martedì 31 agosto 2010

La mia corda scordata

LIBERO BIGIARETTI

COMPOSTAMENTE

Forse a me solo pare che dia suono
la mia corda scordata. Eppure io vivo
anche per queste dita che la tentano
con un tremito, e dietro il suo lamento
che nessuno conosce muovo il passo
compostamente...

(da “Lungodora”, De Luca, 1955)

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Libero Bigiaretti (1905-1993) è molto più noto come narratore che come poeta: per i sentimenti di “Esterina”, l’incomunicabilità di “Figli”, il disagio della società industriale di “Uccidi o muori” e “Dalla donna alla luna”.

Eppure lo scrittore marchigiano era anche un ottimo poeta: i suoi versi hanno una grazia limpida e spontanea, aperta alle sollecitazioni del mondo moderno. Eccolo qui giustificare quasi la sua arte poetica, dolersi che non sia compresa, rivelare che tanta parte essa riveste nella sua vita.

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Fotografia © Yvan Isnard

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LA FRASE DEL GIORNO
Far poesia vuol dire riconoscersi.

SERGIO SOLMI

lunedì 30 agosto 2010

Il bassorilievo di Cattafi

BARTOLO CATTAFI

È QUESTO

Ecco è questo
che butto nella mischia
un cuore ferito
un polso mal collegato con il resto
vorrei riposare in un basso
in un alto rilievo
l’occhio una quieta mandorla di marmo
non muovere un dito.

(da “La discesa al trono”, Mondadori, 1975)

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Dopo otto anni di silenzio, Bartolo Cattafi aveva molto da dire: poesie su poesie raccolte prima nell’«Aria secca del fuoco» e poi nella «Discesa al trono». Ma questa seconda opera risulta molto diversa dalla prima: come se le promesse del mondo che il poeta siciliano andava seguendo si fossero infrante. Il suo dire adesso è permeato dalla coscienza di quel grande vuoto, tanto da definirsi “un me stesso da dimenticare, / non più da rinverdire”.

Dario Bellezza sul “Mondo” del 27 febbraio 1975 parla di una “ossessione metafisica che non trova sfogo in nessuna certezza che non sia lo stile”. Ecco spiegato questo desiderio di pietrificarsi, di divenire bassorilievo scolpito per non sentire più quel “cuore ferito”.

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Bassorilievo greco, Berlino, Pergamon Museum

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LA FRASE DEL GIORNO
La vita non risparmia i figli suoi più belli e spesso gli esseri più stupendi sono costretti ad amare proprio quello che li manda in rovina.

HERMANN HESSE, Gertrud

domenica 29 agosto 2010

Ricette letterarie - 11

Polipi alla napoletana


ANDREA CAMILLERI

Un mese con Montalbano

"Che voli mangiari?"
"M'hanno detto che lei sa fare benissimo i polipi alla napoletana."
"Giusto dissero."
"Li vorrei assaggiare."
"Assaggiare o mangiare?"
"Mangiare. Ci mette i passuluna di Gaeta?"
Le olive nere di Gaeta sono fondamentali per i polipi alla napoletana.
Filippo lo taliò sdignato dalla domanda.
"Certo. E ci metto macari la chiapparina."
Ahi! Quella rappresentava una novità che poteva rivelarsi deleteria: non aveva mai sentito parlare di capperi nei polipi alla napoletana.
"Chiapparina di Pantelleria" precisò Filippo.
I dubbi di Montalbano passarono a metà: i capperi di Pantelleria, aciduli e saporitissimi, forse ci stavano o, nell'ipotesi peggiore, non avrebbero fatto danno.
Prima di muoversi verso la cucina, Filippo taliò negli occhi il commissario e questi raccolse il guanto di sfida. Tra lui e Filippo, era chiaro, si era ingaggiato un duello. Uno che di cucina non ne capisce, potrebbe ammaravigliarsi: e che ci vuole a fare due polipetti alla napoletana? Aglio, oglio, pummadoro, sale, pepe, pinoli, olive nere di Gaeta, uvetta sultanina, prezzemolo e fettine di pane abbrustolito: il gioco è fatto. Già, e le proporzioni? E l'istinto che ti deve guidare per far corrispondere a una certa quantità di sale una precisa dose d'aglio?

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Come il Carvalho di Manuel Vázquez Montalbán, anche il commissario di Vigata che Camilleri ha battezzato in onore del romanziere catalano, è un buongustaio. A differenza dell’altro, Montalbano però non cucina: si fa preparare pranzetti appetitosi dalla cammarera Adelina, dal trattore Enzo o da altri ristoratori. Qui ne incontra uno nuovo, attirato da un “pezzo di tavola, inchiovato per storto su un palo, sul quale era stato scritto malamente a mano: da Filippo che si mancia bene”. Montalbano entra “in quella solitaria casuzza a un piano” dove il cuoco sta guardando un film alla televisione, si siede e aspetta una decina di minuti che giunga la pubblicità a interrompere la visione. Avviene allora la scena descritta, e Filippo va in cucina a preparare la pietanza. Ma, mentre Montalbano attende, entrano due uomini armati che lo minacciano, e lui riesce solo a pensare “Ora questi m’ammazzano e addio polipetti”. Invece uno dei due colpisce l’altro con un mattarello, ordina al commissario di non muoversi e inscena un conflitto a fuoco sparando contro il muro prima di portarsi via il socio svenuto. Il cuoco Filippo è terrorizzato. Montalbano lo schiaffeggia e gli grida: “Forza, che i polipetti s’abbrusciano!” In realtà Filippo è un ottimo cuoco e il commissario può leccarsi le dita… Alla vicenda della sparatoria può pensare dopo, con calma, ritornando in auto verso la casa di Marinella…


LA RICETTA: POLIPI ALLA NAPOLETANA

occorrono:image

un polipo di mezzo chilo
due spicchi d'aglio
una manciata di pinoli
due pomodori pelati
una manciata di olive nere di Gaeta
una manciata di uvetta sultanina
un cucchiaio di capperi di Pantelleria
sale e pepe
olio di oliva

Il polipo, privato di bocca, occhi e vescica, va intenerito sbattendolo, poi pelato, lavato e fatto a tocchetti. In una casseruola si soffriggono olio, aglio, e prezzemolo e si aggiungono i pezzetti di polipo, cuocendoli a fuoco lento. Si aggiungono i pinoli pestati, i capperi, i pomodori, l’uvetta e le olive, sale e pepe a piacere. Cuocere per mezz’ora e servire con pane tostato.

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imageFotografia © Movieplayer.it

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LA FRASE DEL GIORNO
Nascendo, l'uomo ha ricevuto dal suo stomaco l'ordine di mangiare tre volte al giorno, per recuperare le forze che gli tolgono il lavoro e più spesso la pigrizia.
ALEXANDRE DUMAS PADRE

sabato 28 agosto 2010

Sera d’agosto al Laterano

GIORGIO VIGOLO

LATERANO

Nella sera d'agosto
squallida piove un poco
sulla città vuota e calda.
Poi restano i lastrici
neri, zuppi, le mura
che fumano. Io vago
come fantasma nella piazza deserta
di Laterano, mentre
s' accendono i lumi e cadono
tutti i tramezzi della memoria
come nei sogni: rivivo insieme
le infinite volte che sono passato
di qui, desideroso, immaginario,
quasi sempre felice di vagare
nella mia dimensione
d'una avventura
impossibile col tempo,
coevo di tutti gli evi.
Così in questo momento
i miei anni
si aprono insieme al ricordo,
cantano sotto voce
come un coro di morti giovani e belli
il motivo strano della mia vita.

(da “Nuove poesie”, Mondadori, 1967)

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Nelle poesie di Giorgio Vigolo (Roma, 1894-1983) la parola racchiude memorie e sensazioni che si manifestano attraverso uno stile nudo, rivelando l’angoscia del vivere. Le cose si presentano come un miraggio davanti alla capacità quasi allucinatoria del poeta, si trasfigurano, trasmigrano nel sogno. Così è anche questa Piazza del Laterano, deserta in una umida e piovosa serata d’agosto che evoca fantasmi e memorie tra i quali diventa spettro lo stesso Vigolo mentre ripercorre i giorni.

E bene esprime “Laterano” questo aspetto della sua poetica: l’universo percepito come una trasmutazione continua di forme colte nel loro millenario esistere; Roma è così protagonista indiscussa lungo tutta l’opera di Vigolo: è il luogo della perduta armonia, contemporaneamente eden personale e prigione.

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Fotografia © Daniele Riva

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LA FRASE DEL GIORNO
Sorprendo / nel sangue / una gioia che sale: / il ricordo / di felici tempeste / sommuove l'inerte.
GIORGIO VIGOLO, Linea della vita

venerdì 27 agosto 2010

Di mezzo c’è lo Stretto

BARTOLO CATTAFI

CREPUSCOLO

Ci si vede a distanza
- di mezzo c'è lo Stretto -
da un pezzetto all'altro
di Bel Paese:
blatte di sera diventano lucciole
le fiat dai fari accesi.

(da “L’aria secca del fuoco”, Mondadori, 1972)

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Come abbiamo già visto per “Arancia”, Bartolo Cattafi dopo un lungo periodo di silenzio riversa in poesie quasi epigrammatiche le sue metafore che cercano di stabilire un rapporto tra la realtà esistenziale e la realtà formale. Tra concretezza e fantasia è anche questa poesia, che nella raccolta segue subito “Arancia”.

Messina, dall’altra parte Reggio Calabria. In mezzo lo Stretto, il mare che un ponte discusso scavalcherà dal 2017. Ma qui siamo ancora nel 1972, in Sicilia. Scende la sera, le ultime luci illuminano lo splendido mare. Di là, sulle strade calabresi, viaggiano rare automobili: quelle Fiat 500, quelle Fiat 124 che di giorno, da lontano, sembrano piccoli scarafaggi. La magia della sera, agli occhi meravigliati del poeta, le trasforma in lucciole…

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..Fotografia © Rete Comuni Italiani

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LA FRASE DEL GIORNO
Per un istante, fermatevi alle cose essenziali: la vasta freschezza dell'aria aprica, l'alito del pino, della felce e del cedro, la smagliante distesa azzurra del mare lontano, la serpe sul sasso ancor tiepido nel crepuscolo. Quanti milioni d'anni essa ha impiegati per riprodurre nelle sue squame quel ricamo di lichene? Che importa il tempo alla serpe?

CHRISTOPHER MORLEY, Il cavallo di Troia

giovedì 26 agosto 2010

Tabù, regole e apparenze


EDGAR LEE MASTERS

GRIFFY IL BOTTAIO


Il bottaio deve intendersi di botti.
Ma io conoscevo anche la vita,
e voi che gironzolate fra queste tombe

credete di conoscere la vita.
Credete che il vostro occhio abbracci un vasto
orizzonte, forse,
in realtà vedete solo l'interno della botte.
Non riuscite a innalzarvi fino all'orlo
e vedere il mondo di cose al di là,
e a un tempo vedere voi stessi.
Siete sommersi nella botte di voi stessi –
tabù e regole e apparenze
sono le doghe della botte.
Spezzatele e rompete la magiadi credere che la botte sia la vita,
e che voi conosciate la vita!


(da “Antologia di Spoon River”)
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Propongo un altro brano dall’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, dopo quello di George Gray, l’ignavo il cui ritratto è un vascello dalla vela ammainata. Il tema è simile a quello: se là c’era l’incapacità di prendere il mare, di abbandonarsi alla vita, qua il bottaio ci ammonisce a lasciarci andare, a non considerare solo la nostra piccola botte – la nostra vita – come centro del mondo, ma a superare i suoi confini, a entrare nei territori degli altri e della conoscenza, a esplorare quello che c’è oltre le doghe, infrangendo i “tabù, le regole e le apparenze” che ci negano la visione dell’orizzonte.

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Jean-François Millet, "Il bottaio"
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LA FRASE DEL GIORNO
Sentirsi felici di incontrare una persona, qualunque sia la circostanza, è il bello di una affinità istintiva.
BANANA YOSHIMOTO, Chie-Chan e io

mercoledì 25 agosto 2010

Olimpiadi di Roma, 50 anni

 

Ci sono eventi che restano nella memoria storica di un popolo: credo che le Olimpiadi di Roma siano uno di questi. Intendo dire che anche chi non le ha vissute perché, come me, non era ancora nato o era troppo giovane per averne coscienza, ne ha tuttavia una vaga sensazione come un retaggio atavico. Lo stesso è capitato, ad esempio, con lo sbarco sulla Luna.

 

 

Il 25 agosto del 1960 iniziavano con una cerimonia inaugurale che vide la sfilata di 84 paesi e la dichiarazione di apertura da parte del presidente Giovanni Gronchi. Giochi che avevano il fascino dei campi di gara inusuali: lo stadio dei Marmi, le Terme di Caracalla, la Basilica di Massenzio, il Colosseo; e poi ancora il Golfo di Napoli, il lago di Albano, Castelgandolfo. Memorabile fu la maratona notturna vinta a piedi scalzi dall’etiope Abebe Bikila attraverso i luoghi più pittoreschi della Roma antica. Alla storia anche l’oro di Livio Berruti nei 200 metri con il record del mondo uguagliato, le cinque medaglie d’oro su sei degli italiani del ciclismo e le quindici su sedici dei sovietici nella ginnastica, le vittorie di Cassius Clay e Nino Benvenuti nel pugilato, l’oro di Costantino di Grecia nella vela, il trionfo di Raimondo D’Inzeo nell’equitazione e la nascita del “Settebello” azzurro nella pallanuoto. E ancora le due Germanie per l’ultima volta unite prima della costruzione del Muro di Berlino.

 

 

Un tempo che non c’è più, un’Italia completamente diversa nel suo tessuto sociale, stravolta dal progresso e dai cinquant’anni trascorsi. Un tempo in cui non c’erano sponsor e dove lo sport era scevro dalla politica e dalle strumentalizzazioni: solo otto anni dopo ci saranno le pantere nere sul podio di Tokyo, dodici anni dopo avverrà il massacro di “Settembre nero” a Monaco, sedici anni dopo il boicottaggio di Montreal…

 

 

L’accensione del braciere, Wilma Rudolph, la vittoria di Livio Berruti

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LA FRASE DEL GIORNO
Non sono i più forti, o i più belli, a vincere nelle Olimpiadi; ma prima di tutto coloro che partecipano.

ARISTOTELE, Etica Nicomachea

martedì 24 agosto 2010

Della fretta


“La gatta frettolosa fece i gattini ciechi” recita un noto proverbio. E infatti, la fretta, che è il desiderio oppure la necessità di fare rapidamente una cosa, è nemica del bene. Purtroppo in questi tempi moderni che non consentono se non rare pause, tutti ne siamo vittime.

“La rapidità, che è una virtù, genera un vizio, che è la fretta” scriveva il saggista spagnolo Gregorio Marañon. Una degenerazione dunque, quella che porta a non rileggere un post, per esempio, e a lasciarvi qualche errore di battitura. Del resto, il blogger ha anche altro da fare e la fretta, “cattiva consigliera” di un altro proverbio, lo istiga a lasciar perdere, a non curare in modo migliore il suo prodotto. Anche Erodoto, nelle “Storie”, rileva che “La fretta genera l’errore in ogni cosa”. Un altro grande greco, Sofocle, scrive che “Non vanno d’accordo il ragionamento e la fretta”. A patto di non cadere nel vizio opposto, il temporeggiare…

Le sentenze singalesi del Subashitarnaya dicono: “In nessuna cosa si abbia fretta; la fretta guasta le faccende. Uno sciocco, per troppa furia, ridusse un pavone ad una cornacchia”. Facile dirlo, ma difficile ritagliare tempo per agire con rapidità e con sicurezza e qualità insieme. Infatti, secondo Publilio Siro, già nel I secolo a. C. “Non c’è nulla che si possa fare in fretta e contemporaneamente con prudenza”. Per Philip Chesterfield è anche questione di incapacità: “Chi ha premura dimostra che quello che sta facendo è un affare troppo grosso per lui”. Invece Giovanni Gioacchino Belli con verve tutta romana, invita a pazientare, a rasentare quasi la pigrizia: “Ch’edè ‘sta furia? Adacio Biacio: Roma / mica se fabbicò tutt’in un botto”.

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Fotografia © ComunicLab

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LA FRASE DEL GIORNO
La fretta non consente di approfondire le cose.
TITO LIVIO

lunedì 23 agosto 2010

Un lume

GAETANO ARCANGELI

BASTA CHE UN LUME


Basta anche il lume in fondo alla vallata,
quel lume che ogni sera torna. È come
quando si dice a un premuroso che
ci si vede, e altro lume non occorre...

Basta il mistero, sulla delusa terra,
del lume che a intervalli appare e spare,
e avvezzo a sé fa il cuore, come a un palpito...

Basta che un lume, in una lontananza,
si riaccenda nel mondo, a quando a quando.


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Avevamo già incontrato la delicata poesia di Gaetano Arcangeli intento ad osservare la bassa marea e a porsi domande sul divino. Eccolo in questi versi dedicarsi alla speranza: che altro è infatti quel lume che la sera si accende e vacillando nel buio ci conforta comunque con la sua presenza? La speranza, l’Ultima Dea dei romani, la molla che spinge avanti i nostri giorni, il sogno fatto da svegli di Aristotele, la dolce visione di un futuro che riempie di dolcezza il cuore. Una speranza che si fonde con la fede…

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Gherardo delle Notti (Gerard van Honthorst), “De Koppelaarster”

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LA FRASE DEL GIORNO
Dolce, e gli carezza il cuore, / nutrice di vecchiaia, l’accompagna, / la Speranza, che regge sovrana / lo spirito volubile degli uomini.
PINDARO, Frammenti, 214

domenica 22 agosto 2010

I giorni che hai perso

 

DINO BUZZATI 

I GIORNI PERDUTI

 

Qualche giorno dopo aver preso possesso della sontuosa villa, Ernest Kazirra, rincasando, avvistò da lontano un uomo che con una cassa sulle spalle usciva da una porticina secondaria del muro di cinta, e caricava la cassa su di un camion.

Non fece in tempo a raggiungerlo prima che fosse partito. Allora lo inseguì in auto. E il camion fece una lunga strada, fino all’estrema periferia della città, fermandosi sul ciglio di un vallone.

Kazirra scese dall’auto e andò a vedere. Lo sconosciuto scaricò la cassa dal camion e, fatti pochi passi, la scaraventò nel botro; che era ingombro di migliaia e migliaia di altre casse uguali.

Si avvicinò all’uomo e gli chiese:

- Ti ho visto portar fuori quella cassa dal mio parco. Cosa c’era dentro? E cosa sono tutte queste casse?

Quello lo guardò e sorrise:

- Ne ho ancora sul camion da buttare. Non sai? Sono i giorni.

- Che giorni?

- I giorni tuoi.

- I miei giorni?

- I tuoi giorni perduti. I giorni che hai perso. Li aspettavi, vero? Sono venuti. Che ne hai fatto? Guardali, intatti, ancora gonfi. E adesso?

Kazirra guardò. Formavano un mucchio immenso. Scese giù per la scarpata e ne aprì uno.

C’era dentro una strada d’autunno, e in fondo Graziella, la sua fidanzata, che se ne andava per sempre. E lui neppure la chiamava. Ne aprì un secondo. C’era una camera d’ospedale, e sul letto suo fratello Giosuè che stava male e lo aspettava ma lui era in giro per affari.

Ne aprì un terzo. Al cancelletto della vecchia misera casa stava Duck, il fedele mastino, che lo attendeva da due anni, ridotto pelle e ossa. E lui non si sognava di tornare. Si sentì prendere da una certa cosa qui, alla bocca dello stomaco. Lo scaricatore stava dritto sul ciglio del vallone, immobile come un giustiziere.

- Signore! - gridò Kazirra. - Mi ascolti. Lasci che mi porti via almeno questi tre giorni. La supplico, almeno questi tre. Io sono ricco. Le darò tutto quello che vuole.

Lo scaricatore fece un gesto con la destra, come per indicare un punto irraggiungibile, come per dire che era troppo tardi, e che nessun rimedio era più possibile. Poi svanì nell’aria, e all’istante scomparve anche il gigantesco cumulo delle casse misteriose. E l’ombra della notte scendeva.

(da “Solitudini”, in “Le notti difficili”, Mondadori, 1971)

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Non si può prescindere dal nostro passato: ogni tanto arriva un giorno che ci chiede conto. E come lo racconta bene Dino Buzzati in questo breve testo! Ogni giorno una cassa, ogni giorno archiviato e messo via, perduto. E noi che li abbiamo vissuti così, senza pensarci, comprendiamo allora che avremmo potuto o dovuto agire diversamente, che ormai non si può più tornare indietro e che al bivio abbiamo imboccato una strada a senso unico. O come Ernest Kazirra abbiamo privilegiato l’avidità, il lavoro, l’egoismo a scapito dell’amore, dell’amicizia, dei nostri cari. E alla fine rischiamo di scoprire che le nostre disavventure sono l’effetto dei nostri comportamenti irresponsabili.

Una piccola domanda: chi è l’uomo che guida il camion e scarica le casse? Dio? La coscienza? Il tempo?

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Disegno di Dino Buzzati

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LA FRASE DEL GIORNO
I giorni passavano come ombre / i minuti rotolavano come stelle.
EDGAR LEE MASTERS, Antologia di Spoon River

sabato 21 agosto 2010

Ricordo d’amore

FILIPPO DE PISIS

IL TEMPO

Son passati dei giorni,
dei mesi, degli anni.
Tu credi ch'abbia ormai dimenticato
che il mio cuore sia chiuso
al profumo delle nostre sere.
Ma non è vero!
Basta, vedi, che si levi
dal fondo della strada
una canzoncina mesta,
basta, appena, che tremi una foglia
che passi un'ombra
e riconosco il tuo riso
un po' amaro
e sento il cuore che trema.

(da "Poesie", Vallecchi, 1953)

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Sì, il Filippo De Pisis autore di questa poesia è proprio il pittore metafisico. Qui esalta la forza del ricordo, in particolare quella del ricordo amoroso, che sa sorgere da minimi eventi quotidiani e riporta, grazie a uno stormire di foglie o a una canzone, la memoria di sere fatate, di un viso amato, di un sorriso. E il tempo non è in grado di cancellarli. Un sentimento molto delicato, quello di De Pisis: proprio questa leggerezza del tocco dona ai versi grazia e incanto. Immagini gentili si riversano in una fantasia forse svagata ma sicuramente poetica.

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Filippo De Pisis, “Cappotto”

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LA FRASE DEL GIORNO
La lontananza non lo spaventava: sapeva che gli avrebbero fatto compagnia i ricordi.
CARLO CASSOLA, Tempi memorabili

venerdì 20 agosto 2010

Un ballo a palazzo

ALDO PALAZZESCHI

A PALAZZO RARI OR

Da vetri scurissimi
leggera una nebbia viola traspare:
finissima luce.
E s'odon le note morenti
dei balli più lenti.
Si vedon dai vetri
leggere passare volanti
le tuniche bianche
di coppie danzanti.

(da “L'incendiario”, 1911)

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Tra crepuscolari e futuristi Aldo Palazzeschi giostrava come un acrobata con le sue poesie in versi liberi che seguono una prosodia metrica da finta filastrocca. Fu lui stesso del resto a definirsi “il saltimbanco dell’anima mia”. E dunque Palazzeschi porta ancora un passo oltre quella “realtà minore” cantata da Gozzano e dai crepuscolari: accompagna la poesia nei territori del grottesco e del divertimento, disegnando scene come questa del ballo a Palazzo Rari Or dove il mondo fiabesco è individuato già attraverso i nomi – si pensi a Rio Bo, all’altro palazzo Oro Ror, ad Ara Mara Amara. Un mondo senza problemi, in bilico sul filo dell’allegoria e del gioco. Qui possiamo immaginare un palazzo dove impazzano i balli, ma – nota crepuscolare – già verso la fine della serata, quando restano solo le ultime danze, quelle lente. E non siamo al suo interno, bensì fuori dal palazzo e possiamo solo intravedere come fantasmi le coppie di ballerini vestiti di bianco passare veloci e aggraziate davanti alle finestre dai vetri scuri. Un’evasione assolutamente inutile dalla realtà, capace solo di fantasticherie dal gusto vagamente ironico.

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Disegno © Allposters

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia è infinita come la vita.
ALDO PALAZZESCHI, Via delle Cento Stelle

giovedì 19 agosto 2010

Denaro o sentimenti?

ALDA MERINI

IO NON HO BISOGNO DI DENARO

Io non ho bisogno di denaro.
Ho bisogno di sentimenti,
di parole, di parole scelte sapientemente,
di fiori detti pensieri,
di rose dette presenze,
di sogni che abitino gli alberi,
di canzoni che facciano danzare le statue,
di stelle che mormorino all'orecchio degli amanti....
Ho bisogno di poesia,
questa magia che brucia la pesantezza delle parole,
che risveglia le emozioni e dà colori nuovi.

(da “Terra d’amore”, 2003)

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Che dire dopo aver letto questa poesia? Che è vero il vecchio proverbio: “Il denaro non dà la felicità”. Che tutti abbiamo bisogno d’amore e di amicizia, di attenzioni e di cure, di sogni e di gioie, di poesia e che nessuno ha realmente bisogno di denaro, anche se poi ci sono i mutui e le rate da pagare e l’amore, i sogni e la poesia non servono. Ma in realtà tutti noi cerchiamo uno sfogo nel sentimento, nella speranza, nella magia dei versi, proviamo a indovinare qualche cosa che va al di là della realtà.

Alda Merini, che sempre ha sprezzato il denaro, ha fatto dell’amore, delle parole e della poesia tutta la sua vita: “Ma prima di imparare a scrivere / guardati nell'acqua del sentimento”.

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Fotografia © Bansky

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LA FRASE DEL GIORNO
Tu non sai: ci sono betulle che di notte levano le loro radici, e tu non crederesti mai che di notte gli alberi camminano o diventano sogni. Pensa che in un albero c'è un violino d'amore. Pensa che un albero canta e ride. Pensa che un albero sta in un crepaccio e poi diventa vita. Te l'ho già detto: i poeti non si redimono, vanno lasciati volare tra gli alberi come usignoli pronti a morire.

ALDA MERINI, L’anima innamorata

mercoledì 18 agosto 2010

Fiore del nulla, amore

DIEGO VALERI

FIORE DEL NULLA

Quando ti schiudi, fiore
divino, assorto è il tempo
fuor di notte e di giorno,
l'aria non ha colore,
tutto è perduto intorno.
Tu solo sei, divino
fiore del nulla, amore.

(da “Poesie”, Mondadori, 1962)


Questa bella poesia di Diego Valeri è inserita con il titolo “Iniziale” in una raccolta del 1942, “Tempo che muore”. Il poeta di Piove di Sacco si trova in un momento in cui avverte la precarietà della condizione umana, l’impossibilità di ancorarsi a qualcosa di certo per riuscire ad accettare il destino umano. Anche l’amore appare allora come il lampo di un istante, sottomesso alle leggi della vita. Ma è pur sempre l’unica cosa che ci avvicina alle creature divine.

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Fotografia © Tadka

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LA FRASE DEL GIORNO
L'amore, mentre la vita ci incalza, | è semplicemente un'onda alta sopra le onde.
PABLO NERUDA, Cento sonetti d’amore

martedì 17 agosto 2010

Cos’è l’arte? (XIII)

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JEAN DUBUFFET

“La vera arte è dove nessuno se lo aspetta,
dove nessuno ci pensa né pronuncia il suo nome.
L'arte è soprattutto visione e la visione,
molte volte, non ha nulla in comune
con l'intelligenza né con la logica delle idee”

Jean Dubuffet, “Quattro alberi”
resina e poliuretano, 1972 / New York, Chase Manhattan Plaza

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PABLO PICASSO

“Dipingere non è un'operazione estetica:
è una forma di magia intesa a compiere
un'opera di mediazione fra questo mondo
estraneo ed ostile e noi”

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Pablo Picasso, “Arlecchino e la sua amica”
olio su tela, 1901 / Mosca, Museo Pushkin

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MAX JACOB

“Nel momento in cui ingannate per il gusto della bellezza,
vi rendete conto di essere un artista”

Max Jacob, “L’ingresso a Gerusalemme”
acquarello e matita a piombo, 1943 / collezione privata

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LA FRASE DEL GIORNO
Essere artista ha sempre significato possedere ragione e sogni.
THOMAS MANN, I luoghi dell’arte

lunedì 16 agosto 2010

Gatti

Sono eleganti, diffidenti e indipendenti: per questo molti preferiscono i gatti ai cani. Sin dai tempi degli antichi Egizi, che li idolatravano, giù giù fino a papa Benedetto XVI, molti personaggi hanno apprezzato questi amici miagolanti. E naturalmente anche molti poeti: le liriche dedicate ai gatti sono tantissime, ne ho scelte tre per i lettori gattofili…


LUCIANO ERBA

UN GATTO INTELLETTUALE

Esplora tutte le scatole
perlustra tutti i cassetti
curiosare per decifrare
questo è il gatto ermeneutico.
Il suo pensiero forte è miagolare
di notte tra i parafulmini sul tetto
il suo pensiero debole ma sapienziale
ronfare davanti al caminetto.

(da “Poesie 1951-2001”, Mondadori, 2002)

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CHARLES BAUDELAIRE

IL GATTO

Vieni, mio bel gatto, sul mio cuore innamorato;
ritira le unghie nelle zampe,
lasciami sprofondare nei tuoi occhi
in cui l'agata si mescola al metallo.

Quando le mie dita carezzano a piacere
la tua testa e il tuo dorso elastico e la mia mano
s'inebria del piacere di palpare il tuo corpo elettrizzato,
vedo in ispirito la mia donna.

Il suo sguardo, profondo e freddo come il tuo, amabile bestia,
taglia e fende simile a un dardo, e dai piedi alla testa
un'aria sottile, un temibile profumo
ondeggiano intorno al suo corpo bruno.

(da “I fiori del male”)


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JORGE LUIS BORGES

A UN GATTO

Non sono più silenziosi gli specchi
né più furtiva l’alba avventuriera;
sei, sotto la luna, quella pantera
che a noi è dato percepire da lontano.
Per opera indecifrabile di un decreto
divino ti cerchiamo invano;
più remoto del Gange e del Ponente
tua è la solitudine, tuo il segreto.
La tua schiena accondiscende la carezza
lenta della mia mano. Hai accolto,
da quella eternità che è già oblio,
l’amore di una mano timorosa.
Sei in un altro tempo. Sei il padrone
di un abito chiuso come un sogno.



Fotografia © Findakitten

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LA FRASE DEL GIORNO
Il mio gatto fa quello che io vorrei fare, ma con meno letteratura.
ENNIO FLAIANO, Autobiografia del Blu di Prussia

domenica 15 agosto 2010

Buon Ferragosto

 

Lo chiamiamo tutti quanti “Ferragosto”, ma non è agosto che si celebra né tantomeno le ferie: è la Festa dell’Assunta – inutile negarlo: le radici dell’Europa sono ebraico-cristiane. Si commemora l’Assunzione di Maria in Paradiso al termine della sua vita terrena: il trasferimento in cielo dell’anima e del corpo.

E numerose sono le sagre, le feste, le tradizioni che si ispirano a un rito di purificazione per mezzo dell’acqua – anche perché fa ancora caldo e ci si rinfresca con il frutto tipico dell’estate, l’anguria o cocomero, a seconda di quale zona dell’Italia abitiate.

Così, se sulla riviera romagnola è di rito il gavettone in spiaggia, a Roma, fino a un secolo fa, si allagava Piazza Navona a vantaggio delle carrozze che vi circolavano come se fossero dei mezzi anfibi spruzzando a destra e a manca con spinte e scherzi nella “piscina” improvvisata. Purificatore è anche il fuoco: un po’ ovunque si accendono falò e si bruciano pupazzi riempiti di sterpaglie. Oppure si portano in processione grandi ceri, come a Sassari.

Non sono una novità comunque questi festeggiamenti: l’Assunta si innesta sugli Augustali proclamati da Ottaviano Augusto nel 18 a.C. Allora si organizzavano corse di cavalli – vi dicono niente il Palio di Siena del 16 agosto e la cavalcata di Fermo?– e gli animali da tiro venivano fatti riposare e onorati con fiori. Riposavano un po’ tutti, insomma… e non è quello che facciamo anche noi?

Buon Ferragosto.

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Fotografia © VinoNYC

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LA FRASE DEL GIORNO
In quelle estati che hanno ormai nel ricordo un colore unico, sonnecchiano istanti che una sensazione o una parola riaccendono improvvisi, e subito comincia lo smarrimento della distanza, l'incredulità di ritrovare tanta gioia in un tempo scomparso e quasi abolito.
CESARE PAVESE, Racconti, “Fine d’agosto”

sabato 14 agosto 2010

Montale e il viaggio

EUGENIO MONTALE

PRIMA DEL VIAGGIO

Prima del viaggio si scrutano gli orari,
le coincidenze, le soste, le pernottazioni
e le prenotazioni (di camere con bagno
o doccia, a un letto o due o addirittura un flat);
si consultano
le guide Hachette e quelle dei musei,
si scambiano valute, si dividono
franchi da escudos, rubli da copechi;
prima del viaggio si informa
qualche amico o parente,si controllano
valigie e passaporti, si completa
il corredo, si acquista un supplemento
di lamette da barba, eventualmente
si dà un’occhiata al testamento, pura
scaramanzia perché i disastri aerei
in percentuale sono nulla;
prima
del viaggio si è tranquilli ma si sospetta che
il saggio non si muova e che il piacere
di ritornare costi uno sproposito.
E poi si parte e tutto è OK e tutto
è per il meglio e inutile.

E ora che ne sarà
del mio viaggio?
Troppo accuratamente l’ho studiato
senza saperne nulla. Un imprevisto
è la sola speranza. Ma mi dicono
che è una stoltezza dirselo.

(da “Satura”, Mondadori, 1971)

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La valigia è già stata chiusa, i biglietti dell’aereo e il passaporto sono già con il bagaglio a mano, ci si concentra sui minimi dettagli che precedono il viaggio. Eugenio Montale li elenca con un’ossessione particolarmente ironica, con lo stile vario e molteplice di questa sua raccolta matura. Richiama anche Lao Tzu: “Senza uscire dalla porta di casa / puoi conoscere il mondo, / senza guardare dalla finestra / puoi scorgere il Dao del cielo. / Più si va lontano, meno si conosce. / Per questo il saggio senza viaggiare conosce, / senza vedere nomina, senza agire compie”.

E la riflessione diventa ancora di più filosofica perché il viaggio, lo sappiamo tutti, è la metafora della vita: il grande Eugenio, pianificata tutta la sua vita, si trova in quella gabbia ad aspettare che accada qualcosa, un imprevisto che ne pieghi le sbarre, che ne apra la porta… L’imprevisto che può essere un miracolo, un’ultima possibilità, a dispetto di quanti lo negano e bollano come stolto chi ancora ci crede.

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Fotografia © eSoho



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LA FRASE DEL GIORNO
Che i nostri viaggi d'esplorazione non abbiano mai fine.
PAUL WUHR

venerdì 13 agosto 2010

La memoria è un groviera

MARIA LUISA SPAZIANI

SCATOLA NERA

La memoria è un formaggio con i buchi,
la mastichi insieme ai suoi vuoti,
è la luna nel massimo fulgore,
nei falcetti o nel buio novilunio –
è la scatola nera in cui si pigia
tutto ciò che realmente è accaduto...
(Si celano all'interno benedetti
fantasiosi infedeli scrivani).

(da “Poesie”, Mondadori, 2000)

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La memoria è la nostra scatola nera. come quella che sugli aerei registra ogni conversazione e ogni indicazione degli strumenti di bordo, e che presto sarà installata probabilmente anche sulle automobili. Il paragone è della poetessa torinese Maria Luisa Spaziani, nata nel 1924, allieva di Montale. Anche le altre immagini che la Spaziani usa sono tutte pertinenti: il groviera rende bene l’idea dei vuoti che la memoria ha, delle rimozioni di ricordi dolorosi che essa stessa compie; la luna nelle sue varie fasi è un’altra rappresentazione precisa dei suoi momenti.

In effetti, la nostra memoria è ciò che siamo – ciò che siamo stati e di cui quindi siamo il risultato: come un disco fisso di computer registra gli stimoli, li traduce in dati codificabili e li archivia, categorizzando ed etichettando. A me viene in mente il telefilm “Cold case”, quello in cui i detective indagano sui “casi freddi”, irrisolti da tempo: la nostra memoria è come quegli archivi sotterranei in cui gli agenti depositano le scatole dei casi che non sono riusciti a chiudere, file e file di scaffali in cui ogni ricordo è al suo posto una volta che non ci serve più nel contingente. Basta andare lì e riprenderlo quando serve – d’accordo, qualche volta si fa un po’ di confusione, le scatole vengono spostate o sono etichettate in modo errato… Però c’è, da qualche parte c’è…

 

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Fotografia © Boxesonshelves

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LA FRASE DEL GIORNO
Le mie impressioni sono sparse come stelle sfavillanti sullo scuro velluto della mia memoria
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ETTY HILLESUM, Diario 1941-43

giovedì 12 agosto 2010

Una scema d’arancia

BARTOLO CATTAFI

ARANCIA

Da una salvietta annodata
una scema d'arancia
tonda come la luna
occhieggia e ride
tra il pane secco e la sarda salata.

(da “L’aria secca del fuoco”, 1972)

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Dopo otto anni di silenzio, nel 1972, il cinquantenne poeta di Barcellona Pozzo di Gotto Bartolo Cattafi torna alla poesia. Il suo stile è mutato: ora è un andante narrativo, con soluzioni piane e gradevoli. Dario Bellezza, su “Paese sera” del 6 ottobre di quell’anno, commenta: “La banalità del quotidiano viene assunta a viva forza come categoria espressiva, fino al delirio del proverbio popolare”.

Una natura morta questa che Cattafi dipinge con le parole: un asciugamani che contiene quello che può essere il pranzo di un muratore o di un carrettiere, una merenda da portare a un picnic o in spiaggia. Un pezzo di pane, una sarda e “una scema d’arancia” che continua a rotolare di qua e di là con la sua forma sferica come una luna che si sposti nel cielo nel corso della notte.

“Un Cattafi con il cuore acceso, con il fuoco sulle labbra” rilevava Carlo Bo sul Corriere della Sera del 18 maggio 1972 a proposito di questa raccolta di Cattafi, lungamente attesa. Un viaggio intorno alle cose…

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Archimede Santi, “Natura morta con arancia”

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LA FRASE DEL GIORNO
È ancora primavera. / All’alba vedo / verde, fertile, untuosa, la convessa / polpa del mondo.
BARTOLO CATTAFI, Le mosche del meriggio

mercoledì 11 agosto 2010

Acqua di Puglia

RAFFAELE CARRIERI

ERO ACQUA IERI

Ero acqua ieri,
E correvo.
Premevo sui semi
E nascere
Vedevo il verde.
Ero acqua ieri,
Appena ieri.

(da “Canzoniere amoroso”, 1958)

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“Qui sotto passa l’Acquedotto Pugliese” disse Carlo Q., che ci ospitava: con il dito indicava il sentiero che stavamo percorrendo, un viottolo erboso tra gli oliveti, che dalla strada asfaltata conduceva ai trulli. E sembrava di sentirla passare quell’acqua attinta dal Sele, lì sotto i nostri piedi che calpestavano l’erba odorosa di menta e di finocchietto selvatico. Sembrava che quell’acqua si infiltrasse nella terra stessa, tanto essa era rossa e grassa, e alimentasse i carnosi fichi d’India protesi verso il cielo.

Questo ricordo ha suscitato in me la breve poesia del tarantino Raffaele Carrieri (1905-1984): la terra dei Messapi, il rigoglio di primavera dovuto a quell’acqua che passava nascosta sotto di noi e imbeveva gli uliveti e la terra, sono ancora nei miei occhi, sono ancora nel mio cuore. E con Carrieri, anch’io posso dire: “E al piede sentivo / La terra sveglia / Cercare la primavera”.


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Fotografia © Coloridellamurgia

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LA FRASE DEL GIORNO
In cento anni e 'n cento mesi torna l'acqua in suo' paesi.
FRANCO SACCHETTI, Il Trecentonovelle, CLXIII

martedì 10 agosto 2010

L’acqua sotto i ponti


JOSÉ EMILIO PACHECO

SCORRERE

Corre sotto i ponti.
Non ritorna.

Il suo volo orizzontale
Cancella il tempo.

A noi
Il suo volo eterno
Dice tutto.

L’acqua non lo sa
e non se ne cura.

Si limita a scorrere
E a dire addio.

(inedita, da “El Mundo”, 30 novembre 2009)

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Lo scorrere del tempo è una tematica che il poeta messicano José Emilio Pacheco ama molto: “Mi interessa solo / la testimonianza / del momento che passa / le parole / che detta nel suo fluire / il tempo in volo” scrive in “Islas a la deriva”. Così anche il fiume: chi non si è mai soffermato affascinato su un ponte a osservare l’acqua che scorre – lenta o tumultuosa, a seconda dei casi – e a considerare come il tempo passi allo stesso modo? E a riflettere sul celebre aforisma di Eraclito: “Non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume”? E ancora su quello di Leonardo da Vinci: “L'acqua che tocchi de' fiumi è l'ultima di quella che andò e la prima di quella che viene. Così il tempo presente”.

Tempo che fugge e che muta le cose, come quell’acqua che scorre erodendo con lentezza anche la pietra, onda dopo onda. Lo sa bene anche Pacheco: “Sono e non sono colui che ti ha aspettato / nel parco deserto un mattino”…

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Fotografia © Daniele Riva

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LA FRASE DEL GIORNO
Le cose che ci sembrano uguali e stabili in realtà scorrono in modo impercettibile e si modificano, lasciando sempre intravedere qua e là dei segnali. Come in un caleidoscopio, basta il più piccolo movimento e il mondo si trasforma rapidamente.
BANANA YOSHIMOTO, Chie-chan e io

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