sabato 31 ottobre 2015

Non voglio e credo

 

UMBERTO BELLINTANI

LUNA, DOLCE LUNA...

Luna, dolce luna - pecora del cielo, fiaba
o pastore?
. . . . . . .
Ed ora, poiché non so se la luna è sempre stata la luna
non posso dire se la luna resterà sempre la luna.
E se la civetta resterà la civetta,
e l’agnello che bela l’agnello che bela,
e il cuore del bandito il cuore del bandito.

Ma questo io dico,
perché
non voglio e credo:
non voglio che l’uomo antico abbia sofferto più dell’uomo d’oggi,
e l’uomo d’oggi più dell’avvenire
a capo chino colla fronte nelle mani;
non voglio che il mio bambino pianga più dell’altro
che sorgerà fra secoli di secoli.
E
credo,
e credo che ciò non sarà:
perché non deve essere che il mio bambino soffra più di quello
che sorgerà fra secoli di secoli;
non deve essere che io posi faticosamente la pietra sulla via
a far più lieve il cammino a chi verrà
a porre il piede domani sulla terra.
E questo io dico perché l’uomo non speri vanamente.
E questo io dico a te, Marino, figlio mio.
. . . . . . . . . . .
Oh, ma non ho voce per dire quanto credo
che la notte non è per il giorno,
che la pena non è per la pace.

(da Forse un viso tra mille, Vallecchi, 1953)

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Un padre, il poeta mantovano Umberto Bellintani (1914-1999), e un figlio, il piccolo Marino. È chiaro che il padre desideri ogni bene per il figlio, che non soffra, che non debba suddividersi tra dolori, disillusioni e tristezze. Con la coscienza dell’uomo tipica della sua poetica, Bellintani spera, o meglio crede per mezzo della fede in una sorta di giustizia terrestre, in una umanità per così dire “livellata”, che astrae dallo scorrere del tempo.

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father-and-son-cathy-jourdan

CATHY JOURDAN, “FATHER AND SON”

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LA FRASE DEL GIORNO
Per un genitore è importante capire che suo figlio più ancora che un ingegnere o un medico, deve saper diventare un uomo.
PIERO ANGELA, Da zero a tre anni

venerdì 30 ottobre 2015

Un prima e un poi

 

 

IDEA VILARIÑOVilarino

TRA LE TUE BRACCIA

Tra le tue braccia
tra le mie braccia
nelle lenzuola morbide
nella notte
teneri
soli
feroci
nell’ombra
nello scorrere delle ore
tra
un prima e un poi.

(da Poemas de amor nocturnos, 1984)

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Un prima e un poi. La frase più importante di questa poesia dell’uruguaiana Idea Vilariño (1920-2009) è alla fine. Quello spartiacque che divide il tempo è l’amore: l’appassionato e sfrenato eros notturno (questo coito feroce interminabile / lottato e senza clemenza / abbraccio senza pietà / bacio senza tregua), ma anche la tenerezza del rimanere abbracciati così, mentre la notte scorre.

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Au lit

HENRI DE TOULOUSE-LAUTREC, “AU LIT: LE BAISER”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ah, notti silenziose, di scure dolci lune, / notti lunghe, sontuose, intrecciate di colombe, / in un aria fatta mani, amore, tenerezza data, / notti come navi…
IDEA VILARIÑO, La suplicante

giovedì 29 ottobre 2015

Sonno di uomo

 

ROBERT FROST

DOPO LA RACCOLTA DELLE MELE

La mia lunga scala ancora appoggiata
ad un albero
sta verso il cielo,
e c’è un barile che non ho riempito
accanto ad essa, e forse due o tre
mele che non ho colto in qualche ramo.
Ma di cogliere mele ora ho finito.
Profumo di sonno d’inverno è nella notte
l’odore delle mele: mi assopisce.
Non posso cancellarmi dagli occhi quello strano
senso provato guardando stamani per un vetro
ripescato dall’abbeveratoio e tenuto
contro quel mondo d’erba che imbianchisce.
Confondeva le cose, l’ho lasciato
cadere e farsi in pezzi. Ma io ero già avanti
verso il mio sonno prima che cadesse,
e potrei dire che forma
il mio sognare stesse per assumere.
Immensi frutti appaiono e spariscono,
metton germoglio e fiore,
splendono ognuno di chiaro colore.
Ho ancora indolenzita la pianta del piede, non solo,
ma mi resta anche il segno del piolo:
sento la scala oscillare se il ramo si piega.
Sempre dalla cantina continua a giungermi il suono
rotolante di colpi
dei carichi in arrivo uno sull’altro.
Perché ne ho avuto anche troppo
di cogliere mele: e sono stanco
del gran raccolto che ho desiderato.
Diecimila migliaia di frutti da toccare,
saggiare nella mano, deporre e non far cadere.
Perché tutte le mele
che son cadute a terra,
anche se non ammaccate o graffiate dai gambi del grano,
non sono buone, sono andate ai mucchi
per fare sidro e succhi.
Si può capire quel che turberà
questo mio sonno, se pur sonno sia.
Non fosse andata via,
la marmotta direbbe se è come il suo
lungo sonno, mentre io ne descrivo il venire,
o se è soltanto un semplice sonno d’uomo.

(After apple-picking, da North of Boston, 1914 - Traduzione di Giovanni Giudici)

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Fantastico e reale, sogno e realtà si intrecciano di continuo in questo idillio bucolico del poeta statunitense Robert Frost (1874-1963). Alla fine, la raccolta delle mele assurge a metafora del vivere: un’alternanza di sonno e veglia in cui i sogni riprendono le attività del giorno mentre queste si rivestono a loro volta del manto del sogno.

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Apple-picking

FOTOGRAFIA © MRC DE DEUX-MONTAGNES

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LA FRASE DEL GIORNO
Ogni rivelazione è stata nostra.
ROBERT FROST, A witness tree

mercoledì 28 ottobre 2015

Fragile conchiglia

 

OSIP EMIL’EVIČ MANDEL’ŠTAMMandel'stam

LA CONCHIGLIA

Può darsi che non ti sia necessario,
notte; dall’abisso dell’universo
come la conchiglia senza perle
sono stato tratto alla tua riva.

Con insensibilità fai spumeggiare le onde,
e intrattabile canti;
ma amerai, stimerai
della conchiglia la menzogna vana.

Le starai accanto sulla sabbia
ne farai tua veste,
sarai solidale con l’ampia
increspata campana,

e le pareti della fragile conchiglia
come la casa di un cuore incolmato
riempirai di bisbigli di spuma,
di nebbia, di vento e di pioggia…

1911

(da La pietra, 1913)

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“Di questo corpo che m’è dato, che ne farò? / Che ne farò di questo dono unico e intimo? / Ditemi chi debbo ringraziare? A chi / esser grato della tacita gioia di respirare ed esistere?” si chiedeva due anni prima di questi versi il poeta russo Osip Emil’evič Mandel’štam (1891-1938). La risposta passa attraverso questa poesia di accettazione del vivere, che fonda in sé la tematica alla base dell’acmeismo: l’unità indivisibile della Terra e dell’uomo.

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Kush

DIPINTO DI VLADIMIR KUSH

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LA FRASE DEL GIORNO
Sono un giardiniere e anche un fiore, / in questo mondo-prigione non son solo, // sui vetri dell’ eternità / già si è posato il mio caldo respiro.

OSIP EMIL’EVIČ MANDEL’ŠTAM, La pietra

martedì 27 ottobre 2015

Il gusto fondamentale dell’eterno

 

JULES SUPERVIELLEJulesSupervielle

IL MARE

È tutto quello che avremmo voluto fare
e non abbiamo mai fatto,
È chi ha voluto prendere la parola
e non ha trovato la parola giusta,
Tutto quello che se ne è andato
senza rivelarci il suo segreto,
Quello che possiamo toccare e persino scavare
con il ferro senza mai raggiungerlo,
Quello che si è fatto onde e poi ancora onde
perché si cerca senza trovarsi,
Quello che è diventato schiuma
per non morire del tutto,
Quello che si è trasformato in scia di qualche secondo
per il gusto fondamentale dell’eterno,
Quello che avanza negli abissi
e non salirà mai in superficie,
Quello che sale in superficie
e teme gli abissi,
Tutto questo e altro ancora,
Il mare.

(La mer, da Oblieuse mémoire, 1949)

 

Più che simbolismo c’è nei versi del poeta francese di natali uruguaiani Jules Supervielle (1884-1960) uno stupore cosmico: il mondo si manifesta all’esterno con il suo aspetto naturale ma si coniuga anche con i fantasmi interiori, con le interrogazioni che l’uomo si porta dietro. Alain Bosquet gli scrisse un giorno: “Lei ha trasformato la nostra paura in incanto, la nostra vita in continuo stupore”. E per fare ciò, come un novello Adamo, Supervielle nomina le cose, le analizza rapportandole a sé – in questo caso, il mare - come se le vedesse per la prima volta.

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Mare

FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

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LA FRASE DEL GIORNO
Cerco la goccia di pioggia / caduta in mezzo al mare
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JULES SUPERVIELLE, La fable du monde

lunedì 26 ottobre 2015

Che importano le distanze?

 

AMADO NERVOAmado-Nervo1

PIENEZZA, XXIII

Niente è lontano da te.
Distanze!
Che importano le distanze?
Tu sai bene che le distanze sono soltanto per il tuo corpo.
La tua anima è vicina a tutto.
Inoltre, la tua anima è l’essenza stessa di tutte le cose.
Senza il tuo corpo, nemmeno la luce, con i suoi trecentomila
chilometri al secondo di velocità, eguaglierebbe il volo del tuo pensiero.
Mentre si guarda, tutto è a portata di mano.
Non c’è stella che non si può chiamare.
Muovi i tuoi pensieri in completa libertà.
Abitualo progressivamente ai voli alti. Prova il record di altezza…
Lascialo andare e venire per tutto l’universo.
Ogni giorno ti accorgerai di più delle apparenze e della falsità della tua gabbia.
Con la nozione della tua immensa libertà aumenterà il tuo appetito per i beni eterni.
E c’è, infatti, un possesso che ti si offre ogni momento e non ha limiti: il possesso di Dio. Accettalo.

(Plenitud, XXIII, da Plenitud, 1918)

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Questa poesia del modernista messicano Amado Nervo (1870-1919) ha scatenato un ricordo lontano, il corso di Filosofia del Diritto del professor Lombardi Vallauri: si parlava del “pléroma” (πλήρωμα), termine greco che significa “pienezza” e che indica nella dottrina gnostica l’emanazione del divino, indicata anche come la Luce che esiste “al di sopra” del nostro mondo. In questa pienezza non esistono distanze, siamo pura essenza che si espande, come nota un’altra mistica, Simone Weil: “Come un gas, l’anima tende ad occupare la totalità dello spazio che le è accordato”

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Timpanaro

FOTOGRAFIA © ALYSSA TIMPANARO/FLICKR

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LA FRASE DEL GIORNO
La notte con tutti i suoi miracoli, / la notte con tutti i suoi astri e i suoi mondi! / Quando esci sul balcone ti si offre nella sua immensità divina. / Quanto piccole sono le distanze che separano le loro orbite per la forza delle tue ali!
AMADO NERVO, Plenitud

domenica 25 ottobre 2015

Quel fiore

 

KO UN

L’HO VISTO SCENDENDO

L’ho visto scendendo
quel fiore che non avevo visto
salendo.

(da Fiori d’un istante, 2001 – Traduzione di Vincenza D’Urso)

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Le poesie così brevi di solito offrono numerosi appigli all’interpretazione: così questa del poeta sudcoreano Ko Un (Kunsan, 1933), da anni candidato al Nobel. Cosa si può dire? Che spesso i punti di vista cambiano le nostre percezioni, certo. Che l’essere umano è limitato, ma che riesce comunque a rapportarsi in qualche modo con la realtà e con quello che va al di là di essa (la poesia).  Ma non solo: che, impegnati nel salire, spesso ci prefissiamo solo di raggiungere la meta a discapito di tutto il resto, mentre nello scendere (il desiderio realizzato, il traguardo ormai raggiunto) abbiamo la possibilità di allargare lo sguardo, di abbracciare tutto l’orizzonte. E ancora: che le cose – come pensava Cesare Pavese – si notano la seconda volta, ovvero quando sono ricordate (e in questo caso è un ricordo inconscio). Niente male, per sole undici parole…

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Sabo

FOTOGRAFIA © MIRO SABO/PANORAMIO

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LA FRASE DEL GIORNO
Quando i fiori parlano / il suo volto sorride luminoso
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KO UN, L’isola che canta

sabato 24 ottobre 2015

T’amo come un paese

 

GESUALDO BUFALINO

PAESE

Nel guscio dei tuoi occhi
sverna una stella dura, una gemma eterna.

Ma la tua voce è un mare che si calma
a una foce di antiche conchiglie,
dove s’infiorano mani, e la palma
nel cielo si meraviglia.

Sei anche un’erba, un’arancia, una nuvola…
T’amo come un paese.

(da L’amaro miele, Einaudi, 1982)

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C’è un celebre aforisma dello stesso Gesualdo Bufalino (1920-1996) che dice: “Ho vissuto per anni come un paese invaso, un po’ ribellandomi, un po’ venendo a patti”. Qui a diventare un paese, magari uno di quelli della natia Sicilia, arroccati tra i monti e la marina, è una donna: è lei la patria del poeta, con i suoi sentori di arancia, con i giochi onirici delle nuvole, con la meraviglia che sa dare e le passioni che sa evocare.

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Diebenkorn_2

RICHARD DIEBENKORN, “SEATED WOMAN”

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LA FRASE DEL GIORNO
Mi è impossibile amare una donna che non mi ami. Potrei esserle amico, ma niente di più. Ogni donna che non mi ama è un uomo.
GESUALDO BUFALINO, Bluff di parole

venerdì 23 ottobre 2015

Riluttante leopardo

 

DEREK WALCOTTWalcott

PRELUDIO

Io, con le gambe incrociate alla luce del giorno, guardo
i pugni variegati di nuvole che si raccolgono sopra
gli sgraziati lineamenti di questa mia isola prona.

Intanto i piroscafi che dividono orizzonti dichiarano
noi perduti;
trovati solo
in opuscoli turistici, dietro ardenti binocoli;
trovati nel riflesso blu di occhi
che hanno conosciuto metropoli e ci credono felici, qui.

Il tempo striscia sui pazienti che da troppo sono pazienti,
così io, che ho fatto una scelta,
scopro che la mia fanciullezza se n’è andata.

E la mia vita, troppo presto, certo, per la profonda sigaretta,
la maniglia girata, il coltello che rigira
nelle viscere delle ore, non deve essere resa pubblica
finché non ho imparato a soffrire
in accurati giambi.

Vado, certo, attraverso tutti gli atti isolati,
faccio di situazioni una vacanza,
mi aggiusto la cravatta e fisso mascelle importanti,
e noto le vive immagini
di carne che passeggiano per l’occhio.

Finché da tutto mi allontano per pensare come,
nel mezzo del cammin della mia vita,
oh come giunsi a incontrare te, mio
riluttante leopardo dai lenti occhi.

(Prelude, da 25 Poems, 1948 – Traduzione di Barbara Bianchi)

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Il premio Nobel antillano Derek Walcott (Saint Lucia, 1930) fu un poeta precoce: pubblicò la sua prima poesia a 14 anni e la sua prima raccolta, 25 Poems, pagata da sua madre, a 18 anni: è da questa plaquette che sono tratti i versi proposti, dai quali traspare già l’aura metafisica che caratterizzerà la sua poetica, un visionario realismo che lo avvicina a Dante – non a caso citato dallo stesso Walcott – e, per sua ammissione, a Eliot, a Auden, a Dylan Thomas.

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Derek Walcott

DIPINTO DI DEREK WALCOTT

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LA FRASE DEL GIORNO
I versi che amo sono quelli dove ho lasciato tutti i nodi.
DEREK WALCOTT

giovedì 22 ottobre 2015

Un orologio ad acqua

 

BILLY COLLINS

LIU YUNG

Questo poeta della dinastia Sung è così infelice.
Il vento sospira tra gli alberi,
un cigno solitario passa là in alto,
e lui è solo nella sua barchetta, sull’acqua.

Se soltanto apprezzasse quanto me
la vita nella Cina dell’undicesimo secolo:
niente cartoni animati a tutto volume in tv,
niente musica dal camioncino dei gelati,

solamente il richiamo orgoglioso degli uccelli
e lo scorrere regolare di un orologio ad acqua.

(da Balistica, Fazi, 2011 - Traduzione di Franco Nasi)

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Confesso di avere qualche volta desiderato anch’io – di possedere una macchina del tempo per sfuggire alle insidie di questo XXI secolo e apprezzare come il poeta statunitense Billy Collins le tranquillità di certi altri periodi storici. Ma sono rinsavito in tempo ripensando alle comodità e alle tecnologie di adesso (una settimana fa è mancata la corrente per oltre 4 ore e mi sembrava di essere un troglodita). Quanto al povero Liu Yung (o Yong), fu un poeta cinese della dinastia Song, vissuto a cavallo tra X e XI secolo, inventore dello stile dolce dello “ci”, genere poetico di forma regolata, con versi di lunghezza variabile e norme metriche molto rigorose.

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Lin-Chun-Birds-Bamboo-Camelias

LIN CHUN, “UCCELLI, BAMBÙ E CAMELIE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Un poeta geniale può essere definito un primo ministro senza abiti da cerimonia.
LIU YUNG

mercoledì 21 ottobre 2015

Per distrarre lo spleen

 

VINICIUS DE MORAESDe Moraes

LETTERA A BAUDELAIRE

Poeta, un po’ alla tua maniera
e per distrarre lo spleen
che sento giungere a me
nel suo solito giro

sfogliandoti, ritrovo il raro
piacere di imbattermi
nella tua famosa sordidezza
nella vecchia foto di Carjat

che non rivedevo dal tempo
in cui leggevo e rileggevo
te, Verlaine, Rimbaud...

Come è passato in fretta il tempo
Come è cambiata la poesia
Come non è cambiato il tuo viso!

Los Angeles, 1947

(Bilhete a Baudelaire, da Antologia poética, 1954)

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Un omaggio del poeta brasiliano Vinicius De Moraes (1914-1980) a un altro grande poeta, quel Charles Baudelaire con il quale condivide lo spleen, quell’angoscia di vivere che forse – vista la lontananza dal natio Brasile - è soltanto una forma di saudade che vira in una tristezza fatta di meditazione e di malinconia. Ed è un omaggio a tutta una generazione di poeti francesi: “Un giorno ho sentito un nome: Baudelaire. Un altro: Rimbaud. Un altro ancora: Mallarmé. E un altro: Verlaine. E ho cominciato a leggere”.

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Vinícius-de-Moraes

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LA FRASE DEL GIORNO
I tuoi sentimenti sono poesia, le tue sofferenze malinconia.
VINICIUS DE MORAES, Novos poemas

martedì 20 ottobre 2015

Felice mongolfiera

 

LIBERO DE LIBERODe Libero

MONGOLFIERA

Pigra la terra si fa tutto dorare,
io non mi stanco di guardare i monti
che vanno insieme come persone:
balena la rondine sui rossi tetti,
a valle è autunno, augurio di pioppi.
Qui presto farà notte il mio richiamo,
ma dentro l’aria che ti tiene
tu sali felice mongolfiera:
io resto in sogno una lacera figura.

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Di cosa è simbolo quella mongolfiera che sale leggera sulla campagna, sui boschi, sulla valle dorata dall’autunno nei versi del poeta laziale Libero De Libero (1903-1981)? È tutto quello che ci eleva da terra, che ci libera dai legami che ci ancorano al reale: è la felicità, è la poesia, è la fantasia, è l’immaginazione, è l’emozione dell’amore.

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Rodgers

FOTOGRAFIA © ASHTON RODGERS

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LA FRASE DEL GIORNO
Più alto vola il gabbiano, e più vede lontano
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RICHARD BACH, Il gabbiano Jonathan Livingston

lunedì 19 ottobre 2015

Una parola

 

ROBERTO JUARROZ

POESIA VERTICALE, 51

Un giorno troverò una parola
che penetri il tuo corpo e ti fecondi,
che si posi sul tuo seno
come una mano aperta e chiusa al tempo stesso.

Incontrerò una parola
che trattenga il tuo corpo e lo faccia girare,
che contenga il tuo corpo
e apra i tuoi occhi come un dio senza nubi
e usi la tua saliva
e ti pieghi le gambe.
Tu forse non la sentirai
o forse non la capirai.
Non è necessario.
Vagherà dentro di te come una ruota
fino a percorrerti da un estremo all’altro,
donna mia e non mia
e non si fermerà neanche quando tu morirai.

(51, da Poesía Vertical, 1958)

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“La mansione della parola, / al di là della piccola miseria / e della piccola dolcezza di designare questo o quello / è un atto d’amore: / creare presenza” scriveva il poeta argentino Roberto Juarroz (1925-1995). E se “ci sono parole che non diciamo / e poniamo senza dirle nelle cose” ve ne è una in grado di salvarci, come questa capace di fecondare, di avvolgere, di riempire, di percorrere un intero corpo e di sopravvivere nello spirito.

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Ortiz

DIPINTO DI OMAR ORTIZ

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LA FRASE DEL GIORNO
La parola è l’unico uccello / che può essere uguale alla sua assenza
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ROBERTO JUARROZ, Tercera poesía vertical

domenica 18 ottobre 2015

Sopra un cuore trafitto

 

MIGUEL MÉNDEZ CAMACHOmiguel_mendez_camacho_

SCRITTO SUL DORSO DI UN ALBERO

Non ricordo se l’albero dava frutti
o ombra,
so solo che dava uccelli.

Che era al centro del cortile
e dell’infanzia.

Che nel legno morbido
incisi il tuo nome sopra
un cuore trafitto.

E non ricordo altro:
tanto salì il tuo nome con l’albero
che potesti fuggire
nella prima messe che diede uccelli.

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La dolcezza e l’ingenuità poetica dell’infanzia permeano questi versi del poeta e saggista colombiano Miguel Méndez Camacho (Cúcuta, 1942): tutti noi abbiamo sognato con le nostre compagne e i nostri compagni di giochi, ci siamo avvicinati a qualcosa che forse non era amore vero ma un sentimento anche più profondo, istintivo. Crescendo l’abbiamo visto volare via, come gli uccelli dall’albero, ma è rimasto comunque inciso a fuoco in qualche parte di noi.

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Albero

ILLUSTRAZIONE © CUANTOHIPSTER

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LA FRASE DEL GIORNO
Un primo amore mette nel cuore profonde radici che soffocano ogni minima traccia dei sentimenti anteriori.
AUGUSTE VILLIERS DE L’ISLE-ADAM, Racconti crudeli

sabato 17 ottobre 2015

Cessare d’amarti

 

CATULLO

CARME LXXV

Così per colpa tua, mia Lesbia,
mi è caduto il cuore
e così si è logorato nella sua fedeltà,
che ormai non potrebbe più volerti bene
anche se fossi migliore
o cessare d’amarti
per quanto tu faccia.

Huc est mens deducta tua mea, Lesbia, culpa,
Atque ita se officio perdidit ipsa suo,
Ut iam nec bene velle queat tibi, si optuma fias,
Nec desistere amare, omnia si facias.

(da Carmina – Traduzione di Mario Ramous)

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“Io ti ho amato non come tutti un'amante, / ma come un padre ama ognuno dei suoi figli” scrive nel carme 72 il poeta latino Gaio Valerio Catullo (84 a.C.–54 a.C.), ma di fronte a tutte le offese che Lesbia gli porta, quella Lesbia che “all’angolo dei vicoli spreme questa gioventù dorata di Remo”, davanti alla rottura del patto di fedeltà, si pone due domande: “Ora so chi sei: e anche se più intenso è il desiderio / ti sei ridotta per me sempre più insignificante e vile. / Come mai, mi chiedi? Queste offese costringono, /vedi, ad amare di più, ma con minore amore”. Lo conferma in questo carme 75: l’amore che porta a Lesbia è ormai parte di lui, è diventato quasi un’abitudine ed è impossibile da estirpare, perciò ancora maggiore è il dolore provato dal poeta veronese.

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Alma-Tadema

LAWRENCE ALMA-TADEMA, “AN ELOQUENT SILENCE”

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LA FRASE DEL GIORNO
È difficile deporre di colpo un antico amore.
CATULLO, Carmi

venerdì 16 ottobre 2015

Dentro il tuo ridere

 

RENZO LAURANOLaurano

CHIARA RIDE

Chiara al tuo ridere vedo i pagliacci
Cercano invano di darsi un contegno.
Ebra di giostra a un cavallo di legno
rotta ti abbracci.

Dentro il tuo ridere vedo le arance
che mangi. Ridi coi gusti più buoni
del mondo in bocca. Tu ridi a spintoni
schianti le guance.

Il tuo bel ridere aperto è un piacere
vivere. Ridi ignorando la scenica
arte del riso e fai sempre domenica
con sonagliere.

Dentro il tuo tremulo riso balletti.
Scoppiano tinte gazose. A gran gala
tintinna un féstival: razzi bengala
e mortaretti.

(da Chiara ride, Mondadori, 1934)

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La “fanciullesca sensualità” che i critici affibbiano alla poesia di Renzo Laurano (1905-1986) prorompe nel riso scanzonato di questa ragazza Chiara: scoppiettante e frizzante, consente al poeta di utilizzare immagini che richiamano allegre e colorate situazioni, di riuscire anche ad esprimere con il suono stesso delle parole quell’esplosione di risate.

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laughing-girl

ALYSSA MONKS, “LAUGHING GIRL”

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LA FRASE DEL GIORNO
Quando mi sentirai ridere, amore taciturno, / Crederai di ascoltare la musica dei miei braccialetti sottili. / O penserai che il vento, a cavalcioni sulla prua, / Si è messo a canticchiare una gioiosa canzone di marinai.
JUANA DE IBARBOUROU, La rosa dei venti

giovedì 15 ottobre 2015

Recano sempre una promessa

 

LARS GUSTAFSSON

LETTERA A UN GIOVANE POETA

La prima riga solitaria.
Il primo verso solitario sulla carta.

Recano sempre una promessa. La più grande.

E i colori ritornano, uno dopo l’altro,
come in un’alba nel mese di giugno,

e prendono i loro posti senza indugio o dubbio.
Le cose sono così abili:

insieme ricordano i loro colori
dopo tutta la lunga notte.

Ed ecco un grido. Un chiurlo maggiore,
e là una cicogna.

Suoni di uccelli, suoni di acque.

Abitano in questa primissima cosa
ma troppo lontano per sapere.

Presso di loro l’attimo luminoso.

Il resto per lo più fastidio. Conferenze
dove tutti all’unisono testimoniano

su quanto tutti siano unici.
Impara a tenere i tuoi occhi lontani

dal telegrafo della Borsa. Ah queste strisce
buone soltanto da incollare sugli occhi delle mummie!

Quando il tempo cambia pelle (Perché il tempo è un serpente!)
i grandi poeti si rattrappiscono in foglie brune

trasportate da qualche fiume notturno verso la prossima curva.

E al di là di quella c’è una potente cascata.
Ah, penna stanca, mano stanca, torna indietro adesso

alla prima luce, alla voce degli uccelli sull’acqua,
indietro quell’attimo prima!

(da Förberedelser för vintersäsongen: elegier och andra dikter, 1990 – Trad. Enrico Tiozzo)

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È davvero così, come nota il poeta svedese Lars Gustafsson (Västerås, 1936) riecheggiando Rilke: la poesia fluisce spontanea, un verso dopo l’altro, dopo avere scritto il primo – come acqua di sorgente si riversa, come la luce dell’alba che filtra dal cielo buio e a poco a poco si allarga a illuminare il giorno. Deve però rimanere tale la poesia, non mercificarsi, non vendersi: il poeta deve sforzarsi di mantenere la purezza di quei primi versi.

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rumi

SKIP NOAH, “THE YOUNG POET RUMI”

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LA FRASE DEL GIORNO
Se la sua giornata le sembra povera, non la accusi; accusi se stesso, si dica che non è abbastanza poeta da evocarne le ricchezze; poiché per chi crea non esiste povertà, né vi sono luoghi indifferenti o miseri.
RAINER MARIA RILKE, Lettere a un giovane poeta

mercoledì 14 ottobre 2015

Gioia d’autunno dorato

 

ALEKSANDR PUSKINPuskin

L’UVA

Non starò a rimpiangere le rose
Appassite a una lieve primavera;
Mi è cara anche l’uva sui tralci
A filari maturata su un pendìo.
Bellezza della mia fertile valle,
Gioia d’autunno dorato,
Affusolato e diafano,
Come le dita di una tenera fanciulla.


(виноград, da Opere, Meridiani, 1998 - Traduzione di Giovanni Giudici e Giovanna Spendel)

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L’uva è coltivata da almeno ottomila anni ed è parte di molti proverbi e di molte celebri storie: ad esempio, gli esploratori inviati da Mosè nella terra di Canaan giunsero nella valle di Eshcol e riportarono come prova della fertilità del suolo, un immenso grappolo d’uva. Il poeta russo Aleksandr Puskin (1799-1837) eleva un’ode a questo dolce frutto d’autunno, alle gioie che ogni stagione sa dare.

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Gehrman

YURI GEHRMAN, “BEAUJOLAIS”

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LA FRASE DEL GIORNO
Quando, in autunno, raccoglierete l’uva dalle vigne per il torchio, dite in cuor vostro: “Anch’io sono una vigna, e i miei frutti saranno raccolti per il torchio, e come vino nuovo sarò tenuto in botti eterne”
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KAHLIL GIBRAN, Il Profeta

martedì 13 ottobre 2015

Quando il bambino era bambino

 

PETER HANDKEPeter-handke

ELOGIO DELL’INFANZIA

Quando il bambino era bambino,
camminava con le braccia ciondoloni,
voleva che il ruscello fosse un fiume,
il fiume un torrente
e questa pozzanghera il mare.

Quando il bambino era bambino,
non sapeva di essere un bambino,
per lui tutto aveva un’anima
e tutte le anime erano un tutt’uno.

Quando il bambino era bambino
non aveva opinioni su nulla,
non aveva abitudini,
sedeva spesso con le gambe incrociate,
e di colpo si metteva a correre,
aveva un vortice tra i capelli
e non faceva facce da fotografo.

Quando il bambino era bambino,
era l’epoca di queste domande:
perché io sono io, e perché non sei tu?
perché sono qui, e perché non sono lì?
quando comincia il tempo, e dove finisce lo spazio?
la vita sotto il sole è forse solo un sogno?
non è solo l’apparenza di un mondo davanti al mondo
quello che vedo, sento e odoro?
c’è veramente il male e gente veramente cattiva?
come può essere che io, che sono io,
non c’ero prima di diventare,
e che, una volta, io, che sono io,
non sarò più quello che sono?

Quando il bambino era bambino,
si strozzava con gli spinaci, i piselli, il riso al latte,
e con il cavolfiore bollito,
e adesso mangia tutto questo, e non solo per necessità.

Quando il bambino era bambino,
una volta si svegliò in un letto sconosciuto,
e adesso questo gli succede sempre.
Molte persone gli sembravano belle,
e adesso questo gli succede solo in qualche raro caso di fortuna.

Si immaginava chiaramente il Paradiso,
e adesso riesce appena a sospettarlo,
non riusciva a immaginarsi il nulla,
e oggi trema alla sua idea.

Quando il bambino era bambino,
giocava con entusiasmo,
e, adesso, è tutto immerso nella cosa come allora,
soltanto quando questa cosa è il suo lavoro.

Quando il bambino era bambino,
per nutrirsi gli bastavano pane e mela,
ed è ancora così.

Quando il bambino era bambino,
le bacche gli cadevano in mano come solo le bacche sanno cadere,
ed è ancora così,
le noci fresche gli raspavano la lingua,
ed è ancora così,
a ogni monte,
sentiva nostalgia per una montagna ancora più alta,
e in ogni città,
sentiva nostalgia per una città ancora più grande,
ed è ancora così,
sulla cima di un albero prendeva le ciliegie tutto euforico,
com’è ancora oggi,
aveva timore davanti a ogni estraneo,
e continua ad averlo,
aspettava la prima neve,
e continua ad aspettarla.

Quando il bambino era bambino,
lanciava contro l’albero un bastone come fosse una lancia,
che ancora continua a vibrare.

(Lied vom Kindsein, dalla sceneggiatura di Il cielo sopra Berlino, 1987)

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Un altro elogio dell’infanzia, dopo quelli di Cesare Pavese, Guido GozzanoMario Gori e Colette Nys-Mazure: lo scrittore e poeta austriaco Peter Handke (Griffen, 1942), in questo testo inserito nel film di Wim Wenders Il cielo sopra Berlino,traccia la linea di demarcazione tra il mondo dei bambini e quello degli adulti, ma anche tra il bambino e l’adulto che è poi diventato. Non è un confine invalicabile: talora – più spesso di quanto si creda – si riesce a ritornare in quel territorio, a dispetto del tempo che è passato.

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Song of Childhood

EGRAPHIC, “SONG OF CHILDHOOD VII”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ultimo dono dell'avara infanzia, / questo: giocare
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SERGIO SOLMI, Fine di stagione

lunedì 12 ottobre 2015

Per i giardini di Villa d’Este


SIEGFRIED SASSOONSassoon

I GIARDINI DI VILLA D’ESTE


«Certamente avrai visto i giardini di Villa d’Este»,
mi scrive uno dei miei amici italianofili.
Certamente, certamente, li ho visti d’ottobre,
costellati di tristi ornamenti coniferacei,
arborea elegia rappresentata dai cipressi.
E quelle fontane, ancora «come altrettanti spettri di cipressi»; ‒

(l’espressione mi sovvenne mentr’ero appoggiato
contro una vecchia balaustra, inspirando il tramonto,
assorbito dalla mia vocazione per i versi) ‒ come mi riportavano
a Byron, Landor, Liszt, e Robert Browning! …

Un
lieberstraum
di Liszt mi cantava per le vene,
il mio linguaggio si modellava su quello di Landor, poeta casto e formale.
Il mio intelletto (benché alquanto in ombra)
lavorava su uno sfondo baironiano.
Ma poi Byron mi toccò il gomito, e senza cerimonie mi presentò
un dimenticato pittore di stinti affreschi
che adornano il crepuscolo murario della Villa.

Mentre vagavo pei giardini di Villa d’Este
ebbi queste sensazioni… e cercai nelle tasche il taccuino.



(Villa d’Este Gardens, da Satyrical Poems, 1926)

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Impressioni di viaggio del poeta inglese Siegfried Sassoon (1886-1967): sono i meravigliosi giardini di Villa d’Este a Tivoli, visitati d’ottobre, a “tirare per la giacchetta” il poeta, a suggerirgli immagini e impressioni, a ricordargli musiche e versi. Allora, come tutti i poeti, all’improvviso non può fare altro che togliere di tasca il taccuino e cominciare a scrivere…

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Le Cento Fontane
VILLA D’ESTE, LE CENTO FONTANE – FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA
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LA FRASE DEL GIORNO
Dio onnipotente fu il primo a piantare un giardino; ed è, veramente, il più puro fra i piaceri dell'uomo.

FRANCIS BACON, Saggi

domenica 11 ottobre 2015

Morbidi sono i neon

 

ERNESTO CARDENALCardenal

MANAGUA, 6.30 DEL POMERIGGIO

Di sera morbidi sono i neon
le luci al mercurio, attraenti e pallide...
e la stella rossa di un’antenna radio
nel crepuscolo di Managua
è bella come Venere
la pubblicità ESSO come la luna
mistiche le lucine rosse delle auto

(l’anima è una fanciulla sbaciucchiata dietro un’auto)

    TACA BUNGE KLM SINGER
    MENNEM HTM GOMEZ NORGE
    RPM SAF OPTICA SELECTA

che tributo di gloria a Dio!
(baciami oh! Dio, sotto le insegne luminose)
    KODAK TROPICAL RADIO F&C REYES
in molteplici colori
scandiscono il tuo Nome

                        “Trasmettono
la notizia...”
Altro significato
non conosco.
Non giustifico la crudeltà di queste luci.
Eppure se devo lasciare un segno di questa epoca
è proprio questo: barbara, primitiva
ma poetica.

(da Oración por Marilyn Monroe y otros poemas, 1965 – Traduzione di Enzo Minarelli)

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“Barbara, primitiva, ma poetica”: così il poeta e teologo nicaraguense Ernesto Cardenal (Granada, 1925) già nel 1965 definiva la nostra epoca, quella uscita dalle guerre mondiali e proiettata già nel vortice del consumismo. Brillano i neon delle pubblicità, le stelle finte gareggiano con quelle vere e sono belle a loro modo, quasi in contrasto con le atrocità del reale.

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Croft

BRIAN CROFT, “ARISTOCRATIC DRIVE-IN, 1958”

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LA FRASE DEL GIORNO
La pubblicità è la più grande forma d’arte del XX secolo
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MARSHALL McLUHAN, La sposa meccanica

sabato 10 ottobre 2015

Anima dalla dolce maschera

 

PAUL VALÉRY220px-Paul_Valéry

LA DORMIENTE

A Lucien Fabre

Quali segreti brucia nel cuore la mia giovane amica,
Anima dalla dolce maschera, che aspira un fiore?
Di quali vani alimenti il suo naturale calore
Fa l’irraggiarsi d’una donna dormiente?

Soffio, sogni, silenzio, invincibile pausa,
Tu trionfi, o pace più potente d’un pianto,
Quando l’onda grave del pieno sonno e l’ampiezza
Cospirano sul seno d’una tale nemica.

Dormiente, mucchio dorato d’ombre e d’abbandoni,
Il tuo spaventoso riposo è carico di tali doni,
O languorosa cerva lunga vicino a un grappolo,

Che malgrado l’anima assente, agli inferi occupata,
La tua forma del ventre puro che un braccio fluido ti vela,
Veglia; la tua forma veglia, e gli occhi miei sono aperti.

(La dormeuse, da Charmes, 1922 - Traduzione di Luigi Tassoni) 

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La visione di una ragazza addormentata fa balenare agli occhi del poeta francese Paul Valéry (1871-1945) il puro contatto con l’essere che si verifica durante il sonno: l’anima attinge al suo assoluto, si rifugia nella parte più profonda del sé mentre, al contrario, il corpo ancora veglia.

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De Lempicka

TAMARA DE LEMPICKA, “LA TUNIQUE ROSE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ah, veder la bellezza / che copia l'infinito; / candore benedetto / della tua assenza pura!
JUAN RAMÓN JIMÉNEZ, Diario di poeta e mare

venerdì 9 ottobre 2015

Sembra una poesia

 

GEORGI GOSPODINOVgeorgi_gospodinov_1_1056

SMOBILITAZIONE DELLE ARMATE AMOROSE

Si è accesa la sigaretta a quel modo,
da cui si capisce che tutto
è già deciso e ha detto:
è finita… mi sento come un’armata
in tempo di pace,
manovre su campi abbandonati,
esercitazioni infruttuose
sempre più lontano
da luoghi pieni di vita,
foglie, sterpi, fango, retrocortili,
come un fumatore tra gente che ha smesso di fumare,
come un amante tra chi ha rinunciato all’amore.
Oh, tu lo pensi da tanto, le dissi,
sembra una poesia.
A me spetta il finale, eccolo:
Io sono ferito leggermente,
ferito molto leggermente
e goffamente sanguinante
in tempo di pace.

(da Pisma do Gaustin, 2013 – Traduzione di Giuseppe Dell’Agata)

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“Borges diceva che l'amore è quando una donna ti fa male su tutto il corpo. Per me l’empatia è quando il mondo ti fa male su tutto il corpo”: lo scrittore bulgaro Georgi Gospodinov (Jambol, 1968) celebre per Fisica della malinconia, ama queste indagini introspettive, queste analisi dell’io sensibile – la fine dell’amore diventa un’inutile battaglia, per giunta simulata, che però sa comunque ferire.

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WILLY RONIS, “CAFÉ LA BIDULE DE RUE LA HUCHETTE, 1957”

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LA FRASE DEL GIORNO
Il paradosso è che senza empatia il mondo diventa un luogo di gran lunga più terribile e doppiamente più vicino all’apocalisse.
GEORGI GOSPODINOV

giovedì 8 ottobre 2015

Immagine passeggera

 

GIUSEPPE UNGARETTI

SERENO

Bosco di Courton luglio 1918

Dopo tanta
nebbia
a una
a una
si svelano
le stelle

Respiro
il fresco
che mi lascia
il colore del cielo

Mi riconosco
immagine
passeggera

Presa in un giro
immortale

(da L’Allegria, Mondadori, 1931)

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Luglio 1918. Il 19° reggimento di fanteria della Brigata “Brescia” cui appartiene Giuseppe Ungaretti (1888-1970) si trova sul fronte della Champagne, in Francia. È notte, la nebbia si dissolve e permette finalmente di vedere un cielo limpido, stellato: il poeta, “uomo di pena” cui basta un’illusione per farsi coraggio, davanti all’infinito che si è spalancato, torna a riconoscersi “una docile fibra dell’universo” come nell’agosto 1916, quando a Cotici si era bagnato nell’Isonzo.

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FOTOGRAFIA © 3BMETEO

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LA FRASE DEL GIORNO
In quest’oscuro / colle mani / gelate / distinguo / il mio viso // Mi vedo / abbandonato nell’infinito.
GIUSEPPE UNGARETTI, L’Allegria

mercoledì 7 ottobre 2015

Una lingua che non li contempli

 

KOSTAS MONDISMondis

DEL “SEMPRE” E DEL “MAI”

È strano che non si sia trovata
in tutto il mondo alcuna lingua
che non li contempli nel suo vocabolario,
che abbia capito che non esistono,
che abbia capito che sono dei raggiri.

(da Poesia, 307 – Settembre 2015 - Traduzione di Filippomaria Pontani)

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L’epigramma è una forma di poesia che ben si attaglia alla cultura greca: con la sua brevità folgorante sa colpire diritto al bersaglio e segnare il punto con arguzia, efficacia e spesso una vena sottilmente tagliente. Il poeta greco-cipriota Kostas Mondis (1914-2004) si sofferma sulla vana esistenza delle parole “sempre” e “mai”, illusioni per chi è costretto a vivere in un continuo presente.

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Boetti

ALIGHIERO BOETTI, “NELLA TUA VITA ERRANTE O FRATELLO MIO”

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LA FRASE DEL GIORNO
“Sempre” e “mai” sono due parole che dovresti sempre ricordare di non usare mai.
WENDELL JOHNSON

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