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giovedì 14 ottobre 2010

Cos’è l’arte? (XV)

 

JEAN-AUGUSTE-DOMINIQUE INGRES

“I capolavori non sono fatti per sbalordire.
Sono fatti per persuadere, per convincere,
per entrare in noi attraverso i pori”

Jean-Auguste-Dominique Ingres, “La Grand”
olio su tela, 1814/ Parigi, Louvre

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LEONARDO DA VINCI

“La pittura è una poesia che si vede e non si sente,
e la poesia è una pittura che si sente e non si vede.
Adunque queste due poesie, o vuoi dire due pitture,
hanno scambiati i sensi, per i quali esse dovrebbero
penetrare all'intelletto”

Leonardo da Vinci, “Bacco”
olio su tavola, 1515 / Parigi, Louvre

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JOHN CONSTABLE 

“Non vediamo nessuna cosa veramente
fino a che non la capiamo”

 

John Constable , “Wivenhoe Park”
olio su tela, 1816 / Washington, National Gallery of Arts

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LA FRASE DEL GIORNO
L’arte è un’amante gelosa.

RALPH WALDO EMERSON, La condotta della vita

mercoledì 13 ottobre 2010

Una dichiarazione d’amore

 

FABIO FIALLO

PLENILUNIO

Nella strada tra i pioppi, silenziosi,
                  andavamo lei e io
la luna in mezzo ai monti già saliva,
e tra i rami cantava l’usignolo.
         E le dissi... Non so che le disse
                  la mia voce tremante...

Nell’etere la luna si fermò
interruppe il suo canto l’usignolo
e l’amata, gentile, scossa e muta,
                  il cielo interrogò.

         Sapete le domande misteriose
                  che sono una risposta?
Serba, luna, il segreto della mia anima;
                  tacilo, usignolo!

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Avevamo già incontrato Fabio Fiallo, alle prese con una bella donna apparsa sul sagrato di una chiesa. Là il poeta dominicano esprimeva tutta la sensibilità del poeta, l’amore racchiuso nella sua anima.

Qui invece prova ad esprimerlo, invano, raccontando con grazia e dignità una passeggiata in cui prova a dichiarare tutto il suo amore all’amata. Una scena romantica, dove sono protagonisti la luna e un usignolo, con un esito negativo ma poeticamente efficace.

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Caspar David Friedrich, “Uomo e donna contemplano la luna”

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LA FRASE DEL GIORNO
L’amore vero, come si sa, è spietato.
HONORÉ DE BALZAC, Splendori e miserie delle cortigiane




Fabio Federico Fiallo Cabral (Santo Domingo, 3 febbraio 1866 – L'Avana, Cuba, 29 agosto 1942), scrittore, poeta e politico dominicano. La sua opera coincide con il movimento "modernista". Tuttavia, nonostante la sua amicizia con Rubén Darío, i suoi versi risentono di un romanticismo di tipo becqueriano, con un gusto spiccato per le cose semplici. 


martedì 12 ottobre 2010

Luce liquida d’autunno


EDUARDO MITRE

VERSI D'AUTUNNO

Luce liquida d'autunno:
nella chioma degli alberi
bevono gli occhi.

Non passa l'estate, no.
Arde, piuttosto, in mille braci:
l'autunno è la sua umida fiamma.
Dal verde
              al giallo
                            al rosso
arde come l'alcool
come la vita di Rimbaud,
come il corpo cangiante
della passione.

Passa il vento
come sempre passa d'autunno:
facendo cadere le foglie.
E su ogni ramo sboccia
la trasparenza dell'inverno.

Mi osservano curiosi
dallo stesso ramo
lo scoiattolo e il tordo.

Stanza d'albergo.
Alla finestra: il cardellino,
anche lui di passaggio.

Lezione dell'autunno:
barbicarsi alla terra
o staccarsi da tutto?

Alberi nudi:
foglie le ali
e gli uccelli frutti.

I versi di Wang Wei,
ne stacco uno,
lo innesto e prende bene.
Autunno breve: il crepuscolo.

Brulichio di stelle.
Sola
         la luna
con fulgore prestato.
Ma non importa.
L'ha già detto
Antonio Porchia:
Nessuno - neanche il sole -
è la luce di se stesso.

L'inverno alle porte.
Il vino. L'amicizia
degli amici
lontani o morti.
Dico i loro nomi:
sento le loro voci.

I bambini somali:
muta resterà la pagina
e al buio la mia casa
se non salto a un altro rigo.

Il frassino:
silenzio
in piedi.

Si agita - barca il suo corpo -
nel sonno la mia donna.
C'è vento nel suo sogno?

La luce della lampada.
Una poesia:
albero di parole.
Con te parleranno dell'autunno,
se la tua voce le sveglia,
se le toccano i tuoi occhi.

(da “Versi d’autunno”, Sinopia, 2005 – Trad. Antonella Ciabatti)

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Sono molti i temi che si intrecciano in questa poesia del boliviano Eduardo Mitre, insegnante di Letteratura negli Stati Uniti: c’è l’autunno, naturalmente, con il trascorrere delle stagioni e della vita; c’è la meditazione sull’esistenza, sul significato di questo passaggio terreno; c’è il senso di estraneità che si prova in una terra straniera, c’è la poesia, citata ben tre volte: Rimbaud, Wang Wei e Porchia; c’è il mondo nella sua globalità, rappresentato dalla notizia dei bambini somali letta su un giornale; c’è il ricordo di amici lontani o perduti; c’è anche l’amore, con la donna che dorme nel letto accanto al poeta e si muove nel sonno mentre fuori va in scena l’alba.

Eccolo lo sguardo del poeta che va al di là del visibile, ecco che cosa è in grado di cogliere osservando la prima luce di un mattino d’autunno rovesciarsi liquida nelle foglie degli alberi come dentro minuscole coppe.

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James Jordan, “Autumn dawn”

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LA FRASE DEL GIORNO
A
pri gli occhi. Svegliati: / il Paradiso sta qui / nella luce effimera.
EDUARDO MITRE, Vento d’autunno




Eduardo Mitre (Oruro, 1943), poeta, saggista, critico letterario e traduttore boliviano. Laureatosi a Pittsburgh con una tesi su Vicente Huidobro, ha insegnato letteratura a New York, alla Columbia University e alla St. Johns University. Le sue poesie  hanno uno stile rigoroso e incisivo, chiaro e immediato.


lunedì 11 ottobre 2010

Gli sbandamenti del saggio

 

JANICE KULYK KEEFER

SAGGEZZA

Io che ho deciso di amare l'umanità
invece degli uomini,

di amare le contraddizioni della vita,
le impossibilità.

Io che sono diventata una bella e attempata
filosofa, quando improvvisamente

il telefono suona, la sua voce
mi solletica il collo.

O mi prende in giro, mi chiama
ochetta
e il mio cuore sbanda.

Quello che amiamo di un'altra persona
è la vita che ha dentro;
per questo non dobbiamo mai
cercare di possederlo.

ochetta

(da Midnight Stroll, 2007 – Traduzione di Valentina Morana)

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“Per amor venne in furore e matto, / d’uom che sì saggio era stimato prima”: così l’Ariosto narra la pazzia di Orlando. E una celebre sentenza di Publilio Siro dice che “Amare ed essere saggio è concesso solo agli dei”. Non meraviglia dunque che un’apprezzata insegnante di Letteratura inglese e Scrittura creativa come la canadese Janice Kulyk Keefer ceda all’amore e alle sue “sciocchezze” e si strugga quando “lui” la chiama “ochetta” vezzeggiandola.

Una poetessa impegnata a descrivere il proprio senso di appartenenza e a districarsi tra le radici ucraine e il paese in cui ha sempre vissuto, a rileggere la storia di Etty Hillesum e il suo percorso spirituale finito in un lager nazista, a contrastare il libero scambio e il mondo globale. Eppure, come ammette lei stessa, “sbanda” per amore…

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Fotografia ~ Public Domain Pictures

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LA FRASE DEL GIORNO
Ma l’amore è cieco e gli amanti non possono vedere le piacevoli follie che essi commettono.
WILLIAM SHAKESPEARE, Il mercante di Venezia




Janice Kulyk Keefer (Toronto, 2 giugno 1952), scrittrice e poetessa canadese. Di origini ucraine, scrive spesso delle esperienze dei figli canadesi della prima generazione di immigrati: rifiuta le nozioni semplificate di multiculturalismo preferendo un'identità transnazionale ucraina.


domenica 10 ottobre 2010

Ricordo in una sera d’autunno

 

HERMANN HESSE

ELEANOR


Le sere d' autunno mi ricordano te -
I boschi giacciono bui, il giorno si scolora
ai bordi dei colli in rosse aureole.
In un casolare vicino piange un bimbo.
Il vento se ne va a passi tardi
attraverso i tronchi a raccogliere le ultime foglie.

Poi sale, abituata ormai da lungo ai torbidi sguardi,
l' estranea solitaria falce di luna
con la sua mezza luce da terre sconosciute.
Se ne va fredda, indifferente, per il suo sentiero.
La sua luce avvolge il bosco,
il canneto, lo stagno e il sentiero
con pallido alone melanconico.

Anche d'inverno in notti senza luce
quando alle finestre vorticano danze di fiocchi
e il vento tempestoso,
ho spesso l'impressione di guardarti.
Il piano intona con forza ingannevole
e la tua profonda e cupa voce di contralto
mi parla al cuore. Tu la più crudele delle belle donne.

La mia mano afferra alle volte la lampada
e la sua luce tenue posa sulla larga parete.
Dalla antica cornice la tua immagine oscura guarda
mi conosce bene e mi sorride, stranamente.
Ma io ti bacio mani e capelli
e sussurro il tuo nome.


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Un amore perduto o impossibile, un amore unilaterale probabilmente, questo che canta Hermann Hesse. Un amore che diventa più intenso nella sua dolorosa assenza quando la stagione dell’anno volge al freddo e che divampa nel buio delle lunghe notti. Ammaliato dalla bellezza dell’autunno, il poeta ne assorbe tutta la malinconia, la condivide con quel paesaggio avvolto dalla luce metallica della luna. Prostrato dall’inverno, imprigionato dentro casa come nel carcere di quell’amore, “sente” quell’assenza come se fosse invece una presenza. Ma non c’è che il ritratto di Eleanor, non c’è che il suo ricordo, dove – nella magia del momento – sembra per una volta finalmente sorridere…

  
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Julie Kraft, “Ritratto di giovane donna al piano”

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LA FRASE DEL GIORNO
L'amore lo si patisce, ma più lo si patisce con dedizione, più ci rende forti.

HERMANN HESSE, Sull’amore



sabato 9 ottobre 2010

Una baccante


CARLO CHIAVES

VISIONE D’AUTUNNO

Un esteta elegante,
fra gli altri complimenti,
ti ha detto, non rammenti?
che sembri una baccante.

Ci ho ripensato ieri,
mentre avida e gioconda
spiccavi dalla fronda
i bei grappoli neri.

Tu li premevi un poco:
sprizzava a gocce giù
il mosto, or meno or più.
Tu indugiavi al gioco,

Lieta ridente ardita:
lunge la consueta
eleganza che vieta
di macchiarsi le dita!

Ti ho immaginata, avvolta
nei pampini acri e folti
lungo il viso disciolti
e per le braccia: e molta

uva, fra i tuoi capelli,
sulle spalle, sul bianco
seno, ed attorno al fianco
a gorgheggiar stornelli

liberi, a squarciagola:
e per le gambe lisce
colasse il mosto, a strisce
di rosso e di viola.

E un sole ardente, come
il sol che ti arse ieri,
luccicasse sui neri
grappoli, in su le chiome.

Ti illuminasse l'anca
procace e il niveo dorso,
e tu levassi il torso,
come una macchia bianca,

Contro la siepe oscura
de' bei vigneti uguali,
dove l'oblio dei mali
lento, nel sol, matura.

(da Sogno e ironia, Lattes, 1910)

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Carlo Chiaves, crepuscolare poco noto il cui nome è associato a quelli di Gozzano, Corazzini, Moretti e Martini, morì trentaseienne a Torino nel 1919. La sua è una poesia che con i suoi languori talora venati d’amarezza, come abbiamo già visto nel caso di “Nel secolo Duemila Trecento”, incarna in pieno il gusto Liberty del crepuscolarismo.

A quelle foglie di vite, a quei tralci che possiamo ancora ritrovare sulle vecchie ville di fine Ottocento e inizio Novecento, nelle decorazioni che bordano le facciate, mi fa pensare questa “Visione d’autunno” che inscena una sensuale fantasia del poeta. Chiaves parte dal complimento fatto da un raffinato dandy a una donna – amica o amata? magari la ragazza di “L’impeto vano” – e costruisce tutto un sogno ad occhi aperti: “Lei assomiglia a una baccante” può aver detto l’esteta e lì è scattata la molla, alimentata dagli studi classici. Le baccanti – o “menadi” - sono le donne che nell’antica Grecia partecipavano ai riti orgiastici in favore del dio Dioniso (Bacco per i Latini), immortalate da Euripide nell’omonima tragedia: indossando pelli di cerbiatto o di pantera, con il tirso in pugno, danzavano con ritmi sfrenati per i monti, in stato d’ebbrezza, accompagnandosi con il fragore assordante di cembali, timpani, flauti e altri strumenti; portavano con sé l’animale sacro – solitamente un cerbiatto - e, al culmine dell’esaltazione, coincidente con l’estasi, lo dilaniavano e lo divoravano crudo. Probabilmente Chiaves più che a queste donne invasate e folli, colte da una specie di trance religiosa, pensava a una donna preda della passione amorosa, scarmigliata e scomposta. E così immagina l’amica, nella campagna piemontese, intenta tra i vigneti a cingersi di tralci e foglie di viti e a gustare senza freni i dolci grappoli…

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Immagine © MITOLiberty

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LA FRASE DEL GIORNO
La fantasia è una forza della natura. Non basta questo a riempire un uomo di estasi? Fantasia, fantasia, fantasia.
SAUL BELLOW, Il re della pioggia




Carlo Chiaves (Torino, 28 novembre 1882 – 16 maggio 1919), poeta e giornalista italiano. Amico di Gozzano e di Amalia Guglielminetti, nei suoi versi esprime con grazia i temi della poesia crepuscolare. Letterato versatile, praticò anche il teatro.



venerdì 8 ottobre 2010

Il fiore e l’aratro

 

CATULLO

CARME 11

Furio, Aurelio, che miei compagni
sino all'estremo dell'India verreste
alle cui rive lontane batte sonoro
il mare d'Oriente,
tra gli Arabi indolenti, gli Ircani,
gli Sciti, i Parti armati di frecce
o sino alle acque che il Nilo trascolora
con le sue sette foci;
e oltre i monti aspri delle Alpi
per visitare i luoghi dove vinse Cesare,
il Reno di Gallia, i Britanni
orribili e sperduti;
voi che con me, qualunque sia il volere
degli dei, sopportereste ogni mia pena,
ripetete all'amore mio queste poche
parole amare.
Se ne viva felice con i suoi amanti
e in un solo abbraccio, svuotandoli
d'ogni vigore, ne possieda quanti vuole
senza amarne nessuno,
ma non mi chieda l'amore di un tempo:
per colpa sua è caduto come il fiore
al margine di un prato se lo tocca
il vomere passando.

(da “Carmina” – Trad. Mario Ramous)

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Tormentatissima fu la storia d’amore di Catullo e Lesbia: amore platonico, sensuale, lunatico di volta in volta. Amore-odio, amore fraterno, amore passionale. Qui troviamo Catullo avvilito, deluso, disposto ad allontanarsi da Roma per dimenticare Lesbia, a tuffarsi nell’avventura del viaggio agli estremi confini della terra.

Ma ancora una volta è la donna a tenere le briglie del poeta: il povero Catullo, costretto a vedere Lesbia tradirlo a più riprese, non è capace di disprezzarla, anzi, come confessa in un altro dei suoi carmi, “le vuole bene di meno, ma la ama di più” (Carme 72); e ancora “Nessuna donna potrà dire «sono stata amata» più di quanto io ti ho amata”(Carme 87). Il suo atteggiamento, la sua dichiarazione con cui prende le distanze da lei, non è che una posa. In realtà, è ferito fino al dolore, come nella magnifica immagine che chiude la poesia: l’amore del poeta, il suo cuore, è caduto come un fiore reciso dalla lama dell’aratro. Infatti: “la copro ogni giorno d’insulti, ma morissi se io non la amo” (Carme 92).

 

Fotografia © Yuka Ogawa

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LA FRASE DEL GIORNO
Sai tu che sia il dolore? Troppe volte è l'ultima parola vuota di un verso vuotissimo per far rima con amore.
AMBROGIO BAZZERO, Storia di un’anima




Gaio Valerio Catullo (Verona, 84 a.C. – Roma, 54 a.C.), poeta romano. È noto per l'intensità delle passioni amorose espresse, per la prima volta nella letteratura latina, nel suo Catulli Veronensis Liber, in cui l'amore ha una parte preponderante, sia nei componimenti più leggeri che negli epilli ispirati alla poesia di Callimaco e degli Alessandrini in generale.