sabato 4 luglio 2009

Dell'avidità

"L'avidità sarà sempre come un ago di ghiaccio nelle pupille". Lo scrittore cileno Luis Sepúlveda nelle "Rose di Atacama" definisce così quell'egoistico vivace desiderio di qualcosa che diventa incontrollabile. Una freddezza che traspare.

L'avido ha già, altrimenti sarebbe invidioso, ma vuole di più, vuole anche ciò che gli altri possiedono. Deliziosa è questa favola di Fedro che tratta dell'avidità punita: "Meritatamente perde il proprio chi l'altrui vuole. Mentre nuotava in un fiume con in bocca carne, il cane vide rispecchiata nell'acqua la sua immagine; gli parve che un altro cane avesse in bocca la sua stessa preda; decise di strappargliela, ma l'avido fu deluso: lasciò perder la carne che teneva con i denti, e non poté raggiungere quella che voleva".

Egoista l'avido: il suo interesse prima di tutto. E infatti il medico inglese del Seicento Thomas Browne ammonisce: "Sbaglia certo chi elegge amico un avido". Perché l'amicizia, per essere davvero tale, è disinteressata e vive del reciproco aiuto.

Così, rincorrendo il possesso, non avrà mai nulla, pur avendo molto: Publilio Siro nel I secolo avanti Cristo in una delle sue celebri sentenze rileva che "Alla povertà manca molto, all'avidità tutto". Questa insaziabilità è notata anche da Mateo Alemán, scrittore spagnolo del XVI secolo, nel "Guzmán de Alfarache": "Mai l'occhio dell'avido dirà, così come non lo dicono il mare e l'inferno: mi basta".

Per concludere: l'avidità è la faccia malata del desiderio.


Lincoln Seligman, “Avarice”


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LA FRASE DEL GIORNO
Non c'è colpa maggiore che indulgere alle voglie, non c'è male maggiore che quello di non sapersi accontentare, non c'è danno maggiore che di nutrire bramosia di acquisto.
LAO TZU, La regola celeste

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