venerdì 17 luglio 2009

Alfonso Gatto

Nasceva a  Salerno da famiglia calabrese esattamente cento anni fa, il 17 luglio del 1909, uno dei poeti più significativi del '900 italiano: Alfonso Gatto. Ermetico, ma di confine, giornalista e pittore, insegnante di Letteratura all'Accademia di Belle Arti, morì in un incidente automobilistico ad Orbetello nel 1976.
Fu lui stesso a definirsi, in un articolo sul "Politecnico" di Vittorini nel 1947: “Se voi mi domandate perché un poeta scrive, in che modo si è deciso a scrivere, se voi ricordate quel ragazzo seduto nella sua stanza diroccata, comprenderete perché la poesia appartenga agli uomini che non si difendono, che passano nella vita, lungo tutta la vita, senza appropriarsene, amandola anche per gli altri che credono di averla spesa o di poterla spendere senza nemmeno mai riuscire a destarla”.
Ermetico di confine, si diceva sopra: perché Gatto ricavò dall’Ermetismo il gusto dell'analogia e la ricerca continua di quel sentimento sofferto, ma lo rielaborò in un ordine che ermetico non è, la prosodia metrica, l'endecasillabo, la strofa, la rima. La poesia di Gatto è colorata, spesso gioiosa, anche se pervasa da un senso della morte che si intreccia al vivere: l'infanzia e la sua innocenza vi spiccano come un lontano paradiso mitologizzato, l'arte vi divampa a colori diventando spesso una trasposizione visiva di tipo impressionista.

Alfonso Gatto in un ritratto di Serena Maffia

da "POESIE", 1941

POESIA

In ogni gioia breve e netta scorgo il mio pericolo.
Circolo chiuso ad ogni essere è l'amore che lo regge.
Tendo a questo dubbio intero, a un divieto in cui
cogliere il sospetto e la lusinga del mio movimento.
Universo che mi spazia e m'isola, poesia.




PRIM'ALBA

Prim'alba odora vuota.
Il silenzio dell'aria
s'imperla gelido.

E in ogni foglia tace
l'ulivo, la tristezza.

Ora la notte sbianca.



CANTO ALLE RONDINI 

Questa verde serata ancora nuova
e la luna che sfiora calma il giorno
oltre la luce aperto con le rondini
daranno pace e fiume alla campagna
ed agli esuli morti un altro amore;
ci rimpiange monotono quel grido
brullo che spinge già l' inverno, è solo
l' uomo che porta la città lontano.
e nei treni che spuntano, e nell' ora
fonda che annotta, sperano le donne
ai freddi affissi d' un teatro, cuore
logoro nome che patimmo un giorno.




PAROLE

«Ti perderò come si perde un giorno
chiaro di festa: - io lo dicevo all'ombra
ch'eri nel vano della stanza - attesa,
la mia memoria ti cercò negli anni
floridi di un nome, una sembianza: pure,
dileguerai, e sarà sempre oblio
di noi nel mondo.»
    Tu guardavi il giorno
svanito nel crepuscolo, parlavo
della pace infinita che sui fiumi
stende la sera alla campagna.



da "POESIE D'AMORE", 1949

IL 4 È ROSSO

Dentro la bocca ha tutte le vocali
il bambino che canta. La sua gioia
come la giacca azzurra, come i pali
netti del cielo, s'apre all'aria, è il fresco
della faccia che porta. Il 4 è rosso
come i numeri grandi delle navi.



da "LA FORZA DEGLI OCCHI", 1953

QUASI UN RICORDO

Incontrarci per caso ci parve
nell'ora dimenticata.
Fu la stazione gialla nel verde.
Un ciclista perduta la via
beveva ricordi in fondo agli occhi.
Ma tutto è eterno per chi passa,
anche il nome udito una volta.



da "DESINENZE", 1976

UN FIORE PER KAVAFIS

Un uomo come lui che gli somigli,
stanco e voglioso d'essere più solo
di quel che fu con i pensieri suoi,
con le sue mani attente a trovar posto
alla tazza al bicchiere al quadernetto
di versi, luccicante per gli occhiali
l'intensa tenerezza di cui visse:
questo, nel freddo dell'ottobre schivo,
il fiore che ti porto.
È nell'emporio dolce della noia
il confetto pensoso che rimugini
con l'amara lentezza dello sguardo,
il notare il notare e mai concludere,
come dicevi,
e la saggezza pigra dell'amore.





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LA FRASE DEL GIORNO
La rima corrisponde all'antico richiamo che le parole hanno tra loro come due occhi che sono necessari allo stesso sguardo.
ALFONSO GATTO, su "La Fiera letteraria" del 25 dicembre 1955

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