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martedì 7 aprile 2015

Guarire dall’amore

 

WENDY COPE

DEFINENDO IL PROBLEMA

Non posso perdonarti. E se anche lo potessi
non mi perdoneresti tu d’averti visto dentro.
Ma non posso nemmeno guarire dall’amore
per ciò che mi sembravi prima di smascherarti.

(da Guarire dall’amore, Crocetti, 2011 – Traduzione di Silvio Raffo)

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La vita di coppia vive talora di questi momenti: quando la situazione è così grave da mettere in discussione tutto quanto. Wendy Cope, poetessa britannica, si trova di fronte alla “nudità” dell’anima dell’amato ma questa scoperta non reca sollievo o rabbia, è un ulteriore sintomo di quella malattia che è l’amore e che ha una sola semplice cura: “Impara a conoscerlo meglio”.

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Vettriano

JACK VETTRIANO, “HOME VISIT”

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LA FRASE DEL GIORNO
L'amore si paga solo con l'amore e le piaghe dell'amore si guariscono solo con l'amore.
SANTA TERESA DI LISIEUX, Lettere




Wendy Cope (Erith, 21 luglio 1945) è una poetessa britannica. Lettrice di Storia al St. Hilda’s College, ha esordito nel 1986 con Preparando una cioccolata per Kingsley Amis, facendosi notare per l’ironia e l’arguzia delle sue poesie.

lunedì 6 aprile 2015

È nella donna che l’uomo dura

 

PAUL ÉLUARD

UNA SERA CURVA

Il vento tirava al fagiano
Una pupilla chiusa l’altra a scatti chiari
Bolla di burrasca fuori rotta
Sormontava il pantano della pioggia
Un brivido profondo corrugava l’acciaio
La rincorsa a filo del suo sangue
 
La città pazza che ogni giorno rimette i calzari
 
Non ho imparato a valicare
Da un clima all’altro i mesi
Quindi gli anni?
Ho misurato la mia impazienza
Dalle donne che inventavo

Il disordine non si misura
Perciò
È nella donna che l’uomo dura

La forgia riposto il suo vino sotto ghiaccio
Al crocevia domava la notte
Avida incantata sottomessa
Come la veste alla punta dei seni
Come la preda al suo amante

Altrove invece
Un nero maroso che colma il cuore

In sotterranei senza fine
Sensibile ritorno a tastoni
Dei serpenti proseguono la loro corsa
Verso il latte liscio di un solo giorno
Verso le verdi radure del cielo fisso
Che un bimbo mostrerà col dito
Un’ala una sola nient'altro che un’ala
Inutile penosa
 
Facevo sogni che le donne
Con le loro carezze sparpagliavano
Per riassorbirmi nelle loro ombra
Se ho cominciato con le donne
Non finirò da me.

(Un soir courbé, da Gli occhi fertili, 1936 - Traduzione di Silvano Del Missier)

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La poesia che procede per somma di immagini di Paul Éluard costruisce ancora una volta l’assioma della “femme-nature”, della donna che riunisce in sé, nel gorgo delle sue contraddizioni, il significato del vivere, diventando il mezzo per conciliare trascendente e immanente, anima e corpo, spirito e senso, incarnando così l’unica via verso la felicità.

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LEONID AFREMOV, “VIALE D’AUTUNNO”

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LA FRASE DEL GIORNO
Io esisto ma esisterei / Se non ci fossi anche tu?

PAUL ÉLUARD, Il duro desiderio di durare




Paul ÉluardPaul Éluard, pseudonimo di Eugène Émile Paul Grindel (Saint-Denis, 14 dicembre 1895 – Charenton-le-Pont, 18 novembre 1952), poeta francese, è stato tra i maggiori esponenti del movimento surrealista. La sua poesia evolve da tematiche individualiste, di lirismo amoroso, a contenuti di forte ispirazione sociale.


domenica 5 aprile 2015

Mattino di Pasqua

 

DAVID MARIA TUROLDO

PER IL MATTINO DI PASQUA

I

Io vorrei donare una cosa al Signore,
ma non so che cosa.
Andrò in giro per le strade
zufolando, così,
fino a che gli altri dicano: è pazzo!
E mi fermerò soprattutto coi bambini
a giocare in periferia,
e poi lascerò un fiore
ad ogni finestra dei poveri
e saluterò chiunque incontrerò per via
inchinandomi fino a terra.
E poi suonerò con le mie mani
le campane sulla torre
a più riprese
finché non sarò esausto.
E a chiunque venga
anche al ricco dirò:
siedi pure alla mia mensa,
(anche il ricco è un povero uomo).
E dirò a tutti:
avete visto il Signore?
Ma lo dirò in silenzio
e solo con un sorriso.

 

II

Io vorrei donare una cosa al Signore,
ma non so che cosa.
Tutto è suo dono
eccetto il nostro peccato.
Ecco, gli darò un'icona
dove lui bambino guarda
agli occhi di sua madre:
così dimenticherà ogni cosa.
Gli raccoglierò dal prato
una goccia di rugiada
è già primavera
ancora primavera
una cosa insperata
non meritata
una cosa che non ha parole;
e poi gli dirò d'indovinare
se sia una lacrima
o una perla di sole
o una goccia di rugiada.
E dirò alla gente:
avete visto il Signore?
Ma lo dirò in silenzio
e solo con un sorriso.

 

III

Io vorrei donare una cosa al Signore,
ma non so che cosa.
Non credo più nemmeno alle mie lacrime,
e queste gioie sono tutte povere:
metterò un garofano rosso sul balcone
canterò una canzone
tutta per lui solo.
Andrò nel bosco questa notte
e abbraccerò gli alberi
e starò in ascolto dell’usignolo,
quell’usignolo che canta sempre solo
da mezzanotte all’alba.
E poi andrò a lavarmi nel fiume
e all’alba passerò sulle porte di tutti i miei fratelli
e dirò a ogni casa: «pace!»
e poi cospargerò la terra
d’acqua benedetta in direzione
dei quattro punti dell’universo,
poi non lascerò mai morire
la lampada dell’altare
e ogni domenica mi vestirò di bianco.

 

IV

Io vorrei donare una cosa al Signore,
ma non so che cosa.
E non piangerò più
non piangerò più inutilmente;
dirò solo: avete visto il Signore?
Ma lo dirò in silenzio
e solo con un sorriso
poi non dirò più niente.

(da Il sesto Angelo, Mondadori, 1976)

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“E dirò a ogni casa: «pace!»”: è con il messaggio pasquale più vero – inoltrato qui dalle parole di questa poesia di David Maria Turoldo che vi auguro una Pasqua serena, amiche e amici lettori del Canto delle Sirene.

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Denis

MAURICE DENIS, “MATTINA DI PASQUA”

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LA FRASE DEL GIORNO
Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità
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SAN PAOLO, Lettera ai Corinzi




David Maria Turoldo, al secolo Giuseppe Turoldo (Coderno, 22 novembre 1916 – Milano, 6 febbraio 1992), presbitero, teologo, filosofo, scrittore e poeta italiano, membro dell'Ordine dei servi di Maria. Fu sostenitore delle istanze di rinnovamento culturale e religioso della Chiesa, di ispirazione conciliare.


sabato 4 aprile 2015

Oh memoria la svelata

 

ASSIA DJEBAR

CANTO I

La memoria è un corpo di donna velata
Solo il suo occhio libero fissa il nostro presente
Bianco affogato sul fondo di un abisso nero

La memoria è voce di donna velata
Notte dopo notte, la soffochiamo
Sotto il letto di un sogno di piombo

Oh memoria, ventre di donna
Che partorisce, il sangue invoca
Allora tutti i nostri morti, gli occhi spalancati
Risalgono verso noi lentamente
Galleggiando sull’acqua
Del nostro oblio

Tu, Oh memoria la svelata
Al sole evaporata

(da La Zerda ou les chants de l’oubli, 1982)

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La Zerda ou les chants de l’oubli è un film del 1979 di Assia Djebar (1936-2015), scrittrice e poetessa algerina più volte candidata al Nobel, scomparsa nello scorso febbraio: la regista recupera il materiale di scarto delle attualità cinematografiche “Gaumont-Pathé” girate nel trentennio coloniale dal 1912 al 1942, montando i filmati d’epoca che documentano le usanze e le cerimonie della popolazione maghrebina - la Zerda è la vendemmia - rovesciando il punto di vista dei colonizzatori e mettendo in luce ciò che era stato offuscato dalla visione folkloristica dei francesi. La poesia è il testo che accompagna la prima parte del film, un “canto d’insubordinazione”. Quello della memoria da recuperare è un tema caro alla Djebar, la memoria comune consente di risalire alla propria: “Volevo un ricordo delle donne e il pretesto era quello di farle parlare delle esperienze della guerra, dal 1954 al 1962. La memoria delle contadine mi ha portato molto, soprattutto a livello formale. Credo di essere maturata in quel momento”.

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Kingbeil

RICHARD KINGBEIL, “BEHIND THE VEIL II”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ancor di più oggi mi rendo conto che il compito della scrittura letteraria è proprio questo: lavorare su se stessi, sulla propria memoria, sul ritorno o sul non-ritorno.
ASSIA DJEBAR




Assia Djebar, pseudonimo di Fatima-Zohra Imalayène (Cherchell, 30 giugno 1936 – Parigi, 6 febbraio 2015), scrittrice, poetessa, saggista, regista e sceneggiatrice algerina. Esponente del pensiero femminista, il tema principale delle sue opere è la condizione della donna in Algeria. 


venerdì 3 aprile 2015

Venerdì santo in metrò

 

ADAM ZAGAJEWSKI

VENERDÌ SANTO NEI CORRIDOI DELLA METROPOLITANA

Gli ebrei di varie religioni si incontrano
nei corridoi della metropolitana, rosario
sparpagliato da dita premurose.
Su loro dormono i preti dopo la cena di magro,
su loro piramidi di chiese e sinagoghe
si ergono come rocce portate da ghiacciai.

Ho ascoltato la Passione secondo Matteo
che tramuta in bellezza il dolore.
Ho letto
Fuga di morte
di Celan
che tramuta in bellezza il dolore.

Nei corridoi del metrò il dolore non si tramuta,
solo perdura, senza tregua.

(Wielki Piątek w korytarzach metra, da Dalla vita degli oggetti, 2012 –Trad. Valentina Parisi)

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Adam Zagajewski, poeta polacco, crea nei suoi versi atmosfere in cui il reale è minuziosamente osservato nella sua “oggettività” per andare al di là, per leggervi quel senso irrazionale, per udirne quella voce segreta che rimane nell’ombra: così accade in questo Venerdì Santo vissuto nei corridoi della metropolitana, dove tradizione e mondo moderno, spirito e immanenza si incrociano e si fondono. L’arte, dice Zagajewski, è in grado di mutare in bellezza anche il dolore, come fanno la magnifica composizione di Johann Sebastian Bach o la poesia di Paul Celan che descrive la vita in un campo di concentramento nazista. La realtà purtroppo, non è in grado di farlo.

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Tooker

GEORGE TOOKER, “SUBWAY”

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LA FRASE DEL GIORNO
Tuttavia sembrerebbe fosse una cosa semplice vivere: / basta un pugno di terra, una nave, un nido, un carcere, / un po' di respiro, qualche goccia di sangue e di malinconia.
ADAM ZAGAJEWSKI




Adam Zagajewski (Leopoli, Ucraina, 21 giugno 1945), poeta, scrittore e saggista polacco. Esordì nel 1972 con Komunikat. Esponente della New Wave polacca, nel 1976 aderì al Comitato per la Difesa degli Operai e la dittatura comunista gli impedì di pubblicare. Cominciò allora il suo esilio a Houston e Parigi. Tornò a risiedere a Cracovia nel 2002.


giovedì 2 aprile 2015

Per loro scrivo

 

RUBÉN BONIFAZ NUÑO

PER QUELLI CHE ARRIVANO ALLE FESTE

Per quelli che arrivano alle feste
avidi di tenere compagnie,
e incontrano coppie impenetrabili
e belle ragazze sole che fanno paura
– poiché uno non sa ballare, ed è triste –;
quelli che si appartano con un bicchiere
di acquavite cupo e malinconico,
e odiano fino in fondo la loro miseria,
l’invidia che provano, i desideri;

per quelli che sanno con amarezza
che della donna che amano rimane loro
nient'altro che un chiodo infilato nella spalla
qualcosa di dolce e aspro, come l’odore
che serba il rovescio di un guanto dimenticato;

per quelli che furono invitati
una volta; quelli che indossarono
il meno liso dei loro due vestiti
e furono puntuali; e in una porta
già molto dopo l’ingresso di tutti
seppero che non ci sarebbe stato
l’appuntamento, e tornarono disprezzandosi;

per quelli che guardano da fuori,
di notte, le case illuminate,
e talora vorrebbero essere dentro:
dividere con qualcuno tavola e lenzuola,
vivere con figli felici;
e allora comprendono che è necessario
fare altre cose, e che vale
molto di più soffrire che essere vinto;

per quelli che vogliono muovere il mondo
con il loro cuore solitario,
quelli che per le strade camminano
affannati, accesi di pensieri;
per quelli che calpestano i loro errori e continuano;
per quelli che soffrono con metodo,
perché non saranno consolati
quelli che non avranno, che non possono ascoltarmi;
per quelli che sono pronti, scrivo.

(Para los que llegan a las fiestas, da Los demonios y los días, 1956)

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Per chi si scrive una poesia? Per i ricchi e nobili? Per i felici? Di solito la si scrive per i sensibili, per coloro che possono in qualche modo recepire l’emozione che l’ha generata e farla rivivere. Il poeta messicano Rubén Bonifaz Nuño stila un elenco di questi suoi lettori potenziali, quelli che hanno desideri inespressi e irrisolti, che riflettono sulla loro vita, che prendono tra le braccia la malinconia come un’amante. Loro sì possono capire…

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Black suit red wine

FABIAN PEREZ, ”BLACK SUIT, RED WINE”

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LA FRASE DEL GIORNO
È in ogni uomo attendersi che forse la parola, una parola, possa trasformare la sostanza di una cosa. Ed è nello scrittore di crederlo con assiduità e fermezza.
ELIO VITTORINI, Il garofano rosso




Rubén Bonifaz Nuño (Córdoba, 12 novembre 1923 – Città del Messico, 31 gennaio 2013),​ poeta messicano. La sua formazione umanistica lo ha portato verso una poesia di sintesi in cui coincidono rigore classico e parole in libertà, l'oscuro e spesso atroce universo azteco nahuatl e la tradizione greco-romana.


mercoledì 1 aprile 2015

Altre due poesie per aprile

 

Aprile, il più dolce dei mesi, parafrasando il celeberrimo verso di Thomas Stearns Eliot: un mese di colori e di tepori, di sentori e di profumi in cui la rinascita di primavera prorompe. Mese di sensi e di sensazioni, di amori e di nidi. È l’aprile soave di Antonia Pozzi, colorato e dolcissimo. È l’aprile di Franco Fortini, immagine d’amore.


Cross

DIPINTO DI HENRI-EDMOND CROSS

ANTONIA POZZI

SERA D’APRILE

Batte la luna soavemente
di là dai vetri
sul mio vaso di primule:
senza vederla la penso
come una grande primula anch'essa,
stupita,
sola,
nel prato azzurro del cielo.

Milano, 1° aprile 1931

(da Parole, 1939)

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FRANCO FORTINI

VICE VERIS

Mai una primavera come questa
È venuta sul mondo. Certo è un giorno
Da molto tempo a me promesso questo
Dove tutto il mio sguardo si fa eguale
Ai miei confini, riposando; e quanta
Calma giustizia nel pensiero è in fiore
Quanta limpida luce orna il colore
Delle ombre del mondo. Ora conosco
Perché mai dagli inverni ove a fatica
Si levò questo esistere mio vivo
M’è rimasto quel nome, che mi scrivo
So quest'aria d’aprile, o sola antica
E perduta e oltre il pianto sempre cara
Immagine d’amore mia compagna.

(da Foglio di via e altri versi, Einaudi, 1946)

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LA FRASE DEL GIORNO
Aprile è lei che parla con le tue labbra / come un giovane suono nudo nell’aria.
HOMERO ARIDJIS




Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – 3 dicembre 1938), poetessa italiana. Laureatasi in Filologia con una tesi su Flaubert, si tolse la vita dopo una contrastata storia d’amore. Il suo diario poetico Parole fu pubblicato postumo, nel 1939: composto a partire dai diciassette anni, riflette un'amara e inquieta sensibilità in cui si avverte l'influsso della lirica di Rilke.

Franco Fortini, nato Franco Lattes (Firenze, 10 settembre 1917 – Milano, 28 novembre 1994), poeta, critico letterario, saggista e intellettuale italiano. La sua poesia è testimonianza anche ideologica delle lotte di classe del primo dopoguerra, voce progressista e coscienza critica del fallimento degli ideali.