domenica 1 marzo 2015

Altre due poesie per marzo

 

“L’improvviso raggiare del sole di marzo” ricordato dal riservato poeta siciliano Lucio Piccolo (1901-1969) è il segno del risveglio, del primo sorgere della nuova stagione, che ci  fa pensare che tutto è possibile, che la vita rinasce con la “terra che s’illumina nel sole”, come quello che tinge d’oro un intenso tramonto milanese nei versi di Alfonso Gatto (1908-1976).

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LUCIO PICCOLOth

MOBILE UNIVERSO DI FOLATE

Mobile universo di folate
di raggi, d’ore senza colore, di perenni
transiti, di sfarzo
di nubi: un attimo ed ecco mutate
splendon le forme, ondeggian millenni.
E l’arco della porta bassa e il gradino liso
di troppi inverni, favola sono nell’improvviso
raggiare del sole di marzo.

(da Canti barocchi e Gioco a nascondere, Scheiwiller, 2001)

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ALFONSO GATTOth (1)

UNA SERA DI MARZO

Fu in quel tempo di marzo che nel cielo
guardando alla città di sera, al volo
delle sue prime rondini, più solo
mi vidi, ma con tutti. Come a un gelo

dischiuso dal tepore, gli occhi fissi
all’accadere di quel mutamento,
ricordavo nel vivere che vissi.
E distratto così nel farmi intento

al mio segreto sorgere dal nulla,
trovavo nella voce le parole
da raggiungere, padre, madre, culla,
la terra che s’illumina nel sole.

Nel cielo di Milano d'agro e d'oro
nella sera di marzo, per l'oriente
affacciata a guardare era la gente
della mia voce e del mio volto, coro

di povertà che invoca dalle cose
il suo nome perpetuo. Non rispose
l'azzurro che vedevo farsi oscuro
presentimento, non rispose il muro.

(da La storia delle vittime, Mondadori, 1966)

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CAMILLE PISSARRO, “SOLEIL DE MARS SUR PONTOISE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Giovino ai bianchi fiori, / ai primi, lungo un ramo senza verde / negli orti neri di terra bagnata, / le tue clemenze disattente, o marzo.
LUIGI FALLACARA

sabato 28 febbraio 2015

In quella luce di fine maggio

 

SHARON OLDSsharon-olds-326x229

RITORNO AL MAGGIO 1937

Li vedo in piedi davanti ai cancelli simmetrici dei loro college
vedo mio padre sotto l’arco di arenaria ocra,
le piastrelle rosse che brillano
come scaglie di sangue dietro la sua testa,
vedo mia madre con pochi libri smilzi appoggiati sul fianco
in piedi davanti al pilastro di mattoni
col cancello in ferro battuto ancora aperto dietro di lei
le punte di lancia nere nell’aria di Maggio,
stanno per laurearsi, stanno per sposarsi,
sono ragazzi, sono stupidi,
tutto ciò che sanno è che sono innocenti,
che non farebbero mai del male a nessuno.
Voglio andare da loro e dire Fermi non fatelo,
lei è la donna sbagliata, lui è l’uomo sbagliato
farete cose che mai pensereste di poter fare
farete del male ai figli
soffrirete in modo inimmaginabile
vi augurerete di morire.
Voglio andare da loro in quella luce di fine Maggio
e dirglielo, il bel visino di lei desideroso e vuoto che si volta verso di me,
il suo bel corpo intatto che fa tenerezza,
il bel viso di lui arrogante e cieco che si volta verso di me,
il suo bel corpo intatto che fa tenerezza,
ma non lo faccio.
Voglio vivere.
Li tiro su come il maschio e la femmina delle bambole di cartapesta
e li sbatto una contro l’altro per i fianchi
come schegge di selce da cui far scaturire scintille,
dico: fate quello che state per fare
e io lo racconterò.

(I go back to May 1937, da The Gold Cell, 1987 – Traduzione di Giorgio Van Straten)

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Questa poesia di Sharon Olds (San Francisco, 1942) è famosa perché inserita nel bel film Into the Wild (Nelle terre estreme) che Sean Penn ha tratto nel 2007 dall’omonimo libro di Jon Krakauer, che raccontava una storia vera: il viaggio che Chris McCandless intraprese per sfuggire alla società consumista e capitalista, gesto di ribellione a un mondo  che vedeva falso, a partire dalla famiglia. Proprio dei genitori parla la cruda poesia della Olds: è una figlia ferita che giudica il padre e la madre e i loro errori, i loro difetti, le loro mancanze. Ma è altresì consapevole che altra scelta non c’è, che quella è la strada che il destino le ha riservato e che nessuna macchina del tempo la riporterà indietro, se non la poesia.

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Students, 1930s (24)

FOTOGRAFIA © VINTAGE EVERYDAY

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LA FRASE DEL GIORNO
Al giorno d'oggi si dà la colpa ai genitori in tutto. Ma anche loro hanno avuto genitori.
WILLIAM INGE, Splendore nell’erba, sceneggiatura

venerdì 27 febbraio 2015

Monete perdute

 

LÊDO IVO180px-Ledo_Ivo

LA MONETA PERDUTA

Nel mio sogno trovo la moneta perduta.
Era riposta sul fondo dell’oceano,
nella grotta di corallo dove i naufragi non arrivano,
nel territorio puro dove non arriva la morte.

E al risveglio sono muto come i pesci.
La mia terra è uguale al mare, ha la purezza dell’acqua.
Tutte le parole sono monete perdute.

(A moeda perdida, da A noite misteriosa, 1982)

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La poesia dello scrittore brasiliano Lêdo Ivo (1924-2012) viene dal mare, viene dalla notte: le domande metafisiche che essa pone trovano risposte nel sogno e solo in esso, nell’inconscio che vive dento di noi ma che nel giorno si cela, come quella moneta nascosta sul fondo dell’oceano, in una bellissima grotta di corallo.

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Coin

FOTOGRAFIA © KAMA FRANKLING

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LA FRASE DEL GIORNO
Il tempo non esiste nell'anima del poeta, / tutto è universale e include tutti i tempi.
LÊDO IVO, Una lira dei vent’anni

giovedì 26 febbraio 2015

Il canto della spiaggia

 

SOPHIA DE MELLO BREYNER ANDRESENSophia_de_Mello_Breyner_Andresen_-_por_Eduardo_Gageiro_1964_2

LA CONCHIGLIA DI KOS

Questa conchiglia non l’ho raccolta
Su nessuna spiaggia
Ma nella mediterranea notte blu e nera
La comprai a Kos in un negozio lungo il molo
Vicino agli alberi oscillanti delle barche

E mi sono portata con me il fragore delle burrasche
Ma non sento in essa
Né le mareggiate di Kos né quelle di Egina
Solo il canto della vasta e lunga spiaggia
Atlantica e sacra
Dove per sempre la mia anima fu creata.

Giugno 1993

(O Búzio de Cós, da  O Búzio de Cós e outros poemas, 1996

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“Il mare è l'origine della vita, la gioia, la completezza. Il mare ha lunghe braccia protettive che ti possono ricevere sempre. Il mare è un fratello che dà molto senza ricevere niente” scriveva Romano Battaglia. Il mare dal quale tutti siamo venuti milioni e milioni di anni fa, il mare che ci sentiamo dentro. La poetessa portoghese Sophia de Mello Breyner Andresen (1919-2004) esprime questo attaccamento al mare come origine – quello che sente nella conchiglia comprata in un negozio di souvenir nel porto greco di Kos è il suo, quello della spiaggia sull’Atlantico dove è nata, è la voce della casa dell’anima.

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shell2

BETH KIRK, “SHELL II ON BEACH”

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LA FRASE DEL GIORNO
Siamo legati all'oceano. E quando torniamo al mare, sia per navigarci che per guardarlo, torniamo da dove siamo venuti.
JOHN FITZGERALD KENNEDY, Discorso all’America’s Cup, 14 settembre 1962

mercoledì 25 febbraio 2015

La voce della notte

 

WALLACE STEVENSStevens

DUE FIGURE NELLA DENSA LUCE VIOLA

Tanto varrebbe essere abbracciati dal portiere dell’albergo
Che non ottenere nulla dal chiaro di luna
Se non la tua mano umida.

Sii la voce della notte e della Florida nelle mie orecchie
Usa parole cupe e immagini cupe.
Oscura il tuo linguaggio

Parla, ancora, come s’io non t’udissi parlare,
Ma parlassi per te perfettamente nei miei pensieri,
Concependo parole,

Come la notte concepisce nel silenzio i suoni del mare,
E con il sussurro delle loro sibilanti compone
Una serenata.

Di’, puerile, che le poiane posano sul palo della tenda
E dormono con un occhio aperto sopra le stelle che cadono
Dietro Key West.

Di’ che le palme sono chiare in un azzurro assoluto,
Sono chiare e sono oscure; che è notte;
Che risplende la luna.

(Two figures in dense violet light, da Harmonium, 1923 - Traduzione di Carlo Izzo)

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La poesia dell’autore statunitense Wallace Stevens (1878-1955) fa pensare a certa arte pittorica del Novecento, con la sua predisposizione all’immagine concreta, plasmata, e all’uso dei colori. Così anche le due figure di amanti impacciati dalla loro differenza che si ritagliano nella luce viola di questi versi sotto la luna della Florida vivono di tale atmosfera, nei riflessi di un chiaro di luna che potrebbe essere di Chagall o di Picasso, cui Stevens - pittore in proprio - si ispirò per le poesie di L’uomo con la chitarra blu.

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EDWARD HOPPER, “SUMMER EVENING”

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LA FRASE DEL GIORNO
Tutto è complicato; se non fosse così, la vita e la poesia e tutto il resto sarebbero una noia.
WALLACE STEVENS, Lettere

martedì 24 febbraio 2015

Euridice raccoglie la lira

 

ULLA HAHN

EDIZIONE CORRETTA

Ancora solo pochi passi e poi
lei sarà di nuovo sua sentirà
libererà il suo canto che senza di lei
inaridisce. Collo naso orecchie
gli occhi i capelli la bocca
e così via lui
li canterà solo
a eterna gloria di lei.
Ma una voce si alza.
Orfeo ascolta:
lei che doveva solo tendere l'orecchio
cantando gli piomba sulle spalle.
Allora
si volta ed
ecco
dalle turbate mani gli scivola
la lira. Che Euridice raccoglie
e uscendo percuote piano
con tocchi trattenuti. Collo naso orecchie
gli occhi i capelli la bocca
e così via lei
li canterà solo
a eterna gloria di lui.
Se Orfeo l'abbia poi seguita
le fonti lasciano
all'oscuro.

(Verbesserte Auflage, da Herz über Kopf, 1980 - Traduzione di Gio Batta Bucciol)

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La poetessa tedesca Ulla Hahn (Brachthausen, 1946) rivede il mito di Orfeo ed Euridice, rovesciandone i ruoli. Orfeo è l’artista, il cantore che si accompagna con la lira; Euridice è la sua amata, la musa, che per sfuggire al potente bulletto di turno, Aristeo, figlio di Apollo, pesta un serpente velenoso e ne rimane uccisa. Orfeo impazzisce di dolore, scende all’Ade – il regno dei morti dei Greci – per riportarla in vita. Ammalia Caronte con la poesia della sua lira, con il suo canto riesce a stregare Cerbero, a commuovere la dea degli inferi Persefone, che gli consente di riportare in superficie Euridice senza però voltarsi mai – quello che è in realtà un atto di fede. Orfeo purtroppo, sull’ultimo passo, si volta per fugare il suo dubbio e vede Euridice svanire per sempre nel regno dei morti. La Hahn, con un tocco che fa pensare alla Szymborska, aggiunge al mito quel momento di arbitrio femminista che Euridice invece non ha: la rende compagna salvifica, significando il fatto che la donna sceglie la vita. È la sorte di Orfeo allora a rimanere sospesa come un dubbio.

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John_Roddam_Spencer_Stanhope_-_Orpheus_and_Eurydice_on_the_Banks_of_the_Styx,_1878

JOHN RODHAM SPENCER STANHOME, “ORFEO ED EURIDICE SULLE RIVE DELLO STIGE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Poiché il mito ruba al linguaggio, perché non rubare al mito?
ROLAND BARTHES

lunedì 23 febbraio 2015

La dea bianca

 

JOSÉ EMILIO PACHECO

LA DEA BIANCA

Poiché sa quanto la ami e come parlo di lei in sua assenza,
la neve è venuta a cercarmi.
Ha dipinto di Bruegel gli alberi.
Ha dipinto di Hokusai il campo desolato.

Impossibile accontentare tutti.
La neve che per me è la dea, la sposa,
Astarte, Diana, l’eterna ragazza,
per altri è la nemica, la strega, la condannata al rogo.
Ostacola i loro lavori e i loro guadagni.
La odiano per averla vista tanto e per essere cresciuti con lei.
La collegano al sudario e alla morte.

Ai miei occhi invece è la giovane vita, la Dea Bianca
che apre le braccia, ci accoglie per un istante e va via.
Le dico addio, arrivederci, spero di rivederti un giorno.
Addio, schiuma dell’aria, isola che dura un istante.

(La diosa blanca)

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Qualche giorno fa, dicevo di concordare con il poeta messicano José Emilio Pacheco (1939-2014) sulla sua concezione di poesia. Concordo anche sul suo amore per la neve: io, che pure sono di quelli “cresciuti con lei” e che tengo in caldaia la mia bella pala rossa consunta dall’uso ripetuto, inverno dopo inverno, amo la neve. Lo so, è un impiccio quando impesta le strade e gli spazzaneve ti lasciano un ammasso alto mezzo metro sull’uscio di casa, è brutta quando dopo giorni a contatto con lo smog si trasforma in cumuli nerastri, ma è davvero la Dea Bianca: non solo è bellissimo vederla cadere, si torna bambini, si gode dell’atmosfera che il manto bianco lascia, si prova allegria nel vedere i pupazzi nei giardini e i bambini scendere con gli slittini; ma anche è un toccasana per le colture, è acqua che viene a dare vita al frumento nuovo. Ed è un’effimera bellezza che non a caso grandi artisti hanno ritratto nei loro dipinti, da Bruegel a Hokusai. È una manifestazione della poesia sotto altra forma.

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Hokusai

KATSUSHIKA HOKUSAI, “IL MONTE FUJI IN UNA TORMENTA DI NEVE”

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LA FRASE DEL GIORNO
La neve non vuole dire nulla: / è solo una domanda che lascia cadere milioni di segni /  interrogativi sopra il mondo.
JOSÉ EMILIO PACHECO, Isole alla deriva

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