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giovedì 15 maggio 2008

La meraviglia

La viva sorpresa che si prova davanti a qualcosa di non comune o di non atteso ha un nome: meraviglia. Benché derivi dalla stessa radice latina "mirare", è un sentimento che non si identifica con l'ammirazione, perché questa presuppone un porsi meno fugace e più meditato: la meraviglia invece appare quasi meccanicamente. Sconfina quindi con l'estasi, con la contemplazione della cosa o della persona che colpisce piacevolmente i sensi e lo spirito, traduce in campo estetico lo stupore, aggiungendo quella sfumatura artistica che allo stupore manca. Cesare Pavese, nel "Mestiere di vivere", alla data 11 maggio 1938, ci spiega lo scopo più intimo dell'arte:

"Tutta l'arte mira alla «meraviglia»: meglio, a «insegnare la meraviglia». Stupendosi del «come» e non del «che» ci si potrà stupire poi, sempre che si voglia."

Traduce insomma, con parole moderne un verso della "Murtoleide" del secentista Giambattista Marino:

"È del poeta il fin la meraviglia".

Un altro poeta, Vincenzo Monti, due secoli dopo il Marino, nel "Sermone sulla mitologia" scriverà:

"Senza portento, senza meraviglia

nulla è l'arte de' carmi, e mal s'accorda la meraviglia ed il portento al nudo arido vero che de' vati è la tomba". E Giuseppe Ungaretti, attraverso la meraviglia, in "Commiato" ci dà una precisa definizione di poesia:

"Poesia

è il mondo l'umanità la propria vita fioriti dalla parola la limpida meraviglia di un delirante fermento". Ma meraviglia è anche, e maggiormente, quella che si prova davanti alla natura: un tramonto inaspettatamente sanguigno, una veduta spalancatasi all'improvviso, un minuscolo filo di ragnatela teso in un bosco. Joseph Conrad, in "Lord Jim" la descrive così:

"Guardi! La bellezza - ma quella è niente - guardi la precisione, l'armonia. È così fragile! È così forte! È così esatta! È questa la Natura - l'equilibrio di forze colossali. È così ogni stella - è così che si regge ogni filo d'erba - e il Cosmo possente in equilibrio perfetto produce questo! Questa meraviglia, questo capolavoro della Natura - la grande artista".


FOTOGRAFIA  © MONSTERA/PEXELS


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LA FRASE DEL GIORNO
Ogniqualvolta ripercorro col pensiero il sentiero della mia vita, mi assale una mite tristezza per i mille giorni dimenticati.
HERMANN HESSE, Hermann Lauscher

mercoledì 14 maggio 2008

Sera di maggio a Livorno


GIORGIO CAPRONI

MAGGIO


Al bel tempo di maggio le serate
si fanno lunghe; e all'odor del fieno
che la strada, dal fondo, scalda in pieno
lume di luna, le allegre cantate
dell'osteria lontane, e le risate
dei giovani in amore, ad un sereno
spazio aprono porte e petto. Ameno
mese di maggio! e come alle folate
calde dell'erba risollevi i prati
ilari di chiarore, alle briose
tue arie, sopra i volti illuminati
a nuovo, una speranza di grandiose
notti più umane scalda i delicati
occhi, ed il sangue, alle giovani spose.


(da Finzioni, 1939)
.

È giovane Giorgio Caproni quando scrive questo sonetto: ha ventisei anni e la sua poesia si sta elevando verso un ermetismo che coniuga melodia e prosaicità. Non ha ancora praticato il dubbio, la ricerca della propria identità che caratterizzerà gran parte della sua opera successiva. non si è ancora dedicato a esplorare il mistero.
È un ragazzo che si lascia intenerire dalle sere di maggio, così lunghe e dolci, dall'allegria degli amici all'osteria, degli innamorati sorridenti. In petto gli arde la gioventù, quell'immotivata gioia che lo pervade. Si lascia attrarre dall'esteriorità, ce la descrive. I sensi sono accesi, all'erta, eccitati dai colori, dai suoni, dagli odori: il cielo della sera, i canti, il fieno. E si riflettono sulle persone, sui visi raggianti, risvegliatisi alla vita dopo il lungo inverno, ma anche sui pensieri, ora orientati alla speranza. E sulle giovani donne, che sentono scorrere nelle vene l'amore.



Fotografia © Public Domain Net



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LA FRASE DEL GIORNO
Ricercare il senso del discorso poetico è come attraversare da una riva all'altra un fiume ingombro di instabili giunche cinesi variamente orientate: non si può ricostruire l'itinerario interrogando i battellieri, i quali non sapranno dirci come e perché siamo saltati da una giunca all'altra.
OSIP MANDEL'STAM, Discorso su Dante




Giorgio Caproni (Livorno, 7 gennaio 1912 – Roma, 22 gennaio 1990), poeta, critico letterario e traduttore italiano. Partito come preermetico attirato da uno scabro espressionismo, approdò a un ermetismo rivestito di un impressionismo idillico. Nella sua poesia canta soprattutto temi ricorrenti (Genova, la madre e Livorno, il viaggio, il linguaggio), unendo raffinata perizia metrico-stilistica a immediatezza e chiarezza di sentimento.


martedì 13 maggio 2008

Odi et amo


CATULLO
CARME LXXXV

Odi et amo. Quare id facias fortasse requiris,
nescio, sed fieri sentio et excrucior.

Odio e amo: se per caso chiedi come mi sia possibile,
non so dirlo, ma sento che è così e me ne tormento.



Il più famoso, il più abusato epigramma di Catullo è questo breve distico, il Carme 85.

Il paradosso di questo sentimento che racchiude in sé due emozioni opposte è molto probabilmente la ragione del successo di questi due versi, terribilmente moderni sebbene scritti nel 59 o nel 58 avanti Cristo.
Il dissidio interiore rende lucido Catullo, gli fa vedere chiari i punti estremi della sua relazione con Clodia, da lui chiamata Lesbia, la donna che gli ha giurato di amarlo con fedeltà e forse anche di sposarlo, ma che dopo la morte del marito Metello Celere si è abbandonata anche ad altre braccia. I giuramenti sono scritti "sul vento, sull'acqua che scorre" (Carme 70) e il disincanto si è ormai fatto strada nell'animo del poeta, l'ingenuità è svanita, infrantasi contro gli scogli della realtà.

Permane l'amore, ma è ridotto a pura fisicità. Il voler bene oramai è scomparso, si è mutato rapidamente in disprezzo e quindi addirittura in odio. Lo spiega lo stesso Catullo nella seconda parte del carme 72: "Ora ti ho conosciuta: perciò, anche se brucio più forte, / per me hai molto meno importanza e valore. / Mi chiedi come sia possibile? Una simile ingiuria costringe / un amante ad amare di più, ma a voler bene meno".Odia e ama, Catullo. E porta la croce di questo amore infelice. Per dimenticare Lesbia l'anno seguente affronterà un lungo viaggio verso la Bitinia - oggi regione della Turchia - al seguito del propretore Memmio: ritornerà ancora più afflitto e desolato. Due anni dopo morirà, a soli trent'anni, forse per una coltellata, forse per la tisi.



René Magritte, "Gli amanti"


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LA FRASE DEL GIORNO
Non si può dipingere la felicità, questo infondersi di una vita superiore nella vita, meglio di quanto si possa dipingere la circolazione del sangue nelle vene.
JULES BARBEY D'AUREVILLY, Le diaboliche




Gaio Valerio Catullo (Verona, 84 a.C. – Roma, 54 a.C.), poeta romano. È noto per l'intensità delle passioni amorose espresse, per la prima volta nella letteratura latina, nel suo Catulli Veronensis Liber, in cui l'amore ha una parte preponderante, sia nei componimenti più leggeri che negli epilli ispirati alla poesia di Callimaco e degli Alessandrini in generale.


lunedì 12 maggio 2008

Gli alpini oggi


"Alpini di pace”, perché in un tempo nel quale l’Italia non ha vissuto esperienze belliche “dirette”, ad opere di pace si sono dedicati; “alpini di pace”, perché nei loro cuori c’è sempre stato il desiderio di vivere in pace con tutti, e con se stessi naturalmente, per prima cosa.
Le loro opere, le loro operazioni, le loro imprese, dal 1945 ad oggi, parlano soltanto di pace e di solidarietà.

GIOVANNI LUGARESI, Alpini di pace. Mezzo secolo sul fronte della solidarietà



Oltre quattrocentomila alpini ieri hanno "invaso" Bassano del Grappa e sfilato per oltre dieci ore nelle strade della città in occasione della loro 81ª adunata nazionale. Una parata che non ha nulla di bellico, ma che è festosamente improntata sulla memoria e sulla solidarietà: infatti, ad aprire ogni raggruppamento regionale c'erano le divise fosforescenti della protezione civile, i cani da soccorso, i volontari che si prodigano non solo nelle zone colpite da calamità, ma anche sul territorio con interventi di tipo ambientale e di sicurezza. Dietro di loro le migliaia e migliaia di alpini in congedo, che marciavano al passo tipico cadenzato dalle bande e dalle fanfare, mentre un immenso coro intonava canti di montagna, ripresi dalla gente che dietro le transenne assisteva, anzi partecipava all'adunata con bandiere tricolori.

Questi sono gli alpini oggi: hanno riversato quel loro innato spirito di corpo che nelle guerre in cui furono comandati di combattere consentì di scrivere pagine di epico sacrificio in un altruismo che amano chiamare con un neologismo "alpinità". Così si spiegano i milioni di ore spesi per la solidarietà, i sei milioni di euro raccolti in un anno e destinati a infrastrutture in paesi poveri - l'ultimo beneficiario è stato il Mozambico.

"L'Italia semplice, che crede nell'uomo senza considerarlo per i soldi che ha in tasca, che sente l'amicizia nel modo autentico, che tiene conto della sacralità della patria, che ha passione per la montagna, si ritrova, la domenica mattina, a formare i blocchi di sfilamento. E per ore ed ore, col sole o con la pioggia, è felice di percorrere i viali imbandierati e respirare un'aria diversa dalla mortificante quotidianità cui sembriamo essere condannati" scrive il direttore Vittorio Brunello nell'editoriale di aprile del mensile "L'Alpino".

Perché non fanno politica gli alpini: è espressamente sancito dallo statuto dell'associazione: non chiedono al loro prossimo di che colore sia, lo aiutano e basta. E questo è un grande pregio: i fondi dell'amministrazione statunitense stanziati nel 1976 per le popolazioni terremotate del Friuli non furono consegnati nelle mani dello stato italiano, ma in quelle generose dei vertici dell'Associazione Nazionale Alpini.

Memoria si era detto: tramandare le tradizioni e non dimenticare chi ha dato la vita per l'Italia, anche vanamente, anche per fini sbagliati - le campagne in Grecia e Albania nel 1941 e quella tragica di Russia nel 1942-43, per esempio - è uno dei doveri impostisi dall'associazione. "«Ricordate!» ci comandano questi ventenni fermati in quel tempo, che oggi ai giovani sembra remotissimo e a noi vecchi dell'altroieri" scrisse Mario Rigoni Stern sulla "Stampa" del 23 maggio 2005. Ecco perché è stata scelta Bassano del Grappa, ecco perché furono scelte Asiago nel 2006 e Cuneo nel 2007.

L'appuntamento per il prossimo anno è a Latina, il 9 e 10 maggio. Con lo stesso spirito che nel marzo 1918 faceva scrivere al poeta Piero Jahier, tenente degli alpini, questi versi:

Uno per uno
bastone alla mano
e alla salita cantiamo

Se chiedi le reni rotte alla mina
se chiedi il polso della gravina
se chiedi il ginocchio piegato a salire
se chiedi l'amore pronto a patire:
son io, l'alpino, rispondiamo
e all'adunata corriamo
.

da "Prima marcia alpina", in "Con me e con gli alpini", 1919




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LA FRASE DEL GIORNO
Non bisogna dire, gli altri ce la facciano, bisogna aiutarli.
CESARE PAVESE, La luna e i falò

domenica 11 maggio 2008

Auguri, mamma


EDMONDO DE AMICIS 

A MIA MADRE


Non sempre il tempo la beltà cancella
o la sfioran le lacrime e gli affanni
mia madre ha sessant'anni
e più la guardo e più mi sembra bella.

Non ha un accento, un guardo, un riso
che non mi tocchi dolcemente il cuore.
Ah se fossi pittore,
farei tutta la vita il suo ritratto.

Vorrei ritrarla quando inchina il viso
perch'io le baci la sua treccia bianca
e quando inferma e stanca,
nasconde il suo dolor sotto un sorriso.

Ah se fosse un mio prego in cielo accolto
non chiederei al gran pittore d'Urbino
il pennello divino
per coronar di gloria il suo bel volto.

Vorrei poter cangiar vita con vita,
darle tutto il vigor degli anni miei.
Vorrei veder me vecchio e lei...
dal sacrificio mio ringiovanita!

La Festa della mamma è, come quasi tutte le tradizioni di questo tipo, un’invenzione americana. Proposta da Anna Jarvis nel 1907, venne celebrata per la prima volta a Grafton, nel West Virginia, esattamente cento anni fa. La sua celebrazione fu resa ufficiale dal presidente Wilson nel 1914.

Già gli antichi Greci però festeggiavano le mamme, omaggiando Cibele, la dea-madre. I Romani avevano i Matronalia, festività in omaggio di Giunone.

Rose e cioccolatini, e poesie. Io ho scelto un poeta inusuale, Edmondo De Amicis, autore di “Cuore”.

Auguri, mamma!


Pablo Picasso, "Maternità", 1921



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LA FRASE DEL GIORNO
Pensando a mia madre e anche per un mio sentimento indistinto, veneravo tutte le donne come schiatta estranea, bella ed enigmatica, superiore a noi per innata bellezza e unità di natura, e che dobbiamo aver sacra perché ci è lontana come le stelle e le montagne azzurra e sembra più vicina a Dio.
HERMANN HESSE, Peter Camenzind




sabato 10 maggio 2008

Carlo Michelstaedter

Tra le figure disperate della poesia, accanto ad Antonia Pozzi, a Cesare Pavese e a Sylvia Plath, c'è il goriziano Carlo Michelstaedter. Nato nel 1887, si uccise a soli ventitrè anni.
La sua opera principale è la tesi di laurea in lettere e filosofia, "La persuasione e la rettorica". Il giorno dopo averla finita, Michelstaedter disegna una lampada a olio sulla copertina e scrive la parola greca απεσβησθεν, "io mi spensi".
Nella prefazione aveva scritto: “Io lo so che parlo, perché io parlo, ma so che non persuaderò nessuno”. L’incipit era ancora più esplicito: “So che cosa voglio e non ho cosa io voglia”. Partendo dalla definizione della persuasione e della retorica in Platone e Aristotele, suggerisce una visione del mondo in cui la verità pesa intollerabilmente ed è resa dipendente da questo peso. La retorica, attraverso parole, gesti e istituzioni, cerca di nascondere questa impossibilità di raggiungere la persuasione. L’unica alternativa, a Michelstaedter, è sembrata un colpo di rivoltella.

Dai suoi versi deborda il senso disperato del vivere, la negazione del sogno, dell'illusione, della speranza, di ogni gioia terrena. L'esistenza non è un mestiere, come per Pavese, ma una dolorosa lacerazione: “Non ha sole la mia giovinezza, non conta gli anni il mio core / l'anima mia dolorosa non sa le primavere”. La poesia non è che un vano orpello, una finzione che non è in grado di rivelare quello che non si può manifestare: “Voglio e non posso e spero senza fede” conclude in “Aprile”, corollario di quel “Vuoto il presente, vuoto nel futuro” che vede in “Nostalgia” dove il suo destino gli sembra “attender senza speme”. Le influenze del Leopardi di “amore e morte” e marcatamente di Ibsen cominciano a farsi sentire, così come echi di letture di Nietzsche: “È più forte, più forte / questa torbida fiamma di desio / e mentre tutto intorno a me precipita / mente crolla nel vortice funesto / ogni affetto, ogni fede, ogni speranza / sbatte le rosse lingue e s'attorciglia / inestinguibile”.

A un certo punto il mare gli appare come un destino, una metafora di quella vita “che mi dia pace sicura / nella pienezza dell’essere”, un richiamo ancestrale che diventa però subito un regno rimpianto da cui si è esiliati, forse il continente perduto di Platone. “Ma ora qui che aspetto, e la mia vita / perché non vive, perché non avviene?” si chiede in “Risveglio”.

Di lui Emilio Cecchi tracciò un profilo puntuale: "Nel suo frenetico orgoglio intellettuale, nella sua fame di assoluto, nella appassionata violenza dei suoi ventitrè anni, il Michelstaedter aveva finito col comporre di se stesso un audace modello di stoicismo filosofico; aveva creato se stesso una sorta di mito eroico, e lo vagheggiava e lo perfezionava; finché non poté più sopportare che il suo carnale io vivente non si identificasse con l'altro, con l'io del mito; e inseguendo questo si trovò alla morte".


A SENIA

VI
Ti son vicino e tu mi sei lontana,
mi guardi e non mi vedi, o s'io ti parlo,
per quanto ascolti, non però m'intendi;
ti sono questo corpo e questi suoni,
ti sono un nome, ti son un dei tanti,
come un altro sarebbe
che per nome e per vista conoscessi.
Io non son per te «io», la mia vita,
io, questa mia volontà più forte,
il mio sogno, il mio mondo, il mio destino.
Io non sono per te: questo mio amore
disperato e lontano e doloroso,
gli passi accanto e non lo senti amare.


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RISVEGLIO

Giaccio fra l'erbe
sulla schiena del monte, e beve il sole
il mio corpo che il vento m'accarezza
e sfiorano il mio capo i fiori e l'erbe
ch'agita il vento
e lo sciame ronzante degli insetti. -
Delle rondini il volo affaccendato
segna di curve rotte il cielo azzurro
e trae nell'alto vasti cerchi il largo
volo dei falchi…
Vita?! Vita?! qui l'erbe, qui la terra,
qui il vento, qui gl'insetti, qui gli uccelli,
e pur fra questi sente vede gode
sta sotto il vento a farsi vellicare
sta sotto il sole a suggere il calore
sta sotto il cielo sulla buona terra
questo ch'io chiamo "io", ma ch'io non sono.
No, non son questo corpo, queste membra
prostrate qui fra l'erbe sulla terra,
più ch'io non sia gli insetti o l'erbe o i fiori
o i falchi su nell'aria o il vento o il sole.
Io son solo, lontano, io son diverso -
altro sole, altro vento e più superbo
volo per altri cieli è la mia vita…
Ma ora qui che aspetto, e la mia vita
perché non vive, perché non avviene?
Che è questa luce, che è questo calore,
questo ronzar confuso, questa terra,
questo cielo che incombe? M'è straniero
l'aspetto d'ogni cosa, m'è nemica
questa natura! basta! voglio uscire
da questa trama d'incubi! la vita!
la mia vita! il mio sole!
Ma pel cielo
montan le nubi su dall'orizzonte,
già lambiscono il sole, già alla terra
invidiano la luce ed il calore.
Un brivido percorre la natura
e rigido mi corre per le membra
al soffiare del vento. Ma che faccio
schiacciato sulla terra qui fra l'erbe?
Ora mi levo, ché ora ho un fine certo,
ora ho freddo, ora ho fame, ora m'affretto,
ora so la mia vita,
ché la stessa ignoranza m'è sapere -
la natura inimica ora m'è cara
che mi darà riparo e nutrimento,
ora vado a ronzar come gl'insetti. -

Sul S. Valentin, giugno 1910



Ritratto di Carlo Michelstaedter
Copertina dell'edizione Sansoni delle "Opere"



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LA FRASE DEL GIORNO
Chi vuol avere un attimo solo sua la vita, esser un attimo solo persuaso di ciò che fa – deve impossessarsi del presente.
CARLO MICHELSTAEDTER, La persuasione e la rettorica




Carlo Raimondo Michelstaedter (Gorizia, 3 giugno 1887 – 17 ottobre 1910), scrittore, poeta filosofo e letterato italiano. Sul versante lirico, ha lasciato poesie di varia ispirazione e di diverso spessore con suggestioni petrarchesche, carducciane, dannunziane e leopardiane che ricalcano la sua riflessione teorica. Si uccise a 23 anni dopo un litigio con la madre.



venerdì 9 maggio 2008

Luigi Malerba

Lo scrittore Luigi Malerba è morto ieri notte a Roma. Era nato a Berceto, nel Parmense, nel 1927, ed aveva raggiunto la capitale, attratto dalle opportunità offerte dal cinema e dalla radio. Era una figura atipica nella letteratura italiana del Novecento: i suoi romanzi, a partire da "Il serpente", uscito nel 1963, prima opera di grande respiro dopo i racconti di "La scoperta dell'alfabeto", rivelano uno spiazzamento sia nei contenuti sia nella struttura. Del resto Malerba partecipò alla neoavanguardia del Gruppo '63.


Il suo romanzo più famoso è certo “Il serpente”: racconta la storia di un mitomane, un uomo che per riempire la propria vita si inventa il "canto mentale", un passatempo elucubratorio che fa passare per amici i clienti e i fornitori del suo negozio, che lo spinge a sottoporre la donna amata a un esame radiologico per ricercare tracce di tradimento dentro di lei, salvo lasciar scoprire ai lettori - qui sta la grandezza di Malerba - che anche la donna è inventata.
L'assurdo e il grottesco caratterizzano per larghi tratti la bibliografia di Malerba: basti citare "Protagonista", il cui personaggio principale è un membro virile animato da un furore di violenza e di inseminazione: vorrebbe nella sua smania possedere tutta Roma, espandersi fino a diventare un serpente che le si attorciglia intorno.


Piuttosto copiosa è la produzione degli ultimi anni, caratterizzata però dall'approccio ad un ordine stilistico, sempre presentando personaggi lunatici e stravaganti con ironico acume ed eleganza, come si può apprezzare da questo brano, tratto da "La superficie di Eliane", del 1999:


Ci sono nella vita delle sicurezze improvvise e definitive, incontri di sensi e sentimenti che immediatamente si proiettano nei gironi profondi dell'anima. L'illuminazione che si raggiunge con lo Zen deve essere qualcosa di simile a ciò che ho provato io nei pochi istanti della sua apparizione, con la differenza che nel mio caso non si trattava di un vuoto simulacro mentale perché avevo davanti agli occhi il soggetto vivente che mi aveva illuminato. Sapevo che da qualche parte esisteva questa donna, l'avevo già vista con gli occhi del desiderio, e adesso eccola qui sotto le mie diottrie emotive al caffè dell'aeroporto di Zurigo. Una folgore cremisi e nera come i fiori del suo vestito e la luce del suo sguardo. Ecco, mi sono detto, la sua immagine resterà stampata per sempre nella mia memoria, questo incontro è un miracolo della natura quando la natura allunga su di te la sua mano amica. Del cuore io non parlo per pudore, anche perché non mi pare che i grandi sentimenti stiano da quelle parti.


Una summa ideologica delle sue tematiche si può desumere invece da "La composizione del sogno", edita nel 2002:

C’è un luogo dove accadono le cose più strane, dove il tempo e lo spazio sono oggetto di una beffa continua, dove convivono il tragico, il grottesco, l’assurdo. Questo luogo è il sogno. A metà strada tra preistoria e fantascienza, il sogno è anche il luogo di tutte le ambiguità, l’anagrafe di tutti i fantasmi che popolano la nostra mente, lo spazio dove si incontrano persone e cose della vita ma che più spesso esistono solo lì e non hanno alcun riscontro nella realtà. Come le figure di un film sullo schermo, le immagini del sogno si dissolvono con l’arrivo della luce. Talora non lasciano tracce sensibili e svaniscono nel nulla, in altri casi si imprimono profondamente nella memoria e ci perseguitano per giorni o per anni. Quali sono i rapporti dell’uomo con i propri sogni? E di quali messaggi i sogni sono messaggeri? Fino dai tempi più remoti l’uomo ha tentato di attribuire un significato alle immagini che gli apparivano durante il sonno. Ne è nata una lunga avventura interpretativa che attraversa i secoli alla ricerca dei segni e degli indizi capaci di dare, per mezzo dei sogni, un significato nuovo o diverso alle vicende della realtà quotidiana. Questa ricerca di un significato viene dunque esercitata proprio nel luogo dell’insensato e dell’arbitrario, una “zona d’ombra” dove agiscono gli stimoli provenienti dai sottolivelli della coscienza. Ma bisogna mettere in conto la facilità con cui si presta a una interpretazione simbolica tutto ciò che appare avvolto in un alone fantastico e privo di coerenza logica.


Luigi Malerba a Piazza del Popolo - Fotografia: Elisabetta Catalano



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LA FRASE DEL GIORNO
L'uomo è un'enorme palude. Quando lo prende l'entusiasmo è come se in un punto di quella palude vedessimo tuffarsi nell'acqua verde una piccola rana.
FRANZ KAFKA, Frammenti del Diario




Luigi Malerba, pseudonimo di Luigi Bonardi (Pietramogolana, 11 novembre 1927 – Roma, 8 maggio 2008), scrittore e sceneggiatore italiano. Ha fatto parte della neoavanguardia sperimentalista del Gruppo 63. Tra i suoi romanzi più noti si ricordano: La scoperta dell'alfabeto, Il serpente, Salto mortale, Dopo il pescecane, Testa d'argento, Il fuoco greco, Le pietre volanti e Itaca per sempre. Ha inoltre scritto con Tonino Guerra storie per ragazzi e bambini.