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martedì 8 novembre 2016

Mare d’autunno

 

ALDO CAPASSO

SEI UN MARE…

Sei un mare d’autunno delicato.
Su la tua riva il cuore può sopirsi
quasi, e a cigli socchiusi s’indovina
che tanta tua dolcezza silenziosa
presso l’uomo velato
continua il suo silenzio e suggerisce
una limpida morte.

Come treman le foglie
d’una selva sgomenta,
sempre tremano i sogni in questo cuore.
Fermali nel tuo sguardo grigio e azzurro,
falli autunno e sopore.

(da Il passo del cigno, Buratti, 1931)

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Il poeta e critico d’arte veneziano Aldo Capasso in questo mare d’autunno e foglie rinnova e ritrova il suo bisogno disperato di afferrare una certezza squarciando con la sua morbida sensualità l’ingannevole gioco dei sensi.

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Mare

FOTOGRAFIA © WALLPAPER UP

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LA FRASE DEL GIORNO
Ci pensa il mare a perdonare i nostri inverni
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MICHELE GENTILE, Io abito qui




Aldo Capasso (Venezia, 13 agosto 1909 – Cairo Montenotte, 3 marzo 1997),  poeta e scrittore italiano. Fondatore del movimento del "Realismo Lirico" (da cui l'omonima rivista) ispirato alla trasparenza espressiva, sostenne una poesia che “rispecchia il vivere quotidiano dell'uomo nei suoi rapporti con gli altri e con il mondo reale”.


lunedì 7 novembre 2016

Il mondo intero

 

BLAGA DIMITROVA

PERDITA

Non so se mi ero innamorata di te.
Mi innamorai però di altre cose, lo so:
di una stanza scomoda rivolta a nord,
di una teiera che crepitava di sera.

Degli alberi mi innamorai che toglievano spazio,
dei solitari e soffocanti cinema di quartiere,
dei dolorosi ricordi di prigione,
di un muro ferito dalle bombe.

Delle fermate del tram, delle foglie ricoperte di brina,
di una calda tasca con castagne bruciate,
della pioggia scrosciante, del suono del telefono,
perfino della nebbia fonda color cenere.

Di tutto il mondo mi ero innamorata, non di te.
Lo scoprivo nuovo, interessante, ricco.
Per questo soffro... Non per averti perso.
Altro ho perduto – il mondo intero.

(da Segnali, Fondazione Piazzolla, 2000 - Traduzione di Valeria Salvini )

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“Che l’amore sia tutto è tutto ciò che noi sappiamo dell’amore” scriveva Emily Dickinson. Così, quando viene a mancare, lascia un vuoto (il “vuoto ad ogni passo” della celeberrima poesia montaliana “Ho sceso dandoti il braccio”). Questa perdita, dice la poetessa bulgara Blaga Dimitrova non è solo la perdita dell’amato e dell’atmosfera dell’innamoramento: è la perdita di un intero mondo.

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Hopper

EDWARD HOPPER, “MORNING SUN”, 1952

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LA FRASE DEL GIORNO
Come è tangibile ciò che non sfioriamo, / come il calice non bevuto inebria, /come tutto è amore!
BLAGA DIMITROVA, Segnali




Blaga Nikolova Dimitrova (Bjala Slatina, 2 gennaio 1922 – Sofia, 2 maggio 2003), poetessa, scrittrice e politica bulgara, vicepresidente della Bulgaria dal gennaio 1992 al luglio 1993. Nel tempo la sua poetica passò da tematiche sentimentali che la portarono a scrivere prevalentemente liriche d'amore ad un maggiore impegno sociale e politico.


domenica 6 novembre 2016

L’unica sorgente

 

NUNO JÚDICE

FONS VITAE

Le confidenze indugiano nel cielo della bocca
come le nubi lente dell’autunno. Ci soffio sopra,
perché il cielo si terga e solo una vaga nebbia
aderisca a quel che mi vuoi dire; però
le labbra mi accostano all’oblio, e tu, sì,
sei chi mi racconta che cielo è questo e da dove
vengono le nubi che lo coprono. Sentimenti,
emozioni, passioni, s’interpongono tra
una frase e l’altra. Non ci sono altri argomenti
quando ci incontriamo, e cominci a parlarmi,
come se il cuore fosse l’unica
sorgente di quello che diciamo.

(Fons vitae, da A te che chiamo amore, Kolibris, 2011 – Traduzione di Chiara De Luca)

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“L’arte di Nuno Júdice consiste nello spiegare senza strozzare, smontare senza sminuire, nell’aprire le viscere dei sentimenti, espandendo i pensieri che li attraversano, senza sopprimere il misterioso bagliore generato da ciò che sentiamo e pensiamo” scrive Inês Pedrosa. Lo si può capire bene da questa poesia (fons vitae è la sorgente della vita) che si svolge su un piano metafisico: Nuno Júdice indaga mettendo in luce gli ingranaggi, scavando all’interno della macchina poetica per provare a comprenderne il significato: “Così, / il poeta segue un destino da collezionista / raccogliendole [le parole], anche quelle / il cui sussurro si confonde con il vento, / stringendole sulla pagina, dove si agitano, / tremando con il soffio della voce, / o acquisiscono la durezza del marmo, brillando / solo quando la luce del verso / le sfiora”.

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Renoir

PIERRE-AUGUSTE-RENOIR, “CONFIDENZA”, PART.

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LA FRASE DEL GIORNO
Mi costringo a scrivere ogni giorno, come un impiegato. Scrivere è la mia vita. Mi piace farlo, non mi dà da vivere, però è la mia maniera di essere.
NUNO JÚDICE, El País, 27 novembre 2013




Nuno Manuel Gonçalves Júdice Glória (Mexilhoeira Grande, 29 aprile 1949) è un poeta, romanziere e saggista portoghese. Professore universitario alla Universidade Nova di Lisbona, è esperto di letteratura medievale.


sabato 5 novembre 2016

Centenario di Fernanda Romagnoli

 

Considerata da molti una Emily Dickinson italiana per la sua esistenza chiusa e riservata, al seguito del marito militare, la poetessa Fernanda Romagnoli nacque a Roma il 5 novembre 1916. Pubblicò solo quattro raccolte, sparse nei decenni: Capriccio (1943), Berretto rosso (1965), Confiteor (1973) e Il tredicesimo invitato (1980), cui seguì dopo la sua morte, avvenuta a Roma nel 1986,  Mar Rosso. Il Labirinto (1997). La sua è una poesia dal lessico curatissimo che costruisce un mondo e lo delinea attraverso dubbi e descrizioni di oggetti, ritratti e paesaggi, e si interroga e si tortura a quel fuoco del vivere come una falena attorno alla fiamma: “L’inquilina irregolare / mezza matta, che vive su in soffitta, / discorrendo col passero e col tarlo”.

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Fernanda_Romagnoli

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da Berretto rosso

IO

Quella donna dal viso indifeso
un poco sfiorita -
che passa nello specchio
in una scolorita veste rossa,
senza fruscio, di fretta,
rialzando sul capo i capelli
con mano distratta:
quella donna dall'anima dimessa
dicono che son io.

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da Il tredicesimo invitato

IL TREDICESIMO INVITATO

Grazie – ma qui che aspetto?
Io qui non mi trovo. Io fra voi
sto come il tredicesimo invitato,
per cui viene aggiunto un panchetto
e mangia nel piatto scompagnato.
E fra tutti che parlano – lui ascolta.
Fra tante risa – cerca di sorridere.
Inetto, benché arda,
a sostenere quel peso di splendori,
si sente grato se alcuno casualmente
lo guarda. Quando in cuore
si smarrisce atterrito «Sto per piangere!»
E all’improvviso capisce
che siede un’ombra al suo posto:
che – entrando – lui è rimasto chiuso fuori.

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CONIUGALE

E affacciati guardano fluttuare
questa frangia di sera sui palazzi,
che di sprazzi vermigli ci colora –
polene di balcone
fianco a fianco per vizio coniugale:
che cosa, strenuamente,
resiste in noi – che cosa, più reale
di quello che tentammo
o che insieme sbagliammo dall’inizio,
sale dal fondo e annaspa nella mente
per attestare che è vera, che esiste,
ch’è nostra – come un figlio anche malvagio
è nostro – come la vita, anche se sanguina
chinandosi come quest’aria di mezza sera
?

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LEI

Lei non ha colpa se è bella,
se la luce accorre al suo volto,
se il suo passo è disciolto
come una riva estiva,
se ride come si sgrana una collana.
Lo so. Lei non ha colpa
del suo miele pungente di fanciulla,
della sua grazia assorta
che in sé non chiude nulla.
Se tu l’ami, lei non ha colpa.
Ma io – la vorrei morta.

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da Mar Rosso

MAR ROSSO

L’animo del poeta: un espatriato!
Un erede di ghetti dati al fuoco!
Non ha foglio di profugo. Non chiede
viveri sigarette posto-letto.
L’atlante – cancellato alle sue spalle.
Pura circonferenza l’orizzonte
(egli – al centro – il suo passo beduino).
Su dal mattino – come da un bivacco;
giù al tramonto, vermiglia intermittenza
d’una misura senza fine.
Ma a notte... come dolce il suo Mar Rosso
trabocca in lui, l’inonda fra le ciglia
quand’egli giace – tutto il cielo addosso.

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LA FRASE DEL GIORNO
L’animo del poeta: un espatriato! / Un erede di ghetti dati al fuoco! / Non ha foglio di profugo. Non chiede / viveri sigarette posto-letto. / L’atlante – cancellato alle sue spalle.

FERNANDA ROMAGNOLI, Mar Rosso 




Fernanda Romagnoli (Roma, 5 novembre 1916 – 9 giugno 1986), poetessa italiana. Visse un’esistenza chiusa e riservata, al seguito del marito militare a Firenze, Pinerolo e Caserta. Esordì nel 1943 con Capriccio, cui fece seguire Berretto rosso (1965), Confiteor (1973) e Il tredicesimo invitato (1980)


venerdì 4 novembre 2016

Un altro giorno

 

 

GIACOMO PRAMPOLINI

LE PAROLE OGGI MI DANZAVANO INTORNO

Le parole oggi mi danzavano intorno
come farfalle; parole semplici acute:
sasso, terra, cielo, il mio soffrire
e quello di tutti. Ma anche oggi è finito:
un altro giorno. E domani pure
sarà un altro giorno: almeno per te,
mondo, che ruoti senza memoria.

(da Molte stagioni, Mondadori, 1962)


Un giorno, uno come tanti, in cui nulla succede e i pensieri ruotano attorno - un poeta, come il critico letterario, poliglotta e traduttore Giacomo Prampolini naturalmente li paragonerà a farfalle. Un giorno in cui sentirsi creatura terrestre giocando l’antico gioco dei sentimenti.

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Alexeeva

ILLUSTRAZIONE DI IRENE ALEXEEVA

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LA FRASE DEL GIORNO
Se pietra fosti nella realtà, / convolvolo sarai nel sogno.
GIACOMO PRAMPOLINI, Molte stagioni




Giacomo Prampolini (Milano, 22 giugno 1898 – Pisa, 25 aprile 1975), traduttore, saggista e poeta italiano. Poliglotta, conosceva quasi sessanta lingue. Prolifico traduttore, tradusse dal tedesco, dall'inglese, dall'olandese e dalle lingue scandinave. Fu un pioniere degli studi e della diffusione in Italia delle culture olandesi e fiamminghe.


giovedì 3 novembre 2016

E ci chiamano sognatori

 

ODYSSEAS ELYTĪS

CON QUALI PIETRE, QUALE SANGUE E QUALE FERRO

Con quali pietre quale sangue e quale ferro
Con quale fuoco siamo fatti
Mentre sembriamo solo nuvola
E ci lapidano e ci chiamano
Sognatori
Come viviamo giorno e notte
Solo Dio lo sa.

Quando la notte, amico, accende il tuo dolore elettrico
Vedo l’albero del cuore distendersi
Le tue mani aperte sotto un’Idea bianchissima
Che sempre invochi
E mai discende
Per anni e anni
Lei lassù e tu qua in basso.

Eppure la visione del desiderio un giorno si sveglia carne
E là dove prima non risplendeva che nuda solitudine
Ora ride una bella città, come tu l’hai voluta
Tra poco la vedrai, ti aspetta
Dammi la mano e andiamo là prima che l’Alba
La inondi di grida di trionfo.

Dammi la mano – prima che sulle spalle
Degli uomini si radunino gli uccelli a cantare
Come finalmente si sia vista arrivare da lontano
La Vergine Speranza visibile in mare aperto!
Andiamo insieme e ci lapidino pure
Chiamandoci sognatori
Amico, quanti non sentirono mai con quale
Ferro quali pietre e sangue e quale fuoco
Costruiamo sogniamo e cantiamo!

(da Sole il Primo, 1943 - Traduzione di Paola Maria Minucci)

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“Per il poeta - questo può sembrare paradossale, ma è vero – l’unico linguaggio d’uso comune, sono le sue sensazioni. Quando parlo di sensazioni, non intendo quelle, immediatamente percepibili, al primo o al secondo livello. Mi riferisco a quelle che ci conducono fino al limite di noi stessi. Intendo anche le «analogie di sensazioni» che si formano nella nostra mente”: così si esprimeva il poeta greco Odysseas Elytīs nella Lettura per il Premio Nobel assegnatogli nel 1979. La creazione poetica è dunque “l’albero del cuore” che si distende, le mani che accarezzano la bianchissima idea, l’attesa della Vergine Speranza. E se i poeti sono chiamati sognatori e lapidati, pazienza: è il prezzo da pagare per quella sensibilità, per la comprensione del mistero.

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Kush

VLADIMIR KUSH, WESTERN PASSAGE”

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LA FRASE DEL GIORNO
La notte alleggerita / Del rumore e dell’ansia / Dentro di noi si trasforma  / E il nuovo silenzio risplende rivelazione
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ODYSSEAS ELYTĪS, Orientamenti




Odysseas Elytīs, pseudonimo di Odysseas Alepoudellīs (Candia, 2 novembre 1911 – Atene, 18 marzo 1996), poeta greco, tra i maggiori Surrealisti, è stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura nel 1979 per “il desiderio di libertà intellettuale e sviluppo della creatività, che traspare dalla sua poesia”.


mercoledì 2 novembre 2016

Nei giorni dei Santi

 

VITTORIO SERENI

STRADA DI CREVA

I

Presto la vela freschissima di maggio
ritornerà sulle acque
dove infinita trema Luino
e il canto spunterà remoto
del cucco affacciato alle valli
dopo l’ultima pioggia:
ora
d’un pazzo inverno nei giorni
dei Santi votati alla neve
lucerte vanno per siepi,
fumano i boschi intorno
e una coppia attardata sui clivi
ha voci per me di saluto
come a volte sui monti
la gente che si chiama tra le valli.


II

Questo trepido vivere nei morti.

Ma dove ci conduce questo cielo
che azzurro sempre più azzurro si spalanca
ove, a guardarli, ai lontani
paesi decade ogni colore.
Tu sai che la strada se discende
ci protende altri prati, altri paesi,
altre vele sui laghi:
il vento ancora
turba i golfi, li oscura.
Si rientra d’un passo nell’inverno.
e nei tetri abituri si rientra,
a un convito d’ospiti leggiadri
si riattizzano fuochi moribondi.

E nei bicchieri muoiono altri giorni.

Salvaci allora dai notturni orrori
dei lumi nelle case silenziose.


(da Poesie, Vallecchi, 1942)

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Siamo ai primi di novembre, l’1, il 2, i giorni dei Santi e dei Morti e Vittorio Sereni  percorre a Creva, frazione della natia Luino, la strada che conduce al cimitero della città: la prima parte della poesia incarna “la facile grazia dell’incanto momentaneo”, come rilevato da Dante Isella, con quella campagna dove l’inverno sembra non essere ancora arrivato nel sole che fa brillare il lago. La seconda parte è invece il superamento di questa impressione: Sereni nel giorno della Commemorazione dei defunti varca la frontiera metafisica e si addentra in quel dialogo con chi non c’è più ma ancora vive dentro la sua anima e nelle radici, nel paesaggio, nei luoghi.

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Creva

CREVA IN UNA CARTOLINA D’EPOCA

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LA FRASE DEL GIORNO
Voi morti non ci date mai quiete / e forse è vostro / il gemito che va tra le foglie / nell'ora che s'annuvola il Signore
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VITTORIO SERENI, Frontiera




Vittorio Sereni (Luino, 27 luglio 1913 – Milano, 10 febbraio 1983), poeta italiano, è il capostipite della variante lombarda del novecentismo poetico, detto “Linea lombarda”. Ufficiale di fanteria, viene fatto prigioniero dopo l’8 settembre 1943. Nel dopoguerra è direttore letterario di Mondadori e cura la prima edizione dei Meridiani.