venerdì 27 marzo 2009

Anna Achmatova


La figura della poetessa russa Anna Achmatova - nata a Odessa nel 1889 e morta a Mosca nel 1966 - è quella di un'artista europea nello stile eppure profondamente legata alla sua patria nei contenuti. Non aveva legami o debiti con la tradizione russa né con il decadentismo che allora dominava la scena letteraria: era libera nella sua gioventù luminosa che presto gli avvenimenti avrebbero amaramente colpito con la persecuzione staliniana, l'uccisione del primo marito, la traumatica esperienza dell'unico figlio incarcerato dal regime sovietico, gli ostacoli posti alla sua opera, bollata come "pessimismo nevrotico" e "erotismo malato" dalla nomenklatura ligia al partito.

"Negli anni terribili della ežóvšcina [periodo in cui commissario del popolo agli Interni fu Nikolaj Ivanovic Ežov, 1936-1938] ho passato diciassette mesi in fila davanti alle carceri di Leningrado. Una volta qualcuno mi «riconobbe». Allora una donna dalle labbra livide che stava dietro di me e che, sicuramente non aveva mai sentito il mio nome, si riscosse dal torpore che era caratteristico di noi tutti e mi domandò in un orecchio (lì tutti parlavano sussurrando):
- Ma questo lei può descriverlo?
E io dissi:
- Posso.
Allora una sorta di sorriso scivolò lungo quello che un tempo era stato il suo volto.

(da "Requiem", 1957)

Così la Achmatova propone il suo testo spesso scarno, liberato dalle analogie simboliche, lo rende nudo ed evidente, scolpito fino all'osso. E lo veste di un'ironia e di una malinconia che sconfinano nel disincanto. L'impressionismo diventa realismo. Bastano un accenno di paesaggio, un profumo, un gesto a fare poesia. E anche l'amore è ben di là dell'ideale romantico: è sofferenza, è un peso sul cuore, è un tormento che spalanca però le porte dello spirito.


Strinsi le mani sotto il velo oscuro...
«Perché oggi sei pallida?»
Perché d'agra tristezza
l'ho abbeverato fino ad ubriacarlo.

Come dimenticare? Uscì vacillando,
sulla bocca una smorfia di dolore...
Corsi senza sfiorare la ringhiera,
corsi dietro di lui fino al portone.


Soffocando, gridai: «È stato tutto
uno scherzo. Muoio se te ne vai».
Lui sorrise calmo, crudele
e mi disse: «Non startene al vento».


1911


*

Fosti la mia beata culla,
cupa città sul fiume minaccioso,
e il maestoso letto nuziale
su cui libravano corone
i tuoi giovani serafini,
città amata di un amore amaro.

Tu, severa, tranquilla, brumosa,
eri il soglio delle mie preghiere,
qui per primo comparve l'amato
a mostrarmi una via luminosa,
e qui la mia Musa dolorosa
mi conduceva, come una cieca.


1914

*

ULTIMO BRINDISI

Bevo a una casa distrutta,
alla mia vita sciagurata,
a solitudini vissute in due
e bevo anche a te:
all'inganno di labbra che tradirono,
al morto gelo dei tuoi occhi,
ad un mondo crudele e rozzo,
ad un Dio che non ci ha salvato.


1934

*

Settemilatre chilometri...
non puoi sentire la madre chiamare,
nel fischio tremendo del vento polare,
nella stretta delle intemperie,
inselvatichisci, inferocisci: tu, adorato,
tu, ultimo e primo, tu, nostro.
Indifferente la primavera vaga
sulla mia tomba di leningradese.


1957

(Traduzioni di Michele Colucci)





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LA FRASE DEL GIORNO
Siamo tutti per poco ospiti della vita, / vivere è solo un’abitudine.
ANNA ACHMATOVA, Noi quattro (Schizzi di Komarovo)

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