - Presi il mio Cane -
E feci visita al Mare -
Le Sirene dello Scantinato
Uscirono per guardarmi -

E i Vascelli - del Piano più Alto
Stesero Mani di Canapa -
Presumendo ch'Io fossi un Topo -
Arenato - sulla Sabbia -

Ma Nessuno Mi smosse - finché la Marea
Andò oltre le mie semplici Scarpe -
E oltre il Grembiule - e la Cintura -
E oltre il Corsetto - anche -

E fece come se volesse divorarmi -
Per intero come una Rugiada
Sulla Manica di una Campanula -
E allora - mi avviai - anch'io -

E Lui - Lui seguiva - dappresso -
Sentivo il suo Argenteo Tallone
Sulle Caviglie - Poi le Mie Scarpe
Traboccarono di Perle -

Finché incontrammo la Solida Città -
Lui sembrava non conoscere Nessuno -
E inchinandosi - con un Possente sguardo -
A me - Il Mare si ritirò -

(da Poesie – Traduzione di Giuseppe Ierolli)

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L’alba, forse uno dei momenti migliori – insieme al tramonto – per osservare il mare, per respirarlo, per viverlo. E prende davvero vita in questi versi di Emily Dickinson, si trasforma in un essere magico e mitologico, tramuta questo sogno della poetessa in una favola: il mare si avvicina quasi timoroso, sospettoso, la sfiora e si ritrae, si fa più audace, quasi minaccioso – Marisa Bulgheroni, che curò il Meridiano della Dickinson ravvisa dietro le metafore della poesia allusioni di tipo sessuale – poi diventa docile, come un altro cagnolino, fino all’arrivo in città, da cui fugge salutando per tornare agli spazi sconfinati della natura.

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DAVID JAMES, “A SUMMER MORNING”

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LA FRASE DEL GIORNO
Il mare è un antico idioma che non riesco a decifrare
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JORGE LUIS BORGES, Luna di fronte




Emily Elizabeth Dickinson (Amherst, 10 dicembre 1830 –15 maggio 1886), poetessa statunitense, è considerata tra i migliori lirici del XIX secolo. La sua vita fu priva di eventi esteriori: dopo i trent'anni scelse un volontario isolamento nella casa paterna. La sua poesia spazia dalle piccole cose della vita quotidiana – la natura, le stagioni – ai grandi temi dell’anima innestati sul tema della solitudine.


venerdì 6 settembre 2013

L’oblio

 

SUSANA CATTANEO

SARÒ LA LUCE

Sarò la luce
che splende
su tutte le penombre.
L’inverno
di ogni amante.
L’erosione del mare
che fa lisce le pietre.
Le tempeste
che scalzeranno le radici.
La notte d’argento
su un oceano silenzioso.
Quella vacanza.
Quel viaggio.
Ogni sera vissuta nella pioggia.
Sarò
le orme sulla spiaggia
in altri mondi.
Il sale dell’Oriente.
Lontananze di porti
e leggende.
La straniera errante.
Quella che incontri
sui tuoi passi.
Sarò ogni cosa.
Sarò l’oblio.

(da Lluvia sobre toda soledad, 2003)

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Tutto il tempo muta e consuma lentamente, inesorabilmente. “Vassene ‘l tempo e l’uom non se n’avvede” dice Dante nel Purgatorio. E tutto diventa oblio, prima o poi, come evocano le immagini scelte dalla poetessa argentina Susana Cattaneo:  cose perdute, cose lontane, cose dimenticate, cose cancellate. Sembra un male l’oblio, ma non lo è, è solo una sospensione della memoria, come chiosa Milan Kundera: “L'oblio ci riconduce al presente, pur coniugandosi in tutti i tempi: al futuro, per vivere il cominciamento; al presente, per vivere l'istante; al passato, per vivere il ritorno; in ogni caso, per non ripetere. Occorre dimenticare per rimanere presenti, dimenticare per non morire, dimenticare per restare fedeli”.

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INSTALLAZIONE DI RASHAD ALAKBAROV

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LA FRASE DEL GIORNO
L’oblio è l’unica vendetta e l’unico perdono.
JORGE LUIS BORGES




Susana Cattaneo (Buenos Aires, 1945), poetessa e scrittrice argentina. Laureata in psicologia, ha pubblicato venticinque libri (prevalentemente poesie) e ha partecipato a diverse antologie nazionali e internazionali. Inoltre, ha fondato la rivista letteraria Extranjera a la intemperie e ha vinto numerosi premi per le sue poesie e in riconoscimento del suo lavoro.


giovedì 5 settembre 2013

Quello che i poeti non dicono


BILLY COLLINS

LO SFORZO


C’è nessuno che voglia unirsi a me
nel lanciare alcuni sassi verso
quegli insegnanti che amano porre la domanda:
“Che cosa sta cercando di dire il poeta?”
come se Thomas Hardy e Emily Dickinson
si fossero sforzati ma alla fine avessero fallito:
disgraziati incapaci di parlare, che altro non erano,
con la penna in bocca a guardare fuori dalla finestra in attesa d’un idea.
Sì, sembra che Whitman, Amy Lowell
e tutti gli altri potessero solo tentare e fallire,
ma noi nella classe di Inglese della terza ora della prof Parker
qui al Liceo di Springfield ce la faremo
con l’aiuto di questi questionari di comprensione
a dire quel che il povero poeta non riusciva a dire,
e faremo tutto questo prima
dell’orgia dell’insalata di uova e tonno nota come pranzo.
Stasera, tuttavia, io sono quello che cerca
di dire che cosa significa questa assenza,
noi due che dormiamo e ci svegliamo sotto due diversi tetti.
L’immagine di questo vaso di fiori recisi,
non del nostro giardino, non aiuta.
E lo stesso vale per quel piatto singolo,
la lampada solitaria, e il tempo là fuori che preme il volto
contro queste finestre nuove, la pioggia leggera e il gelo del mattino.
E allora lascerò che sia la prof Parker,
che sta picchiettando con un gesso la lavagna,
e i suoi studenti – alcuni con la mano alzata,
altri trasandati con i loro cappellini portati a rovescio –
a capire quel che sto cercando di dire
su questo posto in cui mi trovo
e di farlo prima che suoni la campanella di mezzogiorno
e sia sguinzagliato il tornado di polpette di carne.


(da Balistica, Fazi, 2011 – Traduzione di Franco Nasi)

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La scorsa settimana, presentando una poesia di Billy Collins che attaccava il modo dei critici di intendere le opere poetiche, ho promesso di parlare di un’altra sua poesia riservata agli insegnanti: eccola… Sottoscrivo ampiamente il punto di vista di Collins: infatti in questo blog le righe di presentazione che accompagnano le poesie vogliono essere soltanto uno spunto da cui partire, lasciando a chi legge la facoltà di “entrare” nella poesia, perché questo è leggere dei versi: infilarsi in essi e farli propri. È l’unico modo: “Il testo poetico è inspiegabile, non inintelligibile” scrisse Octavio Paz, Nobel messicano. Non si spiega una poesia, la si capisce.


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NORMAN ROCKWELL, “TEACHER’S BIRTHDAY”
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LA FRASE DEL GIORNO
Le parole entrano dall’orecchio, appaiono davanti agli occhi, spariscono nella contemplazione. Ogni lettura di una poesia tende a provocare il silenzio
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OCTAVIO PAZ, Corrente alterna




William Collins, detto Billy (New York, 22 marzo 1941), è un poeta statunitense. Dopo aver insegnato letteratura inglese al Lehman College nel Bronx per oltre 50 anni, ora è in pensione. Le sue poesie raccontano con ironia la vita dell’America borghese e suburbana.


mercoledì 4 settembre 2013

Urgenza di stella cieca

 

SARA DE IBÁÑEZ

LA PAGINA VUOTA

A Stéphane Mallarmé

Come osare questa impura
ostinazione di sangue e fuoco,
questa urgenza di stella cieca
contro la tua crudele bianchezza.
Assenza della creatura
che attende la sua nascita,
dalla tua neve prigioniera
e dalle mie vene debitrici,
al rovescio dell’aurora
e nella negazione della primavera.

(da Las estaciones y otros poemas, 1957)

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È la dedica a spiegare questi versi di Sara de Ibáñez, poetessa uruguaiana dall’ermetismo un po’ barocco che spesso diventa ancora più oscuro: a Stéphane Malllarmé, ovvero al poeta francese che con l’ossessione della pagina bianca teorizzò l’elevazione verso l’alto della poesia. Una sensazione che tutti provano o hanno provato quando si trovano davanti al foglio immacolato, alla videata intonsa di una pagina di Word, di un post da scrivere, da riempire di parole, e che diventa per il poeta la negazione del suo dire, l’impossibilità di riversare quel fiume di “sangue e di fuoco” che gli urge dentro.

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ETIENNE-ADOLPHE PIOT, “LA LETTERA”

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LA FRASE DEL GIORNO
Per scrivere bene, in versi come in prosa, niente eguaglia l'avere davvero qualcosa da dire.

PAUL BRULAT, Pensieri




Sara Iglesias Casadei, conosciuta come Sara de Ibáñez (Chamberlain, 10 gennaio 1909 – Montevideo, 3 aprile 1971), poetessa uruguaiana. La sua poesia è misteriosa ed ermetica, con una certa tradizione barocca e idee chiare e crude. Tra i suoi temi l'angoscia dell'esistenza, l'amore e la morte, l'autoannientamento dell'umanità e il rapporto tra l'uomo e Dio.


martedì 3 settembre 2013

In direzione del sole

 

GHIANNIS RITSOS

DEBITO AUTUNNALE

La casa profuma già di autunno. E una volta ancora siamo impreparati,
senza pullover né sciarpe. Nuvole inattese
dal mattino oscurano le colline. Dobbiamo sbrigarci
a fare un po' di provviste, perché tra poco arrivano
i venti sbraitanti. I vapori della cucina
occupano il primo posto nel silenzio del corridoio. A uno a uno
chiudono i locali sul mare. Sul molo bagnato
pacchetti di sigarette vuoti, recipienti di plastica, giornali
e i gatti randagi affamati che guardano
l'orologio della dogana privo di lancette. Domande dimenticate
cigolano di nuovo come banderuole arrugginite
sui tetti di case abbandonate, i cui proprietari
sono morti di tisi anni fa senza lasciare eredi.
Ma tu, a dispetto della pioggia e dei venti, insisti
sotto la tua lampada, su questa sedia dura,
per lasciare qualcosa a chi verrà dopo – almeno due versi,
scritti con la mano della pioggia, che indichino tremanti
sempre, sempre, in direzione del sole.

Karlòvasi, 14.VIII.87

(da Molto tardi nella notte, 1991 – Traduzione di Nicola Crocetti)

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Una stagione che finisce. Un’estate che svanisce tra piogge e serate più buie. I villeggianti rientrano in città, chiudono le seconde case. Chiudono gli stabilimenti balneari, chiuderanno gli alberghi. Il poeta greco Ghiannis Ritsos sente che sta chiudendosi anche la stagione della sua vita e continua a scrivere, per lasciare una traccia di sé: la poesia sarà la sua eredità.

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FOTOGRAFIA © HD WALLPAPERS

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LA FRASE DEL GIORNO
Come fanno gli uomini a vivere senza la poesia?
GHIANNIS RITSOS, Il funambolo e la luna




Ghiannis Ritsos (Monemvasia, 1º maggio 1909 – Atene, 11 novembre 1990), poeta greco tra i maggiori del XX secolo. Fu candidato nove volte al Premio Nobel. La sua vita fu animata da un'incrollabile fede negli ideali marxisti e nelle virtù catartiche della poesia.


lunedì 2 settembre 2013

Settembre: due poesie

 

Ecco settembre: il momento “in cui tutto matura” come rileva Cesare Pavese, al sole tiepido e dolce dell’estate che svanisce lentamente. La stessa dolcezza che registra Luciano Erba nella frutta del giardino, nelle susine, nell’uva fragola, nell’atmosfera.

 

CESARE PAVESE

GRAPPA A SETTEMBRE

I mattini trascorrono chiari e deserti
sulle rive del fiume, che all'alba s'annebbia
e incupisce il suo verde, in attesa del sole.
Il tabacco, che vendono nell'ultima casa
ancor umida, all'orlo dei prati, ha un colore
quasi nero e un sapore sugoso: vapora azzurrino.
Tengon anche la grappa, colore dell'acqua.
È venuto un momento che tutto si ferma
e matura. Le piante lontano stan chete:
sono fatte più scure. Nascondono frutti
che a una scossa cadrebbero. Le nuvole sparse
hanno polpe mature. Lontano, sui corsi,
ogni casa matura al tepore del cielo.
Non si vede a quest'ora che donne. Le donne non fumano
e non bevono, sanno soltanto fermarsi nel sole
e riceverlo tiepido addosso, come fossero frutta.
L'aria, cruda di nebbia, si beve a sorsate
come grappa, ogni cosa vi esala un sapore.
Anche l'acqua del fiume ha bevuto le rive
e le macera al fondo, nel cielo. Le strade
sono come le donne, maturano ferme.
A quest'ora ciascuno dovrebbe fermarsi
per la strada e guardare come tutto maturi.
C'è persino una brezza, che non smuove le nubi,
ma che basta a dirigere il fumo azzurrino
senza romperlo: è un nuovo sapore che passa.
E il tabacco va intinto di grappa. È così che le donne
non saranno le sole a godere il mattino.

(da Lavorare stanca, Einaudi, 1943)

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LUCIANO ERBA

GARCHES

a S.F.
 
Quando si parla di case di settembre
dolce è dir poco di un ritorno a Garches.
Sei stato su e giù nei sette mari
magari a Machu Picchu e chissà dove
intanto il fogliame del giardino
cresceva tra le piccole prugne
si arrampicava l'uva americana
sulla facciata con le imposte verdi
 
l'autunno ti aspettava
senza chiedere niente.


(da L’ipotesi circense, Garzanti, 1995)

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PAULETTE TAVORMINA, “FIGS”

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LA FRASE DEL GIORNO
Guarda settembre come ti apre il bosco / e sovrasta il tuo desiderio. / Apri le mani, riempile con queste foglie lente / non lasciar che una sola vada perduta.
EUGENIO MONTEJO




Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo, 9 settembre 1908 – Torino, 27 agosto 1950), scrittore, poeta, traduttore, saggista e critico letterario italiano. Nato poeta con Lavorare stanca, si è poi dedicato alla narrativa scrivendo romanzi famosissimi: Paesi tuoiLa luna e i falòLa casa in collina. I suoi temi principali sono il mito e la terra.

Luciano Erba (Milano, 18 settembre 1922 – 3 agosto 2010), poeta, critico letterario, traduttore del secondo Novecento, appartenente alla Quarta generazione della Linea Lombarda. Insegnò Letteratura Francese e Letterature Comparate  all’Università Cattolica di Milano.