sabato 28 gennaio 2012

La poesia di questo momento

 

CARLOS DRUMMOND DE ANDRADE

POESIA

Ho speso un'ora pensando un verso
che la penna non vuole scrivere.
Tuttavia esso è qui dentro
inquieto, vivo.
Esso è qui dentro
e non vuole uscire.
Ma la poesia di questo momento
inonda tutta la mia vita.

(da Reunião - 10 livros de poesia - Traduzione di Lucia de Oliveira)

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Essere poeta è anche questo: sentire un verso che gira dentro la testa, ma anche nel cuore, nelle viscere: Thomas Pynchon nota in V. che “Scrivere poesie non vuol dire comunicare con gli angeli o con il ‘subconscio’. Vuol dire comunicare con i propri visceri, i genitali, i cinque portali dei sensi. Niente di più”. Il tempo impiegato ad estrarre questo verso come una chiocciola dal guscio o una lucertola dalla tana non è tempo perduto, tutt’altro: è l’essenza stessa della poesia, come rileva il poeta brasiliano Carlos Drummond De Andrade (1903-1987). E, detto altrimenti, sempre con i versi di De Andrade, “In mezzo al cammino c'era una pietra / c'era una pietra in mezzo al cammino / c'era una pietra / in mezzo al cammino c'era una pietra”. Quella pietra è la poesia da scrivere: occorre spostare la sua urgenza per continuare il percorso.

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  R.B. KITAJ, “THE POET WRITING”

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LA FRASE DEL GIORNO
La tua memoria, pasto di poesia, / la tua poesia, pasto dei volgari, / si vanno incastrando in una cosa rigida / che tu chiami: vita, e i suoi travagli.
CARLOS DRUMMOND DE ANDRADE, Reunião - 10 livros de poesia

venerdì 27 gennaio 2012

Wstawàc!

 

PRIMO LEVI

ALZARSI

Sognavamo nelle notti feroci
Sogni densi e violenti
Sognati con anima e corpo:
Tornare; mangiare; raccontare.
Finché suonava breve sommesso
Il comando dell’alba:
    “Wstawàc”:
E si spezzava in petto il cuore.

Ora abbiamo ritrovato la casa,
il nostro ventre è sazio,
abbiamo finito di raccontare.
È tempo. Presto udremo ancora
Il comando straniero:
    “Wstawàc”.

11 gennaio 1946

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“Meditate che questo è stato: / Vi comando queste parole” scrisse Primo Levi (1919-1987) nella Shemà posta ad epigrafe di Se questo è un uomo. Dovremmo meditarlo sempre, e non soltanto nella Giornata della Memoria, scelta in concomitanza con l’anniversario della liberazione del campo di Auschwitz, ma tant’è. “Meditate che questo è stato” ci dice Levi anche attraverso i versi di Alzarsi – Wstawàc è l’ordine della sveglia dato dalle guardie del campo in polacco – poesia che si può ritrovare anche nella Tregua.  Meditate che quell’incubo che ogni mattino ci strappava ai sogni del ritorno, della casa, della famiglia, del cibo, se voi dimenticate, un giorno potrà ritornare per voi, per i vostri figli o per i vostri nipoti.

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FOTOGRAFIA © TULIO BERTORINI / FLICKR

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LA SCOPERTA DI UN LAGER NAZISTA ABBANDONATO IN “BAND OF BROTHERS”, 2001 © HBO

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LA FRASE DEL GIORNO
Essi popolano la mia memoria della loro presenza senza volto, e se potessi racchiudere in una immagine tutto il male del nostro tempo, sceglierei questa immagine, che mi è familiare: un uomo scarno, dalla fronte china e dalle spalle curve, sul cui volto e nei cui occhi non si possa leggere traccia di pensiero.
PRIMO LEVI, Se questo è un uomo

giovedì 26 gennaio 2012

Nikolajewka

 

“Per le strade passavano in silenzio slitte e gruppi di uomini.
Sembravano ombre che uscivano dalla neve”.
MARIO RIGONI STERN

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Oggi, invece della poesia, un canto straziante costituito da una sola parola ripetuta su una melodia che ha qualcosa delle antiche canzoni russe. Non è un canto di guerra, sebbene a una dolorosa vicenda bellica – la Ritirata di Russia del gennaio 1943 - si riferisca, ma un omaggio reso sul finire degli Anni ‘60 dal rivoluzionario direttore di cori Bepi De Marzi. Ascoltandolo, sembra di vedere quella lunga marcia di soldati male armati, male equipaggiati, con i piedi congelati, le barbe ispide coperte di ghiaccio, assediati dalla fame e dal gelo. Avevano abbandonato l’ansa del Don per ripiegare, i russi li avevano accerchiati ma loro non lo sapevano, credevano di trovare gli alleati tedeschi ad attenderli con camion e aerei. Invece il 26 gennaio 1943 arrivarono al sottopassaggio della ferrovia di Nikolajewka e dovettero combattere per uscire dalla sacca e riguadagnare la strada verso l’Italia, verso le case e le famiglie lontane migliaia di chilometri, maledicendo anche chi li aveva mandati in quel macello.

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Sentite che cosa raccontava sulla Stampa del 23 gennaio 1963 Nuto Revelli, che fu ufficiale alpino del Tirano in quella ritirata e poi partigiano: «Tutti eravamo più o meno congelati. Il nostro equipaggiamento, già disastroso all'inizio della ritirata, era ridotto a brandelli. Durante gli otto giorni di marcia, quasi tutti avevano gettato gli scarponi di tipo "standard", uguali per la Russia come per l'Africa, perché i piedi congelati gonfiavano, e li avevano sostituiti con strisce o involti di coperte. C'era anche gente scalza o con i piedi fasciati di paglia. Sotto i cappotti con l'interno di pelliccia indossavamo divise di falsa lana, dura come spilli. Gli unici indumenti caldi erano le calze e le maglie che c'eravamo portati da casa nostra al momento della partenza dall'Italia. (…)

Nella notte fra il 25 e il 26 gennaio, la temperatura riprese a scendere e ritornò quella degli altri giorni, sui 30° sottozero. Io dormivo in un'isba alla periferia di Nikitowka, verso Arnautowo. Eravamo una trentina, accatastati uno sull'altro. Con me stavano il comandante della compagnia, tenente Giuseppe Grandi, di 29 anni, di Limone Piemonte, e i sottotenenti Antonio De Minerbi, di Roma, Mario Torelli, genovese, e Raffaele De Filippis, di Campobasso. Verso l'una sentimmo gli scoppi vicini, come di bombe a mano. Qualcuno disse che c'era l'allarme, ma eravamo disfatti e nessuno ebbe la forza di alzarsi. In quel momento era iniziata la battaglia per Nikolajewka. (…) Lo scontro durò violentissimo sino alla tarda mattinata. Gli ufficiali andarono all'assalto alla testa dei loro alpini, con le armi che per il gelo si inceppavano.

Mentre si combatteva sotto il tiro degli anticarro e delle mitragliere russe cercando di superare il terrapieno, il generale Nasci ordinò di gettare in avanti tutto il peso della sterminata colonna degli sbandati. Migliaia di uomini, in uno spaventoso groviglio di slitte e muli, rotolarono urlando verso il trincerone della ferrovia. Alla testa erano i generali Reverberi e Giulio Martinat, capo di Stato Maggiore del Corpo d'Armata Alpino. Con loro erano i capitani Giovan Battista Stucchi e Giuseppe Novello e altri ufficiali della "Tridentina". (…)

Verso le 18, l'enorme colonna, superato convulsamente il trincerone della ferrovia, travolse la linea di resistenza sovietica e si gettò verso le isbe ancora difese da centri di fuoco nemici. Non si sapeva dove alloggiare le centinaia di feriti, perché tutte le case erano invase dagli sbandati oppure occupate dai soldati russi. Anche per i sovietici, sopraffatti dalla massa enorme di italiani piombata sulla città, esisteva il problema della sopravvivenza. Anche loro erano provati dai combattimenti, con molti feriti, paralizzati come noi dalla temperatura a 30° sottozero. (...)

In questo ambiente, in certi settori della città si stabilì quasi una tregua forzata. Lo scrittore Mario Rigoni Stern, allora sergente maggiore della 55ª del "Vestone", entrò in un'isba occupata da soldati russi. Aveva fame. Una donna gli porse un piatto di latte e miglio. Rigoni Stern mangiò sotto lo sguardo dei sovietici, poi ringraziò e uscì.

Lo sbarramento principale era stato superato. Camminammo ancora per cinque giorni e cinque notti, nel freddo polare e nella tormenta, incontrando diversi centri di resistenza nemici, sotto i continui attacchi della caccia sovietica. I piloti russi volavano indisturbati: mai, dall'inizio della ritirata, era comparso anche un solo aereo italiano, neppure per cercarci. In testa continuò a marciare la "Tridentina" , seguita dalla colonna ininterrotta degli sbandati che si allungava nella steppa per una profondità di circa 30 chilometri.

Il 31 gennaio, presso Wosnessenoeka, trovammo pochissime ambulanze con il generale Gariboldi, comandante dell'Armir. Caricammo sui veicoli i feriti più gravi. (…) Come straccioni, passammo davanti al generale Gariboldi, curvi, a gruppetti, con le coperte sulla testa. Ci guardò. Sfilavano i resti della sua armata. Con noi c'era anche suo figlio, sottotenente del 5° Alpini. (…)

Nikolajewka fu una grande vittoria, la vittoria della disperazione. La battaglia venne combattuta e vinta dalla “Tridentina”, ma anche la "Cuneense", la "Julia" e la "Vicenza" contribuirono con il loro sacrificio alla salvezza del grosso del Corpo d'Armata Alpino. (…) I superstiti del Corpo d'Armata Alpino, tornati in Italia, raccontarono la loro esperienza. Parlavano con entusiasmo della popolazione ucraina e con odio degli "alleati" tedeschi. (…) Ricordo che il 30 gennaio, appena fuori dalla sacca, i tedeschi delle retrovie si divertivano a fotografarci. Era quasi come se il nostro disastro fosse una loro vittoria e ci segnavano a dito con disprezzo. Il 9 marzo, a Slobin, il maggiore Gerardo Zaccardo adunò il Battaglione "Tirano" e ci parlò della tragedia e della ritirata: "È un insulto per i nostri morti parlare ancora di alleanza con i tedeschi: dopo la ritirata, i tedeschi sono nostri nemici, più che nella guerra del 1915"».

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Russia04

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Ecco perché quella parola è ripetuta allora: come un monito per i vivi, come una memoria per quei fratelli rimasti nella neve e poi, quando la neve si è sciolta nel breve inverno ucraino, nei campi di girasoli. Il mantra di chi è tornato dall’orrore, da una moderna anabasi nell’inferno di ghiaccio: come recitano i versi di una poesia di Nelson Cenci, anch’egli tenente in quell’epica ritirata, “La pista si è fatta di stelle / e cristalli di luna si spengono / su misere croci senza nome”.

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.CARRARA, MADRI DI SOLDATI CADUTI IN RUSSIA ABBRACCIANO IL MONUMENTO ALL’ALPINO

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LA FRASE DEL GIORNO
Qualcuno ci aveva detto di andare oltre ma il nostro cuore ci ha portati qua. Si avanzava per andare a baita. Allora sì che abbiamo lottato per la nostra Italia, per le nostre valli, i nostri campi, le nostre donne.
MARIO RIGONI STERN, Epoca, 28 giugno 1959

mercoledì 25 gennaio 2012

Noi due soli

 

JULIO CORTÁZAR

DOPO LE FESTE

E quando tutti se ne andavano
e restavamo noi due soli
tra bicchieri vuoti e posacenere sporchi,

Com’era bello sapere che eri
lì come l’acqua di uno stagno,
sola con me sull’orlo della notte,
e che duravi, eri più del tempo,

Eri  quella che non se ne andava
perché uno stesso cuscino
e uno stesso tepore
ci avrebbero chiamato ancora
a risvegliare il nuovo giorno,
insieme, ridendo, spettinati.

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Ecco, la musica è finita, gli amici se ne vanno, come nella celebre canzone di Ornella Vanoni. A questo punto non è la tristezza a subentrare, né la malinconia, ma una dolcezza un poco stanca nel ricordo di Julio Cortázar (1914-1984), scrittore argentino: la presenza della donna amata  è quello che conta, è la tenerezza, è l’allegria. Di fronte a questo fatto nulla più conta: passano in secondo piano gli amici, le feste, i posacenere da svuotare, i bicchieri e i piatti da lavare. L’unica cosa davvero importante è la gioia di condividere l’amore.

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DIPINTO DI JACK VETTRIANO

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LA FRASE DEL GIORNO
Quello che tanta gente chiama amare è scegliere una donna e sposarla. La scelgono, te lo giuro, l’ho visto. Come se si potesse scegliere in amore, come se non fosse un raggio che ti spezza le ossa e ti lascia come un palo in mezzo al cortile.
JULIO CORTÁZAR, Rayuela

martedì 24 gennaio 2012

Ascoltando la notte

 

LIBERO DE LIBERO

E QUESTI SONO I TERRITORI

E questi sono i territori
della notte, e questo è l'ulivo
dove il passero piega
sul chiarore del canto,
e quest'ombra di foglie
mi colma e di vento.
Solo al fiume mi siedo
con armenti di roccia
e mansueti orizzonti,
e nel suo oscuro splendore
sento il corpo terreno
alle radici estinto.
Ascoltando la notte percorro paesi,
e quanti, incontro all'alba.

(da Solstizio, Quaderni di Novissima, 1934)

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Libero De Libero (1903-1981), poeta ciociaro molto legato alla sua terra, “il solito ragazzo nutrito con schiaffi fette di pane e libri d’ogni specie che, un giorno, scrive una poesia e se ne vergogna più che d’un grosso peccato, poi da giovane ci riprova e si vergogna di meno, ma da uomo ha continuato senza grossi scrupoli”, è una figura molto particolare nel Novecento italiano: non a caso i critici vedevano in lui una specie di “Rimbaud nostro” – parola di Alberto Savinio – o un Valéry meno doloroso – l’opinione di Carlo Bo. Qui troviamo De Libero davanti a una notte sul fiume: di fronte alle immagini quasi surrealiste, soprattutto quella delle rocce affioranti che nel buio sembrano un gregge, emerge quella caratteristica che di lui colse un altro grande poeta, Alfonso Gatto: “Una sorta di misticismo non naturalistico ma terriero, quasi contadinesco…”

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VINCENT VAN GOGH, “STERRENNACHT BOVEN DE RHONE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Non importa essere grandi poeti, ma poeta che deve raccontare le proprie radici; la vita della sua gente.
LIBERO DE LIBERO

lunedì 23 gennaio 2012

La tacita gioia di respirare

 

OSIP EMIL’EVIČ MANDEL’ŠTAM

DI QUESTO CORPO CHE M’È DATO

Di questo corpo che m’è dato, che ne farò?
Che ne farò di questo dono unico e intimo?

Ditemi chi debbo ringraziare? A chi
esser grato della tacita gioia di respirare ed esistere?

Sono un giardiniere e anche un fiore,
in questo mondo-prigione non son solo,

sui vetri dell’eternità
già si è posato il mio caldo respiro.

Suggello di me,
sarà come un ricamo inconosciuto.

Trascorra il sedimento dell’istante –
il caro segno non si cancellerà.

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L’acmeismo è un movimento letterario che venne soffocato nel suo primo vigore dallo svilupparsi della Rivoluzione d’Ottobre: il nuovo classicismo di questi autori russi opposto all’ormai decadente simbolismo non aveva la forza per resistere all’ideologia rivoluzionaria. Ma Gumilev, Anna Achmatova e Osip Mandel’štam su tutti seppero per quel breve periodo elevare il loro canto nel nuovo stile caratterizzato dalla chiarezza rappresentativa e dall’elaborazione della forma e del verso. Osip Emil’evič Mandel’štam, nato nel 1891 a Varsavia, allora città dell’Impero Russo, soffrirà come Gumilev – fucilato – e la stessa Achmatova, la dura repressione bolscevica: finirà vittima delle purghe staliniane in un gulag siberiano nel 1938. Possiamo apprezzare in questa sua poesia la chiarezza stilistica di cui si è detto a proposito del movimento acmeista, alla quale Mandel’štam aggiunge una particolare sensibilità: le immagini da lui scelte per raffigurare il nostro transito terrestre sono terse come cristalli.

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VORONEŽ, MONUMENTO A MANDEL’ŠTAM © DMITRY BULGAKOV

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LA FRASE DEL GIORNO
Povero colui, che solo a metà vivo / l’elemosina chiede alla sua ombra.
OSIP EMIL’EVIČ MANDEL’ŠTAM

domenica 22 gennaio 2012

I nostri uomo-donna

 

ELIO PAGLIARANI

CHE CI PORTIAMO ADDOSSO IL NOSTRO PESO

Che ci portiamo addosso il nostro peso
lo so, che schermaglia d’amore è adattamento,
guizzo, resistenza necessaria perché baci
la nostra storia i nostri uomo-donna
non solo all’ombra dei parchi
l’imparo ora, forse.
Oh, ma scompagina come il vento
freddo di viale Piave i giorni scorsi, e spaura,
quanto di me non solo porto
sulle spalle, ma mi tocca travasare
adattare al tuo fusto flessibile
e scontroso.
Io che speravo
necessario e sufficiente solo il fiore
che affiora, tocco con le carezze oltre che il tuo
fusto flessibile lo specchio la certezza
di come sia insufficiente il mio amore
per la tua capacità di comprenderlo,
per la tua capacità di comprenderlo
come sia immane il mio bisogno d’amore.

(da Inventario privato, Veronelli, 1959)

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Dopo Se domani ti arrivano dei fiori, ecco un’altra poesia di Elio Pagliarani (Viserba, 1927): quell’amore difficile da esprimere e da comprendere, da definire e contestualizzare, lo diventa ancora di più  attraverso le parole, attraverso il discorso che evidenzia lo smarrimento del poeta – dell’uomo moderno, possiamo dire, visto che non solo Pagliarani, ma molti di noi hanno provato e provano il suo disorientamento. Amore cittadino, amore ai tempi del terziario, con una società radicalmente e profondamente rinnovata soprattutto nei ruoli uomo-donna.

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FOTOGRAFIA © SANJAY D. GOHLL

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LA FRASE DEL GIORNO
Ho le prove – potrei gridarlo ai giudici – / che non mi hai visto porterò le prove / fino che campo, che la capacità del mio pensiero / nemmeno con la forza dello sguardo / di un estraneo passeggero sopra il filobus / sa arrivare a sfiorarti.
ELIO PAGLIARANI, Inventario privato

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