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sabato 7 aprile 2012

Silenziosa conchiglia della felicità


SIRO ANGELI

ELLA NEMMENO SA

Ella nemmeno sa
quanto poco somiglia
a come agli altri appare

se nel bacio si fa
tra le mie braccia al mare
della felicità

silenziosa conchiglia.

(da L'ultima libertà, Mondadori, 1962)

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Siro Angeli, drammaturgo e sceneggiatore friulano, anzi carnico – nato a Cavazzo, morì a Tolmezzo ed è sepolto a Cesclans – oltre che funzionario del terzo programma radiofonico, fu poeta bilanciato tra le correnti del Novecento grazie a un suo stile classico, che ricorda certa poesia alessandrina raccolta nell’Antologia Palatina. E la dolce sensualità che promana da questi versi che inebriano come un fiore dal profumo intenso si tramuta in pura poesia, in essenza dell’emozione: la felicità provata nel bacio, l’orgoglio di essere il destinatario di quell’amore.

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LEONID AFREMOV, “RAINY KISS”

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LA FRASE DEL GIORNO
E il bacio che cerco è l’anima.
ALFONSO GATTO, Poesia d’amore




Siro Angeli (Cesclans, 27 settembre 1913 – Tolmezzo, 22 agosto 1991), poeta, autore di teatro e critico letterario italiano. Combattente in Russia, diresse a lungo il terzo canale radiofonico della Rai. La sua poesia, segnata dalla scomparsa della moglie dopo dieci anni di matrimonio, si muove nell’ambito di una ricerca della verità superiore, contemplata spesso in una figura di donna stilnovista.

venerdì 6 aprile 2012

Centenario di Giovanni Pascoli

 

È un avvenimento importante da celebrare il centenario della morte di Giovanni Pascoli, tanto che la Zecca Italiana ha deciso di onorarlo con una moneta commemorativa da 2 euro: coniata in 15.000.000 di pezzi, uscirà il 23 aprile. E Giovanni Pascoli, spentosi a 56 anni il 6 aprile 1912, è un poeta che ha accompagnato le nostre carriere scolastiche sin dalle elementari con i suoi versi di facile lettura, spesso mandati a memoria, approfonditi poi alle medie e al liceo: chi non ricorda “O cavallina cavallina storna / che portavi colui che non ritorna”? Oppure “San Lorenzo, io lo so perché tanto /di stelle per l'aria tranquilla / arde e cade?” o ancora “C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole, / anzi d'antico: io vivo altrove, e sento / che sono intorno nate le viole”? È un poeta che abbiamo amato, a differenza di altri più tronfi e arcigni come Giosue Carducci e Gabriele D’Annunzio, perché sapeva farsi amare con quella sua visione della vita e della poesia, da lui stesso espressa nel Fanciullino: “Il poeta è poeta, non oratore o predicatore, non filosofo, non istorico, non maestro, non tribuno o demagogo, non uomo di stato o di corte. E nemmeno è, sia con pace del maestro Giosue Carducci, un artiere che foggi spada e scudi e vomeri; e nemmeno, con pace di tanti altri, un artista che nielli e ceselli l'oro che altri gli porga. A costituire il poeta vale infinitamente più il suo sentimento e la sua visione, che il modo col quale agli altri trasmette l'uno e l'altra”. E certamente ci piace perché ognuno di noi è consapevole di serbare nella parte più riposta del cuore quel bambino capace di meravigliarsi e di emozionarsi: “È dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi, come credeva Cebes Tebano che primo in sé lo scoperse, ma lagrime ancora e tripudi suoi. Quando la nostra età è tuttavia tenera, egli confonde la sua voce con la nostra, e dei due fanciulli che ruzzano e contendono tra loro, e, insieme sempre, temono sperano godono piangono, si sente un palpito solo, uno strillare e un guaire solo. Ma quindi noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia; noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce, ed egli fa sentire tuttavia e sempre il suo tinnulo squillo come di campanello”.

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da MYRICAE, 1891

FIDES

Quando brillava il vespero vermiglio,
e il cipresso pareva oro, oro fino,
la madre disse al piccoletto figlio:
Cosi fatto è lassù tutto un giardino.
Il bimbo dorme, e sogna i rami d'oro,
gli alberi d'oro, le foreste d'oro;
mentre il cipresso nella notte nera
scagliasi al vento, piange alla bufera.

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L’ASSIUOLO

Dov’era la luna? ché il cielo
notava in un’alba di perla,
ed ergersi il mandorlo e il melo
parevano a meglio vederla.
Venivano soffi di lampi
da un nero di nubi laggiù;
veniva una voce dai campi:
chiù...

Le stelle lucevano rare
tra mezzo alla nebbia di latte:
sentivo il cullare del mare,
sentivo un fru fru tra le fratte;
sentivo nel cuore un sussulto,
com’eco d’un grido che fu.
Sonava lontano il singulto:
chiù...

Su tutte le lucide vette
tremava un sospiro di vento:
squassavano le cavallette
finissimi sistri d’argento
(tintinni a invisibili porte
che forse non s’aprono più?...);
e c’era quel pianto di morte...
chiù...

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da CANTI DI CASTELVECCHIO, 1903

VALENTINO

Oh! Valentino vestito di nuovo,
come le brocche dei biancospini!
Solo, ai piedini provati dal rovo
porti la pelle de' tuoi piedini;
porti le scarpe che mamma ti fece,
che non mutasti mai da quel dì,
che non costarono un picciolo: in vece
costa il vestito che ti cucì.
Costa; ché mamma già tutto ci spese
quel tintinnante salvadanaio:
ora esso è vuoto; e cantò più d' un mese,
per riempirlo, tutto il pollaio.
Pensa, a Gennaio, che il fuoco del ciocco
non ti bastava, tremavi, ahimè!,
e le galline cantavano, Un cocco!
ecco ecco un cocco un cocco per te!
Poi, le galline chiocciarono, e venne
Marzo, e tu, magro contadinello
restasti a mezzo, così, con le penne,
ma nudi i piedi, come un uccello:
come l'uccello venuto dal mare,
che tra il ciliegio salta, e non sa
ch' oltre il beccare, il cantare, l'amare,
ci sia qualch'altra felicità.

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IL CROCO

I

O pallido croco,
nel vaso d'argilla,
ch'è bello, e non l'ami,
coi petali lilla
tu chiudi gli stami
di fuoco:
le miche di fuoco
coi lunghi tuoi petali
chiudi nel cuore
tu leso, o poeta
dei pascoli, fiore
di croco!
Vuoi l'acqua di polla
ravvivi, o viole,
non chi la sua zolla
rivuole!

 

II

Ma messo ad un riso
di luce e di cielo,
per subito inganno
ritorna il tuo stelo
colà donde l'hanno
diviso:
tu pallido, e fiso
nel raggio che accora,
nel raggio che piace,
dimentichi ch'ora
sei esule, lacero,
ucciso:
tu apri il tuo cuore,
ch'è chiuso, che duole,
ch'è rotto, che muore,
nel sole!

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da NUOVI POEMETTI, 1909

LA VERTIGINE

Si racconta di un fanciullo che aveva
perduto il senso della gravità...

I

Uomini, se in voi guardo, il mio spavento
cresce nel cuore. Io senza voce e moto
voi vedo immersi nell'eterno vento;
voi vedo, fermi i brevi piedi al loto,
ai sassi, all'erbe dell'aerea terra,
abbandonarvi e pender giù nel vuoto.
Oh! voi non siete il bosco, che s'afferra
con le radici, e non si getta in aria
se d'altrettanto non va su, sotterra!
Oh! voi non siete il mare, cui contraria
regge una forza, un soffio che s'effonde,
laggiù, dal cielo, e che giammai non varia.
Eternamente il mar selvaggio l'onde
protende al cupo; e un alito incessante
piano al suo rauco rantolar risponde.
Ma voi... Chi ferma a voi quassù le piante?
Vero è che andate, gli occhi e il cuore stretti
a questa informe oscurità volante;
che fisso il mento a gli anelanti petti,
andate, ingombri dell'oblio che nega,
penduli, o voi che vi credete eretti!
Ma quando il capo e l'occhio vi si piega
giù per l'abisso in cui lontan lontano
in fondo in fondo è il luccichìo di Vega...?
Allora io, sempre, io l'una e l'altra mano
getto a una rupe, a un albero, a uno stelo,
a un filo d'erba, per l'orror del vano!
a un nulla, qui, per non cadere in cielo!

II

Oh! se la notte, almeno lei, non fosse!
Qual freddo orrore pendere su quelle
lontane, fredde, bianche azzurre e rosse,
su quell'immenso baratro di stelle,
sopra quei gruppi, sopra quelli ammassi,
quel seminìo, quel polverìo di stelle!
Su quell'immenso baratro tu passi
correndo, o Terra, e non sei mai trascorsa,
con noi pendenti, in grande oblìo, dai sassi.
Io veglio. In cuor mi venta la tua corsa.
Veglio. Mi fissa di laggiù coi tondi
occhi, tutta la notte, la Grande Orsa:
se mi si svella, se mi si sprofondi
l'essere, tutto l'essere, in quel mare
d'astri, in quel cupo vortice di mondi!
veder d'attimo in attimo più chiare
le costellazïoni, il firmamento
crescere sotto il mio precipitare!
precipitare languido, sgomento,
nullo, senza più peso e senza senso.
sprofondar d'un millennio ogni momento!
di là da ciò che vedo e ciò che penso,
non trovar fondo, non trovar mai posa,
da spazio immenso ad altro spazio immenso;
forse, giù giù, via via, sperar... che cosa?
La sosta! Il fine! Il termine ultimo! Io,
io te, di nebulosa in nebulosa,
di cielo in cielo, in vano e sempre, Dio!

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Pascoli_2€

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia consiste nella visione d'un particolare inavvertito, fuori e dentro di noi.
GIOVANNI PASCOLI, Il fanciullino




Giovanni Pascoli (San Mauro di Romagna, 31 dicembre 1855 – Bologna, 6 aprile 1912), poeta e accademico italiano, eccelso latinista, figura emblematica della letteratura di fine Ottocento. Nonostante la sua formazione eminentemente positivistica, è il maggiore esponente del Decadentismo.

     

giovedì 5 aprile 2012

Il mantello fin sopra gli occhi


GIOVANNI RABONI

TRADIMENTO DI PIETRO

Quante volte, pellegrini
affranti da una notte di bufera,
mettendoci alla fine accanto al fuoco
d’una locanda, ci troviamo in mezzo
ai volti stanchi dei nostri nemici!
Certo, potremmo
alzarci urlando; e forse, addirittura
tirar fuori il coltello: e interrogati
sul nostro nome
rispondere coi motti più roventi
fracassando stoviglie. Ma a chi giova
tanta fatica? All’oste no, né al cuore
spossato dalla pioggia. Meglio fingerci amici,
stranieri, o troppo vili: distesi sulla panca
che scivola nell’ombra dai bagliori
rispondere coi cenni o a monosillabi
tirandoci il mantello fin sopra gli occhi.

(da Rappresentazione della Croce, Garzanti, 2000)

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Rappresentazione della Croce è un testo teatrale – l’unico – scritto per il Teatro Stabile di Palermo dal poeta Giovanni Raboni: per raccontare la Passione narra la vita di Cristo senza la presenza del Cristo, dando voce a vari testimoni: “Mi ha interessato nel farlo – all’inizio in modo un po’ inconscio - la tipologia umana dei personaggi che in parte conosciamo in parte sono solo intravisti, quelli più defilati, quelli che occupano un posto minore. (…) Ho cercato di rendere l’incredulità, l’incomprensione, l’ammirazione insomma tutta la gamma possibile delle risposte e dei sentimenti che si possono aver di fronte a un personaggio eccezionale, fuori dal comune, da parte dei testimoni. Naturalmente cercando di immedesimarmi in ciascuno di coloro che ha visto e ha riferito, magari travisando, le cose”. Ed ecco sfilare Giovanni Battista, la Maddalena, Giuda e naturalmente Pietro, l’apostolo che  giura: “Anche se tutti si scandalizzassero di te, io non mi scandalizzerò mai” (Mt, 26,33) e che nel Getsemani taglia con la spada l’orecchio al servo del sommo sacerdote per difendere il Maestro (Gv, 18,10) ma che poi alla domanda “Non sei anche tu dei suoi discepoli?” nega e dice: “Non lo sono” (Gv, 18,25). È lui che umanamente “tradisce” per il proprio rendiconto salvo poi portare per tutta la vita il rimorso (è un altro brano da Rappresentazione della Croce):

Non finirà mai, non in questa vita
Ogni volta che a oriente
Ci sarà un po’ di sangue nella bruma
E cominceranno gli uccelli a fremere
D’inquietudine nei loro nidi io
Rivedrò assalirmi le aguzze lingue
Del fuoco che mi svela
Agli occhi senza malizia crudeli
Delle serve del grande sacerdote
E riascolterò lo sfrontato araldo
Del giorno assassinare la mia pace.
Due volte doveva cantare, o una?
E tre volte o due o quante io rinnegare
L’unica verità della mia storia
Prima che brillasse nel
Mezzosonno
La mannaia del rimorso? Io so solo
Che io ero Simone
Ora sono Pietro, e su questa pietra
Si abbarbicherà l’insonnia del mondo.

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CARAVAGGIO, “IL RINNEGAMENTO DI SAN PIETRO”

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LA FRASE DEL GIORNO
Il rimorso non è mai per azioni che abbiamo commesso o che non abbiamo commesso; non è per ciò che facciamo; bensì per ciò che fummo, siamo e fatalmente saremo: non riguarda soltanto il passato, ma anche il futuro.
MARIO SOLDATI, La messa dei villeggianti




Giovanni Raboni (Milano, 22 gennaio 1932 – Fontanellato, 16 settembre 2004), poeta, critico letterario, giornalista, traduttore e scrittore italiano appartenente alla "generazione degli anni Trenta. Nel solco della tradizione lombarda, elaborò sin dalla prima raccolta Le case della Vetra (1966) una poetica d'intonazione civile ma anche esistenziale con toni piani e sommessi.


mercoledì 4 aprile 2012

La faccia col giornale


ELIO PAGLIARANI

SARÀ ORA DI CHIUDERE, AMORE

Sarà ora di chiudere, amore,
che smetta di fare la guardia al cemento
tra piazza Tricolore e via Bellini
di coprirmi la faccia col giornale
quando ferma la E, di attraversare
obliquo la tua strada, di patire
anche a passarci in treno
in fondo a viale Argonne
vicino alla tua casa.

(da Inventario privato, Veronelli, 1959)

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Lo sappiamo, c’è un momento in cui bisogna rassegnarsi, fare i conti con la propria situazione e chiudere con una storia d’amore che non può decollare, che resta unilaterale, confinata nel limbo del desiderio, del “vorrei ma non posso” perché è l’altra/l’altro che può e non vuole. È questo il momento fotografato, immortalato con precisione e dovizia di particolari da Elio Pagliarani: pensiamo alla Milano di cinquant’anni fa, con il boom economico e il primo benessere, che chiede però in cambio il suo tributo di alienazione, e collochiamolo lì il poeta, davanti a una delle nuove case sorte dopo la guerra, dove la città si allarga dal centro e viaggia già verso la periferia in vialoni squadrati e ordinati fiancheggiati dal verde urbano. Osserva la donna amata da lontano come un investigatore privato, si nasconde e si tormenta. Sta pensando che è ora di chiudere, di smetterla di soffrire per quell’amore. C’è da giurarci che tra poche ore riprenderà invece a pensare a lei…

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DIPINTO DI ALESSANDRO PAPETTI

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LA FRASE DEL GIORNO
Non aggiungere altre pene a quelle che già l'amore porta con sé.
TERENZIO, L’eunuco




Elio Pagliarani (Viserba, 25 maggio 1927 – Roma, 8 marzo 2012), poeta e critico teatrale italiano. Tra i principali esponenti della neoavanguardia, fu uno dei protagonisti del Gruppo '63, all'interno del quale occupò tuttavia una posizione autonoma e personale. La sua poesia nasce dalla cronaca e dalla vita quotidiana.


martedì 3 aprile 2012

L’amante di Wendy


WENDY COPE

IL MIO AMANTE

E ora parlerò del mio amante, che rimarrà senza nome.
Perché a 49 anni sa fare il rumore di cinque diversi tipi
di camion che cambiano le marce in salita.
Perché a volte lo fa sulle scale del posto dove lavora.
Perché poi si vergogna quando gli altri lo sentono.
Perché sa anche imitare almeno tre tipi diversi di treni.
Perché questi includono: la metropolitana di Londra,
il treno a vapore e il trenino elettrico
delle Ferrovie Meridionali.
Perché tifa per il Tottenham Hotspur con gioiosa
e immutabile devozione.
Perché odia l’Arsenal, i cui tifosi sono rozzi e incivili.
Perché spiega che gli Spurs sono magici, mentre l’Arsenal
è noioso e sta sempre in difesa.
Perché io non ne sapevo niente fino a sei mesi fa,
e non mi curavo di saperlo.
Perché ora tutto questo mi affascina.
Perché lui si esibisce per gradi, dieci.
Perché, primo, si presenta come una persona gentile,
seria e mentalmente libera.
Perché, secondo, affronta molti pranzi, discutendo a tavola
della vita e dell’amore senza mai nominare il calcio.
Perché, terzo, sta attento a non rivelare quanto detesti
avere la peggio in una discussione.
Perché, quarto, parla delle donne del suo passato,
riconoscendo che in parte è stata colpa sua.
Perché, quinto, è talmente ragionevole che tendi a dubitarne.
Perché, sesto, si autoinvita per un drink una sera.
Perché, settimo, in due vi scolate due bottiglie di vino.
Perché, ottavo, si ferma per la notte.
Perché, nono, non vedi l’ora di rivederlo.
Perché, decimo, non si fa vivo per giorni.
Perché avendo raggiunto lo scopo ritorna ai suoi interessi.
Perché non salterà nemmeno un’ora del corso serale
o una sola prova di coro a causa di una donna.
Perché è quasi sempre fuori casa.
Perché non riesci nemmeno a trovarlo al telefono.
Perché è il tipo d’uomo che da generazioni fa impazzire
le donne.
Perché, è triste ammetterlo, questo pensiero non basta
a farti rinsavire.
Perché è affascinante.
Perché è buono con gli animali e coi bambini.
Perché la sua voce è rassicurante e sexy allo stesso tempo.
Perché guida una vecchissima Vauxhall Astra station wagon.
Perché va a 130 sull’autostrada.
Perché quando lo supplico di rallentare dice: “Non intendo
andare più piano di così”.
Perché è convinto di conoscere le strade meglio di chiunque
altro sulla terra.
Perché non insiste per avere consigli dai suoi passeggeri.
Perché se mai dovesse perdersi sarebbe un bell’inferno.
Perché qualche volta mi fa dormire dalla parte sbagliata
del mio letto.
Perché non puoi dargli ordini.
Perché ha questa dote, che gli sta bene mangiare
i bastoncini di pesce surgelati o il cibo cinese già pronto
o prepararsi la cena da solo.
Perché sa come cucino ed è realista.
Perché mi prepara tazze di cacao densissimo con le bollicine.
Perché beve e fuma almeno quanto me.
Perché è ossessionato dal sesso.
Perché non direbbe mai che è sopravvalutato.
Perché è cresciuto prima della società permissiva
e si ricorda della sua adolescenza.
Perché non insiste nel ripetere che è sano e naturale,
né mi chiede cosa vorrei che facesse.
Perché ha alcune idee tutte sue.
Perché non è mai stato capace di dormire a lungo
e la notte parla con me fino a tardi.
Perché ci logoriamo a vicenda con la nostra insonnia.
Perché mi fa sentire come una lampadina che non può
spegnersi da sola.
Perché ispira una poesia dopo l’altra.
Perché è pulito e ordinato ma non si preoccupa
troppo del suo aspetto.
Perché permette al barbiere di tagliargli i capelli troppo corti
e per due settimane va in giro che sembra un carcerato.
Perché quando metto una collana e gli chiedo se
mi sta bene risponde: “Sì, se No vuol dire provarne altre tre”.
Perché è rimasto scioccato quando i compagni di squadra
più giovani hanno cominciato a usare il talco negli spogliatoi.
Perché la sua mascolinità vecchio stile è per me
fonte di continuo divertimento.
Perché la cosa lo rende perplesso.

(Traduzione di Silvio Raffo)

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Abbiamo già incontrato la poetessa inglese Wendy Cope: era alle prese con un uomo che le voleva comprare dei fiori ma poi non li ha comprati e in questo gesto mancato lei leggeva la tenerezza della possibilità. Possiamo pensare che sia lo stesso uomo, quello che ci presenta come “suo amante” – si sa, del resto, che “gli uomini sono tutti uguali” o almeno ciò è quello che pensa di noi l’altra metà del cielo. E allora facciamo la conoscenza con questo inglese quarantanovenne rimasto un po’ bambino, visto che ama imitare il rumore dei treni e dei camion, però capace di essere sincero ed elegante e amabilmente retrò ma anche comprensibilmente moderno. Un uomo che ha tutti i difetti congeniti degli uomini (sì, anch’io “non intendo andare più piano di così in autostrada”, anch’io rispondo “Sì, se No vuol dire provarne altre te”) ma che ha anche i suoi pregi, che alla fine si racchiudono in uno solo: la fa sentire “come una lampadina che non può spegnersi da sola”.

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JACK VETTRIANO, “THE INNOCENTS II”

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LA FRASE DEL GIORNO
Chi ama profondamente non invecchia mai. Neanche a cent'anni, perché l'amore è l'ala che ci aiuta a volare verso l'infinito
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ROMANO BATTAGLIA, Cielochiaro




Wendy Cope (Erith, 21 luglio 1945) è una poetessa britannica. Lettrice di Storia al St. Hilda’s College, ha esordito nel 1986 con Preparando una cioccolata per Kingsley Amis, facendosi notare per l’ironia e l’arguzia delle sue poesie.

lunedì 2 aprile 2012

Pioggia a Roma


GIORGIO VIGOLO

DILUVIO

Mi coglie lo scroscio dirotto
a mezzogiorno sul ponte:
dintorno la città - chiese e palazzi -
si scioglie in fumo e non si vede più.
 
Anche quell’ultima cupola spare.
 
Rimasto solo è il ponte,
tagliato dalle sponde,
sospeso in alto in alto fra le nuvole
con le sue statue d’angioli grondanti.
 
Ma mentre la città mi si cancella
nel fumante diluvio
dentro la nube uno spiraglio ride
verso uno sfondo di monti sereni:
e dietro un vetro limpido e sottile
l’ultima pioggia un praticello splende
avvicinato in quell’umida lente.
 
Fuori di porta è già tornato il sole.

(da Canto fermo, 1931)

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Roma. La Roma di ponti sul Tevere e palazzi barocchi, di chiese dalle facciate piene di statue protagonista delle poesie di Giorgio Vigolo non come un paesaggio, come una scenografica quinta davanti alla quale si svolge la vita, ma come entità viva e pulsante. Qui è uno scroscio di pioggia a mostrare la sua faccia, a rivelarne l’anima – e Città dell’anima non a caso è il titolo di una sua raccolta del 1923 – prima sconvolta dalla nube temporalesca e poi riaccesa di speranza con il ritorno del sole. E il poeta può continuare a passeggiare per la amatissima Roma “trasognato e felice / per viucole antiche”.

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Roma

ELABORAZIONE GRAFICA © DANIELE RIVA

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LA FRASE DEL GIORNO
Nulla è più bello al mondo / che quando si comunica, / e coi ciottoli, gli uccelli, i fili d'erba  si trova una comune lingua.
GIORGIO VIGOLO, Fantasmi di pietra




Giorgio Vigolo (Roma, 3 dicembre 1894 – 9 gennaio 1983), poeta e scrittore italiano, esponente della “Scuola Romana”. Le sue poesie hanno un gusto barocco e classicheggiante del paesaggio, soprattutto di quello romano. Profondo conoscitore del Belli, tradusse Maestro Pulce di Hoffmann e le poesie di Hölderlin.



domenica 1 aprile 2012

Altre poesie per aprile


Dolcissimo aprile, tanto dolce da diventare addirittura crudele secondo i citatissimi versi dalla Terra desolata di Eliot che trovate qui in fondo nella “frase del giorno”. E dolcissimi definisce i suoi giorni il poeta veneto Diego Valeri che ne gustava ormai vecchio i toni leopardiani. E la sua tiepida dolcezza esalta anche il poeta russo Evgenij Rejn incantato della possibilità di abbandonare le pesanti vesti di un lungo inverno..

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DIEGO VALERI

SONO GIORNI DOLCISSIMI

Sono giorni dolcissimi
questi che ci preparano le piogge
dolcissime di aprile. Luce bianca
filtrata da nebule bianche,
appena un sospiro di vento
che si sprigiona dal cuore del mondo.
In quest'ora del tempo
il vecchio mondo, come il vecchio Adamo,
ha un cuore giovanetto:
quel suo cuore (o Leopardi!) d'una volta.

(da Calle del vento, Mondadori, 1975)

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EVGENIJ REJN

ESTATE IN APRILE

Aprile, precoce estate.
Su, ripieghiamo il paraorecchie nel cassetto.
Tiriamo fuori camicie, cotton wear e altre minuzie
vestiarie.
Al rombo delle auto fragorose, apriamo le finestre.
Ventiquattro gradi Celsius. Dunque, che fare?

È sempre una sorpresa. Forse che, staccando
dal gancetto
il pellicciotto, t’ aspettavi questo volgere del sole?
Sapevi, forse, che saresti vissuto fino a questo
strepito e chiasso? E comunque si ha lo stesso voglia,

di mattina, di uscire vestiti leggeri e di azzurro,
e camminare fino al metrò: solo là c’è protezione.
Chi ha visto il cambio di stagione, dirà: “Sia pure.
Fuori è estate: Pasqua e Risurrezione”.


(da Balcone e altre poesie, Diabasis, 2008 - Traduzione di Alessandro Niero)


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Adda

FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

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LA FRASE DEL GIORNO
Aprile è il più crudele dei mesi, genera /  Lillà da terra morta, confondendo /  Memoria e desiderio, risvegliando / Le radici sopite con la pioggia della primavera.
THOMAS STEARNS ELIOT, La terra desolata




Diego Valeri (Piove di Sacco, 25 gennaio 1887 – Roma, 27 novembre 1976), poeta, traduttore e accademico italiano, fu ordinario di Letteratura Francese all’Università di Padova per oltre vent’anni, tranne nel periodo 1943-45 quando riparò in Svizzera come rifugiato politico.


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Evgenij Borisovic Rejn (San Pietroburgo, 29 dicembre 1935),  poeta e scrittore russo, Negli anni '60, insieme a Joseph Brodskijy , Dmitri Bobyshev e Anatoly Naiman, animò gli Orfani della Achmatova, gruppo poetico di Leningrado. Le sue poesie furono pubblicate su samizdat e giornali clandestini sovietici.