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sabato 12 marzo 2011

Un viso

 

MARIO LUZI

DOVE L'OMBRA

Dove l'ombra procede e le strade ristanno
tra i fiori, ricordarmi le parole
e le grida dell'uomo è forse un inganno.
Ma sempre sotto il cielo consueto
ritrovo le mie tracce, il mio sole
e gli alberi remoti del tempo
fissi dietro le svolte. E sempre,
ancor che mi sia noto il dolce segreto,
sulla polvere quieta, tra le aiuole,
m'indugio ad aspettare che sporga
un viso inenarrabile dal sole.

(da Un brindisi, Sansoni, 1946)

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È il dramma dell’umana condizione esistenziale che percorre tutta l’opera poetica di Mario Luzi: li esprime spesso con paesaggi naturali sotto climi avversi – le famose “ondate” di Sulla riva, le “burrasche” di Notizie a Giuseppina dopo tanti anni, “l’aspro vento di Quaresima” di Nella casa di N. compagna d’infanzia. Qui invece il gioco è tra l’ombra e la luce: il poeta avanza in quel territorio ostile, quello del dubbio, quello degli interrogativi sulla solitudine, sull’incomunicabilità, sull’inevitabile scacco finale; ma nel paesaggio consueto, nel percorso familiare delle cose più care, ritrova quel barlume di speranza, quella partecipazione comune che risolve il dilemma in una comunione: è l’Altro che può sostenerci in questa espiazione che è la vita, è il viso della donna amata che si sporge alla finestra in pieno sole.

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Pablo Picasso, “Casetta in un giardino”

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LA FRASE DEL GIORNO 
Mi reggo tra passato ed avvenire / o come è giusto o come il cuore tollera.
MARIO LUZI, Onore del vero




Mario Luzi (Castello di Firenze, 20 ottobre 1914 – Firenze, 28 febbraio 2005), poeta italiano, fu uno dei grandi rappresentanti dell’Ermetismo. Più volte candidato al Nobel, fu insignito della Legion d’Onore. Fu Accademico della Crusca e senatore a vita.


venerdì 11 marzo 2011

Amando un’altra

 

SERGEJ A. ESENIN

IO LO RICORDO, AMATA, IO LO RICORDO

Io lo ricordo, amata, io lo ricordo,
Lo splendore dei tuoi capelli;
Non fu allegra vicenda, né leggera,
Per me l'abbandonarti.

Delle notti autunnali mi ricordo,
Del murmure nell'ombra di betulle:
E se allora più corti erano i giorni,
Più a lungo dava luce a noi la luna.

Ed io ricordo che tu mi dicevi:
”Questi anni azzurri se ne andranno via,
E tu, mio amato, dimenticherai,
Per sempre, per un'altra”.

Ma oggi il tiglio che va rifiorendo
Di nuovo ha ricordato ai sentimenti
Come teneramente cospargevo
A quel tempo i tuoi riccioli di fiori.

E il cuore, non disposto a raffreddarsi,
E amando un'altra con malinconia,
Va ricordando con quell'altra te,
Come un lungo racconto prediletto.

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C’è una malinconia velata, una dolcissima nostalgia in questi versi di Sergej Esenin: non è solo l’amata di un tempo che rimpiange, ma tutta una civiltà, quella della Russia contadina e patriarcale, un’Arcadia spazzata via dalla rivoluzione bolscevica che peraltro aveva salutato come una gioiosa rinascita. E suona infatti come una canzone popolare, questa poesia: ne ha gli accenti melodiosi e la tristezza.

Esenin nel 1922 sposò Isadora Duncan, ma il matrimonio con la celebre danzatrice fu un effimero fuoco di paglia - forse è proprio la Duncan “l’altra amata con malinconia”: il poeta lasciò quasi subito lei e gli Stati Uniti per tentare di riappropriarsi dell’idillica Russia di un tempo. Non ci riuscì, adeguarsi alla realtà sovietica non gli era possibile: “Ad ognuno qui sono sconosciuto / e chi ricordavo m’ha scordato. / L’abituro materno è ormai diruto, / e vi giace la polvere e il fango del selciato” scrisse in una poesia. Non resse: nel 1925, alla soglia dei trent’anni, si uccise impiccandosi in una stanza d’albergo di San Pietroburgo..



Gustav Klimt, “Donna con ventaglio”

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LA FRASE DEL GIORNO 
La lontananza blandisce, arde la nostalgia.
HERMANN HESSE, Vagabondaggio




Sergéj Aleksándrovič Esénin (Konstantinovo, 3 ottobre 1895 – Leningrado, 28 dicembre 1925), poeta russo imagista. Nato da una famiglia contadina, le sue poesie furono influenzate dal folklore russo. Nel 1922 sposò la ballerina statunitense Isadora Duncan, da cui divorziò nel 1924. L’anno seguente fu trovato morto in un albergo di Leningrado forse suicida forse ucciso da agenti della polizia sovietica.


giovedì 10 marzo 2011

Tutti i giorni cominciare


DARIA MENICANTI

VIVERE È


Vivere è non sapere le ragioni.
Dopo un silenzio da contarsi a mesi
o anni, questa sera
ho una cena ridente affollata.
Al vino amaro si riscalda, a belle
donne, alle rose alte la cena.
Seduta accanto a lui, commensale adulato,
mi sento al sole. Affilo le mie spade
per la prima apertura di guardia.
Vivere è tutti i giorni cominciare.


(da Poesie per un passante, Mondadori, 1978)

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“Vivere è non sapere le ragioni”, “Vivere è tutti i giorni cominciare”: tra questi due versi, piazzati strategicamente come aforismi all’inizio e alla fine, si svolge la poesia della piacentina Daria Menicanti, traduttrice di Sylvia Plath e di Dylan Thomas. È un “momento sì” quello che la Menicanti racconta, una cena di gala che viene dopo tempi bui ma che finalmente illumina i giorni: è nel sole, accanto all’uomo amato, ammirata, felice. Ed ecco che quei due versi assumono tutto il loro filosofico ruolo: vivere altro non è che un nuovo inizio, ogni giorno, senza neppure domandarsi perché. Basta prepararsi e lottare.

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JOHN SINGER SARGENT, "IL BICCHIERE DI PORTO"
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LA FRASE DEL GIORNO 
Io mi sento il palloncino / fuggito dal suo grappolo: una cosa / ironica e leggera e all’apparenza / felice.
DARIA MENICANTI, Poesie per un passante




Daria Menicanti (Piacenza, 6 aprile 1914 – Mozzate, 4 gennaio 1995), poetessa, insegnante e traduttrice italiana. In lei si mescolano il registro sarcastico e ironico e quello più sottile della malinconia. Per Lalla Romano la sua era “una voce nuova, moderna e classica, per niente alla moda, ma libera e anche audace”.


mercoledì 9 marzo 2011

Uno che ben conosce la notte


ROBERT FROST

CONOSCENZA DELLA NOTTE

Io sono uno che ben conosce la notte.
Ho fatto nella pioggia la strada avanti e indietro.
Ho oltrepassato l'ultima luce della città.

Sono andato a frugare nel vicolo più tetro.
Ho incontrato la guardia nel suo giro
Ed ho abbassato gli occhi, per non spiegare.

Ho trattenuto il passo e il mio respiro
Quando da molto lontano un grido strozzato
Giungeva oltre le case da un'altra strada,

Ma non per richiamarmi o dirmi un commiato;
E ancora più lontano, a un'incredibile altezza,
Nel cielo un orologio illuminato

Proclamava che il tempo non era né giusto, né errato.
Io sono uno che ben conosce la notte.

(da West-running Brook, 1928 – Traduzione di Giovanni Giudici)

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Chi è colui che conosce la notte? E che cos’è la notte? La notte è il mistero della vita, è l’immersione nel reale, e dunque la conoscenza della notte è la poesia, colui che conosce la notte è il poeta. Nella sua dichiarazione poetica Robert Frost precisa: “Sono in un posto, una situazione, come materializzato da una nuvola o sorto da terra. V’è un felice riconoscimento del lungamente perduto e il resto segue. (…) La logica è retrospettiva, dopo l’evento. Deve essere sentita piuttosto che vista in anticipo come una profezia. Deve essere una rivelazione, o una serie di rivelazioni, per il poeta quanto per il lettore”. Ecco allora che si conosce la notte, la si riconosce alla fiammella della poesia.

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Max Ferguson, “Reservoir nocturne, 1986”

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LA FRASE DEL GIORNO 
La figura che una poesia crea. Comincia nel piacere e finisce nella saggezza.
ROBERT FROST




Robert Lee Frost (San Francisco, 26 marzo 1874 – Boston, 29 gennaio 1963), poeta statunitense, vincitore di quattro Premi Pulitzer. Le sue poesie, attraverso la raffigurazione con una notevole padronanza del linguaggio colloquiale della vita rurale del New England all’inizio del ‘900, indagano temi sociali e filosofici. La strada non presa è la sua poesia più celebre.


martedì 8 marzo 2011

Una poesia per l’8 marzo

 

EDOARDO SANGUINETI

BALLATA DELLE DONNE

Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia.

Quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace.

Quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire.

Perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente.

Femmina penso, se penso l'umano
la mia compagna, ti prendo per mano.


Come direbbe Fonzie, “Chiariamo un punto”: non è che l’8 marzo siamo tutti gentili e porgiamo mimose e poi per un anno facciamo come se nulla fosse… Altrimenti questa giornata non è altro che l’ennesima festa commerciale, come San Valentino o la Festa della Mamma, buona soltanto per i fiorai, le pizzerie e i locali di spogliarello maschile…

Chiarito il punto, ecco una poesia per l’8 marzo, che offro come omaggio a tutte le lettrici del Canto delle Sirene (anche ai lettori maschi, si intende, ma perché ne facciano buon uso): è del poeta genovese Edoardo Sanguineti, scomparso un anno fa.

Perché ogni donna sia gioia, pace, culla, vita e compagna…

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Fotografia © L’Arena

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LA FRASE DEL GIORNO 
Donna è il nome più nobile / che si può dare all’anima. / Molto più nobile che vergine.
MAURIZIO CUCCHI, La luce del distacco




Edoardo Sanguineti (Genova, 9 dicembre 1930 – Genova, 18 maggio 2010), poeta, scrittore e politico italiano, che fece parte del Gruppo 63. La sua poetica è una disgregazione sperimentale del linguaggio, andata attraverso l’assemblage verso una forma più diaristica e concreta.




lunedì 7 marzo 2011

Centenario di Fogazzaro


Il 7 marzo del 1911 moriva Antonio Fogazzaro, sessantanovenne senatore del Regno d’Italia ma soprattutto celebre scrittore dell’Ottocento, famosissimo al punto da essere stato più volte candidato al Premio Nobel agli inizi del XX secolo. I suoi capolavori sono tutti di prosa: Malombra, Daniele Cortis, Piccolo mondo antico, letture diffusissime nella piccola borghesia, alla quale lo stesso autore apparteneva. Modernista, Fogazzaro sapeva però schiacciare l’occhiolino a quel mondo cattolico e conservatore al quale si rivolgeva: parlava di amore extraconiugale ma lo inquadrava in una profonda fede.   

Ma, in realtà, Fogazzaro nacque poeta: sin dai tempi del liceo con Giacomo Zanella come professore, e degli studi di Giurisprudenza, è la poesia la sua Musa. Scrive il poemetto Miranda, che non trova però editore e viene quasi stroncato dal critico Francesco De Sanctis, collega del padre di Antonio, deputato al Parlamento: “La maniera pare un po' arida e asciutta ma l'autore ha voluto così fare per reagire contro la morbosa abbondanza de' nostri periodi poetici e per stare un po' più dappresso alla natura. Forse ha oltrepassato il segno, come fanno tutte le reazioni. Ci ho trovato dei bei motivi psicologici, ma poca ricchezza e poca serietà nel loro sviluppo e nelle loro gradazioni”. Il libro viene poi pubblicato e trova consensi dal pubblico ma non dalla critica. La successiva raccolta Valsolda non avrà neanche il conforto dell’opinione pubblica e porrà fine alle velleità poetiche di Fogazzaro, che si dedicherà esclusivamente ai romanzi, cominciando a scrivere Malombra. Fu un bene? Fu un male? Giudicate voi…

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M’AMA, NON M’AMA. SENZA UCCIDER FIORI

M'ama, non m'ama. Senza uccider fiori,
dirmi così da tutto l'universo
ascolto sempre e dal mio core istesso;
starò a veder su qual dei due si ferma.
No, non domando al fior. Se il fior sapesse
gli chiederei soltanto s'è felice.
Ma il fior l'ignora, e chi potrebbe dirlo
mi niega per pietà questo conforto.
Un pensier mi ferisce. E se il poeta
s'accendesse d'amor per le soavi
figure ch'egli crea! Strano pensiero!
Davver di questi non ne avevo un tempo.

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TENEVO IL VISO FRA LE PALME ASCOSE

Tenevo il viso fra le palme ascoso.
Star con lui mi pareva, essergli unita
da lungo tempo, ed ei mi domandava
di quegli anni lontani, amari tanto.
Io tutto tutto gli dicevo. Alfine
tolsi le man dal viso, e nello specchio
guardai se i miei capelli erano bianchi.

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LA FRASE DEL GIORNO
In guerra e in amore sono le ritirate che scatenano le avanzate.
ANTONIO FOGAZZARO




Antonio Fogazzaro (Vicenza, 25 marzo 1842 – 7 marzo 1911), scrittore e poeta italiano. Indagò nelle sue opere il mondo sentimentale e religioso dei protagonisti (Malombra, 1881; Daniele Cortis, 1884; Piccolo mondo antico, 1895, ritenuto il suo capolavoro) e affrontò il conflitto tra fede e scienza, e tra cattolicesimo e mondo moderno.



domenica 6 marzo 2011

Apri la finestra: sono io


MERJA VIROLAINEN

SE MI SCIOLGO FONDENDOMI NELLA PIOGGIA

Se mi sciolgo fondendomi nella pioggia,
e vedi
alla finestra il caprimulgo,
quando prima di dormire ti togli
la camicia bianca,

apri la finestra: sono io,
ali scottate, svolazzo nei tuoi occhi,
mi appoggio al tuo collo ardente,
una risata morbida, bisbigli,
apro le ali sul tuo petto, le chiudo,
atterro in un respiro sulla pancia ardente,
amore, rimango sulle tue labbra.

(da Quando il sole è fissato con i chiodi. Poeti finlandesi contemporanei, Asefi 2002 – Traduzione di Viola Capkova e Antonio Parente)

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Merja Virolainen è una poetessa e traduttrice finlandese nata nel 1962 che ha al suo attivo sei raccolte di poesia, una commedia, un romanzo e delle prose brevi. Merja è attenta ai temi della femminilità, della presenza della donna nella società e nella storia, della sessualità e del desiderio. E troviamo molti di questi argomenti anche in una sua poesia d’amore: la donna è paragonata alla pioggia – ovvero alla vita – e in una sorta di religione pagana incarna il ruolo della Madre Terra, della natura. Non a caso la Virolainen è autrice di un Manuale di sciamanesimo e stregoneria che indaga la mitologia delle antiche saghe finlandesi.

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Fotografia © Jiihaa

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LA FRASE DEL GIORNO
Fanno delle cose, le donne, alle volte, che c'è da rimanerci secchi. Potresti passare una vita a provarci: ma non saresti capace di avere quella leggerezza che hanno loro, alle volte. Sono leggere dentro. Dentro.
ALESSANDRO BARICCO, Oceano mare




Merja Virolainen  (Lapua, 7 maggio 1962), poetessa e traduttrice finlandese. Costumista, ha lavorato per il circo e il teatro dei burattini prima di laurearsi in filosofia. Tra i suoi temi prediletti l’amore carnale, i ricordi d’infanzia, l’esistenza senza amore e la problematica dell’identità.