martedì 26 maggio 2015

Quanti versi sono rimasti

 

MARCO ANTONIO CAMPOSMarco Antonio Campos

I POETI MODERNI

E cosa è rimasto delle sperimentazioni,
del “grande esordio della modernità”,
del “confronto con la pagina bianca”,
della capriola ritmica e del
trapano della parola,
degli ultraisti e degli uccelli concreti,
dei surrealisti con sogni di
naufraghi di terraferma,
quanti versi ti hanno rivelato un mondo,
quanti versi sono rimasti nel tuo cuore,
dimmi, quanti versi sono rimasti nel tuo cuore?

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Non riesco a capire se il poeta messicano Marco Antonio Campos (Città del Messico, 1949) ce l’abbia con la poesia moderna o se invece reputi che qualche cosa di essa si possa salvare. Secondo me, ogni aggettivo che si appiccica alla poesia è un inutile pleonasmo: la poesia è poesia e basta. Che sia antica, moderna, sociale, d’amore, surrealista, futurista, classicista. È poesia. Punto. E la risposta all’ultima insistita domanda è: tanti. Tanti versi mi sono rimasti nel cuore, tanti versi mi rimangono nel cuore.

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Balthus

BALTHUS, KATIA READING

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LA FRASE DEL GIORNO
Certi poeti moderni fanno pensare a ragni ubriacati con LSD.
GESUALDO BUFALINO, Il malpensante

lunedì 25 maggio 2015

Per essere rosa

 

SIRO ANGELI

SÌ, LO SO BENE

Sì, lo so bene, non ha
la rosa bisogno del nome
che dico, nemmeno del mio

sguardo per essere rosa:
le basta l’occhio di Dio.
Pure talvolta mi chiedo

se in lei non entri qualcosa
di me, se anche di come
io solamente la vedo

si nutra la sua verità.

(da L’ultima libertà, Mondadori, 1962)

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“Cosa c’è in un nome? Ciò che chiamiamo rosa anche con in altro nome conserva sempre il suo profumo”. Parte evidentemente dal Romeo e Giulietta di William Shakespeare il poeta carnico Siro Angeli (1913-1991) per la sua meditazione sull’essere, sul fluire della vita, sulla nostra presenza nel mondo.

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Rosa

IMMAGINE © DEVIANT ART

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LA FRASE DEL GIORNO
Lei è rosa, poeta... così si chiama / senti bene il suo profumo... Lei ti ama...
VINICIUS DE MORAES, Libro di sonetti

domenica 24 maggio 2015

La notte violentata

 

GIUSEPPE UNGARETTIUngaretti

IN DORMIVEGLIA

Valloncello di Cima Quattro il 6 agosto 1916

Assisto la notte violentata

L’aria è crivellata
come una trina
dalle schioppettate
degli uomini
ritratti
nelle trincee
come le lumache nel loro guscio

Mi pare
che un affannato
nugolo di scalpellini
batta il lastricato
di pietra di lava
delle mie strade
ed io l’ascolti
non vedendo
in dormiveglia

(da L’Allegria, 1931)

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“Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio / dei primi fanti il ventiquattro maggio; / l’esercito marciava per raggiunger la frontiera / per far contro il nemico una barriera! / Muti passaron quella notte i fanti, / tacere bisognava e andare avanti”: l’inno patriottico della Prima Guerra Mondiale fotografa esattamente quel 24 maggio del 1915 in cui anche l’Italia precipitava nella “inutile strage”: un silenzio sgomento e un ordine da eseguire alla lettera. Fu un conflitto crudele, logorante, di trincea, cruento: passò attraverso l’orrore dei gas e delle decimazioni, avviò la strada dei bombardamenti aerei, seminò distruzione.

Giuseppe Ungaretti (1888-1970) è probabilmente il suo più grande cantore in poesia, uno sguardo dall’interno, dalle trincee del Carso: certi suoi versi sono divenuti quasi proverbiali: “Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie” (Soldati) e “Di queste case / non è rimasto / che qualche / brandello di muro // Di tanti / che mi corrispondevano / non è rimasto / neppure tanto” (San Martino del Carso). L’immagine della notte violentata dagli spari degli uomini rintanati come le lumache nelle trincee è calzante, è l’inutile violenza che ancora una volta si manifesta. Ma Ungaretti è uomo di speranza e quei colpi di fucile, quelle mitragliate che forano il buio si trasformano nel ritmico martellare degli scalpellini pugliesi che lastricarono la sua Alessandria d’Egitto con pietra lavica. Anche la guerra un giorno finirà.

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Piave prima guerra mondiale-2

IL PASSAGGIO DEL PIAVE IN UN’IMMAGINE TRATTA DAL WEB

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LA FRASE DEL GIORNO
Ma nel cuore / nessuna croce manca / È il mio cuore / il paese più straziato.

GIUSEPPE UNGARETTI, L’Allegria

sabato 23 maggio 2015

Ricordi in scatole da scarpe

 

RAINER MALKOWSKImalkowski

VECCHIE FOTO

Pesci e olive.
The pigeon rocks.
Il vestito tuo più leggero
sopra un carretto
di meloni -

Ricordi in scatole da scarpe.

Istantanee sotto platano,
in giardini di museo
in barche a remi
sospinte alla deriva.

Ora più vicini, ora più lontani
anno dopo anno
quei nostri volti
spensieratamente provvisori.

(da Dell’enigma una parte, 1980 - Traduzione di Gio Batta Bucciol)

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Rainer Malkowski (1939-2003) è poeta attento alle componenti, ai dettagli delle situazioni e con esse spesso costruisce le sue poesie. Non poteva quindi non puntare la sua attenzione su quei frammenti di vita che sono le fotografie. Purtroppo, adesso, le nuove tecnologie se da un lato ci consentono di fruire immediatamente e ovunque delle nostre immagini, dall’altro rischiano di farci perdere la connessione con la memoria. Il tempo si perderà, diffuso tra chiavette USB, dischi fissi esterni da un terabyte, supporti digitali, schede di telefonini ormai obsoleti. Il fascino di quelle fotografie fisiche, da toccare, da sfiorare, da annusare, finirà anch’esso. Sono un romantico, lo so, ma talvolta io apro l’armadio, tiro fuori le vecchie scatole da scarpe e mi guardo quelle fotografie, quegli attimi rubati allo scorrere inesorabile del tempo.

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Shoebox

FOTOGRAFIA © FILMTOPC

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LA FRASE DEL GIORNO
Che cos'altro al mondo, quale romanzo avrebbe mai l'epico respiro di un album di fotografie?
GÜNTER GRASS, Il tamburo di latta

venerdì 22 maggio 2015

Un lungo tunnel

 

JAIME GIL DE BIEDMA

IDILLIO AL CAFFÈ

Ora mi domando se siamo stati qui
tutta la vita. Metto, proprio adesso,
la mano sugli occhi – come pulsa
il sangue nelle palpebre - e i capelli
smisurati si confondono, silenziosi,
allo sguardo. Pesano le ciglia.
Non so bene di cosa parlo. Chi sono,
vaghi volti che nuotano come in un’acqua pallida,
questi seduti qui, con noi vivi?
La sera ci spinge in certi bar
o tra stanchi uomini in pigiama.
Vieni. Usciamo. È notte. C’è l’infinito
su di noi, più in alto, molto al di là delle luci
che illuminano a sprazzi i tuoi grandi occhi.
C’è anche silenzio tra noi,
silenzio
            e questo bacio come un lungo tunnel.

(da Compañeros de viaje, 1959)

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Il catalano Jaime Gil de Biedma (1929-1990) traccia una fumosa scena che è sospesa tra sogno e realtà, tra illusione e ricordo, dove il tempo stesso sembra non scorrere univoco: un uomo in un bar che medita sulla temporalità dell’esistenza e sulla sua incertezza, sulla sua apparente irrealtà. È possibile però uscire, trovare come mezzo di fuga dalla vacuità del vivere la certezza dell’amore: alla fine resta soltanto quel cielo notturno pieno di stelle, quell’infinito che inghiotte tutte le cose e anche il bacio è un lungo tunnel nel quale tutto è dilatato.

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Cafe Jade

GUIDO BORELLI, “CAFE JADE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Per sapere d’amore, per apprenderlo, / essere stato solo è necessario.
JAIME GIL DE BIEDMA, Antologia poetica

giovedì 21 maggio 2015

Dante 750

 

DANTE ALIGHIERIDante

O VOI CHE PER LA VIA

O voi, che per la via d’Amor passate,
attendete e guardate
s’elli è dolore alcun, quanto ‘l mio, grave;
e prego sol ch’audir mi sofferiate,
e poi imaginate
s’io son d’ogni tormento ostale e chiave.
Amor, non già per mia poca bontate,
ma per sua nobiltate,
mi pose in vita sì dolce e soave,
ch’io mi sentia dir dietro spesse fiate:
«Deo, per qual dignitate
così leggiadro questi lo core have?»
Or ho perduta tutta mia baldanza,
che si movea d’amoroso tesoro;
ond’io pover dimoro,
in guisa che di dir mi ven dottanza.
Sì che volendo far come coloro
che per vergogna celan lor mancanza,
di fuor mostro allegranza,
e dentro dallo core struggo e ploro.

(da Vita nuova, 1295)

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Ci tocca. Cade in questo mese il 750° anniversario della nascita di Dante Alighieri. Una data del tutto fittizia, in quanto desunta da versi della Divina Commedia: se il 1265 è certo, sapendo che intraprese quel viaggio poetico il venerdì santo del 1300, considerando che nel Medioevo si riteneva di settant’anni l’età media e che Dante stesso chiosò nell’incipit “Nel mezzo del cammin di nostra vita” e che fu comunque battezzato con tutti i nati dell’anno precedente il 27 marzo 1266, ecco stabilito l’anno. Incerto il giorno, ma nel XXII canto del Paradiso, il Divino Poeta “confessa” di essere nato sotto il segno dei Gemelli: “O gloriose stelle, o lume pregno / di gran virtù, dal quale io riconosco / tutto, qual che si sia, il mio ingegno, / con voi nasceva”, quindi tra il 21 maggio e il 21 giugno.

Che dire? Che probabilmente il fatto di essere stati costretti a studiare la Divina Commedia a scuola per lunghi anni non è stato uno sprone per amare il padre Dante. Eppure, a distanza di anni, rileggere i suoi endecasillabi, le sue terzine, ci fa riconoscere la sua grandezza, la sua costruzione misteriosamente medioevale eppure di una modernità insospettabile, come ricorda anche Giorgio Manganelli: “Credo che tutti i lettori di Dante siano in qualche modo viziati dalla giovanile lettura parcellare imposta dalla scuola. (…) Dante è un enigmatico, e almeno una volta accettiamolo per quel che è. Ha i suoi motivi per non farsi capire subito, e qualche volta per essere assolutamente impenetrabile. È una corsa stremante tra luci e tenebre, stelle, lune, soli, misteriosi frammenti di edifici regali e sacri, con mutile, occulte scritte. Il percorso è talora nitido, geometrico; talora è paludoso, è uno strisciar tra cunicoli ed antri. Non capire è importante”.

Leggiamo, allora, i versi del padre della lingua italiana (lo so che sembra ostico l’antico idioma, ma su, un po’ di sforzo!, almeno quello che applichiamo per sproloquiare in inglese anche quando neppure ci serve). È un sonetto doppio o rinterzato, ovvero caratterizzato dalla presenza di alcuni settenari che prende origine da una frase del profeta Geremia –O vos omnes qui transitis per viam, attendite et videte si est dolor sicut dolor meus – ed esorta a commiserare la sorte di chi amava e ha perduto la dolcezza dell’amore, la sua ricchezza, diventando albergo (ostale) e custode (chiave) del dolore, arrivando per pudore o timore (dottanza) neppure a manifestare questo suo tormento interiore, ma a rimanere come dietro una maschera, mostrando allegro il viso e piangendo (ploro) in cuore.

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Dante_and_beatrice

HENRY HOLIDAY, “DANTE INCONTRA BEATRICE AL PONTE SANTA TRINITA”

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LA FRASE DEL GIORNO
Amor sì dolce mi si fa sentire, / che s'io allora non perdessi ardire, / farei parlando innamorar la gente.
DANTE ALIGHIERI, Vita nuova

mercoledì 20 maggio 2015

Contemplatore e solitario

 

HERMANN HESSEHesse

IL POETA

dedicato ad Hilde Schoeck

Solo a me, il solitario,
luccicano le infinite stelle di notte,
mormora la fonte di pietra il suo magico canto,
solo a me, a me il solitario,
le ombre colorate delle nuvole passeggere,
muovono come sogni sopra la campagna.
Niente mi è dato:
né casa, né campo, né caccia, né bosco, né mestiere,
mio è solo ciò che non è di nessuno,
mio è il ruscello che precipita dietro il velo del bosco,
mio è il mare terrificante,
mio il garrire del gioco dei bimbi,
lacrime e canzoni di chi ama, solo, nella sera.
Miei sono pure i templi degli dei,
mio il venerabile giardino del passato.
E non meno la volta celeste e luminosa
del futuro è la mia patria:
spesso nei voli del desiderio
la mia anima s’innalza e rimira
il futuro di un’umanità beata,
amore che trionfa sulla legge,
amore da gente a gente.
Tutti io ritrovo nobilmente mutati:
contadini e re, mercanti e solerti marinai,
pastori e giardinieri e tutti
festeggiano grati la festa universale del futuro.
Solo il poeta manca,
il poeta contemplatore e solitario,
portatore ed immagine sbiadita dell’umana nostalgia.
Per compiersi
né il mondo né il futuro hanno bisogno di lui.
Molte corone appassiscono sulla sua tomba,
ma la sua memoria è già svanita.

(Traduzione di Brunamaria Dal Lago Veneri)

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Come dice bene il Premio Nobel tedesco Hermann Hesse (1877-1962) il poeta è un solitario – almeno quando “distilla” i suoi versi come un produttore clandestino di whisky: ha bisogno di isolamento per lasciare che la Musa gli detti la sua ispirazione, per meditare sulle cose e strappare loro quel velo, per individuare le connessioni nascoste, per potere da iniziato ricevere la rivelazione della Poesia.

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Maycock

ILLUSTRAZIONE © SARAH MAYCOCK

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia è il sentimento che si confessa a se stesso, nei momenti di solitudine, e che s’incorpora in simboli che sono rappresentazioni il più che possibile esatti del sentimento nella precisa forma che esso assume nello spirito del poeta.

JOHN STUART MILL, Saggi letterari

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