giovedì 28 febbraio 2013

La solitudine

 

PIER PAOLO PASOLINIP_p_pasolini

VERSI DEL TESTAMENTO

La solitudine: bisogna essere molto forti
per amare la solitudine; bisogna avere buone gambe
e una resistenza fuori del comune; non si deve rischiare
raffreddore, influenza o mal di gola; non si devono temere
rapinatori o assassini; se tocca camminare
per tutto il pomeriggio o magari per tutta la sera
bisogna saperlo fare senza accorgersene; da sedersi non c’è;
specie d’inverno; col vento che tira sull’erba bagnata,
e coi pietroni tra l’immondizia umidi e fangosi;
non c’è proprio nessun conforto, su ciò non c’è dubbio,
oltre a quello di avere davanti tutto un giorno e una notte
senza doveri o limiti di qualsiasi genere.
Il sesso è un pretesto. Per quanti siano gli incontri
– e anche d’inverno, per le strade abbandonate al vento,
tra le distese d’immondizia contro i palazzi lontani,
essi sono molti – non sono che momenti della solitudine;
più caldo e vivo è il corpo gentile
che unge di seme e se ne va,
più freddo e mortale è intorno il diletto deserto;
è esso che riempie di gioia, come un vento miracoloso,
non il sorriso innocente o la torbida prepotenza
di chi poi se ne va; egli si porta dietro una giovinezza
enormemente giovane; e in questo è disumano,
perché non lascia tracce, o meglio, lascia una sola traccia
che è sempre la stessa in tutte le stagioni.
Un ragazzo ai suoi primi amori
altro non è che la fecondità del mondo.
È il mondo che così arriva con lui; appare e scompare,
come una forma che muta. Restano intatte tutte le cose,
e tu potrai percorrere mezza città, non lo ritroverai più;
l’atto è compiuto, la sua ripetizione è un rito. Dunque
la solitudine è ancora più grande se una folla intera
attende il suo turno: cresce infatti il numero delle sparizioni –
l’andarsene è fuggire – e il seguente incombe sul presente
come un dovere, un sacrificio da compiere alla voglia di morte.
Invecchiando, però, la stanchezza comincia a farsi sentire,
specie nel momento in cui è appena passata l’ora di cena,
e per te non è mutato niente; allora per un soffio non urli o piangi;
e ciò sarebbe enorme se non fosse appunto solo stanchezza,
e forse un po’ di fame. Enorme, perché vorrebbe dire
che il tuo desiderio di solitudine non potrebbe esser più soddisfatto,
e allora cosa ti aspetta, se ciò che non è considerato solitudine
è la solitudine vera, quella che non puoi accettare?
Non c’è cena o pranzo o soddisfazione del mondo,
che valga una camminata senza fine per le strade povere,
dove bisogna essere disgraziati e forti, fratelli dei cani.

(da Trasumanar e organizzar, Garzanti, 1971)

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Quando leggo i versi di Pier Paolo Pasolini (1922-1975) non trovo nulla da commentare: è tutto lì, scritto sulla carta, chiaramente. Che cos’altro si può aggiungere alla disperazione che trasuda da questo suo “testamento”? È un’analisi di una lucidità impressionante, come solo lui con fare premonitore sapeva fare, non solo delle vicende personali, anche della società, della politica, della condizione italiana. La lacerazione che lo macera e lo tormenta e lo fa soffrire non è soltanto solitudine, è solitudine di un uomo che si sente solo anche quando è con gli altri.

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LANA DEYM CAMPBELL, “ALL IN ONE”

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LA FRASE DEL GIORNO
La vera solitudine è in un luogo che vive per sé e che per voi non ha traccia né voce, e dove dunque l'estraneo siete voi
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LUIGI PIRANDELLO, Uno, nessuno e centomila

mercoledì 27 febbraio 2013

Tutto l’amore del mondo

 

PIERO BIGONGIARIth

SALAMANDRA

Il tuo occhio guarda nel fuoco
la visione brucia
un gelo nutre il seme della luce
nel ghiaccio, la banchisa
celeste si sfa.
Io non so quel che è stato
la terra si cretta, escono scorpioni
il ragno sale al centro della tela
il mare opina
che il sole esiste per tingersi di terra
sulle acque pensieroso.
Non oso, amore, non oso
chiamarti.
Appoggiata a una domanda non é una risposta
ma tutto l'amore del mondo
è una parola.

(da Terre emerse, 1966)

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La salamandra non è solo un anfibio, è anche un essere mitologico assurto a simbolo di resurrezione e di rinascita per l’erronea credenza medievale che potesse attraversare il fuoco rimanendo illesa. Eccola protagonista di questa poesia di Piero Bigongiari (1914-1997), uscire dai versi di un ermetismo puro a rappresentare la forza dell’amore emerso da un paesaggio apocalittico.

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PATRICIA ALLINGHAM CARLSON, “FIRE SALAMADRA”

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LA FRASE DEL GIORNO
Lei gli domandò in quei giorni se era vero, come dicevano le canzoni, che l'amore poteva tutto. – È vero – le rispose lui – ma farai bene a non crederci.
GABRIEL GARCÍA MÁRQUEZ, Dell’amore e di altri demoni

martedì 26 febbraio 2013

Un altro

 

ANTONIO GAMONEDAAntonio-Gamoneda

TU

Cadere in un volto, esistere
con il suo respiro e la sua bocca…
Quando eri in pericolo,
gridasti, ma fu
nella gola di un altro essere umano;
si sollevò il tuo corpo
e fu nelle braccia di un altro essere umano.
Allora hai capito.
E il tuo bisogno e il tuo dolore
non furono più come prima. Tu
non vedi segni. E disprezzi
tutti i dubbi. Il tuo pensiero
non è uno specchio che tace; è amore
e destino e comportamento e vita.

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L’Altro. Alla fine è nell’Altro che esistiamo – in fondo è il sunto del messaggio evangelico. Non siamo entità capaci di esistere da sé, ma dobbiamo appoggiarci a qualcuno, sostenerci. Questo interagire è vivere, come dice il poeta spagnolo Antonio Gamoneda (Oviedo, 1931): lo è l’amore, naturalmente, lo è quell’intreccio con altre esistenze che è la nostra vita.

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MARCEL-LOUIS BAUGNIET, “LE BAISER, 1925”

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LA FRASE DEL GIORNO
Soavi le tue mani nelle mie / e io sentii la gravezza e la luce / e tu che mi vivevi dentro il cuore
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ANTONIO GAMONEDA

lunedì 25 febbraio 2013

Ah, quei bei giorni

 

JOHANN WOLFGANG GOETHEgoethe (1)

PRIMA PERDITA

Ah, quei bei giorni chi può riportarmi,
Ah, quei bei giorni del mio primo amore
Ah, chi un'ora soltanto, può ridarmi
Di quella beata stagione!

E sto solo, la piaga ad attizzarmi
E quanto più si rinnova il dolore
rimpiango quella gioia che è passata.

Ah, quei bei giorni chi può riportarmi
di quella beata stagione!

(Traduzione di Luciano Luisi)

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Sul primo amore fioriscono aforismi e poesie, detti proverbiali e romanzi. È quello che portiamo più a lungo nel cuore e al quale si ritorna spesso – ricordo che anni fa uno studio valutò essere le nozze più felici quelle con il primo amore, specie se avvenute a distanza di tempo e dopo altre esperienze. Quel primo innamoramento che viene a sconvolgere le nostre giovani vite cova sotto la cenere e come il fuoco torna a divampare di tanto in tanto, riacceso dal mantice della memoria: così si spiega tutto il rimpianto di Johann Wolfgang Goethe (1749-1832), la sua nostalgia per un amore perduto e per un passato che non c’è più, per la giovinezza svanita e la gioia rimasta soltanto nello scrigno dei ricordi più cari.

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FOTOGRAFIA DAL WEB

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LA FRASE DEL GIORNO
Il primo amore che entra nel cuore è anche l'ultimo a uscire dalla memoria
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JEAN ANTOINE PETIT-SENN

domenica 24 febbraio 2013

Kiarostami poeta

 

Abbas Kiarostami (Teheran, 1940) è un celebre regista iraniano: nel 1997 vinse la Palma d’oro a Cannes con Il sapore della ciliegia. Ma lui dice di essere soprattutto un poeta. I suoi versi hanno il sapore degli haiku, pur non essendo haiku, ma ne incarnano la stessa brevità che condensa emozioni, arrivando all’osso, dopo aver prosciugato tutto ciò che non è indispensabile. C’è chi trova questi versi sublimi, chi banali. Questi che presento sono tratti da Il lupo in agguato – il titolo, tra l’altro, è una delle micropoesie – edito da Einaudi nel 2005 con la traduzione di Riccardo Zipoli. Io propendo più per la seconda ipotesi. A voi il giudizio…

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Chi conosce
il dolore del bocciolo
quando si apre?

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Ho fotografato un albero
ed è arrossito
che ci crediate o no.

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In tua assenza
la giornata
è di 24 ore esatte,
in tua presenza
a volte di meno
a volte di più.

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*

Dal gracidare delle rane
misuro
la profondità dello stagno.

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LA FRASE DEL GIORNO
Scrivere versi consiste nel combinare le parole dentro la mente nella più totale indipendenza e immediatezza
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ABBAS KIAROSTAMI

sabato 23 febbraio 2013

Quante donne

 

JOSEP PALAU I FABREjosep_palau_i_fabre[1]

LA DONNA

Quante donne dormono
nei miei versi, ah,
per sempre...

(da Poemas de l’alquimista, 1952)

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Nove parole soltanto in questo epigramma ma in esse il poeta catalano Josep Palau i Fabre (1917-2008) infila tutte quante le Muse che stanno dietro la sua poesia, quella letteralmente fatta a pezzi negli Epigramas dorados, opera giovanile del 1936 “Vorrei svelare la tua / pelle di seta / per farmi un rifugio / di sogno nella notte fredda”, quella che appare in questa stessa raccolta sotto forma di bianca donna apparsa nella musica dell’acqua di una cascata o la Ana che gli passa le mani tra i capelli. Infine, è lo stesso poeta a confessare: “Non ho tempo per amare: non ho il braccio abbastanza grande / – Clara, Barbara, amiche –/ per potervi stringere, / per trattenere la vita”.

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Denis

MAURICE DENIS, “LES MUSES”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ti scrivo parole infuocate con una matita rossa. / se ti parlo del bacio è già un po’ baciarti
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JOSEP PALAU I FABRE, Poemas de l’alquimista

venerdì 22 febbraio 2013

Nel fondo della città

 

GIOVANNI RABONIgiovanniraboni001

CITTÀ DALL’ALTO

Queste strade che salgono alle mura
non hanno orizzonte, vedi: urtano un cielo
bianco e netto, senz'alberi, come un fiume che volta.
dei signori e dei cani
Da qui alle processioni che recano guinzagli, stendardi
reggendosi la coda
ci saranno novanta passi, cento, non di più: però più giù, nel fondo
della città
divisa in quadrati (puoi contarli) e dolce
come un catino... e poco più avanti
la cattedrale, di cinque ordini sovrapposti: e proseguendo
a destra, in diagonale, per altri
trenta o quaranta passi - una spanna: continua a leggere
come in una mappa - imbrocchi in pieno l'asse della piazza
costruita sulle rocciose fondamenta del circo
romano
grigia ellisse quieta dove
dormono o si trascinano enormi, obesi, ingrassati
come capponi, rimpinzati a volontà
di carni e borgogna purché non escano dalla piazza! i poveri
della città. A metà tra i due fuochi
lì, tra quattrocento anni
impiantano la ghigliottina.

(da Le case della Vetra, Mondadori, 1966)

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È una Milano molto particolare questa che Giovanni Raboni (1932-2004) va considerando, anzi quasi accatastando muro per muro: il disegno che il poeta di Via San Gregorio fa della sua città è quello di un mondo spettrale e paradossalmente privo di qualsiasi orientamento, nonostante la quasi maniacale descrizione dei dettagli. È una mappa non per ritrovarsi, ma per perdersi, per uscire spaesati non solo in senso spaziale ma anche in senso temporale, come testimonia la chiusa che lascia alienati e straniati.

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FOTOGRAFIA © SKYSCRAPER CITY

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LA FRASE DEL GIORNO
La Milano che più mi riguarda e mi emoziona la ritrovo, ormai, soprattutto nella memoria
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GIOVANNI RABONI, Milano, la città e la memoria

giovedì 21 febbraio 2013

Un piccolo circo

 

LUCIANO ERBAerba

IL CIRCO

Un circo è un circo, anche un piccolo circo.
Il mio paese sembrava più leggero
la sera, quando issata l'alta cupola
le bandiere si alzavano nel cielo,
 
quando un drin drin di giochi e carabattole
faceva più spediti il cuore e i passi
i colori apparivano più veri
nell'aria nuova, era marzo, era la sera,
 
soprattutto l'azzurro, la lontana
linea dei monti, il fumo dei camini
e la notte al di là del campanile
che attendeva la fune del funambolo.
 
Partiva il circo la mattina presto
furtivo, con trepestìo di pecorelle,
io poiché, fatti miei, stavo già desto
vedevo svanire il circo e poi le stelle.

(da L’ipotesi circense, Garzanti, 1995)

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Il circo, ma un circo fiabesco, che attinge ai vasti territori dei ricordi: un circo senza animali, come è giusto che sia, ma con i clown, i funamboli e i trapezisti. Attraversa il paese in questa poesia di Luciano Erba (1922-2010) ed è come la stellina sul Rio Bo di Palazzeschi: nobilita con la sua colorata presenza, con il suo allegro vociare quel “microscopico paese, è vero, / paese da nulla, ma però…”

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IMMAGINE © ART SALE

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LA FRASE DEL GIORNO
Il circo è una specie di specchio in cui la cultura si riflette, condensata e allo stesso tempo trascesa.

PAUL BOUISSAC, Circo e cultura

mercoledì 20 febbraio 2013

Muro primitivo

 

JUAN GIL-ALBERTgil_albert

CURA DEL CAMPO

Le pietre collocate sulle pietre
in questo muro primitivo
e qualche vecchio ulivo.
Non so perché certe cose
che non dicono nulla,
che analizzate con cura sono cose
degne di nulla,
hanno sul mio animo un influsso
di inestinguibile pace.
Si direbbe che sento le mie radici
in questi limiti depurati
che non rappresentano nulla,
nella loro antichità
di un’umiltà tanto salda
come se un’attrazione familiare
mi trattenesse lì.
Come se una voce mi dicesse
dentro di me:
questa fede affascinante
è la povertà.

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Ci sono paesaggi che ci affascinano, che ci calmano, che hanno il potere di farci sentire in armonia. Paesaggi come quello che descrive in questi versi che analizzano il suo stato d’animo il poeta spagnolo Juan Gil-Albert (1904-1994): un semplice muretto a secco nella campagna, alcuni vecchi olivi persi nella solitudine di un luogo arido e deserto hanno la capacità di farlo sentire in pace come un novello San Francesco.

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Sirmione

FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

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LA FRASE DEL GIORNO
Ah, lenta violenza della mia vita, / la grazia di un abisso che frastorna, / l’oscuro principio originario / che arrampica con la tua verde linfa alata / il confine smisurato!
JUAN GIL-ALBERT

martedì 19 febbraio 2013

Una comune lingua

 

GIORGIO VIGOLOauGV

LA COLLINA

Uscire ai campi ancora mi consola
e solo andare in compagnia degli alberi
a toccare il cielo sulla collina.
Una capra legata
brucava in un pendio:
io mi fermai a parlare con la capra,
l'aiutai a districare la zampa:
essa mi ringraziò con voce umana.
Nulla è più bello al mondo
che quando si comunica,
e coi ciottoli, gli uccelli, i fili d'erba
si trova una comune lingua.
Ma è più facile parlare a una capra
che comunicare con l'uomo.
Perciò mi piace salire sulla collina
e vedere la città di lontano
coi suoi alveari di vespe stizzite.
Io ho litigato con loro.

(da Fantasmi di pietra, Mondadori, 1977)

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C’è una incomprensione alla base  di questi tardi versi di Giorgio Vigolo (1894-1983), poeta romano: andare su uno dei colli della Capitale e guardare la città dall’alto è segno di estraniamento da quella società, dal convito umano, è un messaggio di non appartenenza a quel mondo che è venuto creandosi, a quel tessuto sociale formatosi nel corso del tempo. Solo la natura ha adesso “una comune lingua” con il poeta disincantato: sono le piante, gli uccelli, i prati, le pietre ormai i suoi interlocutori. E non deve sfuggire il paragone con “La capra” di Umberto Saba: lo stesso “belato fraterno” non è qui segno di un medesimo dolore ma di una contrapposizione alla genia umana, non sempre così riconoscente come la capra cui il poeta ha liberato una zampa prigioniera di un viluppo di rovi.

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FOTOGRAFIA © JOLIE JACOBS

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LA FRASE DEL GIORNO
O alberi salmisti, con pianete / di luce, il vostro salmo / rimormoro devoto nel mio cuore
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GIORGIO VIGOLO, La luce ricorda

lunedì 18 febbraio 2013

Tutte tue son le parole

 

CAMILLO SBARBAROCamillo_Sbarbaro

ORA CHE SEI VENUTA

Ora che sei venuta,
che con passo di danza sei entrata
nella mia vita
quasi folata in una stanza chiusa -
a festeggiarti, bene tanto atteso,
le parole mi mancano e la voce
e tacerti vicino già mi basta.
Il pigolìo così che assorda il bosco
al nascere dell'alba, ammutolisce,
quando sull'orizzonte balza il sole.

Ma te la mia inquietudine cercava
quando ragazzo
nella notte d'estate mi facevo
alla finestra come soffocato:
che non sapevo, m'affannava il cuore.
E tutte tue son le parole
che, come l 'acqua all'orlo che trabocca,
alla bocca venivano da sole,
l’ore deserte, quando s'avanzavan
puerilmente le mie labbra d'uomo
da sé, per desiderio di baciare...

(da Pianissimo, Libreria della Voce, 1914)

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L’amore prima o poi viene a consolare le nostre vite. Da ragazzi lo andiamo inseguendo con i turbamenti tipici dell’età, e lo immaginiamo, e lo ricostruiamo nei nostri sogni vestendolo di immagini fantastiche. Camillo Sbarbaro (1888-1967) ricorda quel suo puerile e ansioso desiderio ora che l’amore è appagato e il vuoto dell’anima è stato almeno per un poco riempito, ora che una donna, Dina, è entrata nella sua vita simile a una raffica di vento allegra e dolce come una danza, vitale come il sorgere del sole che fa tacere gli uccelli: è naturale dunque che quelle parole, che quelle poesie di un ragazzo destinate a una figura di sogno diventino dunque patrimonio di Dina.

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ANDRÉ BRASILIER, “LES RIDEAUX JAUNES”

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LA FRASE DEL GIORNO
Non penso più. Sono contento e muto. / Batte il mio cuore al ritmo del tuo passo
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CAMILLO SBARBARO, Pianissimo

domenica 17 febbraio 2013

Il tuo nome, amore

 

ALEXANDRE O’NEILLalex_oneill01

IL TUO NOME

Fiore del caso o uccello fascinoso
Parola tremante nelle reti della poesia,
Il tuo nome, come il destino, arriva,
Il tuo nome, amore, il tuo nome che nasce
Da tutti i colori del giorno!

(da No Reino da Dinamarca, 1958 – Traduzione di Antonio Tabucchi)

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Il nome non è un’indicazione puramente arbitraria per designare una persona: è quella persona, soprattutto quando si attinge alla sfera dell’affetto. “Due persone che iniziano ad amarsi ripetono l'una il nome dell'altra e spesso tornano con il pensiero a dire e ridire quel nome. Perché il nome è più che una parola: invoca ed evoca la presenza” nota il teologo Ermes Maria Ronchi. Di più, per il poeta innamorato quel nome diventa poesia, come in questi versi dello scrittore portoghese Alexandre O’Neill (1924-1986) in cui anche il Surrealismo si stempera.

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SIR GULAM HUSAIN, “WOMEN”

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LA FRASE DEL GIORNO
Un nome qualunque non esiste, per così dire non si dà in natura: ogni nome reca una certa carica di destino
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TOMMASO LANDOLFI, A caso

sabato 16 febbraio 2013

Strane cose

 

MAROSA DI GIORGIOMarosa-di-Giorgio

ANDANDO PER QUEL CAMPO, SPUNTAVANO, ALL’IMPROVVISO

Andando per quel campo, sbucavano all’improvviso quelle strane
cose. Le chiamavano, lì intorno, virtù o spiriti. Ma
in realtà erano il prodotto di esseri tristi, quasi immobili,
                          che mai uscivano da quel luogo.
Cose dell’altro mondo, sembrava, e quasi eterne,
perché il vento e la pioggia le lavavano e lucidavano, ogni volta
di più. Bisognava vedere quelle nevi, quelle creme,
quei funghi purissimi… Quella rugiada, quelle uova,
                           quegli specchi.
Scultura, o pittura, o scrittura, mai vista, ma facilmente
                           decifrabile.
Nel leggervi attraverso, sorgeva tutto il passato e risultava evidente
                           il futuro.
I poeti più grandi sono là, dove io dico.

(da Clavel y tenebrario, 1979)

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La poetessa uruguayana Marosa Di Giorgio (1932-2004) amava molto la mitologia e un particolare luogo di moderni miti risulta essere anche questo campo vagamente surreale dove ad emergere sono alla fine le arti: è grazie ad esse, alla scultura, alla pittura, alla scrittura – e soprattutto alla poesia – che possiamo comprendere il passato e intravedere il futuro.

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FOTOGRAFIA © MICHAEL KAHN

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LA FRASE DEL GIORNO
Il compito attuale dell'arte è di introdurre il caos nell'ordine
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THEODOR ADORNO, Minima moralia

venerdì 15 febbraio 2013

Un cuore di farfalle

 

UMBERTO BELLINTANI

AMERIGO SCALABRINO

Al posto del cuore non aveva
una pietra, Amerigo Scalabrino.
Ma un pugno aveva di farfalle e un pugno
di uccellini, così piccoli
che a tenerli sul palmo della mano
tanti ne contavi quanti
avrebbero fatta la gioia di un fanciullo
insaziabile. Perciò
a volare nei giorni a primavera
ci godeva un suo mondo. Ma appena
un pigolio avvertiva, un singhiozzare
di gattino o d'insetto la sua anima
si rompeva in infiniti frantumi
e tutta quanta si perdeva
allora in un gran buio.

(da E tu che m’ascolti, 1963)

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Il poeta mantovano Umberto Bellintani (1914-1999) tratteggia qui una figura di ingenuo sensibile, un uomo puro e semplice che vive in empatia con il mondo e gioisce e soffre per un volo di farfalle o un pigolare di uccellini: Amerigo Scalabrino è un’anima candida e priva di malizia, di quelle che sempre meno appaiono nella nostra società moderna.

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ANTONIO LIGABUE, “AUTORITRATTO CON SCIARPA ROSSA”

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LA FRASE DEL GIORNO
Essere ingenuo vuol dire aver serbato una qualche purezza di vita; ancora significa poter godere qualche ora più chiara per le strade del mondo.
ANTONIO BELTRAMELLI, I tre tempi

giovedì 14 febbraio 2013

Poesie per San Valentino

 

Un regalo per San Valentino: tre poesie. La prima risale al XV secolo ed è un “rispetto” di Angelo Poliziano (1454-1494): il colpo di fulmine e l’amore che si giura eterno. La seconda è della poetessa egiziana naturalizzata francese Andrée Chedid (1920-2001): un auspicio e un monito per gli innamorati. La terza, del poeta ligure Giuseppe Conte (Imperia, 1945), è una riflessione sull’essenza stessa dell’amore.

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ANGELO POLIZIANO220px-Angelo_Poliziano

IL PRIMO GIORNO CHE TI VIDI MAI

Il primo giorno che ti vidi mai,
disposi d’amarti fedelmente,
se tu vai, io vo; sto, se tu stai;
e quel che fai tu fo similmente:
i’ sono contento, se tu letizia hai;
e se tu hai mal, ne sono dolente;
se piangi, i’ piango; e se tu ridi, i’ rido.
È questo che ‘l comanda Amor Cupido.

(da Rime, 1495)

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ANDRÉE CHEDIDAndree_chedid

PER COLORO CHE SI AMANO

Che tra le loro mani il fiume si meravigli
Che tra le loro labbra i respiri siano stellati
E prodiga la brezza al loro accordo

Che parlino lo stesso linguaggio
Che partano e poi che veglino
Che soprattutto veglino
Le trappole son tese
Fin dentro al loro cuore.

(da Textes pour la terre aimée, 1955 – Traduzione di Paola Décina Lombardi)

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GIUSEPPE CONTEgiuseppe-conte

ENERGIA MUTABILE

L'amore vero, tu lo sai, è volere
la gioia di chi non ci appartiene
è questo uscire, traboccare

da se stessi, come il sangue dalle vene
per un taglio, è l'irrinunciabile,
amore energia mutabile eterno bene.

(da Dialogo del poeta e del messaggero, Mondadori, 1991)

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SIR FRANCK DICKSEE, “ROMEO AND JULIET”

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LA FRASE DEL GIORNO
Amare è trovare la propria anima / attraverso l'anima dell'amato. / Quando l'amato si ritrae dalla tua anima / allora tu l'hai perduta
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EDGAR LEE MASTERS, Antologia di Spoon River

mercoledì 13 febbraio 2013

Centenario di Luigi Fiorentino

 

Luigi Fiorentino, poeta poco noto ai circuiti letterari, nasceva esattamente cento anni fa, il 13 febbraio 1913 a Mazara del Vallo. Dopo la guerra, la Resistenza e l’esperienza nei lager tedeschi, si stabilì a Siena, dove insegnò letteratura spagnola e letteratura iberoamericana all’Università, così come in seguito ad Arezzo e a Trieste, dove morì nel 1981.

La poesia di Luigi Fiorentino denota qualche eco di Mallarmé, di cui fu traduttore, e si bilancia tra realtà e mito, tra atmosfere surreali e motivi invece altamente reali: l’amore, la natia Sicilia, l’esperienza di guerra. Si può citare l’introduzione di Ettore Mazzalia a Un fiume un amore, raccolta edita nel 1961: secondo il critico, la poesia di Fiorentino è “franca ricerca di verità che resistono”.

Segnalo, in occasione del centenario, la pagina Facebook creata dalla figlia Beatrice, e il sito, attivo da tempo, dedicato al poeta: Luigi Fiorentino, poeta e scrittore in terra di Siena. E ancora la prossima uscita di una silloge – Edilet editore -  con prefazione di Raffaello Utzeri.

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FOTOGRAFIA © WWW.LUIGIFIORENTINO.IT

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da CIELO E PIETRA, 1957

 

BALLATA DELLA NEVE

(DA LAGER A LAGER)

La neve.
        La fatica.
                 Lo sgomento.
La colonna già in marcia nella neve.
II passo dentro la neve. La frusta
degli aguzzini:
Los!
Avanti, presto.
La landa senza termine, echeggiante.
E la fame di mesi sopra mesi.
Chi crollava era pietra sulla neve.
E
los. Ancora los. Sempre los
.
Andava la colonna nella neve.
Soldati a reggimenti, spettri
squallidi con la bocca cucita, nella neve,
con gli occhi di cristallo, tra la neve.
E la fame, la fame, la stanchezza.
(«Addio, capitano».«Madre, addio,
o argine fiorito nelle mie pene».
«Amata, amore, dolce amore, anima,
non m'attendere più. Ritorno a Dio,
e ho pugnali d'odio dentro gli occhi.
Ma se non posso, tu perdona il male.
La vita è nell'amore. Amore, addio».)
Andava la colonna, nella neve.
E la fame, la fame, il passo rotto,
il vento sulla neve un'ala immensa,
il cielo solo neve.
Los!
                              In coda
lento avanzava il carro dei morenti.

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da SENTIMENTO DI GRECIA, 1960

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SULLE PALPEBRE CHIUSE

Come rossa è la luna nella sera
e come avvampa tra le rocce il fiore,
così il tuo viso se tremando mormoro
sulle palpebre chiuse le parole
care. O cara, fiammeggiano i ricordi.
E quel grillo che lima in qualche parte
il suo strillo, ci reca in altro luogo
e in altro tempo: fuochi bianchi, spersi
e ritrovati sotto questo azzurro
che t’incanta e m’incanta, e ci fa lievi.

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da UN FIUME UN AMORE, 1961

 

ANIMA DI COLOMBA…

Anima di colomba o fatta d’aria,
si scioglie in trite sillabe la voce.

Tremante amore, la memoria resta,
il cadenzare lieve del tuo passo,
la finestra da cui guardammo il mare,
l’isola che ci accolse e ti rapì.
Ora la pioggia e il vento ho per compagni,
e la notte. Ed è lunga la notte.
Il vento è un mare. Altro mare è la pioggia.
E notte e vento e pioggia, e quest’angoscia.

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SPARTA

Tanta gloria fu pianto alle Termopili,
nella stessa Platea. Di quei prodi
non altare, ma polvere che il vento
consegna sui cipressi e sulle case
di questa Sparta che ne usurpa il nome
in faccia all’Eurota. Così il tempo
devastando si vendica e tacendo.
Non c’è gloria nel pianto, né potenza
che non lasci nel vento le sue tombe.

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LA FRASE DEL GIORNO
Tutta la terra è musica che vive.

LUIGI FIORENTINO, Basalto del tuo corpo

martedì 12 febbraio 2013

Scaramuccia e Pulcinella

 

PAUL VERLAINE403px-Paul_Verlaine

BURATTINI

Scaramuccia e Pulcinella,
uniti da un malvagio disegno,
gesticolano neri contro la luna.

Intanto l'eccellente dottore
bolognese coglie lentamente
i semplici nell'erba bruna.

Allora sua figlia, musetto grazioso,
sotto la pergola, di nascosto,
scivola via mezza nuda alla ricerca

del suo bel pirata spagnolo,
del quale un languido usignolo
grida lo sconforto a squarciagola.

(da Feste galanti, 1869)

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Martedì grasso. Come celebrare meglio il Carnevale se non con questi personaggi della Commedia dell’Arte messi in scena da Paul Verlaine (1844-1896) in una foresta come se fossero usciti da un dipinto di Watteau? Saltellano, si rincorrono l’un l’altro, danzano, cantano, amoreggiano: l’essenza stessa del carnevale, prima che venga la Quaresima ad azzerare i piaceri, a ricordare all’uomo che un giorno sarà cenere. Ma ora è tempo di allegria, è tempo di danzare con il fanfarone capitano Scaramuccia, l’irriverente Pulcinella, il cavilloso e presuntuoso dottor Balanzone…

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JOHANNES LINGELBACH, CARNEVALE A ROMA

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LA FRASE DEL GIORNO
Una volta all’anno è lecito fare follie.
PROVERBIO LATINO

lunedì 11 febbraio 2013

Un attimo tra i fiori

 

WEN TINGYUN220px-Wen_Tingyun

SPILLONE D’ORO TRA I CAPELLI

Spillone d’oro sui capelli
bianco e rosa il suo viso
ci incontrammo per un attimo tra i fiori
«Tu comprendi i miei sentimenti…»
«Ti ringrazio per la tua compassione…»
Soltanto il cielo è testimone
                            di questo nostro amore

Incenso ridotto in cenere
candela dissolta in lacrime:
a ciò somigliano i nostri cuori
                                 il tuo e il mio
Il cuscino è rimasto intatto,
fredda la coperta di seta
quando mi desto la notte
                          è quasi passata

(Traduzione di Girolamo Mancuso)

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Il poeta e la cantante: così si possono riassumere sinteticamente questi versi di Wen Tingyun (820-870). È lui il poeta dell’epoca Tang che si lascia ammaliare da una cantante – e non deve sembrare strano che ciò accada nella Cina del IX secolo: come scrivono Aylung e Mackintosh, “L’uomo colto cercava compagnia intellettuale fuori dalla famiglia, o con i suoi colleghi letterati o con le cortigiane o le cantanti. Queste ultime erano spesso istruite almeno al punto di parlare il linguaggio poetico della loro clientela”. Nasce e muore dunque questo amore tra il poeta Wen Tingyun e l’anonima cantante. Ma, ahimè, quel che resta sono solo due cuori ridotti in cenere come coni d’incenso…

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ANTICO DISEGNO CINESE

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LA FRASE DEL GIORNO
Sugli alberi della fenice / cade la pioggia notturna / indifferente all'amara tristezza / di amanti divisi
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WEN TINGYUN

domenica 10 febbraio 2013

Il mio amore era una canzone

 

SANTIAGO MONTOBBIOFoto S_ Montobbio (AX77)

LA POESIA È UN FONDALE D’ACQUA DI MARE, XIII

Un’antica canzone che si fa in frammenti.
Ha un ritornello orecchiabile e solo l’oblio
la canticchia ormai, quando è di buon umore,
come di domenica. Una canzone sul ricordo
fattasi in frammenti e così il mio amore, verso di te
composto, teso verso di te, come delle mani o delle albe
intessute in questa canzone nata solo per te
e che il vento te la sussurri in ogni momento
orfano, appena svoltato l’angolo. Il mio amore
era una canzone. Ma tu l’hai mandata
in frantumi.

(da Poesia, n. 279, febbraio 2013 – Traduzione di Amaranta Sbardella)

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Poesia originale questa di Santiago Montobbio (Balanzó, 1966), poeta catalano attento ai temi dell’oblio e dell’amore ma soprattutto della parola, mezzo che esprime la vita: “In una poesia sono sempre io stesso. In una poesia / ardo, illumino. Navigo nella notte. Naufrago, / mi consumo. Nella poesia vivo. Verso di te / nella poesia mi costruisco”. Come scrive la traduttrice Amaranta Sbardella: “Il poeta, consapevole della propria solitudine, accetta il carico di un destino amaro e spettrale per rifugiarsi tra le morbide sinuosità dei versi, tra parole che si ripetono di poesia in poesia a delimitare un campo semantico sempre più orientato verso la riflessione metafisica”.

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DISEGNO © ATZGEREI’S HAND ARBEITEN

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia può essere la nostalgia o essere un’anfora
. / La poesia è fatta, come loro, per conservare la vita dentro.
SANTIAGO MONTOBBIO, La poesia è un fondale d’acqua di mare

sabato 9 febbraio 2013

Il tempo e l’amore

 

AMALIA BAUTISTAAmalia Bautista

DUBBIO

Passato il tempo
gli amanti perfetti si chiedono
se facevano l’amore
o se l’amore li ha fatti.

E li ha disfatti.

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Il tempo, ah, il tempo! Come scriveva Miguel de Cervantes nel Don Chisciotte, “ha più forza il tempo per disfare e mutare le cose che non la volontà degli uomini”. E tutto deve sottostare alle regole del tempo, sgretolarsi a poco a poco. La vita stessa, l’amore, la passione ne sono coinvolti. Il dubbio degli amanti messi in scena dalla poetessa spagnola Amalia Bautista (Madrid, 1962) sono la conferma dell’adagio popolare che dice: “L'amore fa passare il tempo ed il tempo l'amore”.

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ELLIOTT ERWITT, “USA, CALIFORNIA, 1955”

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LA FRASE DEL GIORNO
Vi è un tempo dell'amore come v'è un tempo in cui si vive nella culla felice. Ma la vita stessa ce ne sospinge fuori
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FRIEDRICH HÖLDERLIN, Iperione

venerdì 8 febbraio 2013

La grande aria serena

 

ALFONSO GATTOalfonso_gatto

TORNERANNO LE SERE

Torneranno le sere a intepidire
nell’azzurro le piazze, ai bianchi muri
la luna in alto s’alzerà dal mare
e nella piena dei giardini il vento
fitto di case, d’alberi, di stelle
passerà per la grande aria serena.
Torneranno nel sogno anche le voci
delle famiglie illuminate a cena,
la rapida ebrietà del loro riso.
O finestrelle, pozzi, logge, vetri
affacciati alla vita, allo spiraglio
delle fresche delizie e dei rimpianti,
o luna nuova sulla mia memoria,
tornate ad albeggiare con quel canto
di parole perdute, con quei suoni
struggenti, con quei baci morsi al buio.
Siate la polpa rossa dell’anguria
spaccata in mezzo alla tovaglia bianca.

(da La storia delle vittime, Mondadori, 1966)

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Torneranno i bei tempi. È quello che si dice in anni di guerra o più semplicemente nei giorni di crisi, non solo quella economica e sociale, ma anche quella privata e personale di ogni individuo. È quel sentimento di speranza che Alfonso Gatto (1909-1976) fa trapelare qua e là nei suoi versi: “Tornerà tornerà, / d' un balzo il cuore / desto / avrà parole? / Chiamerà le cose, le luci, i vivi?” e ancora “Ritornerà sul mare / la dolcezza dei venti / a schiuder le acque chiare / nel verde delle correnti”. Dopo ogni notte, per quanto buia essa sia, spunta sempre la luce dell’alba.

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EDWARD HOPPER, “SUMMER EVENING”

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LA FRASE DEL GIORNO
Dalla ressa / del giubilo scampati al nostro intento / d’essere sole e pietra, nelle mani / segnammo la tenacia del domani / da scavare nel tempo
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ALFONSO GATTO, La storia delle vittime

giovedì 7 febbraio 2013

Dove l’erba non è come qui

 

ATTILIO BERTOLUCCI220px-Attilio_Bertolucci

L’ERBA

Io voglio tornare a vivere dove l'erba
non è come qui puro ornamento, gioia degli occhi
che dura l'anno intero.
Di questi giorni misera si consola
d'un sole fugacissimo, e a quella
spera ingannevole, a quel breve calore
ride un poco tremando. Ma già
l'aria abbuia, chi è in cammino s'affretta,
cerca con gli occhi riverberi di fuochi e di lampade:
presto nevica, sarà tutto finito ancora una volta.

(da Viaggio d’inverno, Garzanti, 1971)

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L’erba delle aiuole, degli spartitraffico, l’erba di città – è quella che vede il poeta Attilio Bertolucci (1911-2000) negli Anni ‘60, quando vive a Roma e prova nostalgia della terra natia, di Parma, di Casarola, del Cinghio – “Nessuno di voi, nessuno che venga dal Nord / mi porta notizie di casa, / le ultime, come fosse il tempo / a Parma, prima che il treno partisse?” si chiede in un’altra poesia di Viaggio d’inverno. L’erba che sogna è quella dell’Oltretorrente, dell’Appennino, della capanna indiana protagonista del poemetto del 1951: l’erba d’inverno che secca e impoverisce e trema sotto la neve aspettando primavera. Bertolucci però sa bene che quell’illusorio sogno di fine inverno dona speranze di primavera ma poi cade riportando il freddo delle notti: la medesima illusione che gli procura pensare ai suoi luoghi, calore effimero che presto svanisce.

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Riverbank

FAITH TE, “RIVERBANK”

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LA FRASE DEL GIORNO
La memoria è una strada che si perde / e si ritrova dopo un’ansia breve.
ATTILIO BERTOLUCCI, La capanna indiana

mercoledì 6 febbraio 2013

T’ho barattato, amore, con parole

 

CRISTINA CAMPOCristina-Campo-1

AMORE, OGGI IL TUO NOME

Amore, oggi il tuo nome
al mio labbro è sfuggito
come al piede l'ultimo gradino...

ora è sparsa l'acqua della vita
e tutta la lunga scala
è da ricominciare.

T'ho barattato, amore, con parole.

Buio miele che odori
dentro diafani vasi
sotto mille e seicento anni di lava -

ti riconoscerò dall'immortale
silenzio.

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“Se qualche volta scrivo è perché certe cose non vogliono separarsi da me come io non voglio separarmi da loro. Nell’atto di scriverle esse penetrano in me per sempre – attraverso la penna e la mano – come per osmosi”: Cristina Campo (1923-1977), poetessa, scrittrice e traduttrice, fece della poesia un atto mistico, arrivando a cesellare le parole e i versi, addensandoli ma contemporaneamente rendendoli leggeri. L’amore è allora una distrazione che viene a sconvolgere la ricerca del divino, della bellezza, pur nel suo dolcissimo apparire.

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ROBERT MOTHERWELL, “JE T’AIME”

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LA FRASE DEL GIORNO
Non è la bellezza ciò da cui si dovrebbe necessariamente partire? È un giacinto azzurro che attira col suo profumo Persefone nei regni sotterranei della conoscenza e del destino. Si può senza dubbio chiamare «esorcismo» questo attrarre, per mezzo di figure, lo spirito, che di certe cose ha sempre una grande paura. Questo fanno i miti. Questo dovrebbe fare la poesia
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CRISTINA CAMPO, Sotto falso nome

martedì 5 febbraio 2013

Come i limoni di Montale

 

AURORA LUQUEAurora-Luque

I DUBBI DI EROS

Montale: i limoni splendenti, intravisti
in un cortile d’inverno:
le trombe d'oro della solarità.
Non servono altre parole per l’eros.
Lascialo muto: non cresca la sua lingua.
E non sia cieco: veda, canti e impari con gli occhi.
Non dargli altre parole.
Se lo metti nelle lettere, nei versi, nei sussurri
ad alta notte,
lo dissangui, lo decomponi,
lo imbalsami.
Non abbia voce, e viva
come i limoni ammirati da Montale.

(da Camaradas de Ícaro, 2003)

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Forse l’amore ha bisogno di parole per essere espresso, ci dice la poetessa spagnola Aurora Luque (Almería, 1962): l’eros, il desiderio amoroso, invece no, gli bastano gli occhi, gli basta quella semplice e aspra nudità del reale che Eugenio Montale espresse come linea guida della sua poetica nella celeberrima I limoni: “Quando un giorno da un malchiuso portone / tra gli alberi di una corte / ci si mostrano i gialli dei limoni; / e il gelo dei cuore si sfa, / e in petto ci scrosciano / le loro canzoni /le trombe d’oro della solarità”.

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OCEAN QUIGLEY, “LEMONS”

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LA FRASE DEL GIORNO
Desiderare è portare / il destino del mare dentro il corpo.

AURORA LUQUE, Carpe noctem

lunedì 4 febbraio 2013

Succede con le poesie

 

CHANTAL MAILLARDth

MEGLIO NON DIRE NULLA

Meglio non dire nulla.
Sarebbe inutile. È già passato.
Fu una scintilla, un istante. Accadde.
Io accaddi in quell’istante.
Forse anche Lei lo fece.
Succede con le poesie:
finiscon per condensarsi le forme
nei nostri occhi come il vapore
su di un vetro gelato;
le forme, e le ferite.
Chi costruisce il testo
ne sceglie il tono, lo scenario,
dispone prospettive, inventa personaggi,
propone i loro incontri, e gli detta gli impulsi,
ma la ferita no, la ferita va innanzi,
non inventiamo la ferita, andiamo
da lei e la riconosciamo.

(da Matar a Platón, 2004 – Traduzione di Gloria Bazzocchi)

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Ha ragione la poetessa spagnola di origini belghe Chantal Maillard (Bruxelles, 1951): la riconosciamo sempre, anche se ben nascosta sotto endecasillabi oppure dispersa nei versicoli. La riconosciamo nella sintesi ermetica o nella poesia che rasenta la prosa. La riconosciamo, anche se si è mimetizzata dietro le metafore, le analogie, le sinestesie: riconosciamo la ferita, quella ferita che ha spinto il poeta a scrivere i versi. La riconosciamo perché è anche dentro di noi, in altre parole la facciamo nostra, utilizziamo la poesia che leggiamo per esprimere con le parole di un altro la nostra stessa ferita.

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PARRA, “LINEAR POETRY”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ma è già passato il tempo, / non c’è nulla che conta, se non l’aria, / due sillabe appena, sulla pagina.
CHANTAL MAILLARD, Matar a Platón

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