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lunedì 13 ottobre 2014

Il ruolo di Cristiano

 

IZET SARAJLIĆ

LA CRISI DELLA POESIA D’AMORE

Avendo paura
di essere definiti fuori moda
i giovani non scrivono più
poesie d’amore.
Noi vecchi
dovremo
scriverle
per loro.
Non sarà la prima volta
che il ruolo di Cristiano
viene affidato a Cirano.

1987 – 1989

(Traduzione di Sinan Gudžević e Raffaella Marzano)

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“Mi dispiace vedere che la poesia ha perso il posto che una volta occupava nella vita delle persone. I poeti sono in parte responsabili di questo, ma lo spirito del tempo è altrettanto da biasimare”: così rispondeva all’UNESCO Courier nel 1998 il poeta e filosofo bosniaco Izet Sarajlić. E se la poesia non è più lo strumento principale per esprimere le proprie emozioni, allora l’aridità si impossessa di quelle vite: saranno i cultori della poesia, come sacerdoti di un antico rito a tramandarne la bellezza, a surrogare chi non è più in grado di crearla. Ancora una volta Cristiano dovrà chiedere a Cirano di scrivergli la sua poesia d’amore per Rossana.

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FOTOGRAFIA © DESKTOP AS

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LA FRASE DEL GIORNO
I critici di poesia sono come i vecchi. / Anche se sanno tutto dell’amore / Non possono fare l’amore.
IZET SARAILIĆ, Neko je zvonio




Izet Sarajlić (Doboj, 16 marzo 1930 – Sarajevo, 2 maggio 2002), storico, filosofo e poeta bosniaco. Fondatore nel 1954 del "Gruppo 54", movimento d'innovazione poetica, fu uno fra gli organizzatori delle "Giornate poetiche di Sarajevo" nel decennio successivo. Rimasto a Sarajevo durante l'assedio, tenne un diario di guerra, pubblicato nel 1993.


domenica 12 ottobre 2014

Nella grande pianura

 

UMBERTO BELLINTANI

IO CARA MI ESPANDO NELLA GRANDE PIANURA

Io cara mi espando nella grande pianura
ed estasiato l'ammiro, e questo vento…
che qui mi batte sopra il petto è tutto il vento
che quelle rupi d'alti monti ha valicato col suo fragore.
Popoli e popoli di mucche raduno e spingo a un mare
che lungi alto biancheggia, più lontano
dell'aldilà dell'aldilà da dove gira
per il ritorno splendente la cometa.
Oh ma questa vita ha bisogno di spazi ampi come l'universo,
e di tremende notti, e di burrasche dove
il grandioso mare s'esprima per tornare
indi in bonaccia per dirci come immenso
è il suo respiro.
E l'usignolo, mia vita, l'usignolo?
Là nella notte canta quando al bosco
è fragoroso il silenzio e più non c'è
chi veglia nei borghi e le città.
Canta. E il suo cantare, amore,
è firmamento stellato.
O gorgheggiare antico e nuovo della gran solitudine,
io parlo al trampoliere quando al sole sosta sulle sabbie
in punta all'isola remota, alla balena
io sempre parlo e al murmure sonoro
delle incantate foreste. Sono
io uomo del passato e del futuro,
e non v'è canto che non oda né lamento
che non mi giunga fragoroso d'armonie
in questo d'ombre notturne vagolare
ed albeggiare della luce che principia
il suo clamore…
È la mia pianura ancor più vasta e sonora d'un gran mare.
E qui ti parlo e non v'è cosa
che io non senta grandiosa e il contemplare
in quest'immenso respirare d'una lucciola
appena o d'una fronda
io confondo immortale il mio respiro.

(da Nella grande pianura, 1998)

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Le ombre della sera, il silenzio, le solitudini della campagna sono molto spesso protagoniste delle poesie di Umberto Bellintani, uomo della grande pianura, della Bassa mantovana attraversata dal Po tra pioppeti e golene. In quella vastità in cui non appare neppure un’altura a smuovere il paesaggio e dove le montagne sono tanto lontane da confondersi con le nuvole, il poeta si trova come l’officiante di una messa della natura, in una perfetta armonia dove il suo respiro e quello di una lucciola hanno la medesima valenza.

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FOTOGRAFIA © GRASSO83

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LA FRASE DEL GIORNO
Dio ha fatto la campagna e l'uomo ha fatto la città.
WILLIAM COWPER, Il compito




Umberto Bellintani (Gorgo di San Benedetto Po, 10 maggio 1914 – San Benedetto Po, 7 ottobre 1999), poeta italiano. Diplomatosi in scultura, prese parte alla Seconda guerra mondiale in Grecia e Albania, finendo prigioniero dei tedeschi dal 1943 al 1945. Esordì nel 1953 con Forse un viso tra mille, cui seguì nel 1955 E tu che mi ascolti. Dopo un lungo periodo di silenzio pubblicò nel 1998 Nella grande pianura.

sabato 11 ottobre 2014

L’oro dei giorni

 

MARIO RIVERO

LE FOGLIE DORATE DELL’AUTUNNO

Le foglie dorate dell'autunno cadono,
in un batter d'occhio giallo e sussurrante.
Gli ori scuri s'innalzano, e si cullano.

Io ascolto e taccio, nel rifiuto
d'ogni altro suono che non sia quello
che soltanto d'autunno si ricrea.

Mi raccolgo in silenzio per sentire l'agonia,
quel sospirare lieve delle foglie che cadono
come lo sfilacciarsi dolce della malinconia.

Mentre girano in cerchi di noia e di vita,
in riparati giorni, nella stanza ben chiusa,
e un aroma d'oro vecchio e freddo passa
- l'oro dei giorni in estasi rapiti -,
le ore ingialliscono anche esse, come le foglie.

(da Del amor y su huella, 1992 – Traduzione di Martha Canfield)

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Con il passare degli anni il poeta colombiano Mario Rivero ha adottato toni più lirici, più adatti ai temi intimisti trattati rispetto alla voce secca e tagliente delle sue poesie “sociali” e “urbane”: un tono adattissimo allo scorrere del tempo, alla dolce malinconia dell’autunno descritto in questi versi, alla musica triste delle foglie che ingialliscono e cadono, al passaggio dorato delle ore languidamente accarezzate dal sole ormai più basso.

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ROBERT STRONG WOODWARD, “AUTUMN WINDOW”

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LA FRASE DEL GIORNO
Autunno. Il post-scriptum del sole.
PIERRE VÉRON, Il carnevale del dizionario




Mario RiveroMario Rivero (Envigado, 1935 -  Bogotá, 13 aprile 2009), poeta, giornalista e critico d’arte colombiano, fu definito “poeta urbano” per le sue tematiche relative alla vita in città e alla malinconia delle periferie narrate con linguaggio popolare. Fondò la rivista poetica Golpe de Dados.


venerdì 10 ottobre 2014

Un viandante che non viaggia

 

ADAM ZAGAJEWSKI

IL VIANDANTE

Entro in sala d’aspetto alla stazione,
manca l’aria.
In tasca ho un libro,
poesie altrui, tracce d’ispirazione.
Accanto, sulle panche, due vagabondi e un ubriaco
(oppure due ubriachi e un vagabondo).
Al lato opposto della sala, lo sguardo volto altrove,
in alto, verso l’Italia e il cielo,
siede un’elegante coppia anziana.
Fummo sempre divisi. L’umanità, i popoli,
le sale d’aspetto.
Mi fermo un attimo, incerto a quale sofferenza unirmi.
Infine mi siedo al centro,
leggo. Sono solo, ma non mi sento tale.
Un viandante che non viaggia.
Svanisce
la visione. Montagne di respiri, soffocanti
pianure. La divisione perdura.

(da Dalla vita degli oggetti, Poesie 1983-2005)

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Le stazioni sono punti di incontro: c’è chi arriva e chi parte, c’è una connessione tra il mondo e la città, almeno in potenza. Ma al poeta polacco Adam Zagajewski non è tanto il viaggio in sé che interessa: in quella sala d’aspetto, mentre attende che arrivi il suo treno, è un altro tipo di viaggio che intraprende, quello nell’umanità; prova a condividere in quei minuti la presenza di altre vite.

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FOTOGRAFIA © BEN BROOKSBANK

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LA FRASE DEL GIORNO
Le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone.
JOHN STEINBECK, Viaggio con Charley




Adam Zagajewski (Leopoli, Ucraina, 21 giugno 1945), poeta, scrittore e saggista polacco. Esordì nel 1972 con Komunikat. Esponente della New Wave polacca, nel 1976 aderì al Comitato per la Difesa degli Operai e la dittatura comunista gli impedì di pubblicare. Cominciò allora il suo esilio a Houston e Parigi. Tornò a risiedere a Cracovia nel 2002.


giovedì 9 ottobre 2014

Il corpo in ombra

 

RAFAEL ALBERTI

AMARANTA

“calzó de viento...”
                          Góngora

Biondi, lucidi seni di Amaranta,
limati da una lingua di levriero.
Portico di limoni, dal sentiero
disviati che alla tua gola monta.

Rosso, un ponte di riccioli sormonta
il volto e incendia i tuoi ondulati avorii.
Morde e ferisce dei denti il biancore,
curvo, per aria, ti innalza nel vento.

Solitudine dorme in ombratura,
calza il suo piede di zeffiro e scende
dall’alto olmo al mar della pianura.

E il corpo in ombra, oscuro, le si accende,
e gladiatrice, come brace impura,
tra Amaranta e il suo amante si distende.

(da Cal y canto, 1929)

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È un sonetto dall’alto tasso di erotismo questo del poeta spagnolo Rafael Alberti che ritrae la bella Amaranta in un gioco di luci che a tratti richiamano certi dipinti di Modigliani e in un abile incastro di metafore che costruiscono un chiaroscuro in cui la ragazza resta inarrivabile e inaccessibile con il suo corpo ideale immerso in un’atmosfera onirica.

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AMEDEO MODIGLIANI, “NU COUCHÉ”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ciò che veramente desidera colui che chiede la mano di una donna, è il resto del corpo.
ENRIQUE JARDIEL PONCELA, Massime minime




Rafael Alberti Merello (El Puerto de Santa María, 16 dicembre 1902 - 28 ottobre 1999), poeta spagnolo. Membro della Generazione del ‘27. Il suo lirismo si evolve da una poesia più intellettuale e astratta alla violenza satirica di opere quali Capital de la gloria (1936-1938) e infine a un più delicato e nostalgico intimismo.


mercoledì 8 ottobre 2014

Come foglie e come vento

 

MARGHERITA GUIDACCI

ALL’IPOTETICO LETTORE

Ho messo la mia anima fra le tue mani.
Curvale a nido. Essa non vuole altro
che riposare in te.
Ma schiudile se un giorno
la sentirai fuggire. Fa' che siano
allora come foglie e come vento,
assecondando il suo volo.
E sappi che l'affetto nell'addio
non è minore che nell'incontro. Rimane
uguale e sarà eterno. Ma diverse
sono talvolta le vie da percorrere
in obbedienza al destino.

(da Anelli del tempo, 1992)

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“La poesia non è di chi la scrive, è di chi gli serve!” dice Mario Ruoppolo/Massimo Troisi a Pablo Neruda nel film Il postino. Margherita Guidacci, poetessa fiorentina, sembra dargli ragione: segue i suoi versi – la sua anima, perché altro non sono – nel percorso verso gli ipotetici lettori, nel dono che ne fa. Quello che importa è che questi versi si sentano a loro agio, che possano rimanere finché servono; una volta che hanno assolto il loro scopo, è meglio lasciarli volare via, liberi e leggeri come farfalle.

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DIPINTO DI RAFAL OLBINSKI

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LA FRASE DEL GIORNO
Far poesie è come far l'amore: non si saprà mai se la propria gioia è condivisa.
CESARE PAVESE, Il mestiere di vivere




Margherita Guidacci (Firenze, 25 aprile 1921 – Roma, 19 giugno 1992), poetessa e traduttrice italiana. Dopo la crisi del suo matrimonio, negli Anni’60, superò un decennio di grave sofferenza psichica che culminò nel ricovero in una clinica neurologica. Tra i poeti da lei tradotti John Donne, Emily Dickinson, T.S. Eliot ed Elizabeth Bishop.


martedì 7 ottobre 2014

Il tralcio di vite

 

CRISTOPH WILHELM AIGNER

LETTERA

Il tralcio di vite sopra
le strie di nubi bussa
da ore alla finestra

La pioggia fili d’argento
appesi
Una falena si alza
e cade si alza e cade

Pensa a me
adesso aprirò
pensa a me con sentimento

(da Prova di stelle, Crocetti, 2001– Traduzione di Riccarda Novello)

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Una scena minimale, raccontata con eleganza e semplicità: il poeta seduto allo scrittoio scrive una lettera, e intanto la natura fuori dalla stanza continua a manifestarsi – piove, il vento scuote la vite del Canada, ne spinge un tralcio contro la finestra. Sembra che nulla accada, ma quello che il poeta austriaco Christoph Wilhelm Aigner vuole esprimere è proprio questa manifestazione della natura, in cui gli elementi, le piante, gli animali assumono il ruolo di messaggeri della cosmogonia, di attori pronti a rivelare sulla scena naturale il senso del vivere.

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FOTOGRAFIA © PINTEREST

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LA FRASE DEL GIORNO
La Natura deve essere lo Spirito visibile, lo Spirito è Natura invisibile.
FRIEDRICH SCHELLING, Idee per una filosofia della natura




Christoph Wilhelm Aigner (Wels, 18 novembre 1954), poeta austriaco scoperto da Erich Fried, è traduttore dall’italiano e dal medio-alto tedesco. Oltre alle raccolte poetiche, ha scritto il racconto “Anti-Amor”.