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giovedì 10 marzo 2016

Primo amore

 

ANDREAS OKOPENKO

RISVEGLIO DI PRIMAVERA

Lo ha pregato di non scompigliare i riccioli,
di rimetterle in ordine il vestito
di non sgualcirlo fino all'indomani.
Poi gli ha detto di venire,
per quel momento ha già annotato nel diario: primo amore.

(da Poesia, n. 303, Aprile 2015 - Traduzione di Gio Batta Bucciol)

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Andreas Okopenko, poeta austriaco di natali slovacchi e di origini ucraine, scrittore dell’avanguardia di lingua tedesca e costruttore del linguaggio, si lascia intenerire dal tepore di primavera, dal risveglio della terra e dei sensi, e traccia il dolcissimo parallelo di un primo amore che sta per sbocciare nella primavera della vita.

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Wade

VICKIE WADE, “LOVING COUPLE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Il tuo primo amore non ha inizio o fine. Il tuo primo amore non è il tuo primo amore e neanche l’ultimo. È solo amore.
THICH NHAT HANH




Andreas Okopenko
(Košice, Cecoslovacchia, 15 marzo 1930 - Vienna, 27 giugno 2010), poeta e scrittore austriaco. Ha cercato di trasmettere l'esperienza del "Fluidum", un fenomeno di pensiero pre-linguistico, un "chiaro riconoscimento delle relazioni tra cose viste o immaginate sensualmente prima ancora che si possano trovare le parole per loro".

mercoledì 9 marzo 2016

Un mare favoloso

 

ANTONIA POZZI

NEL DUOMO

Sospingo una delle grevi porte
e mi cade alle spalle
la furia del meriggio ventoso.
A lenti passi m'inoltro,
bevendo l'ombra improvvisa
in lunghi battiti
delle palpebre stanche:
suonano i passi come morte cose
scagliate dentro un'acqua tranquilla
che in tremulo affanno rifletta
da riva a riva
l'eco cupa del tonfo.
Remiga la tristezza ad ancorarsi
in golfi arcani
d'oscurità profonde;
remiga per un mare favoloso,
ove sono i pilastri
tronchi d'una subacquea pineta,
viva e fitta così
per lontananze senza confine…

Brucia nella tenebra
una lucente siepe di ceri:
gli occhi vi si fissano
subitamente
e l'anima discende
dalle sperdute immensità
chiudendosi
in un nodo di fiamme.
Dinnanzi alla tremante fioritura
che chissà qual divino alito
inclina
verso il sorriso di un'antica madonna,
è immoto un bimbo.
Guarda, il piccolo, assorto,
e certo vede
nella cappella accesa
uno stupendo albero di Natale,
a cui siano fronde
le diafane dita dei ceri.
Certo sogna, il bambino,
che sian tutti balocchi
i rozzi vetri sanguigni
in cui esita un pallido lume...
Gli sbocca nei grandi occhi intenti
la piccola vita
e tutta si allarga
nella celeste immensità del sogno.
Sfocia così il tumulto
d'ogni mio male
nel riposo di un'estasi
senza confine
e l'anima ritrova la sua pace,
come un folle balzo di acque
che si plachi, incontrando
la suprema quiete del mare.

Milano, 3 marzo 1931

(da Parole, 1939)

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La giovane poetessa Antonia Pozzi spinge la grande porta ed entra nel Duomo di Milano: la sua è una cronaca che si avvale di impressioni – le sue parole sono “vestite di veli bianchi strappati” come rilevò Montale: cercano di esprimere attraverso la descrizione di quei sentimenti quello che non riesce a trovare dentro di sé.

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Duomo

FOTOGRAFIA © EL MUNDO EN MI MALETA

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LA FRASE DEL GIORNO
Ci sono città di evidente bellezza che si danno a tutti, e altre segrete, che amano essere scoperte.
CARLO CASTELLANETA, Nostalgia di Milano




Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – 3 dicembre 1938), poetessa italiana. Laureatasi in Filologia con una tesi su Flaubert, si tolse la vita dopo una contrastata storia d’amore. Il suo diario poetico Parole fu pubblicato postumo, nel 1939: composto a partire dai diciassette anni, riflette un'amara e inquieta sensibilità in cui si avverte l'influsso della lirica di Rilke.


martedì 8 marzo 2016

Donna

 

GIOCONDA BELLI

E DIO MI FECE DONNA

E Dio mi fece donna,
con capelli lunghi,
occhi,
naso e bocca di donna.
Con curve
e pieghe
e dolci avvallamenti
e mi ha scavato dentro,
mi ha reso fabbrica di esseri umani.
Ha intessuto delicatamente i miei nervi
e bilanciato con cura
il numero dei miei ormoni.
Ha composto il mio sangue
e lo ha iniettato in me
perché irrigasse tutto il mio corpo;
nacquero così le idee,
i sogni,
l’istinto
Tutto quel che ha creato soavemente
a colpi di mantice
e di trapano d’amore,
le mille e una cosa che mi fanno donna
ogni giorno
per cui mi alzo orgogliosa
tutte le mattine
e benedico il mio sesso.

(Y Dios me hizo mujer, da Sobre la grama, 1972) 

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Eccoci a un altro 8 marzo. Ed eccoci a ripetere che festeggiare le donne va bene ma che questo non deve valere solo per una giornata: sarebbe da ipocriti regalare la mimosa e poi comportarsi da prevaricatori per i restanti 364 giorni. Ho scelto questa poesia piuttosto famosa della nicaraguense Gioconda Belli  perché è un inno alla femminilità: è ciò che fa grandi le donne ed è quello che dovrebbe caratterizzarle in ogni cosa, è quello che regala “idee, sogni e istinto” e che consente di realizzare grandi cose, dall’economia della casa all’astronautica, dalla medicina allo sport, dalla politica alla letteratura, dalla fisica nucleare all’insegnamento…

Una mimosa virtuale a tutte voi, amiche del Canto delle Sirene!

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Mimosa

FOTOGRAFIA © GALATEO DEI FIORI

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LA FRASE DEL GIORNO
Il femminile, l'altra metà del cielo. La nostra ricchezza è fatta dalla nostra diversità: l'altro ci è prezioso nella misura in cui ci è diverso
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ALBERT JACQUARD, Elogio della differenza




Gioconda Belli (Managua, 9 dicembre 1948), poetessa, scrittrice e attivista nicaraguense. Annoverata tra le più importanti scrittrici dell’America Latina, nella sua produzione ricorrono spesso i temi della lotta sandinista e dell’emancipazione femminile e  il rapporto tra l'America precolombiana e il Sud America attuale.


lunedì 7 marzo 2016

Si chiamava Moammed Sceab

 

GIUSEPPE UNGARETTI

IN MEMORIA

Locvizza il 30 settembre 1916

Si chiamava
Moammed Sceab

Discendente
di emiri di nomadi
suicida
perché non aveva più
Patria
Amò la Francia
e mutò nome

Fu Marcel
ma non era Francese
e non sapeva più
vivere
nella tenda dei suoi
dove si ascolta la cantilena
del Corano
gustando un caffè

E non sapeva
sciogliere
il canto
del suo abbandono

L’ho accompagnato
insieme alla padrona dell’albergo
dove abitavamo
a Parigi
dal numero 5 della rue des Carmes
appassito vicolo in discesa.

Riposa
nel camposanto d’Ivry
sobborgo che pare
sempre
in una giornata
di una
decomposta fiera

E forse io solo
so ancora
che visse

(da L’Allegria, 1931)

 

Moammed Sceab, arabo che fu pensionante nell’albergo del Quartiere Latino dove risiedeva nei suoi anni parigini Giuseppe Ungaretti, si uccise nell’estate del 1913 perché si sentiva un uomo senza radici, senza patria e senza religione. Una condizione che il poeta stesso comprende – originario di Lucca, ma nato e vissuto ad Alessandria d’Egitto, trasferitosi a Parigi e ora impegnato nelle trincee del Carso come soldato. Anche lì scrive versi sin dal primo giorno, il Natale del 1915, e prende coscienza della condizione umana e del rapporto dell’uomo con l’assoluto: è quello che mancava a Moammed Sceab e che invece è ancora di salvezza per Ungaretti, pur nel bel mezzo di una guerra orribile: la possibilità di esprimere “il canto del suo abbandono”, di circoscrivere in poesia il suo malessere, la sua solitudine di “déraciné”.

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rue-des-carmes

PARIGI, RUE DE CARMES, 1913

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LA FRASE DEL GIORNO
Poesia / è il mondo l’umanità / la propria vita / fioriti dalla parola /  la limpida meraviglia / di un delirante fermento.

GIUSEPPE UNGARETTI, L’Allegria




Giuseppe Ungaretti (Alessandria d’Egitto, 8 febbraio 1888 – Milano, 1º giugno 1970) è uno dei tre grandi poeti dell’Ermetismo italiano. Trasferitosi a Parigi nel 1912, prese parte alla Prima guerra mondiale nelle trincee del Carso e poi in Champagne. Dal 1935 al 1942 insegnò in Brasile e dal 1947 al 1965 fu professore di letteratura moderna alla Sapienza.


domenica 6 marzo 2016

La luce che vedi

 

MARGHERITA GUIDACCI

PURO DI CUORE

Col tuo passo sicuro e tranquillo
penetri per i neri corridoi
fino alla cella dove sono rinchiusa,
ed esclami gioioso: «Dov'è l'oscurità
di cui tanto piangevi? Sei tutta illuminata».

Tu non sai che la luce che vedi
è quella che tu irraggi, essendo puro di cuore
e quando la tua visita è finita
essa ti segue, io resto
di nuovo spenta!

(da Neurosuite, Neri Pozza, 1970)

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C’è un periodo oscuro nella vita della poetessa fiorentina Margherita Guidacci, un pugno di anni nel cuore degli Anni ‘60 che la portarono a fronteggiare una sofferenza psichica che causò la crisi del suo matrimonio e un conseguente ricovero in una clinica neurologica. È una condizione che richiama alla mente l’autoreclusione della amata Emily Dickinson, di cui fu traduttrice, e che crea un territorio desolato in cui ogni luce è spenta nell’intimo, illuminato solo da un’effimera presenza visita venuta dall’esterno. Margherita per fortuna resiste e, come chi sia giunto sul fondo, riesce a darsi una spinta per riemergere e raggiungere quella che definirà negli Anni ‘80 “una felicità respirabile”.

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spellbound

FOTOGRAFIA © UNITED ARTISTS

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LA FRASE DEL GIORNO
Noi con gli stracci smessi del passato / ci costruiamo un presente.
MARGHERITA GUIDACCI, Neurosuite




Margherita Guidacci (Firenze, 25 aprile 1921 – Roma, 19 giugno 1992), poetessa e traduttrice italiana. Dopo la crisi del suo matrimonio, negli Anni’60, superò un decennio di grave sofferenza psichica che culminò nel ricovero in una clinica neurologica. Tra i poeti da lei tradotti John Donne, Emily Dickinson, T.S. Eliot ed Elizabeth Bishop.


sabato 5 marzo 2016

La fiamma del crepuscolo

 

JOSÉ HIERRO

LE STRADE NON PORTANO

Le strade non portano
a nessuna meta; tutte
terminano in noi.
La fiamma del crepuscolo
ci fonde in unità.
È bello camminare,
sognare, cantare. Bello
essere gran tenerezza
con un cuore vicino,
(con un dolore remoto).
La sera si denuda,
mostra i suoi ori profondi.
Ogni forma ci incanta
col suo vino gioioso.
Ormai non c'è nulla: - passato,
futuro, ombre, gioie -,
fuori di noi.
La sera spolvera
il suo caldo tesoro.
I suoi pampini di fuoco
stillano nei nostri occhi.
La sera è nostra. Il mondo
fu fatto per noi.
Siamo il suo centro vivo
e gira il tempo intorno.
Passa e non può ferire
col suo dolore remoto
il nostro cuore vicino.
Le strade non portano
a nessuna meta; tutte
terminano in noi.

(Traduzione di Oscar Macrì)

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“Che cerchi, poeta, nel tramonto?” si chiedeva nei primi anni del ‘900 Antonio Machado. E ancora diceva: “Viandante, non sei su una strada, / la strada la fai tu andando”. Sembra che il poeta spagnolo José Hierro abbia fatto tesoro dei versi del suo predecessore sviluppandone il tema in questa poesia in cui la strada e la sera assurgono a metafore della vita.

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Stik

FOTOGRAFIA © STIKPHOTOS

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia è un modo di vivere recuperando il perduto.

JOSÉ HIERRO, El País, 26 marzo 2001




José Hierro del Real (Madrid, 3 aprile 1922 – 21 dicembre 2002), poeta spagnolo della generazione detta “sradicata” influenzato dalla poesia di Gerardo Diego. Incarcerato per quattro anni dopo la guerra civile, divenne araldo della “poesia testimoniale”, passando nel tempo a temi esistenziali.


venerdì 4 marzo 2016

Centenario di Giorgio Bassani

 

Giorgio Bassani, nato il 4 marzo 1916 e morto nel 2000, è conosciuto soprattutto per i suoi romanzi ferraresi, Il giardino dei Finzi Contini e Gli occhiali d’oro su tutti. Ma Bassani si considerava poeta (Non pensare, anche tu, che il poeta sia soltanto colui che va a capo!) e riteneva che esistesse un rapporto ben preciso tra la poesia e la sua prosa. La poesia di Bassani ha avuto origine da moduli classici ma si è andata via via evolvendo nel tempo assecondando il gusto della parola (poeta e prosatore, appunto) in grado di rivelare quel mondo interiore espresso attraverso l’amarezza delle immagini, quel crepuscolare mal de vivre spesso nostalgico, voce della sofferenza intima, ma capace anche di leggere con ironia le mappe dell’amore.

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Bassani

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da Storie dei poveri amanti, 1945

VERSO FERRARA

Questa è l’ora che vanno per calde erbe infinite
nel mio paese gli ultimi treni, con fischi lenti
salutano la sera, affondano indolenti
in sonni dove tramontano rosse città turrite.
Dai finestrini aperti il vino delle marcite
monta al madido specchio delle povere panche;
dei giovanili amanti scioglie le dita stanche,
fa deserte di baci le labbra inaridite.

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da Un’altra libertà, 1951

DALLE TORRI DI FERRARA

Dalle torri di Ferrara
vola ormai la dolce luce,
ma a una grata nera, avara,
chi ti volge, chi ti induce
o carezza della sera?
Chi risponde a una preghiera,
ad un pianto abbandonato
con quest'esile fanfara?
Oh non cada sera, alcuna
notte mai se non vi porti
per lo spazio, per la bruma,
suoni deboli e distorti,
rari, trepidi segnali
quando l’ore son più eguali,
quando più lontano è il giorno
e ogni nome è sopra il mare.

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da Epitaffio, 1974

A LETTO

Ieri sera a letto mi ero messo
dalla parte destra quella che occupa
lei quando è qui
e stamani svegliandomi mi son ritrovato
a sinistra di dove nel buio ascolto insonne talora
il battito possente del suo
esserci
Cosa mi ha indotto dunque durante la notte
ad abbandonare lo spazio del suo grande
corpo assente
se non l’ansia d’essere anche io
niente
?

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MARG

Non saprei dire se di giorno o di notte se calpestando
io l'opposto marciapiede oppure se rapido
una volta di più passando
via con la macchina
ricordo però assai bene d'aver letto qualche mese
fa giusto al principio
dell'inverno
scritto a caratteri maiuscoli e cubitali sopra un intonaco
dilavato di periferia con un pennello
intinto in una scura vernice color sangue
rappreso
- e facevano le lettere una specie d'arco in lieve un poco esitante
salita quasi ad esprimere
anch'esse nel loro incerto flettersi la tenerezza
commemorante d'ogni supremo
addio -
ciao dolcissima Marg proprio così
CIAO DOLCISSIMA MARG. e
nient'altro
Dove sei Marg - non faccio da allora che chiedermi - dove vivi in quale
anonimo quartierino del Salario del Tiburtino o del
Trionfale
dormi vegli parli mangi ridi sospiri gridi
piangi eccetera
trascini da una stanzuccia all'altra fino all'asfittico
balconcino la già molle
tua anca di imminente
Margherita
fai ondeggiare fra le magre scapole lunga
fino alla vita fino all'esile
giro dei blue
jeans
la fulva enorme
treccia
e dove mai sarà lui soprattutto - ignoto
completamente al comune lager metropolitano e forse persino
a te stessa -
lui l'ugualmente dolcissimo tuo
poeta?

 

Autografo

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LA FRASE DEL GIORNO
Ogni poesia, ogni racconto ha bisogno di un’idea formale e di un sentimento: sono come la testa e le viscere.
GIORGIO BASSANI




Giorgio Bassani (Bologna, 4 marzo 1916 – Roma, 13 aprile 2000), scrittore e poeta italiano. Conosciuto soprattutto per i suoi romanzi ferraresi, Il giardino dei Finzi Contini e Gli occhiali d’oro su tutti, si considerava poeta e riteneva che esistesse un rapporto ben preciso tra la poesia e la sua prosa. La sua poesia nasce da moduli classici per evolversi ad assecondare il crepuscolare mal de vivre.