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giovedì 7 ottobre 2010

I 100 migliori incipit

Gli incipit, di cui abbiamo già diffusamente parlato in questo post, sono un tema sempre interessante. Perché, prendendo a prestito un verso di Ungaretti, “è sempre pieno di promesse il nascere”: così anche un romanzo ci porge il suo biglietto da visita in quelle prime frasi introduttive.

L’occasione per parlarne ancora viene da una prestigiosa rivista statunitense, la “American Book Review”, che pubblica i 100 migliori incipit di romanzo. Naturalmente, e non poteva essere altrimenti, la classifica è altamente anglocentrica, tanto che l’unico italiano in classifica è Italo Calvino con “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, ad un lusinghiero 14° posto. Lo conoscete? Credo di sì, comunque eccolo qua: “Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d'inverno un viaggiatore di Italo Calvino”.

Veniamo ai primi dieci della classifica di “American Book Review”:

1. MOBY DICK di Hermann Melville: “Chiamatemi Ismaele”.

2. ORGOGLIO E PREGIUDIZIO di Jane Austen: “È verità universalmente ammessa che uno scapolo fornito di un buon patrimonio debba sentire il bisogno di ammogliarsi”.

3. L’ARCOBALENO DELLA GRAVITÀ di Thomas Pynchon: “Un grido s’avvicina, attraversando il cielo…”

4. CENT’ANNI DI SOLITUDINE di Gabriel García Márquez: “Molti anni dopo, davanti al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio”.

5. LOLITA di Vladimir Nabokov: “Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi”.

6. ANNA KARENINA di Lev Tolstoj: “Tutte le famiglie felici sono simili fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”.

7. FINNEGANS WAKE di James Joyce: “fluidofiume, passato Eva ed Adamo, da spiaggia sinuosa a baia biancheggiante, ci conduce con un più commodus vicus di ricircolo di nuovo a Howth Castle Edintorni”.

8. 1984 di George Orwell: “Era una fresca limpida giornata d'aprile e gli orologi segnavano l'una”.

9. LE DUE CITTÀ di Charles Dickens: “Era il tempo migliore e il tempo peggiore, la stagione della saggezza e la stagione della follia, l'epoca della fede e l'epoca dell'incredulità, il periodo della luce e il periodo delle tenebre, la primavera della speranza e l'inverno della disperazione”.

10. UOMO INVISIBILE di Ralph Ellison: “Io sono un uomo invisibile”.

Poi altri e altri ancora con nomi illustri quali Dostoevskij, Kafka, Faulkner, Hemingway e Fitzgerald e altri più recenti quali Paul Auster, Salman Rushdie, Toni Morrison e Jeffrey Eugenides. L’intera classifica potete trovarla seguendo questo link. Io invece continuo a essere affascinato da incipit come questo: “L'idea dell'eterno ritorno è misteriosa e con essa Nietzsche ha messo molti filosofi nell'imbarazzo: pensare che un giorno ogni cosa si ripeterà così come l'abbiamo già vissuta, e che anche questa ripetizione debba ripetersi all'infinito!”. È “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Milan Kundera e non è neppure in classifica…

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Miniatura medievale

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LA FRASE DEL GIORNO
Sì, tutto potrebbe iniziare così, qui, in questo modo, una maniera un po' pesante e lenta, nel luogo neutro che appartiene a tutti e a nessuno, dove la gente s'incontra quasi senza vedersi, in cui la vita dell'edificio si riprende, lontana e regolare.
GEORGES PEREC, La vita. Istruzioni per l’uso (incipit)

 

 

mercoledì 6 ottobre 2010

Vecchio sole ottobrino

 

VINCENZO CARDARELLI

OTTOBRE

Un tempo, era d’estate,
era a quel fuoco, a quegli ardori,
che si destava la mia fantasia.
Inclino adesso all’autunno
dal colore che inebria,
amo la stanca stagione
che ha già vendemmiato.
Niente più mi somiglia,
nulla più mi consola,
di quest’aria che odora
di mosto e di vino,
di questo vecchio sole ottobrino
che splende sulle vigne saccheggiate.

Sole d’autunno inatteso,
che spendi come in un di là,
con tenera perdizione
e vagabonda felicità,
tu ci trovi fiaccati,
vòlti al peggio e la morte nell’anima.
Ecco perché ci piaci,
vago sole superstite
che non sai dirci addio,
tornando ogni mattina
come un nuovo miracolo,
tanto più bello quanto più t’inoltri
e sei lì per spirare.
E di queste incredibili giornate
vai componendo la tua stagione
ch’è tutta una dolcissima agonia.

(da “Poesie”, 1958)

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Le stagioni e il loro emblematico scorrere sono una presenza ricorrente nella poetica di Vincenzo Cardarelli: in questo blog si possono trovare già Marzo, Estiva, Settembre a Venezia. “Ottobre” è un ulteriore passo di questa mitologia stagionale: l’elogio dell’autunno, da intendere sì come il dolce tempo dell’anno che precede l’inverno, ma anche come il periodo della vita che prelude alla vecchiaia.

È un momento in cui le riflessioni sono state già fatte, i dubbi superati, e si gode la vita per quello che è, si gusta ogni piccola cosa come un miracolo, si coglie ogni dono che ci viene portato, come quel sole che nei giorni d’estate abbiamo dato per scontato e che in questi giorni di ottobre è invece una gradita sorpresa.

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Bunny Oliver, “Vigneti ad ottobre”

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LA FRASE DEL GIORNO
L’altro giorno mi domandavano: «Che cosa sta facendo? – Mi diverto a invecchiare, risposi. È un’occupazione di tutti gli istanti».
PAUL LÉAUTAUD, Passatempi




Vincenzo Cardarelli, nato Nazareno Caldarelli (Corneto Tarquinia, 1º maggio 1887 – Roma, 18 giugno 1959), poeta, scrittore e giornalista italiano. Sorta dall’Avanguardia degli Anni Dieci, la sua poetica rivela influssi dell’espressionismo linguistico e del frammentismo, ad esprimere  temi come lo sradicamento, il viaggio, l'adolescenza, la perdita di identità.


martedì 5 ottobre 2010

In compagnia di un bel verso


ANGELO BARILE

NEL BOSCO

In compagnia di un bel verso
ora cammino solo e leggero,
forse ho strappato un ramo sincero
nel bosco dell'universo.

(da “Quasi sereno”, Neri Pozza, 1957)

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Angelo Barile era un vasaio di Albissola Marina. Già: la letteratura non si fa solo nelle università, nei grandi circoli poetici, nei covi degli intellettuali. La poesia è ovunque e ovunque sa colpire. Mi piace pensare che la sua professione, che richiede la perizia dell’artigiano e la delicatezza, sia passata come per una sorta di osmosi nei suoi versi.

Con morbide tonalità e uno stile spoglio, Barile ci guida in un’ora di ozio, ci fa camminare in un bosco e ci fa cogliere il senso di questo momento vuoto. Con leggerezza, con delicatezza, con una consolazione elegiaca che deriva dalla poesia, unico strumento per provare a squarciare il velo del mistero.

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Fotografia © Power Animals Unleashed

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LA FRASE DEL GIORNO
Poeta è qualcuno per cui ogni parola non è la fine ma l'inizio di un pensiero.
JOSIF BRODSKIJ




Angelo Barile (Albissola Marina, 12 giugno 1888 – Albisola Capo, 20 maggio 1967),  poeta italiano. Sottotenente di fanteria durante la Prima guerra mondiale, fu poi antifascista. La sua poetica, sullo sfondo dell’amato borgo marino, è fortemente influenzata dalla fede cattolica e quindi dalla sua visione profondamente religiosa della vita.

lunedì 4 ottobre 2010

Parole senza pronuncia o voce

 

ALFONSO GATTO

AL CONFINE

Graniva sull'implume grigio del cielo l'alba.
Il treno più leggero, senza rumore, forse l'impatto della neve.
Batteva dentro il fiato, la guarda di frontiera
guanto su guanto il nome della città straniera.
Erano nomi e nomi d'un mondo che perdeva
la ragione del nome. Era finito il male,
finita la ragione d'avere il proprio nome.
E ne restava un bianco impresso di parole
senza pronuncia o voce.

(da Poesie d’amore, 1972)

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Una stazione coperta dalla neve. Il treno rallenta, si ferma. Sale il doganiere a controllare i documenti. Ma tutto è come ovattato, svanisce quasi, cancellato da quella neve scesa a confondere i confini. Anche i nomi, le identità, vengono annullati in terra straniera: quel confine tra persona e persona, quel simbolo di appartenenza, quel marchio che poniamo sulle nostre cose, perde significato.

È lo stesso Alfonso Gatto a spiegare: “Credo che soltanto il male, nel distinguere, nel definire, abbia bisogno di «nomi» nello stabilire la proprietà, il dare e l’avere dell’uomo. Il nome è il confine del «mio» e del «tuo». Per un mondo che lungo il suo viaggio va tramontando in un bene uguale, i nomi, ormai parole senza voce, sono segni superstiti, sigilli svaniti”.

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Fotografia © Lucian Olteanu

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LA FRASE DEL GIORNO
Nulla è più odioso dei confini, nulla è più stupido dei confini. Sono come i cannoni, come i generali: fino a che la ragione, l’umanità e la pace sono in vigore, non ci si accorge di loro e se ne ride – ma non appena scoppia la guerra e la follia essi diventano importanti e sacri.

HERMANN HESSE, Vagabondaggio




Alfonso Gatto (Salerno, 17 luglio 1909 – Orbetello, 8 marzo 1976), poeta e scrittore italiano. Ermetico, ma di confine, giornalista e pittore, insegnante di Letteratura all'Accademia di Belle Arti, collaboratore di “Campo di Marte”, la sua poesia è caratterizzata da un senso di morte che si intreccia al vivere.


domenica 3 ottobre 2010

Non esistono amori felici

 

LOUIS ARAGON

NON ESISTONO AMORI FELICI

Nulla appartiene all’uomo Né la sua forza
Né la sua debolezza né il suo cuore E quando crede
Di aprire le braccia la sua ombra è quella di una croce
E quando crede di stringere la felicità la stritola
La sua vita è uno strano e doloroso divorzio
Non esistono amori felici

La sua vita somiglia a quei soldati disarmati
Ch’eran stati preparati a un diverso destino
A che può servire che s’alzino al mattino
Loro che si ritrovano la sera sfaccendati inerti
Dite queste parole Mia vita E trattenete le lacrime
Non esistono amori felici

Mio amore bello mio caro amore mia lacerazione
Ti porto in me come un uccello ferito
E quelli senza capire ci guardano passare
Ripetendomi dietro le parole che ho intrecciato
E che per i tuoi grandi occhi così presto morirono
>Non esistono amori felici

Il tempo per imparare a vivere è già passato
Piangano nella notte i nostri cuori all’unisono
Quanta infelicità per la più piccola canzone
Quanti rimpianti per scontare un fremito
Quanti singhiozzi per un accordo di chitarra
Non esistono amori felici

Non esistono amori che non siano dolore
Non esistono amori che non strazino
Non esistono amori che non lascino il segno
E non più che di te l’amor di patria
Non esistono amori che non si nutrano di pianto
Non esistono amori felici
>Ma è il nostro amore di noi due

(da Poesie d’amore, Crocetti – Traduzione di Francesco Bruno)

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“Non esistono amori felici. Ma è il nostro amore di noi due”: la frase finale dà il senso a tutta questa poesia di Louis Aragon, poeta francese fondatore del Surrealismo con André Breton e Philippe Soupault. L’amore è parte della condizione umana, che Aragon considera negativamente – bellissima e dolorosa è quell’immagine dell’uomo che apre la braccia nel gesto dell’accoglienza e contemporaneamente forma l’ombra della croce – quindi è esso stesso dolore e strazio: lunghissimo è l’elenco, che prosegue per cinque strofe. L’amore però è anche l’unico modo di rivalutare questa condizione, di nobilitarla, diventando coppia.

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Immagine © Independent

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La poesia, pubblicata nel 1946 sulla rivista “La Diane Française”, è stata musicata ed è divenuta un pezzo classico del repertorio francese: l’hanno incisa Georges Brassens, Barbara, Catherine Sauvage, Nina Simone, Youssou N’Dour e Françoise Hardy, di cui è questa la versione:

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LA FRASE DEL GIORNO
La felicità non sta nell'essere amati: questa è soltanto una soddisfazione di vanità mista a disgusto. La felicità è nell'amare.

THOMAS MANN, Tonio Kröger




Louis Aragon (Parigi, 3 ottobre 1897 – 24 dicembre 1982), poeta e scrittore francese, membro dell'Académie Goncourt. Già aderente all'avanguardia dadaista, fondò poi il movimento surrealista insieme a André Breton. Nella sua opera la prosa rivaleggia con la poesia su forma metrica fissa.



sabato 2 ottobre 2010

Anni perduti e guadagnati

 

TITOS PATRÍKIOS

ANNI SPRECATI

Venti anni perduti (ma cosa
significa averli guadagnati?)

FERNANDO PESSOA

Tutti noi abbiamo alcuni anni sprecati
chi tre, chi sette, chi di più
ma venti sono un bel cerchio
possiamo avvolgerci il passato
senza il panico che viene
con gli anni perduti di una vita intera.
E poi, cosa significa aver guadagnato
vent'anni che si spostano
ogni volta che guardo indietro?
Progressi regolari secondo il progetto
produttività costante, rendimento aumentato
riconoscimento al momento opportuno e onori del caso.
Ebbene, venti futili anni sprecati
che hanno fornito occasioni
per il sogno di una vita piena di possibilità
che mai sono state realizzate,
per il godimento acquisito dall’identificazione
con la persona che non sono mai diventato,
per la gioia e il senso di colpa per l'interminabile
adeguamento degli obiettivi,
per le accettazioni senza riserve,
per gli spaventati rifiuti.
Venti anni sprecati
sono sempre necessari
per un ambizioso presente.

 

Quella che fa il poeta greco Titos Patríkios, avvocato ateniese nato nel 1928, è una riflessione che saltuariamente capita a tutti di fare, quando si prova a fare un punto della propria vita, a creare quello che per il sistema operativo di un computer sarebbe il “punto di ripristino”.

Patríkios guarda indietro ma non lo fa con l’aria di chi si lamenta del tempo trascorso o del rimpianto, non compiange quegli anni perduti, ben venti, ma li considera come tutti quanti noi dovremmo considerare i nostri errori: uno strumento di crescita, un bagaglio che ci ha portato dove siamo adesso. E allora, come si diceva in una favola di Esopo all’atleta che vantava record incredibili ottenuti a Rodi, “Hic Rhodus, hic salta” (Qui è Rodi, qui salta): è in questo presente che i nostri anni sprecati o perduti devono essere sfruttati…

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Fotografia © Tyson/Unsplash

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LA FRASE DEL GIORNO
Non c'è mai abbastanza tempo per fare tutto il niente che vuoi.
BILL WATTERSON, Calvin & Hobbes




Títos Patríkios (Atene, 21 maggio 1928), scrittore e poeta greco. Confinato per tre anni dalla dittatura militare sull’isola di Makronissos e poi esule a Parigi e Roma, ha trasposto nei suoi versi l’esperienza di prigionia ed esilio. La sua opera è critica verso il mondo ma ritiene necessaria la lotta in difesa dei valori anche attraverso la poesia.


venerdì 1 ottobre 2010

Nuove poesie per ottobre



Ed ecco ottobre, mese di una bellezza struggente, che compensa così, con i suoi colori e le sue ultime giornate di bel tempo, le malinconie della stagione che porta verso il freddo e la neve. Ammiriamo il rosso degli alberi perdersi nella nebbia con Juan Ramón Jiménez e camminiamo sulle foglie gialle che tappezzano la strada con Attilio Bertolucci.



LEONID AFREMOV, "OCTOBER FOG"

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JUAN RAMÓN JIMÉNEZ

NELLA NEBBIA D'OTTOBRE


Terrazza
Nella nebbia d'ottobre
tutto il rosso è rosa.

Con il becco sotto l'ala,
avvolto nel suo stesso tepore,
il cuore senza un orizzonte
grande, come il suo battito profondo, si chiude in sé
e medita, raccolto e gonfio,
sul prossimo.
                ...E piange, dolce,
di aver dato all'oblio
tanta bellezza prossima.


(da Pietra e cielo, 1919)



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ATTILIO BERTOLUCCI

TORNANDO A CASA


È il caro tempo dell'anno quando
più dolci nubi il cielo del mattino
attraversano, e il passo di chi parte
trova foglie più fitte nel sentiero
che s'allontana.

S'apre la strada su ville gentili
di fumo azzurro e giocondo granturco
nella pace del sole meridiano
che l'iride saluta con un lieto
ringraziamento.

Così il celeste ottobre in silenzio
trascorre, così accende nelle siepi
devastate e soavi ultime bacche,
aspre more che il sole declinante
più non matura.

Ma se viene la sera, se il cielo
impallidisce fra distanti torri
nella luna che sorge, le gaggìe
si fanno incontro umide di pianto
ad abbracciarti.


(da Lettera da casa, 1951)


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LA FRASE DEL GIORNO
O dolce quieta mattina d'ottobre, / Lente inizia le ore di questo giorno. / Fa' che il giorno ci sembri meno breve.
ROBERT FROST, A boy’s will




Jimenez

Juan Ramón Jiménez (Palos de Moguer, 24 dicembre 1881 - San Juan, Portorico, 29 maggio 1958), poeta spagnolo premiato con il Nobel nel 1956, fu uno dei principali esponenti della Generazione del ’14 e del Modernismo. La sua ricerca poetica lo portò a privilegiare la poesia nuda ed essenziale, fatta solo di immagine e di parola al di là della musicalità esteriore.


Attilio Bertolucci (San Prospero Parmense, 18 novembre 1911 – Roma, 14 giugno 2000), poeta italiano. Le sue opere poetiche sono il risultato di una felice contaminazione tra eredità ermetica e capacità di tradurre ogni astratta eleganza in un discorso poetico naturale.