venerdì 18 luglio 2008

Alberico Sala


Un'intimità sensibile e sofferta è alla base della poesia di Alberico Sala, poeta bergamasco (Vailate, Cremona 1923-1991), che fu critico letterario, artistico e cinematografico per l'Eco di Bergamo e il Corriere d'Informazione. Dopo la guerra, tra il 1945 e il 1955, Sala sviluppò i suoi temi di viva memoria, esprimendo un linguaggio chiaro che già superava l'ermetismo in una direzione quasi prosastica. Ne nacque una poesia impregnata di realismo sì, ma anche capace di raccontare compiutamente, sebbene con pudore e timidezza, i sentimenti: i giorni dell'adolescenza, il ricordo del padre e della madre, la vita familiare nella pianura bergamasca. La prima sua raccolta è “Epigrafi e canti”, del 1957.

Qui spicca un legame forte con la terra, con la pianura ghiaiosa che si estende fra tre grandi fiumi lombardi: nelle prose del “Nido di ghiaia” il poeta afferma “...La mia Bassa, adacquata dall’Adda, dal Serio, dall’Oglio, sempre più si riappropria i miei giorni, muta in lusinghe i disagi, in doni le assenze. Il silenzio delle contrade, appena sfiorate dal benessere, dai ponti dell’effimero, non isola, riattiva i contatti naturali, riporta le stagioni; la nebbia non confonde, ma raccoglie. È la mia terra, che non ho mai barattato con la carta. Anzi, neppure terra, ma ‘gera’, cioè ghiaia, proprio dell’Adda, fiume erratico, vagabondo nei secoli, per la forza delle piene e del vento...”.

Più avanti Sala innesta altri temi profondi: la città e la condizione del vivere nella vita moderna, dimostrandosi così attento a cogliere i mutamenti di costume nella società opulenta degli Anni '60. La memoria però ritorna a quella terra natale tanto amata: non è così distante dalla città, ma enormemente lontana nel ricordo, nello scorrere del tempo “...Inseguo, tra i fogli colorati, archi, campanili, portici, finestrelle, portali, fontanili, rive d’alberi, absidi e giardini, torri, merli, ponti, balconi, viali, cancellate, rive, case, cappelle, santuari, statue e croci, campane sciolte nel vento, greti, ghiaia, gera, la Geradadda. Ci si può perdere nel mare d’erba, fra tanti richiami e tentazioni, fra dimore e paesi, che attraverso per gli spostamenti della vita o che ricordo e frequento solo con la memoria; che cerco, ogni tanto, per privatissime ragioni; o che sogno appoggiandomi a confidenze, o veggenze...”. È il caso di “Sempre più difficilie”, opera del 1960-


da "Sempre più difficile"

ERO IN RISERVA

a Dino Buzzati

Ride al distributore la ragazza:
profuma la benzina rossa corallo.
Con il daino lucida i vetri,
e i suoi occhi subito cadono
nella conchiglia dello specchio.
Il padre annusa i cedri sul sedile:
«Dentro son bianchi e grassi come pesci».
Affonda un'ungia la ragazza
nella scorza, e sempre ride riversa.
Così verso la sera d'origano
la Giulietta sprint la porta via.


Al Sud, 1960


* * * * *

ORA IL VIVERE

L'ultima madre chiama dalla duna
già cupa il figlio che rincorre
il sughero sfuggito alla rete:
ombrelloni spaventapasseri disperdono
i pensieri. Ora il vivere
è questo sereno essere accanto
con il sangue fresco e leggiero
nelle vene di sale. Gli errori
macchiano meno dell'acqua
il tuo costume. Se guardiamo
oltre la spiaggia di nailon, il cielo
è il mare. Non aspettiamo nessuno.


Milano Marittima, '60



L'Adda



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LA FRASE DEL GIORNO
Il tempo non è una corda che si può misurare a nodi, il tempo è una superficie obliqua e oscillante che solo la memoria riesce a far muovere e avvicinare.
JOSÉ SARAMAGO, Il Vangelo secondo Gesù

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