lunedì 30 novembre 2015

Due anime gemelle

 

WENDY COPEth

DOLCE COSÌ

Così simili l’uno all’altra siamo -
due anime gemelle in verità -
Alla definizione sorridiamo
ma questa è la realtà.

Al mio strizzacervelli l’ho spiegato.
Un altro nome al nostro amore ha dato.
Ma può chiamarlo, lui, come gli pare.
È la sostanza che non può negare.

Voglio solo vederti, udire la tua voce,
mio “oggetto narcisistico tenace”.

(As Sweet, da Serious Concerns, 1992 - Traduzione di Silvio Raffo)

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La poesia di Wendy Cope (Erith, 1945) si sviluppa sui canoni di un’ironia umoristica più che sarcastica, capace di toccare vette più elevate quando si riferisce a se stessa e al sentimento amoroso, come in questo caso: un cocktail dove sono mescolati un sorso di limerick, un altro di nonsense, un tocco di humour britannico, ma dove alla fine l’ingrediente principale risulta essere la profondità di quel pensiero espresso.

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Love-paintings

VICKY WADE, “TENDER LOVE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Il Paradiso che vorrei, che amo? / Noi due come siam stati - e ancora, a volte, siamo.
WENDY COPE, Guarire dall’amore

domenica 29 novembre 2015

La chiave

 

ÁNGELA FIGUERA AYMERICH

SENZA CHIAVE

Mi possiedi e sono tua. Così vicini l’una all’altro
come la carne sulle ossa.
Così vicini l’una all’altro
e, spesso, così lontani!...

Tu mi dici talvolta che mi trovi chiusa,
come di pietra dura, come avvolta in segreti,
impassibile, distante... E vorresti fosse tua
la chiave del mistero...

Ma non l’ha nessuno... Non c’è chiave. Nemmeno io,
nemmeno io stessa l’ho!
 

(Sin llave, da Mujer de barro, 1948)

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Tutti noi siamo dei cassetti chiusi a chiave, l’uno per l’altro, e non è facile venire aperti, non è facile lasciare che altri frughino tra quei misteriosi segreti che formano il nostro essere. Talvolta neppure noi stessi siamo in grado di aprire quel cassetto, come nota la poetessa spagnola Ángela Figuera Aymerich (1902-1984). Non solo: qui il punto è anche sul rapporto tra uomo e donna (“Il tuo amore è di presa, di offerta è il mio amore / Il Signore mi ha dato la parte migliore”), sull’interiorizzare tipico femminile che può apparire all’occhio del partner come un modo di eludere, mentre in realtà è qualcosa di diverso, un’identità più complessa e inafferrabile.

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Kush

VLADIMIR KUSH, “KEY OF PASSION”

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LA FRASE DEL GIORNO
Sì, anch’io vorrei essere parola nuda. / Essere un’ala senza piume in un cielo senza aria.
ÁNGELA FIGUERA AYMERICH

sabato 28 novembre 2015

Voglio che germoglino

 

ERICH FRIED

GIARDINO D’INVERNO

La tua busta
con i due francobolli gialli e rossi
ho piantato
in un vaso di fiori

Voglio
innaffiarlo ogni giorno
voglio che germoglino
le tue lettere

Belle
e tristi lettere
lettere
che di te hanno l’odore

Avrei dovuto
farlo prima
non ora
che l’anno si è inoltrato

(Wintergarten, da Liebesgedichte, 1979 – Traduzione di Gio Batta Bucciol)

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Lo sa chi ha vissuto l’amore a distanza, lo sa chi conosce l’assenza dell’amata, quello che vuole esprimere il poeta austriaco naturalizzato britannico Erich Fried (1921-1988): la tristezza, la nostalgia sono acquattate dietro l’angolo e quando meno te lo aspetti saltano fuori. Così come talvolta si aggiunge un altro sentimento, il rimpianto per aver temporeggiato o per aver agito in un modo diverso da come avremmo voluto.

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Van Gogh

VINCENT VAN GOGH, “NATURA MORTA CON PIATTO DI CIPOLLE”, PART.

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LA FRASE DEL GIORNO
La vita / sarebbe forse / più semplice / se io / non ti avessi incontrata / Soltanto non sarebbe / la mia vita.
ERICH FRIED, È quel che è

venerdì 27 novembre 2015

L’essenziale

 

PAUL ÉLUARD

NON SMETTO MAI PER COSÌ DIRE DI PARLARE
DI TE
EPPURE L’ESSENZIALE È PRESTO DETTO

Quando l’alba leva gli artigli
E il primo versante di selva
Tra riflessi di brividi
L’abisso delle vette s’apre

Quando a picco ti s’apre la veste
E dà alla luce il corpo tenero
E offre il seno lustrato docile
Seno che mai ha lottato
Ranuncoli tigrati di piombo
Eclissi fatali a chi è forte
Gradi di ermellino immolato
O quando in volto ti turbi

Quel che mi piace del tuo volto è l’apparire
D’un lume ardente in pieno giorno.

(Je ne cesse, da Mourir de ne pas mourir, 1924 – Traduzione di Franco Fortini)

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La donna appare anche qui, come in molte altre poesie del surrealista francese Paul Éluard (1895-1952), un’alba, una primavera, una sorgente: quello è l’«essenziale» del chilometrico titolo, ovvero “Senza di te non vedo altro che una distesa deserta” – la donna è non soltanto la luce che permette di interpretare il mondo, di più: è la vita stessa.

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Kote

DIPINTO DI JOSEPH KOTE

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LA FRASE DEL GIORNO
Sei la fame il pane la sete la grande ebbrezza / E l’ultimo connubio tra sogno e virtù.
PAUL ÉLUARD, Corps mémorable

giovedì 26 novembre 2015

Musica e insieme parola

 

OSIP EMIL’EVIČ MANDEL’ŠTAM

SILENTIUM

Lei non è dal suo mare ancora nata,
lei è musica ed insieme parola;
è il legame che mai si potrà sciogliere
fra tutto ciò che vive nel creato.

Delle onde respiran calmi i seni,
ma un chiarore impazzito il giorno illumina,
e stanno i lillà scialbi della schiuma
dentro un vaso color celeste-nero.

Acquistino le mie labbra, recuperino
la mutezza lontana, primordiale,
simile a una nota di cristallo
che vibra, fin dal suo nascere, pura!

Rimani quel che sei – schiuma, o Afrodite,
tu, parola, rifluisci in musica,
vergognati del cuore, o cuore, fuso
con l’elemento primo della vita!

1910

(Она ещё не родилась, da Cinquanta poesie, Einaudi, 1998 – Traduzione di Remo Faccani)

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Poesia molto oscura questa di Osip Emil’evič Mandel’štam (1891-1938), ancora incrostata di un certo simbolismo, ma già con i germi di quello che sarà l’Acmeismo, di cui il poeta russo fu tra i firmatari: concretezza di contenuti ma soprattutto una chiarezza cristallina del verso. A nascere dal mare non è solo Afrodite, incarnazione della Bellezza, è anche la parola, è anche la poesia, che deve trasformarsi essa stessa in bellezza per poter sorgere dal silenzio.

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Venere

SANDRO BOTTICELLI, “LA NASCITA DI VENERE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Con tanta maggior forza amo la vita, la fede e l’amore. Voi comprenderete dunque la mia passione per la musica della vita.
OSIP EMIL’EVIČ MANDEL’ŠTAM, da una lettera a Vladimir Gippius

mercoledì 25 novembre 2015

Chi scrive e chi è scritto

 

KATE CLANCHYClanchy

INCANTESIMO

Se, al tuo scrittoio, metti da parte il lavoro,
prendi giù un libro, cerchi questi versi
e leggi che io sto lì in ginocchio, l'orecchio
contro il tuo petto dove i muscoli
si inarcano come grossi tomi che si aprono, in curve
di gabbiani, attraverso le onde sonore del tuo cuore,

e che mi passi le dita fra i capelli,
sfilando dalla massa ribelle ciocche
sottili come segnalibri di seta scarlatta,
e mi accarezzi le guance come se lisciassi
veline tra rigide illustrazioni,
e mi tiri verso di te

per leggermi solo negli occhi, vedrai,
in monocromo argento, te stesso,
seduto al tuo scrittoio, prendere giù un libro,
cercare questi versi, e allora, amore,
non saprai chi di noi due legge
ora, chi scrive, e chi è scritto.

(da Poesia, n. 300, Gennaio 2015 - Traduzione di Giorgia Sensi)

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Incantesimo non è solo il bel rapporto tra la poetessa e l’amato – in questo caso la scrittrice scozzese Kate Clanchy (Glasgow, 1965): certo, la poesia nasce in quel rapporto a due, ma vale per ogni opera scritta, per ogni poeta e per ogni lettore, a partire da quel concetto a me caro formulato dal Premio Nobel messicano Octavio Paz: “Ogni lettore è un altro poeta; ogni testo poetico un altro testo”. Incantesimo è ogni volta che leggiamo una poesia ed entriamo nel mondo creato del poeta, nelle sue emozioni e nei suoi sentimenti, come degli esploratori che indagando in terre sconosciute riescono a comprendere meglio le proprie.

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The Dramatist

BRIGIT GANLEY, “THE DRAMATIST”

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia si versa in noi, è acqua che riempie il vuoto dell’anima.
V. GRANIERO, V. MORETTI, D. RIVA, C. TALAMO, Uno, doje, tre e quattro

martedì 24 novembre 2015

Tutto sarò

 

FERNANDO PESSOA

VOGLIO, AVRÒ

Voglio, avrò -
se non qui,
in altro luogo che ancora non so.
Niente ho perduto.
Tutto sarò.

(Quero, terei, da Poesias Inéditas (1930-1935), 1955)

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“Non sono niente. / Non sarò mai niente. / Non posso voler essere niente. / A parte ciò, ho in me tutti i sogni del mondo”: all’alter ego Álvaro de Campos il poeta portoghese Fernando Pessoa (1888-1935) aveva affidato questa riflessione. La brevissima poesia del Pessoa ortonimo, che risale al 9 gennaio 1933, è – come l’altra – l’espressione della sua insoddisfazione, della sua celebre inquietudine, ma ha in sé questa dimensione di speranza spirituale, di un possibile dove realizzare pienamente la sua umanità.

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JULIO POMAR, “FERNANDO PESSOA”

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LA FRASE DEL GIORNO
Noi non ci realizziamo mai. Siamo due abissi – un pozzo che fissa il Cielo
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FERNANDO PESSOA, il libro dell’inquietudine

lunedì 23 novembre 2015

Baciando un bacio

 

PEDRO SALINAS

XXXVI. IERI TI HO BACIATA SULLE LABBRA

Ieri ti ho baciata sulle labbra.
Ti ho baciata sulle labbra. Intense, rosse.
Un bacio così corto
durato più di un lampo,
di un miracolo, più ancora.
Il tempo
dopo averti baciata
non valeva più a nulla
ormai, a nulla
era valso prima.
Nel bacio il suo inizio e la sua fine.

Oggi sto baciando un bacio;
non solo con le mie labbra.
Le poso
non sulla bocca, no, non più
- dov'è fuggita? -
Le poso
sul bacio che ieri ti ho dato
sulle bocche unite
dal bacio che hanno baciato.
E dura questo bacio
più del silenzio, della luce.
Perché io non bacio ora
né una carne né una bocca
che scappa, che mi sfugge.
No.
Ti sto baciando più lontano.

(Ayer te basé en los labios, da La voce a te dovuta, 1933)

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Un bacio non dura solo il breve istante in cui lo si dà, il suo calore permane nella memoria anche quando l’amata è lontana o perduta – Katherine Prue Reding, di cui era innamorato il poeta spagnolo Pedro Salinas (1891-1951), era a distanza di un oceano da lui, negli Stati Uniti, e la loro relazione era stata interrotta dalla donna dopo il tentativo di suicidio di Margarita, la moglie di lui. Tutto quello che a Pedro rimane è il piccolo lampo di quel ricordo, che lui tenta di rendere infinito.

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Kiss

FLAMENCO DANCER, “SEALED WITH A KISS”

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LA FRASE DEL GIORNO
Il modo tuo d'amare / è lasciare che io t'ami. / Il sì con cui ti abbandoni / è il silenzio.
PEDRO SALINAS, La voce a te dovuta

domenica 22 novembre 2015

Nel mio segreto centro

 

JORGE LUIS BORGES

ELOGIO DELL’OMBRA

La vecchiaia (è questo il nome che gli altri le danno)
può essere il tempo della nostra felicità.
l’animale è morto o è quasi morto.
rimangono l’uomo e la sua anima.
Vivo tra forme luminose e vaghe
che non sono ancora le tenebre.
Buenos Aires,
che prima si lacerava in suburbi
verso la pianura incessante,
è diventata di nuovo la Recoleta, il Retiro,
le sfocate case dell’Once
e le precarie e vecchie case
che chiamiamo ancora il Sur.
Nella mia vita sono sempre state troppe le cose;
Democrito di Abdera si strappò gli occhi per pensare;
il tempo è stato il mio Democrito.
Questa penombra è lenta e non fa male;
scorre per un mite pendio
e assomiglia all’eternità.
I miei amici non hanno volto,
le donne sono quel che erano molti anni fa,
gli incroci delle strade potrebbero essere altri,
non ci sono lettere sulle pagine dei libri.
Tutto questo dovrebbe intimorirmi,
ma è una dolcezza, un ritorno.
Delle generazioni di testi che ci sono sulla terra
ne avrò letti solo alcuni,
quelli che continuo a leggere nella memoria,
a leggere e a trasformare.
Dal Sud, dall’Est, dall’Ovest, dal Nord,
convergono i cammini che mi hanno portato
nel mio segreto centro.
Quei cammini furono echi e passi,
donne, uomini, agonie, resurrezioni,
giorni e notti,
dormiveglia e sogni,
ogni infimo istante dello ieri
e di tutti gli ieri del mondo,
la ferma spada del danese e la luna del persiano,
gli atti dei morti, il condiviso amore, le parole,
Emerson e la neve e tante cose.
Adesso posso dimenticarle. Arrivo al mio centro,
alla mia algebra, alla mia chiave,
al mio specchio.
Presto saprò chi sono
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(Elogio de la sombra, da Elogio dell’ombra, 1969 – Traduzione di Livio Bacchi Wilcock)

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“Agli specchi, ai labirinti e alle spade che prevede il mio rassegnato lettore si sono aggiunti due temi nuovi: la vecchiaia e l'etica”: Jorge Luis Borges (1899-1986) presentava così Elogio dell’ombra. Dal principio degli Anni ‘60 al termine della sua vita ebbe problemi di vista, che nonostante svariati interventi chirurgici, lo condussero alla cecità. Eppure, in quest’ombra, in questo buio calato sulla sua vita, riesce a trovare la strada del sogno e della più fervida immaginazione, la luce del ricordo è in grado di forare l’oscurità, il chiarore dell’io si fa largo con tutta la sua lucidità.

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Borges

ENRIQUE LEMUS, “PORTRAIT OF A BORGES’S DREAM”

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LA FRASE DEL GIORNO
Son cieco e niente so, ma intuisco / Che molte sono le strade.
JORGE LUIS BORGES, La rosa profonda

sabato 21 novembre 2015

I tuoi occhi mi toccano

 

MARC CHAGALLMarc_Chagall_1967

PER VAVA

Con te io sono giovane
Quando laggiù gli alberi minacciano
E il cielo vanisce in lontananza
I tuoi occhi mi toccano

Quando ogni passo si perde sull’erba
Quando ogni passo sfiora le acque
Quando le onde mi fervono in testa
E dall’azzurro qualcuno mi chiama

Con te io sono giovane
Cadono i miei anni come foglie
E qualcuno colora le mie tele
Allora esse brillano di te

E sul tuo volto il sorriso è radioso
Più chiaro assai delle nubi più chiare
Allora io corro dove sei
Dove mi pensi e dove mi attendi

(da Nuove poesie d’amore, Crocetti Editore, 2000 - Traduzione di Plinio Acquabona)

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Vava, ovvero Valentina Brodsky, ebrea russa, fu la compagna di vita degli anni della maturità del pittore Marc Chagall (1887-1985): fu la figlia Ida a presentargliela nel gennaio 1952, ritenendo che il padre fosse troppo solo dopo la morte della prima moglie Bella. Vava, di diciotto anni più giovane, diventò segretaria e sei mesi più tardi moglie del pittore. Questi versi sono il ringraziamento di Chagall per quel tardo amore, per quella passione che lo fece sentire più giovane e più forte.

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Portrait de Vava

MARC CHAGALL, “PORTRAIT DE VAVA”

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LA FRASE DEL GIORNO
Nelle nostre vite c'è un solo colore che dona senso all’arte e alla vita stessa. Il colore dell’amore.
MARC CHAGALL

venerdì 20 novembre 2015

Le rose arrugginite

 

MARIA PAWLIKOWSKAPawlikowska

L’AUTUNNO

Le rose arrugginite dell’autunno
osservano lo spazio bianco dalla pioggia -
la pioggia cuce il cielo alla terra
con mille brividi e punti.

E tutto si corrode, si deforma,
cola, gronda madido,
ma non per sempre, dalla disperazione -
per poco, dalla lussuria.

(Jesień, da Seta grezza, 1932)

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L’autunno ci sembra spesso essere una fine, la chiusura del ciclo stagionale della vita – per questo la poetessa polacca Maria Pawlikowska (1893-1945) parla di disperazione: “Va con un mantello rosso e d’oro / Si specchia nell’ovale dello stagno. / Ma sta male. Non sa che è condannato, / che in quel mantello lo seppelliranno”. Eppure, c’è in questo deteriorarsi uno sfoggio, un’ebbrezza di colori che ha il carattere dell’abbandono, del cupido desiderio dei sensi.

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autumn-rose

FOTOGRAFIA © LADY FI

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LA FRASE DEL GIORNO
In autunno tutto ci ricorda il crepuscolo, – e tuttavia, mi sembra la stagione più bella: volesse il cielo allora, quando io vivrò il mio crepuscolo, che ci debba essere qualcuno che allora mi ami come io ho amato l'autunno.
SØREN KIERKEGAARD, Diario

giovedì 19 novembre 2015

Con dolcezza implacabile

 

PABLO NERUDA

SE TU MI DIMENTICHI

Voglio che tu sappia
una cosa.
Tu sai com’è questa cosa:
se guardo
la luna di cristallo, il ramo rosso
del lento autunno alla mia finestra,
se tocco
vicino al fuoco
l’impalpabile cenere
o il rugoso corpo della legna,
tutto mi conduce a te,
come se ciò che esiste,
aromi, luce, metalli,
fossero piccole navi che vanno
verso le tue isole che m’attendono.
Orbene,
se a poco a poco cessi di amarmi
cesserò d’amarti a poco a poco.
Se d’improvviso
mi dimentichi,
non cercarmi,
ché già ti avrò dimenticata.
Se consideri lungo e pazzo
il vento di bandiere
che passa per la mia vita
e ti decidi
a lasciarmi alla riva
del cuore in cui ho le radici,
pensa
che in quel giorno,
in quell’ora,
leverò in alto le braccia
e le mie radici usciranno
a cercare altra terra.
Ma
se ogni giorno,
ogni ora
senti che a me sei destinata
con dolcezza implacabile.
Se ogni giorno sale
alle tue labbra un fiore a cercarmi,
ahi, amor mio, ahi mia,
in me tutto quel fuoco si ripete,
in me nulla si spegne né si dimentica,
il mio amore si nutre del tuo amore, amata,
e finché tu vivrai starà tra le tue braccia
senza uscire dalle mie.

(Si tú me olvidas, da I versi del capitano, 1952 – Traduzione di Giuseppe Bellini)

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Nel novembre del 1951 il poeta cileno Pablo Neruda (1904-1973), scampato all’arresto in patria, è esule a Ginevra e si ritaglia una settimana da trascorrere a Nyon, all’Hotel du Lac. Con lui c’è la musa del momento, Matilde Urrutia, la fisioterapista conosciuta in Messico quando ebbe una flebite: è una situazione complicata, in quanto Neruda è sposato da otto anni con Delia Del Carril, una donna argentina, che in quei giorni ha lasciato nella casa di Ginevra. Ne nasce, tra le altre dei Versi del capitano, questa poesia, che è una gelosissima dichiarazione d’intenti, una richiesta di esclusività che comunque farà breccia, visto che don Pablo l’anno seguente viaggerà in Italia con Matilde e, tornato in patria e separatosi dalla seconda moglie, vivrà con lei e la sposerà nel 1966.

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Neruda e Matilde

PABLO NERUDA E MATILDE URRUTIA – FOTOGRAFIA © FUNDACIÓN NERUDA

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LA FRASE DEL GIORNO
Ahi il nostro amore è una corda dura / che ci lega ferendoci / e se vogliamo / uscire dalla nostra ferita, / separarci, / ci stringe un nuovo nodo e ci condanna / a dissanguarci e a bruciarci insieme.
PABLO NERUDA, I versi del capitano

mercoledì 18 novembre 2015

Lesbia, Rosalind, Ofelia e lei

 

GIUSEPPE CONTEgiuseppe-conte

IN ENDECASILLABI

A sedici anni, lettore poiché era giusto
allora soltanto di Catullo e di Shakespeare
scrissi per una compagna di liceo
versi come «Nessuna donna mai
fu amata tanto,/ quanto tu sei…»
Dio, non sapevo niente di donne, di amore.
Quella ragazzina bruna, dalle labbra
sporgenti, gli occhi grandi come
due albicocche, ci erano usciti tutti
con lei, fuorché io, il suo cantore.
Io la guardavo, sperduto. Come avrei
voluto abbracciarla, tempestarle
il capo di quel segreto che erano i baci.
Io la guardavo a scuola, per strada,
la domenica alla messa nella Chiesa
detta dai frati. Poi tornavo a casa, aprivo
i libri, Lesbia, Rosalind, Ofelia
e lei, e i sogni su lei, in endecasillabi.

(da Dialogo del poeta e del messaggero, Lo Specchio, Mondadori, 1992)

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“Perché, ditemi, chi non si è mai innamorato / Di quella del primo banco, / La più carina, la più cretina, / Cretino tu, che rideva sempre / Proprio quando il tuo amore aveva le stesse parole, /Gli stessi respiri del libro che leggevi di nascosto / Sotto il banco?” cantava Antonello Venditti nel 1975. È un’iniziazione cui tutti gli studenti si sono sottoposti – e a maggior ragione i giovani poeti, che alimentavano con le letture i propri sogni, come fece anche Giuseppe Conte (Imperia, 1945): quella ragazza va a rivestire nell’immaginazione i panni della Lesbia catulliana, della Rosalind e della Ofelia shakespeariane e il ragazzo innamorato potrà orgogliosamente dire, una volta cresciuto, le parole di Neruda: “Mi sentii parte pura / dell'abisso, /ruotai con le stelle, / il mio cuore si sparpagliò nel vento”.

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Cowie

JAMES COWIE, “IN THE CLASSROOM”, 1922, PART.

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LA FRASE DEL GIORNO
Forse il poeta è un uomo che ha in sé / la crudele pietà di ogni primavera.
GIUSEPPE CONTE, Le stagioni

martedì 17 novembre 2015

Nostalgia per la Terra

 

JAMIE McKENDRICKMcKendrick

LÀ FUORI

Se lo spazio comincia in una zona incerta
dove il caso che due molecole di gas collidano
è più raro di un cane verde o di una luna blu
allora nulla è più vicino di così al niente.

Nostalgia per la Terra e la sua atmosfera
fiaccava ossa e carne agli astronauti.
Svegliandoti trovavi un tuo compagno in tuta
che alla domanda: “dove vai”, diceva: “a fare un giro”

e ti toccava dormire tra il suo corpo e la porta a pressione.
Un altro sentiva un cane abbaiare e un bambino piangere
a metà strada dalla luna. Ciò che un tempo era il cielo

ora è un deserto oltre ogni pensiero.
E mai tanto acutamente come da là fuori
chi è perso può sentire la terra come il solo paradiso.

(da Out there, 2012 - Traduzione di Antonella Anedda)

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Gli essere umani sono adatti alla vita sulla Terra, ci sono arrivati attraverso un lunghissimo processo evolutivo. Allontanarsi, volare nello spazio, altera non solo il sistema fisiologico con l’assenza di gravità, ma può causare anche del disorientamento a livello psicologico. È a questo disordine della mente che si riferisce il poeta britannico Jamie McKendrick (Liverpool, 1955), partendo da quello spazio esterno per raggiungere il centro stesso di noi.

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Bullock

SANDRA BULLOCK IN “GRAVITY” DI ALFONSO CUARÓN © WARNER BROS

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LA FRASE DEL GIORNO
La Terra è un paradiso. L’inferno è non accorgersene.
JORGE LUIS BORGES (attribuito)

lunedì 16 novembre 2015

Le tue apparenze

 

LUCIANO ERBA

E DI TE CHE SAPRÒ?

E di te che saprò? Le tue apparenze
han detto quel che vuoi, quel che non sei
credi tu
che dietro a questa assurda
fuga di giorni
ci attenda
il passo delle vere parole?
o che immutati, forse
con un nuovo segreto a mantenere,
ci sorprenda l’addio?

(da Il male minore, Garzanti, 1960)

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Luciano Erba (1922-2010), poeta milanese, amava servirsi di questi brevi racconti esistenziali di piccoli fatti privati, seccamente ermetici. Ne nasce una visione autobiografica, certo, ma capace di estendersi a molte altre esistenze, come in questa poesia incentrata su ciò che conosciamo dell’altro in quel divenire che è la vita.

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Jack Vettriano

JACK VETTRIANO, “QUEEN OF DIAMONDS”

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LA FRASE DEL GIORNO
Sei una donna / che oggi tiene un naufrago impaziente / dimmi tu / sei scoglio / o continente?
LUCIANO ERBA, Il male minore

domenica 15 novembre 2015

La crisalide

 

FERNANDO BANDINIfernando_bandini

MALTEMPO

Mia ballata che hai cuore apocalittico
e saturnini nervi,
che disprezzi la carta stampata
e i suoi scribi consideri dei servi,
da un pezzo i giornali annunciavano
che il bel tempo è finito.
E dicevano il vero: giù nell’orto
avevo già sentito
arrivare il primo pettirosso.
Io faccio quanto posso
perché tu, mia ballata, ti rincuori
ma la casa è piena di lunghi e tetri
silenzi, di rancori.
Vedo attraverso i vetri
un foglio di giornale che la pioggia
ha incollato all’asfalto:
sono fradice e spente, non più valide
(fossero vere o false) le ragioni di ieri.
Tu, mia ballata che non disperi,
rampichi vecchie scale.
Cosa cerchi in soffitta? La crisalide,
nascosta fra le travi, della stella cometa
di un lontano Natale?

(da Dietro i cancelli e altrove, Garzanti, 2007)

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Una delle occupazioni principali di certi giornalisti televisivi (a parte mettere il microfono sotto il naso della vittima di turno e chiedere senza alcuna compartecipazione “Lei cosa prova?”) è quella di stupirsi e meravigliarsi del primo caldo (“L’effetto serra”) o dei primi naturalissimi freddi (“Fa davvero molto freddo” – sì, gioia mia, ieri facevamo il bagno e oggi c’è la pioggia, ma vedi, è novembre!). Il poeta vicentino Fernando Bandini (1931-2013) trova in questo maltempo autunnale le sue malinconie e le sue tristezze, ma la poesia non può essere che speranza, non può che albergare in quella crisalide che un giorno di primavera si trasformerà in farfalla (o a Natale scintillerà sul presepio).

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Lushpin

EVGHENIJ LUSHPIN, “RAINY MORNING”

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LA FRASE DEL GIORNO
Fossero i miei versi quello che la neve / è per i bambini quando si svegliano / e guardano dal vetro sbalorditi la lieve / polvere caduta da lontani mondi
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FERNANDO BANDINI

sabato 14 novembre 2015

Tre piccole scimmie

 

GÜNTER KUNERTKunert

LE TRE SCIMMIE SACRE

Famoso nel mondo e riprodotto
con vario materiale il gruppo
di tre piccole scimmie
del gran tempio indù di Benares.

Il primo animale
serra con le manine
in un gesto timoroso la bocca, il secondo gli occhi,
il terzo si tura le orecchie.

Alle sanguinose guerre dei khan e agli
accaniti combattimenti dei popoli delle montagne
contro gli stranieri
in continua avanzata sopravvissero
le grigie figurine;
come anche
alle acque dell’Inducush e dell’Indo
che selvaggiamente mulinavano sulla regione,
sopravvissero, a incendi di giungle e floridi
alberi giganti, bonifiche e terrapieni ferroviari.

Chi non ode tutto ciò che accade
non vede tutto ciò che di fronte a lui si fa
e non dice tutto quello che sa: costui solo
diventa vecchissimo.

Certo questo comportamento ha
un presupposto indispensabile: essere
di pietra fino in fondo al cuore.

(Die drei heiligen Affen, da Ricordo di un pianeta, 1963 – Traduzione di Luigi Forte)

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Non vedo, non sento, non parlo: le tre scimmie sagge sono un emblema della cultura orientale, riprodotto qua e là lungo l’Asia, dal tempio indù di Benares citato dal poeta tedesco Günter Kunert (Berlino, 1929) a quello shintoista di Tōshō-gū a Nikkō in Giappone. Saggezza inalterabile, dice il poeta, inarrivabile – una saggezza che deve astrarre dai sentimenti per sopravvivere, per avere la meglio sulle emozioni dei secoli. Ma a questa saggezza – un po’ vile, anche – vale la pena sacrificare la nostra umanità?

 

Tosho

FOTOGRAFIA © MICHAEL MAGGS

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LA FRASE DEL GIORNO
Acquistar saggezza in questo mondo spesso significa tener chiusa la bocca e non tirar fuori quel che si sa se non al momento giusto.

ERICA JONG, Fanny

venerdì 13 novembre 2015

Le ragazze

 

VELIMIR CHLÉBNIKOV
Chlebnikov
LE RAGAZZE, QUELLE CHE CAMMINANO

Le ragazze, quelle che camminano
con stivali di occhi neri sui fiori del mio cuore.
Le ragazze, che abbassano le lance
sui laghi delle proprie ciglia.
Le ragazze che lavano le gambe
nel lago delle mie parole.


1919-21

(Девушки, те, что шагают, da Poesie di Chlébnikov, Einaudi, 1968 – Trad. Ripellino)
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Con il poeta russo Velimir Chlébnikov (1885-1922) siamo dalle parti del Futurismo: più che appigliarsi alle distinzioni grafiche di Marinetti o Majakovskij, però Chlébnikov trova forza nelle immagini e nel suono – qui le ragazze sembrano essere un esercito che schiera le sue armi di seduzione.

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Ragazza
GIACOMO BALLA, “RAGAZZA CHE CORRE SUL BALCONE”, 1912.


-------------------------------------------------------------------------------------------------------LA FRASE DEL GIORNO
Se non ci fossero le ragazze la vita sarebbe orribile.
ERCOLE PATTI, Quartieri alti

giovedì 12 novembre 2015

Un prato tutto verde

 

VITTORIA AGANOORAganoor

È NEL MIO SOGNO

È nel mio sogno un prato tutto verde,
          solitario, tra due
spalle di monte e l’erba trema al soffio
          dell’ombra.
Di là, nel sole, cantano,
ma il canto va lontano e poi si perde.
          Più solitario resta
          e più silenzioso,
nel mio sogno, quel prato tutto verde.

(da Poesie complete, Le Monnier, 1912)

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Vittoria Aganoor (1855-1910), poetessa italiana di origini armene, giostrò nell’area del decadentismo con echi di Shelley e di Baudelaire: una sottile vena di inquietudine è uno dei suoi toni caratteristici, come quello spegnersi di un canto che significa solitudine e rende meno ameno il bellissimo prato del sogno.

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Bliss

FOTOGRAFIA © IASIVEZI

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LA FRASE DEL GIORNO
Nel tempio stesso del diletto / la velata Melanconia ha il suo santuario.
JOHN KEATS, Ode alla Malinconia

mercoledì 11 novembre 2015

Luce d’una città al tramonto

 

VITTORIO SERENI

PERIFERIA 1940

La giovinezza è tutta nella luce
d’una città al tramonto
dove straziato ed esule ogni suono
si spicca nel brusio.

E tu mia vita salvati se puoi
serba te stessa al futuro
passante e quelle parvenze sui ponti
nel baleno dei fari.

(da Diario d’Algeria, Einaudi, 1947)

 

“Sembrava tutto finito, perché i tedeschi erano sulla Manica; ci aspettavamo da un momento all’altro che sbarcassero in Inghilterra e il reparto al quale io appartenevo dal Piemonte era stato fatto ritornare in Lombardia su una tradotta militare. Il treno passava nei pressi di Milano senza fermarsi, durante l’oscuramento”. Vittorio Sereni (1913-1983)racconta così di quel 1940 a Milano: questa poesia è una presa di coscienza della svolta che  la Storia sta prendendo e che sta dando, come in quei meccanismi di moto perpetuo, a milioni di vite. Così il poeta si augura in altri versi: “Mia vita, salvati se puoi, / serba te stessa ai futuri / e quei crepuscoli sui ponti / e quelle frotte venienti in un bisbiglio / nel baleno dei fari, lungo l’acqua / ambigua dei Navigli”.

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Sironi

MARIO SIRONI, “GASOMETRO”, 1942

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LA FRASE DEL GIORNO
Mille volti ha Milano; ma in uno / li chiude.
VITTORIO SERENI, Diario d’Algeria

martedì 10 novembre 2015

L’acqua tra le dita

 

ANTONIO ORIHUELAOrihuela

ALLA FONTANA

Alla fontana

quando provo a catturarla

l’acqua mi sfugge tra le dita

e mi sembra giusto.

Perché mi scandalizzo
quando la vita
fa lo stesso
con me?

(da Piedra, corazón del mundo, 2001)

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La domanda che si pone il poeta spagnolo Antonio Orihuela (Moguer, 1965) è naturalmente retorica: se ci poniamo davanti alla bocca di una fontana e proviamo ad acchiappare l’acqua, non ci riusciamo, ed è naturale. Lo stesso dovrebbe essere per i giorni che compongono la nostra vita e che fuggono irreparabili.

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Jennings Gates

FOTOGRAFIA © JENNINGS AND GATES

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LA FRASE DEL GIORNO
I giorni / si somigliano / l’uno all’altro / come due gocce / in una bottiglia / di gin.
KARMELO C. IRIBARREN

lunedì 9 novembre 2015

Faremo gli occhiali così

 

EDGAR LEE MASTERSMasters

DIPPOLD L’OTTICO

- Che cosa vedi adesso?
Globi rossi, gialli, viola.
Un momento! E adesso?
Mio padre, mia madre e le mie sorelle.
Sì! E adesso?
Cavalieri in armi, belle donne, volti gentili.
Prova queste.
Un campo di grano - una città.
Molto bene! E adesso?
Molte donne con occhi chiari e labbra aperte.
Prova queste.
Solo una coppa su un tavolo.
Oh, capisco! Prova queste lenti!
Solo uno spazio aperto - non vedo niente in particolare.
Bene, adesso!
Pini, un lago, un cielo estivo.
Così va meglio. E adesso?
Un libro.
Leggimene una pagina.
Non posso. I miei occhi sono trascinati oltre la pagina.
Prova queste.
Profondità d’aria.
Eccellente! E adesso?
Luce, solo luce che trasforma tutto il mondo in un giocattolo.
Molto bene, faremo gli occhiali così.-

(Dippold, the Optician, da Antologia di Spoon River)

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L’ottico Dippold, ripreso anche dalla bella canzone di Fabrizio De André, è colui che nell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters (1868-1950) riesce a trasformare l’immaginazione in realtà: ora ci sono sofisticati strumenti che misurano le carenze della vista ma un tempo – e riesco a ricordarmene anch’io! – l’ottico sottoponeva il cliente ad una serie di prove empiriche aggiungendo e sottraendo lenti, modificandole secondo la loro curvatura. Dippold, che in De André diventa “spacciatore” di lenti, è in grado – come rilevò Cesare Pavese - di conferire al miope “l’attimo estatico che ci farà realizzare la nostra libertà”.

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Rockwell

NORMAN ROCKWELL, “THE OPTICIAN”

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LA FRASE DEL GIORNO
Vedere chiaramente è al contempo poesia, profezia e religione.
JOHN RUSKIN

domenica 8 novembre 2015

Un po’ d’alga marina

 

DINO CAMPANADino Campana

DONNA GENOVESE

Tu mi portasti un po’ d’alga marina
nei tuoi capelli, ed un odor di vento,
che è corso di lontano e giunge grave
d’ardore, era nel tuo corpo bronzino:
- Oh la divina
semplicità delle tue forme snelle -
Non amore non spasimo, un fantasma,
un’ombra della necessità che vaga
serena e ineluttabile per l’anima
e la discioglie in gioia, in incanto serena
perché per l’infinito lo scirocco
se la possa portare.
Come è piccolo il mondo e leggero nelle tue mani!

(da Canti orfici, 1914)

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La poesia di Dino Campana (1885-1932) è quella di un uomo in continua fuga (dalla famiglia, da se stesso, dal mondo), al limite dell’allucinazione che lo porterà infine al manicomio di Villapulci a Scandicci, dove resterà rinchiuso dal 1918 fino alla morte di setticemia. “Entrato nel cuore della notte, non ne è più uscito”, come scrisse Carlo Bo. I suoi versi sembrano spesso approssimativi ma riescono ad esprimere assai efficacemente quelle sue visioni, quei suoi viaggi. Rientra in esse anche questo ritratto di donna,forse una prostituta, che ha in sé tutto il sapore di Genova – il salino, il mare, il vento – e che, per analogia, gli permette di entrare per una volta in sintonia con il mondo.

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Andre Derain

ANDRÉ DERAIN, “DONNA IN CAMICIA”

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LA FRASE DEL GIORNO
Amore, primavera del sogno sei sola sei sola che appari nel velo dei fumi di viola.
DINO CAMPANA, Canti orfici

sabato 7 novembre 2015

Sopra di me le stelle

 

CHARLES WRIGHTWright

ORSA NORDAMERICANA

Inizio di novembre nell’anima,
                    pioggia forte e oro scuro
dagli alberi, luce obliqua
del pomeriggio inoltrato e greve peso sul cuore.
Come sempre svigorito e spento.
Sessantaduenne, voce incolta,
incline alla notte,
sono in piedi e tranquillo sul vialetto vuoto.
Sblocca il mio habitat, luce stellare, fammi insolubile
negativo nel mio fuggire
                    furtiva ombra attraverso la mia bocca.

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Casuale geometria delle stelle,
casuali stringhe di parole
belle come l’alfabeto.
O così le ricordo,
Orsa nordamericana,
Orione, Cassiopea e le Pleiadi,
che cuciono la loro sintassi sul cielo profondo del North Carolina
mezzo secolo fa,
la lingua perduta di notti estive, la pergamena muta
del tempo,
                     trafitta sul suo scuro cilindro celestiale.

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Cosa c’è per noi d’imperturbabile nelle stelle?
                       Quale impulso, quale bassa marea
ci attrae lassù come vertigine, quale
inversione di quota ci spinge verso i loro abissi chiari?
Stanotte, per esempio, qualcosa
ruota dietro i miei occhi,
                       qualcosa d’illacrimato, qualcosa d’innominabile,
filando veloce la tela.
Chi dirà che il cuore dirottato non è tornato alla sua gabbia?
Chi dirà che il respiro d’un angelo non m’ha
                       sfiorato l’orecchio?

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Cammino nel freddo della notte d’autunno pieno
                                                  come Orfeo,
pensando il mio canto, ansioso di voltarmi,
la mia vita svanita un ornamento, una nuvola alla deriva,
dietro di me,
leggera trascendenza di cenere
sepolta e risorta una volta, e poi ancora e ancora.
Il marciapiede si srotola come sonno profondo.
Sopra di me le stelle, stelle austere,
scoprono il volto.
                       Nessun cuore batte alla mie spalle, nessun passo.

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Alcuni di questi fuochi di stelle sono di certo cenere ormai.
Mi gingillo nel cortile,
canticchiando vecchie canzoni che non dicono più niente a nessuno.
Il cappello dell’oscurità fa pendere il cielo notturno
pollice dopo pollice, piede nero dopo piede nero,
                         sopra Blue Ridge.
Com’era luminoso il fuoco del mondo, penso fra me e me,
prima dei capelli bianchi e la cenere dei giorni.
Scruto le costellazioni,
                         dimenticando qualsiasi cosa volevo dire.

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Il marciapiede ancora, si srotola grigio, le nove di sera.
Un vento freddo dal cielo lontano.
C’è un’ultima solitudine dove non sono ancora giunto,
la stanchezza come polvere in gola.
                        Ma fremo dentro il suo contorno,
e mi sento al sicuro, mentre le stelle traboccano, per una notte ancora
come un viandante medievale affrescato con in mano il suo poema,
intorno sempre i cieli.
E come lui, qualcosa di rosso e inviolato
                        sotto i miei piedi.
 

(North American Bear, da Orsa nordamericana, 1999 - Traduzione di Antonella Francini)

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Una sera dei primi giorni di novembre, la pioggia ha incollato le foglie sull’asfalto e ha lucidato l’oro brunito degli alberi. Il poeta statunitense Charles Wright (Pickwick Dam, Tennessee, 1935) cammina per la strada con la sua ombra e i suoi pensieri: guarda le stelle – l’Orsa, Orione, Cassiopea, le Pleiadi – e riflette sullo scorrere del tempo, sul vivere, sulla presenza del divino, sulla poesia, con l’ansia artistica di un solitario Orfeo di città (il riferimento è alla discesa nell’Ade per riprendersi Euridice, con la condizione di non voltarsi mai e di credere quindi nella salvezza di lei, che il cantore però non rispetterà vedendo svanire l’amata).

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The alone umbrella man Painting by Collection 1; The alone umbrella man Art Print for sale

LEONID AFREMOV, “THE ALONE UMBRELLA MAN”

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LA FRASE DEL GIORNO
Qualcosa d’infinito appare oltre ogni cosa, / e poi scompare. / È solo questione di come / si restringono le superfici.
CHARLES WRIGHT, Orsa nordamericana

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