venerdì 24 ottobre 2014

Biondo brivido

 

GHIORGOS STOIANNÌDISStoiannidis

SENZA MIRARSI

Senza mirarsi nella luna,
senza riconoscersi nell’ora,
sulla riva alzando la sua voce,
abbandona gli inesauribili uccelli.

Bianca come mollica di gelsomino
fresca fluttua nell’amore.

Semplice risveglia i flauti
come una festa
senza che nessun raggio macchi il suo cuore,
ritardi il suo sonno.

Dischiude il momento più diafano,
biondo brivido della diafana acqua,
passero del mattino che solleva
la litania delle campane nella luce.

(Traduzione di Cristino Sangiglio)

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È la descrizione di un’alba, del risveglio del giorno: ma il poeta greco Ghiorgos Stoiannìdis (1912-1994) trasfigura con pennellate idilliache la Natura in una eterea ragazza - sembra quasi di vederla, con i suoi veli leggeri e i lunghi capelli al vento, avanzare come la Primavera del Botticelli o come una donna da dipinto preraffaelita in questa poesia dove protagonista è la luce con tutti i suoi riflessi.

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Draper

HERBERT JAMES DRAPER, “THE GATES OF DAWN”, PARTICOLARE

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LA FRASE DEL GIORNO
Attraverso il fitto fogliame occhieggiò una debole, pallida luce, più misteriosa ancora del chiarore lunare. Entrò attraverso le innumerevoli porte e finestre del bosco, timida e silente, ma fiduciosa. La sua bianca veste si rigò d'oro e porpora; il suo nome era: alba.
GILBERT KEITH CHESTERTON, L’osteria volante

giovedì 23 ottobre 2014

Sera d’autunno sul lago

 

JAN WAGNER

CANTO SERALE, LAGO DI COMO

Autunno, quando le castagne depongono le armi,
mazze ferrate disseminate sul suolo tutt’intorno,
nei rami le sorbe
              si gloriano del loro

veleno. Ora tutti gli ami poggiano
sul fondo e le barche nei capannoni.
Mentre le foglie si trasformano in fumo,
              si riposano le ville

dallo sfarzo e un orlo di lampioni
separa la passeggiata dal lago.
Il traghetto vuoto d’auto trasporta sull’acqua
              un ultimo carico di luce.

(da Australia, 2010 - Traduzione di Gio Batta Bucciol)

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Jan Wagner (Amburgo, 1971), poeta tedesco, è un cantore degli oggetti: risulta chiaro anche qui, nella descrizione di una sera autunnale sul Lago di Como, dove sono gli incastri di cose e le loro analogie a costruire la poesia, a dire le impressioni del poeta nel riverbero delle luci sull’acqua.

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Lago

FOTOGRAFIA © PINTEREST

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LA FRASE DEL GIORNO
Lezione dell'autunno: / barbicarsi alla terra / o staccarsi da tutto?
EDUARDO MITRE, Versi d’autunno

mercoledì 22 ottobre 2014

Attimo

 

WISŁAWA SZYMBORSKA

IN EFFETTI, OGNI POESIA

In effetti ogni poesia
potrebbe intitolarsi «Attimo».

Basta una frase
al presente,
al passato o perfino al futuro:

basta che qualsiasi cosa
portata dalle parole
stormisca, risplenda,
voli nell’aria, guizzi nell’acqua,
o anche conservi
un’apparente immutabilità,
ma con una mutevole ombra;

basta che si parli
di qualcuno
o di qualcuno accanto a qualcosa,

di Pierino che ha il gatto
o che non ce l’ha più;

o di altri Pierini
di gatti e non gatti
di altri sillabari

sfogliati dal vento;
basta che a portata di sguardo
l’autore metta montagne provvisorie
e valli caduche;

che in tal caso
accenni al cielo
solo in apparenza eterno e stabile;

che appaia sotto la mano che scrive
almeno un’unica cosa
chiamata cosa altrui;

che nero su bianco,
o almeno per supposizione
per una ragione importante o futile,
vengano messi punti interrogativi,
e in risposta -
i due punti:

(da Due punti, 2005 - Traduzione di Piero Marchesani)

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La poetessa polacca Premio Nobel Wisława Szymborska (1923-2012) scrive “in effetti ogni poesia potrebbe intitolarsi «Attimo»” ovvero la rappresentazione di quell’emozione colta al volo, di quel momento strappato alle grinfie del tempo, di quell’immagine presa per sempre nella retina. Ogni poesia è l’attimo fuggente che tenta la via dell’eternità, il seme portato dal vento che forse attecchirà lontano, l’intuizione di un secondo che prova a illuminare una porzione più vasta di mondo.

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goccia

FOTOGRAFIA © WALLSAVE

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LA FRASE DEL GIORNO
Nella prosa può esserci tutto, anche poesia, / ma nella poesia deve esserci solo poesia.
WISŁAWA SZYMBORSKA, Gente sul ponte

martedì 21 ottobre 2014

Che i treni diventino pazzi

 

CARLOS VILLALOBOSCarlos Villalobos

CHE TORNINO I TRENI

Che i treni diventino pazzi
e ci portino agli angoli dove la sorpresa
di un volto è un’allegria che non era in agenda,
che i treni, pazzi da legare, navighino come gondole
sulla riva dei parchi
dove i baci diventano eroi
e scendono da un solo strapiombo le stelle.

Che i treni scardinati
fingano delirando appuntamenti al buio con gli uccelli
e se ne vadano laggiù mischiando storie
e nonni
e ancora una volta raccolgano la venditrice di mango
che una sera a Orotina
mi offrì un sorriso così imprevisto
che non potrò ripagare, perché non so quanto affetto vale.

Che i treni che portarono mio nonno al porto
tornino qui
pensando d’essere i cani di casa,
non importa, che giungano muovendo la coda,
ma che giungano pazzi di gioia
e ancora ci portino alle pianure dove faceva
un sole del diavolo
e i ragazzi e le ragazze
escano correndo dalle case un’altra volta
e tornino a colmare di addii le finestre.

Che i treni tornino qui
non importa se giungono in un pacchetto
per posta,
se arrivano a cavallo
vantando una collezione di tatuaggi nei vagoni,
non è per caso, l’importante è che arrivino
e ci portino a scivolare tra i puledri,
a continuare il volto delle formiche.

(da AA.VV. - Ad ora incerta – traduzioni di Tomaso Pieragnolo - www.ebook-larecherche.it)

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La vita è un viaggio, è una metafora che torna sovente: Fernando Pessoa considerava che “la vita è un viaggio sperimentale fatto involontariamente”. Il poeta costaricano Carlos Villalobos (San Ramon, 1968) la trasforma in treni: quelli del futuro, quelli del carpe diem, quelli del passato e della memoria. Treni perduti, treni desiderati, treni attesi e invocati…

NOTA: Segnalo la possibilità di scaricare gratuitamente presso il sito dell’editore l’e-book con la raccolta di poeti centroamericani - da cui è tratta questa poesia di Carlos Villalobos - tradotti da Tomaso Pieragnolo.

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Cardiff Docks

LIONEL WALDEN, “CARDIFF DOCKS”

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LA FRASE DEL GIORNO
La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo.
FERNANDO PESSOA, Il libro dell’inquietudine

lunedì 20 ottobre 2014

Centenario di Mario Luzi

 

Ricorre oggi il centenario della nascita di una delle massime figure poetiche del Novecento: Mario Luzi nacque infatti a Firenze il 20 ottobre 1914. “Mario, voi somigliate a Firenze” riporta un testo di Yves Bonnefoy nel numero che Poesia dedica al poeta. Ecco, leggendo i versi di Luzi – via via più prosastici con il susseguirsi delle raccolte - si viene portati non solo a Firenze, ma in quella terra toscana con paesaggi sferzati dal vento, ci si inoltra in quel mondo che parla allo spirito del poeta, alla sua inquietudine nel tentativo di trovare un equilibrio tra essere e divenire in una perenne tensione della parola: “Vola alta, parola, cresci in profondità, / tocca nadir e zenith della tua significazione, / giacché talvolta lo puoi / sogno che la cosa esclami / nel buio della mente / però non separarti / da me, non arrivare, / ti prego, a quel celestiale appuntamento / da sola, senza il caldo di me / o almeno il mio ricordo sii / luce, non disabitata trasparenza... / La cosa e la sua anima? / O la mia e la sua sofferenza? / Vola alta, parola”.

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Luzi

MARIO LUZI NELLA CASA FIORENTINA DI VIA BELLARIVA – DAL WEB

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da Avvento notturno, 1940

(SE MUSICA È LA DONNA AMATA)

Ma tu continua e perditi, mia vita,
per le rosse città dei cani afosi
convessi sopra i fiumi arsi dal vento.
Le danzatrici scuotono l'oriente
appassionato, effondono i metalli
del sole le veementi baiadere.
Un passero profondo si dispiuma
sul golfo ov'io sognai la Georgia:
dal mare (una viola trafelata
nella memoria bianca di vestigia)
un vento desolato s'appoggiava
ai tuoi vetri con una piuma grigia
e se volevi accoglierlo una bruna
solitudine offesa la tua mano
premeva nei suoi limbi odorosi
d'inattuate rose di lontano.

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da Nel magma, 1963

MA DOVE

“Non è più qui” insinua una voce di sorpresa
“il cuore della tua città” e si perde
nel dedalo già buio
se non fosse una luce
piovosa di primavera in erba
visibile al di sopra dei tetti alti.

Io non so che rispondere e osservo
le api di questo viridario antico,
i doratori d’angeli, di stipi,
i lavoranti di metalli e d’ebani
chiudere ad uno ad uno i vecchi antri
e spandersi un po’ lieti e un po’ spauriti nei vicoli attorno.

“Non è più qui, ma dove?” mi domando
mentre l’accidentale e il necessario
imbrogliano l’occhio della mente
e penso a me e ai miei compagni, al rotto
conversare con quelle anime in pena
di una vita che quaglia poco, al perdersi
del loro brulicame di pensieri in cerca di un polo.

Qualcuno cede, qualcuno resiste nella sua fede tenuta stretta.

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da Dal fondo delle campagne, 1965

DALLA TORRE

Questa terra grigia lisciata dal vento nei suoi dossi
nella sua cavalcata verso il mare,
nella sua ressa d’armento sotto i gioghi
e i contrafforti dell’interno, vista
nel capogiro degli spalti, fila
luce, fila anni luce misteriosi,
fila un solo destino in molte guise,
dice: “guardami sono la tua stella”
e in quell’attimo punge più profonda
il cuore la spina della vita.
Questa terra toscana brulla e tersa
ove corre il pensiero di chi resta
o cresciuto da lei se ne allontana.

Tutti i miei più che quarant’anni sciamano
fuori del loro nido d’ape. Cercano
qui più che altrove il loro cibo, chiedono
di noi, di voi murati nella crosta
di questo corpo luminoso. E seguita,
seguita a pullulare morte e vita
tenera e ostile, chiara e inconoscibile.

Tanto afferra l’occhio da questa torre di vedetta.

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da Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini, 1994

È, L’ESSERE. È

È, l’essere. È.
Intero,
inconsumato,
pari a sé.
             Come è
diviene.
             Senza fine,
infinitamente è
e diviene,
             diviene
se stesso
altro da sé.
             Come è
appare.
       Niente
di ciò che è nascosto
lo nasconde.
             Nessuna
cattività di simbolo
lo tiene
         o altra guaina lo presidia.
                        O vampa!
Tutto senza ombra flagra.
È essenza, avvento, apparenza,
tutto trasparentissima sostanza.
È forse il paradiso
questo? oppure, luminosa insidia,
un nostro oscuro
ab origine, mai vinto sorriso?

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Altre poesie di Mario Luzi pubblicate sul Canto delle Sirene:

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LA FRASE DEL GIORNO
Questa felicità promessa o data / m'è dolore, dolore senza causa /o la causa se esiste è questo brivido / che sommuove il molteplice nell'unico /come il liquido scosso nella sfera / di vetro che interpreta il fachiro.
MARIO LUZI, Onore del vero

domenica 19 ottobre 2014

Se è vero che i sogni

 

JOSÉ MANUEL CABALLERO BONALD200px-Caballero_Bonald

PRINCIPIO DEDUTTIVO

Se è vero che i sogni
sono risposte a tutte le domande
che ci siamo posti
prima di nascere,
la poesia
sarebbe come la replica
alla domanda
che è rimasta ancora senza risposta.

(da Manual de infractores, 2005)

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“I dubbi sono le cose che meglio servono per aprirti la strada nei labirinti dell’esperienza. Io non saprei scrivere, né tantomeno vivere, se fossi sicuro di tutto”: José Manuel Caballero Bonald (Jerez de la Frontera, 1926), poeta spagnolo figlio di un esule cubano, ritiene che il tentativo di dare una risposta non certa ma plausibile a quei dubbi sia la poesia, una forma di contatto tra noi e il mistero dell’esistenza.

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Dreaming

MARIE, “DREAMING”

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LA FRASE DEL GIORNO
Creo una poesia con le parole e la verità è quella che si viene creando per mezzo di ciò che scrivo. Questa è la verità della poesia.
JOSÉ MANUEL CABALLERO BONALD

sabato 18 ottobre 2014

La regina bianca

 

ULALUME GONZÁLEZ DE LEÓNUlalume Gonzalez de León

RACCONTARE UNA FAVOLA

È il paese di Andrai e Non Ritornerai
dove gli orologi segnano l’inverno in punto
e solo nella tua memoria sarà primavera
se avrai tempo di ricordare
Ma hai soltanto il tempo di cercare la regina bianca

Qui si congela il cuore e non può rompersi
Qui si congelano le fonti del pianto
Qui si congelano le parole che designano i colori
e solo sopravvive la parola del suo nome
Ma tu non sai come si chiama la regina bianca

Si sa poco della regina bianca:
che abita un silenzio senza finestre
che abita il castello di Escisepuoi
che abita la casa del freddo

Si sa poco della regina:
che è completamente bianca
che neppure pensando tutte le rose insieme
si potrebbe far nascere un rossore sulle sue guance
e che neppure con tutte le ali di tutti gli uccelli
si potrebbe migrare dal suo inverno in punto

Si sa poco di lei
Ma non c’è più bisogno di cercarla
né serve altro per incontrarla
e allontanarti da lei per sempre
se scopri che non lasci impronte sulla neve
se scopri come perdi ogni prova della vita.

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“Ci sono cose reali che non credi perché inverosimili e cose fantastiche che ti danno la chiave per intendere la realtà” dichiarò in un’intervista del 1971 la poetessa messicana di natali uruguaiani Ulalume González de León (1932-2009): qui costruisce una favola in poesia, disegnando il paese bianco e deserto di un inverno perenne dove nel vuoto di colori regna una regina bianca, che forse è prigioniera del suo ruolo. Il tocco di maestro è il colpo di scena finale in cui la regina bianca si rivela per quello che è, la narratrice della favola, e tutto quel bianco è il vuoto della sua vita.

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Perish

NICOLAS HENRI, “PERISH”

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LA FRASE DEL GIORNO
Il bianco non è neanche un colore. Non è niente, come il silenzio. Un niente senza parole e senza musica. In silenzio: in bianco.
ALESSANDRO D’AVENIA, Bianca come il latte, rossa come il sangue

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