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sabato 7 novembre 2015

Sopra di me le stelle

 

CHARLES WRIGHT

ORSA NORDAMERICANA


Inizio di novembre nell’anima,
                    pioggia forte e oro scuro
dagli alberi, luce obliqua
del pomeriggio inoltrato e greve peso sul cuore.
Come sempre svigorito e spento.
Sessantaduenne, voce incolta,
incline alla notte,
sono in piedi e tranquillo sul vialetto vuoto.
Sblocca il mio habitat, luce stellare, fammi insolubile
negativo nel mio fuggire
                    furtiva ombra attraverso la mia bocca.

The alone umbrella man Painting by Collection 1; The alone umbrella man Art Print for sale

LEONID AFREMOV, “THE ALONE UMBRELLA MAN”


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Casuale geometria delle stelle,
casuali stringhe di parole
belle come l’alfabeto.
O così le ricordo,
Orsa nordamericana,
Orione, Cassiopea e le Pleiadi,
che cuciono la loro sintassi sul cielo profondo del North Carolina
mezzo secolo fa,
la lingua perduta di notti estive, la pergamena muta
del tempo,
                     trafitta sul suo scuro cilindro celestiale.

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Cosa c’è per noi d’imperturbabile nelle stelle?
                       Quale impulso, quale bassa marea
ci attrae lassù come vertigine, quale
inversione di quota ci spinge verso i loro abissi chiari?
Stanotte, per esempio, qualcosa
ruota dietro i miei occhi,
                       qualcosa d’illacrimato, qualcosa d’innominabile,
filando veloce la tela.
Chi dirà che il cuore dirottato non è tornato alla sua gabbia?
Chi dirà che il respiro d’un angelo non m’ha
                       sfiorato l’orecchio?

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Cammino nel freddo della notte d’autunno pieno
                                                  come Orfeo,
pensando il mio canto, ansioso di voltarmi,
la mia vita svanita un ornamento, una nuvola alla deriva,
dietro di me,
leggera trascendenza di cenere
sepolta e risorta una volta, e poi ancora e ancora.
Il marciapiede si srotola come sonno profondo.
Sopra di me le stelle, stelle austere,
scoprono il volto.
                       Nessun cuore batte alla mie spalle, nessun passo.

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Alcuni di questi fuochi di stelle sono di certo cenere ormai.
Mi gingillo nel cortile,
canticchiando vecchie canzoni che non dicono più niente a nessuno.
Il cappello dell’oscurità fa pendere il cielo notturno
pollice dopo pollice, piede nero dopo piede nero,
                         sopra Blue Ridge.
Com’era luminoso il fuoco del mondo, penso fra me e me,
prima dei capelli bianchi e la cenere dei giorni.
Scruto le costellazioni,
                         dimenticando qualsiasi cosa volevo dire.

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Il marciapiede ancora, si srotola grigio, le nove di sera.
Un vento freddo dal cielo lontano.
C’è un’ultima solitudine dove non sono ancora giunto,
la stanchezza come polvere in gola.
                        Ma fremo dentro il suo contorno,
e mi sento al sicuro, mentre le stelle traboccano, per una notte ancora
come un viandante medievale affrescato con in mano il suo poema,
intorno sempre i cieli.
E come lui, qualcosa di rosso e inviolato
                        sotto i miei piedi.
 

(North American Bear, da Orsa nordamericana, 1999 - Traduzione di Antonella Francini)

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Una sera dei primi giorni di novembre, la pioggia ha incollato le foglie sull’asfalto e ha lucidato l’oro brunito degli alberi. Il poeta statunitense Charles Wright cammina per la strada con la sua ombra e i suoi pensieri: guarda le stelle – l’Orsa, Orione, Cassiopea, le Pleiadi – e riflette sullo scorrere del tempo, sul vivere, sulla presenza del divino, sulla poesia, con l’ansia artistica di un solitario Orfeo di città (il riferimento è alla discesa nell’Ade per riprendersi Euridice, con la condizione di non voltarsi mai e di credere quindi nella salvezza di lei, che il cantore però non rispetterà vedendo svanire l’amata).

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LA FRASE DEL GIORNO
Qualcosa d’infinito appare oltre ogni cosa, / e poi scompare. / È solo questione di come / si restringono le superfici.
CHARLES WRIGHT, Orsa nordamericana




Charles Wright (Pickwick Dam, Tennessee, 25 agosto 1935), poeta, accademico e traduttore statunitense, vincitore del Premio Pulitzer per la poesia nel 1998. Professore presso l'Università della Virginia, ha creato uno stile poetico che genera una sensazione di immediatezza e concretezza enfatizzando gli oggetti e la prospettiva personale.


venerdì 6 novembre 2015

Solo sussurri

 

ZBIGNIEW HERBERT

LA VOCE

Vado al mare
per udire quella voce
fra un colpo e l'altro dell'onda

ma la voce non c'è
c'è solo la senile garrulità dell'acqua
il nulla salato
l'ala d'un bianco uccello
rinsecchita sulla pietra

vado nel bosco
dove dura ininterrotto
il fruscio d'una enorme clessidra
che trasmuta foglie in terra nera
terra nera in foglie
potenti mandibole d'insetti
divorano il silenzio della terra

vado nei campi
lastre verdi e gialle
fissate con spilli d'esistenze d'insetti
risuonano a ogni tocco di vento

dov'è quella voce
dovrebbe farsi udire
quando per un attimo tacerà
l'instancabile monologo della terra

niente solo sussurri
schiocchi scoppi

torno a casa
e l'esperienza assume
forma di alternativa
o il mondo è muto
o io sono sordo

forse però
siamo entrambi
segnati da una infermità

dobbiamo perciò
prenderci sottobraccio
andare avanti
verso nuovi orizzonti
verso gole contratte
da cui fuoriesce
un incomprensibile borbottio.

(Da Rapporto dalla città assediata, 1983- Traduzione di Pietro Marchesani)

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Il poeta polacco Zbigniew Herbert cerca di udire una voce – la voce di Dio? La voce dell’anima? La voce di qualche cosa sotteso al continuo mormorio del mare e della terra? Ma i sensi umani sembrano non essere in grado di percepire questa voce: odono soltanto lo sciabordio delle onde, il frinire degli insetti, lo stormire del vento. Siamo immersi nel caos e il messaggio è indecifrabile, d’altro canto i nostri strumenti di lettura sono menomati. Non resta altro da fare che avanzare comunque: “Bisogna accettare / chinare mitemente il capo / non torcersi le mani / ricorrere alla sofferenza con misura e dolcezza / come a una protesi / senza falso pudore / ma anche senza inutile orgoglio”.

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Self Portrait at Dawn

FOTOGRAFIA © JORG REUTER

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LA FRASE DEL GIORNO
Abbi coraggio quando il senno delude abbi coraggio / in fin dei conti questo solo è importante.
ZBIGNIEW HERBERT, Signor Cogito




Zbigniew Herbert (Leopoli, Ucraina, 29 ottobre 1924 – Varsavia, 28 giugno 1998), poeta, saggista e drammaturgo polacco. Discendente del poeta inglese George Herbert, durante la Seconda guerra mondiale prese parte alla Resistenza contro i nazisti. Esordì nel 1950 e la sua opera più nota è Il signor Cogito. Esule a Parigi dal 1986 al 1992 , tornò in Polonia dopo il trionfo di Solidarność.


giovedì 5 novembre 2015

Le notti chiare

 

EUGENIO MONTALE

VALMORBIA, DISCORREVANO IL TUO FONDO

Valmorbia, discorrevano il tuo fondo
fioriti nuvoli di piante agli àsoli.
Nasceva in noi, volti dal cieco caso,
oblio del mondo.

Tacevano gli spari, nel grembo solitario
non dava suono che il Leno roco.
Sbocciava un razzo su lo stelo, fioco
lacrimava nell'aria.

Le notti chiare erano tutte un'alba
e portavano volpi alla mia grotta.
Valmorbia, un nome e ora nella scialba
memoria, terra dove non annotta.

(da Ossi di seppia, 1925)

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Eugenio Montale (1896-1981) fu riformato quattro volte prima di essere arruolato – quando la disperazione e i troppi morti pesavano sugli alti comandi – nel settembre del 1917. Terminato il corso e nominato sottotenente di fanteria, nel gennaio 1918 chiede di essere inviato al fronte in Vallarsa ed è ufficiale di comando in un posto avanzato presso il forte di Valmorbia, in un’aspra valle tra il Carega e il Pasubio in cui scorre il torrente Leno. Questa, tra l’altro rimasticata dal passare di qualche anno, è una delle pochissime testimonianze di guerra lasciate dal Premio Nobel. Un’atmosfera quasi sospesa, fuori dal mondo, dove la guerra è solo il vago accenno a quel razzo fiorito nel buio: “Per me i ricordi più indimenticabili sono quelli di certe notti, nella buona stagione, che passavo sdraiato sull’ingresso della mia grotta. Con la luna sembrava che la valle salpasse” disse il poeta in un’intervista del 1968. Del resto, “era come un sogno, un grande sogno in cui tutto poteva accadere. Io avanzavo come un sonnambulo”.

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Pozzacchio

FORTE POZZACCHIO/WERK VALMORBIA – FOTOGRAFIA © TRENTINO

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LA FRASE DEL GIORNO
Voi, mie parole, tradite invano il morso / secreto, il vento nel cuore soffia. / La più vera ragione è di chi tace.

EUGENIO MONTALE, Ossi di seppia




Eugenio Montale (Genova, 12 ottobre 1896 – Milano, 12 settembre 1981), poeta e scrittore italiano, Gli fu conferito il Premio Nobel per la Letteratura nel 1975 “per la sua poetica distinta che, con grande sensibilità artistica, ha interpretato i valori umani sotto il simbolo di una visione della vita priva di illusioni”, ovvero la “teologia negativa” in cui il "male di vivere"  si esprime attraverso la corrosione dell'Io lirico tradizionale e del suo linguaggio.

mercoledì 4 novembre 2015

Basterà un giorno di sole

 

PIERO JAHIER

DICHIARAZIONE

Altri morirà per la Storia d'Italia volentieri
e forse qualcuno per risolvere in qualche modo la vita.
Ma io per far compagnia a questo popolo digiuno
che non sa perché va a morire
popolo che muore in guerra perché "mi vuol bene"
"per me" nei suoi sessanta uomini comandati
siccome è il giorno che tocca morire.
 
Altri morirà per le medaglie e per le ovazioni
ma io per questo popolo illetterato
che non prepara guerra perché di miseria ha campato
la miseria che non fa guerre, ma semmai rivoluzioni.
Altri morirà per la sua vita
ma io per questo popolo che fa i suoi figlioli
perché sotto coperte non si conosce miseria
popolo che accende il suo fuoco solo a mattina
popolo che di osteria fa scuola
popolo non guidato, sublime materia.

Altri morirà solo, ma io sempre accompagnato:
eccomi, come davo alla ruota la mia spalla facchina
e ora, invece, la vita.

Sotto ragazzi,
se non si muore
si riposerà allo spedale.
Ma se si dovesse morire
basterà un giorno di sole
e tutta Italia ricomincerà a cantare.

(da Con me e con gli Alpini, Edizioni de “La Voce”, 1920)

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Oggi è il 4 novembre, giornata dedicata alla memoria dei caduti della Prima guerra mondiale. Sto leggendo La guerra dei nostri nonni, il libro di Aldo Cazzullo con le testimonianze sul conflitto, definito da Papa Benedetto XV “inutile strage”. Fu una guerra atroce e insensata, condotta dal comando italiano con un’incoscienza al limite del sadismo. A fare da contraltare a quegli ordini di attacco contro ogni ragione e contro ogni logica, vi era però l’umanità delle truppe, della “carne da macello” usata dai governanti per avanzare di pochi chilometri sulle cartine geografiche. A loro vada il nostro ricordo in questi anni in cui, ricorrendo il centenario, si susseguono mostre, film e e manifestazioni commemorative. A loro, che ebbero il rispetto degli ufficiali inferiori come il tenente Piero Jahier, che si arruolò volontario tra gli Alpini per “ritrovare se stesso” in mezzo a quella varia umanità popolare: contadini analfabeti, artigiani, padri di famiglia richiamati, poveri cristi usati come arma da quei sovrani che litigano per i possedimenti e poi “se scambieno la stima / boni amichi come prima. / So cuggini e fra parenti / nun se fanno comprimenti: / torneranno più cordiali / li rapporti personali”, come recita una poesia di Trilussa.

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Alpini

ALPINI IN AZIONE, 1915 - FOTOGRAFIA © WIKIMEDIA

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LA FRASE DEL GIORNO
Critican sempre perché mi accompagno / cogli inferiori  / Ma non mi accompagno cogli inferiori: /mi accompagno coi miei uguali.
PIERO JAHIER, Con me e con gli alpini




Piero Jahier (Genova, 11 aprile 1884 – Firenze, 19 novembre 1966), scrittore, poeta e traduttore italiano. La sua poesia possiede un tono biblico e profetico che egli assume sia dalla versione latina e italiana delle Sacre Scritture sia dalle cadenze di Walt Whitman e di Paul Claudel (che lo scrittore ebbe modo di tradurre) e ancora dal futurismo. Le immagini che propone sono di una forte moralità e si rifanno alla vita contadina e agli affetti domestici.


martedì 3 novembre 2015

Lo sfacelo delle ninfee

 

WALLACE STEVENS

IL SENSO ORDINARIO DELLE COSE

Cadute le foglie, torniamo
al senso ordinario delle cose. È come se
avessimo esaurito l'immaginazione,
inanimi in un savoir inerte.

È difficile persino scegliere l'aggettivo
per questo freddo vacuo, questa tristezza senza causa.
La grande struttura è diventata una casa modesta.
Nessun turbante percorre i pavimenti immiseriti.

La serra ha più che mai bisogno di una riverniciatura.
Il comignolo ha cinquant'anni e pende da una parte.
Uno sforzo fantasioso è fallito, una ripetizione
nella ripetitività di uomini e mosche.

Eppure l'assenza dell'immaginazione doveva
essa stessa essere immaginata. Il grande stagno,
il suo senso ordinario, senza riflessi, foglie,
fango, acqua come vetro sporco, espressione di un certo

silenzio, il silenzio di un topo uscito a vedere,
il grande stagno e lo sfacelo delle ninfee, tutto ciò
doveva essere immaginato come una conoscenza inevitabile,
imposta, come impone una necessità.

(The Plain Sense of Things, da  The Collected Poems, 1954 Trad. di Massimo Bacigalupo)

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La poesia di Wallace Stevens ha basi meditative e filosofiche: è chiaro che l’autunno è una fonte molto profonda per queste sue riflessioni che esplorano la natura stessa del vivere davanti allo “sfacelo” della bellezza estiva capace di rendere elegante anche un’antica casa o un vecchio giardino. Come nota Anthony Withing: “La poesia sembra scoprire il senso ordinario delle cose attraverso un tipo di creazione anticreativa, l’immaginazione che immagina la sua stessa assenza”. È un’immaginazione che non può sopperire, si ferma davanti al divenire, all’evoluzione del reale: è come se quello che noi conosciamo del mondo fossero i tanti vetrini di un caleidoscopio e ora in qualche modo fossero stati ricollocati dalla nuova stagione.

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Autumn pond

VITALIY MASHCHENKO, “AUTUMN POND”

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LA FRASE DEL GIORNO
C’è sempre un'analogia tra la natura e l'immaginazione, e forse la poesia non è che la strana retorica di questo parallelo.
WALLACE STEVENS, The Necessary Angel




Wallace Stevens (Reading, Pennsylvania, 2 ottobre 1879 – Hartford, Connecticut, 2 agosto 1955) è stato un poeta statunitense. Laureato ad Harvard, avvocato dal 1904, lavorò per una compagnia di assicurazioni. Espressione tra le più alte del Modernismo, nei suoi versi risaltano  l'immaginazione e lo spessore metaforico del linguaggio.


lunedì 2 novembre 2015

Nel viale bianco

 

ANTONIA POZZI

CIMITERO DI PAESE

Cimitero di paese,
che lontani monti
col pensoso sorriso della prima neve
guardano; dove entrano i vivi
nel pallido meriggio come
in un amato giardino.
Portano i bimbi chiari crisantemi
colti alle siepi
degli orti: incespicano
nei lunghi steli, salendo
pei gradini di pietra
al cancello.
Portano le mamme
altri bimbi sul petto, quieti
nel sonno, rosei
come crisantemi
più grandi.
Sui tumuli, con le corolle
più belle, disegnano croci
e parole di pace
le mani degli uomini: pure
nell'amorosa opera come
le mani dei fanciulli
alle quali s'intrecciano.
Vola dai boschi, a brevi
intervalli, un trillo d'uccello
e s'ode
sopra il fruscio dei passi
nel viale bianco.

2 novembre 1933

(da Parole, 1939)

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Un piccolo cimitero di paese, dove si conoscono molti dei morti che guardano fissi dalla fotografia sulla tomba, e dove si conosce la maggior parte dei vivi che si incontrano con i loro mazzi di crisantemi. È questo che ritrae nel giorno della Commemorazione dei Defunti la poetessa milanese Antonia Pozzi: un luogo lontano dalle grandi opere monumentali delle città, un posto dove meditare con tranquillità sotto i cipressi, con le montagne azzurre sullo sfondo, e sentirci ancora vicini a chi non c’è più.

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Nix

FOTOGRAFIA © NIX

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LA FRASE DEL GIORNO
Qualcuno cercherà i crisantemi / per me / nel mondo / quando accadrà che senza ritorno / io me ne debba andare.
ANTONIA POZZI, Parole




Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – 3 dicembre 1938), poetessa italiana. Laureatasi in Filologia con una tesi su Flaubert, si tolse la vita dopo una contrastata storia d’amore. Il suo diario poetico Parole fu pubblicato postumo, nel 1939: composto a partire dai diciassette anni, riflette un'amara e inquieta sensibilità in cui si avverte l'influsso della lirica di Rilke.


domenica 1 novembre 2015

Poesie per novembre II

 

Novembre è un mese che non amo: non ha né il ricordo dell’estate che ancora permea i colori di ottobre né la speranza di primavera che si può leggere nei cieli di gennaio e nei giardini di febbraio. È un mese non bello, senza attrattive, dove rari sono i lampi di luce e di colore – come sottolinea la poetessa spagnola Clara Del Río. È un mese grigio, povero, nudo, e sembra più lungo – come nota il poeta danese Henrik Nordbrandt -  con questo suo buio che scende presto la sera e tarda a svanire al mattino.


Lubedence

FOTOGRAFIA © LUBEDENCE.

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CLARA DEL RÍO

NON TI INGANNI LA BELLEZZA DI NOVEMBRE, I

Non ti inganni la bellezza di novembre
novembre non è mai stato bello
gli alberi sono scheletri
il cielo diventa buio
È un requiem imperfetto
pieno di cristalli grigi
Non ingannarti
novembre non è mai stato bello
separa le anime
e le minaccia con un purgatorio
di forme confuse.

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HENRIK NORDBRANT

IL TREMITO DELLA MANO A NOVEMBRE, 2

L'anno ha 16 mesi: novembre,
dicembre, gennaio, febbraio, marzo, aprile,
maggio, giugno, luglio, agosto, settembre,
ottobre, novembre, novembre, novembre, novembre.

(da Il tremito della mano a novembre, 1986)

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LA FRASE DEL GIORNO
O tristi pagliai anneriti, / dov’è l’estate, dove sono le frecce di fuoco e le danze? / Un pioppo si rannicchia sotto il vecchio cielo, / filtrano dell’autunno lacrimose fragranze
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GYULA JUHÁSZ




Clara Del Río Sánchez (Málaga, 1957), poetessa e sceneggiatrice spagnola. Lettrice e scrittrice precoce, ha pubblicato i suoi primi versi nel 1990 su Barcarola. La sua prima raccolta, Encuentros, è del 1997. Grande amante della cultura indiana, considera il mondo letterario l'unico possibile in cui esistere.