mercoledì 30 novembre 2011

Un ponte, sottile e saldo

 

ANTONIA POZZI

LIEVE OFFERTA

Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera
come le estreme foglie
dei pioppi, che s'accendono di sole
in cima ai tronchi fasciati
di nebbia –

Vorrei condurti con le mie parole
per un deserto viale, segnato
d'esili ombre –
fino a una valle d'erboso silenzio,
al lago –
ove tinnisce per un fiato d'aria
il canneto
e le libellule si trastullano
con l'acqua non profonda –

Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera,
che la mia poesia ti fosse un ponte,
sottile e saldo,
bianco –
sulle oscure voragini
della terra.

5 dicembre 1934

(da Parole, 1939)

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“Vorrei che la mia poesia ti fosse un ponte, sottile e saldo, bianco – sulle oscure voragini della terra”. Eccolo lì l’amore intenso e sventurato di Antonia Pozzi (1912-1938): la condivisione di un sentimento offerto con femminile istinto, con materna sensibilità. E la poesia come legame, come mezzo per accorciare le distanze, per proteggere addirittura l’altro da tutto il nero della terra. Noi che leggiamo oggi questi versi conosciamo purtroppo il destino toccato alla poetessa milanese: il rifiuto amoroso, il dolore insopportabile, il suicidio sul prato dell’Abbazia di Chiaravalle il 2 dicembre 1938. L’anima che aveva offerto a un uomo solo quattro anni prima era troppo grande per restare in un corpo così piccolo.

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CLAUDE MONET, “NYMPHEAS ET PONT JAPONAIS”

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LA FRASE DEL GIORNO  
Or sulle mani / mi respiri tu / solitudine / lenta fatica d'amore.
ANTONIA POZZI, Parole

martedì 29 novembre 2011

Le occupazioni abituali

 

JORGE ENRIQUE ADOUM

L’ATTIMO SOSPESO

A Tzvetan Todorov

Quando il marinaio di Triana, con la bocca tra le mani,
gridò: “Terra!”, e l’Ammiraglio credette terminata la sua avventura,
l’astronomo che spiava molti secoli la morte di una stella,
il copista sul punto di trovare la pagina in cui aveva perso il suo destino,
il geometra che tirava i dadi per calcolare la superficie esatta della terra,
il contadino che scavava il solco con i denti per sentire vicino al labbro il seme,
la ragazza che sollevava ad ogni istante la sua gonna per vedere se la donna era già arrivata,
il pastorello impegnato al crepuscolo con un agnellino tra le gambe,
il poeta attonito senza sapere dove erano andate le parole che lo abbandonarono,
la sarta che conservava le sue lacrime imbastendole nell’orlo della tunica,
la sentinella che aspirava a custodire l’alcova della regina perché sognare non basta,
la monaca che cercava negli avanzi sillabe di conversazione per non passare la vita da sola,
il confessore sul punto di invidiare la colpa di peccati che altri gli inventavano,
il soldato avido alla cui lussuria territoriale il Papa provvedeva,
la tessitrice che si dissolveva negli occhi disegni come polvere, come pianto, come sfilacciatura,
il muratore di fronte alla parete in cui aveva mescolato ruzzoloni di bambino con cadute dell’anima,
il carceriere che non capiva perché il prigioniero volesse uscire se fuori piovigginava,
la partoriente che espiava con grido altissimo la colpa di quell’appuntamento,
il neonato che cominciava a morire tutta la vita contandosi gli anni,
il chirurgo che con il trapano voleva accertare cosa pensava la sua signora,
il cavaliere che misurava il tempo impiegato dal nitrito ad arrivare al nuovo mondo,
e l’indovino che andava a predire questa sventura,
sospesero di colpo quello che ognuno faceva,
ma quando il capitano dopo lo schiaffo alla ragazza india la fece gettare ai cani
per non essersi lasciata convincere a conoscere altro maschio che suo marito,
ripresero le loro occupazioni abituali nel punto
in cui quelle gesta di mare le avevano interrotte.

(Traduzione di Raffaella Marzano)

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L’attimo sospeso, quello in cui due mondi ancora non erano entrati in conflitto. Il momento in cui Rodrigo di Triana, a bordo della Pinta, secondo la tradizione gridò “Terra!” più o meno dalle parti di Guanahani, a El Salvador, e il Nuovo Mondo entrò a far parte del vecchio, il 12 di ottobre dell’anno del Signore 1492. È quello che coglie il poeta ecuadoriano Jorge Enrique Adoum (1926-2009), che da giovane fu per un paio di anni segretario di Pablo Neruda e poi direttore della Casa di Cultura dell’Ecuador. L’attimo in cui la vita di tutti i giorni sembrò incredibilmente ferma, immobile ad ammirare il miracolo che stava avvenendo, il contatto tra le civiltà. Un attimo, breve come sono gli attimi. Poi il volto violento dell’Occidente prese il sopravvento e la vita tornò a fluire come sempre.

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L. PRANG & CO. BOSTON, “COLUMBUS TAKING POSSESSION”

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LA FRASE DEL GIORNO
L'americano che per primo scoprì Colombo fece una brutta scoperta.
GEORG CRISTOPH LICHTENBERG, Osservazioni e pensieri

lunedì 28 novembre 2011

Come Danaidi



MARIA LUISA SPAZIANI

MITOLOGIA


Basta soltanto essere in vita, a volte:
e simili alle Parche
tagliamo i fili della vita altrui,
avveleniamo il sangue di chi amiamo.

Ma più sovente, forse, capovolte
Penelopi tra gli ospiti nemici,
ritessiamo di notte i cento fili
che va strappando la diletta mano;

come Danaidi senza mai riposo
ricolmiamo le vasche del respiro
che ci succhia (più stretto si fa il giro)
l'uomo lupo agli uomini.


(da Utilità della memoria, Mondadori, 1966)

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La nostra vita non è soltanto nostra, per quanto in questi anni di individualismo sfrenato tentiamo di convincerci del contrario. La nostra vita incide anche su quella degli altri, soprattutto su quella di coloro che amiamo e che talvolta facciamo soffrire. È Maria Luisa Spaziani (Torino, 1924) a sottolineare questa coscienza esistenziale ammodernando l’antica mitologia greca e proiettandola nella società odierna. Così di volta in volta – senza neppure rendercene conto – ci tocca essere le Parche che tessono il filo dell’altrui destino oppure una Penelope inversa che, anziché disfare ogni notte la tela, la ricostruisce per riannodare gli affetti. E, comunque, tutti quanti, come le Danaidi condannate per aver ucciso i loro mariti la prima notte di nozze, siamo costretti a riempire le vasche senza fondo dei giorni, respiro dopo respiro, tra i nostri simili che spesso, come tramandato sin dai tempi di Plauto, sono per gli altri uomini lupi.
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JOHN WILLIAM WATERHOUSE, “THE DANAIDES”
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LA FRASE DEL GIORNO

L'uomo dovrebbe poter vivere due vite: una per sé e l'altra per gli altri.
ITALO SVEVO, Una vita

domenica 27 novembre 2011

Cecilia Casanova

 

Cecilia Casanova (1926) è stata definita la “Emily Dickinson cilena”. Leggendo queste sue poesie, possiamo capire perché: la brevità non va a scapito dell’intensità, anzi, raddensa ancora di più l’emozione senza diluirla. I suoi versi fanno pensare a colori forti, non stemperati, e hanno la schiettezza del vino buono, del sentimento puro. La sua sensibilità ne esce esaltata, che sia la fragilità a emergere o la lucidità che riesce a definire la passione. Qualcosa di simile a quello che troviamo nella poesia giapponese: gli haiku, i tanka, hanno una identica profonda delicatezza e la medesima comunanza con la natura.

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TRISTEZZA

Stamattina gli uccelli si sono radunati
davanti alla mia finestra.
Cantavano tutti assieme
senza mettersi d’accordo.
Li udivo appena,
sotto le lenzuola
e questa tristezza che mi prende la notte.
Indifesa, in posizione fetale,
desidero la vastità
che talvolta mi gonfia
come una colomba.

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NÉ LUI NÉ IO

Né lui
né io
ci siamo resi conto
che la nostra amicizia era piena
di curve.
Raddrizzarla
sarebbe stato sacrilegio.

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CHI SEI?

Chi sei?
chiedo a un merlo
che sbatte le ali
sul davanzale.
Ma lui mi guarda soltanto
e spicca il volo con il suo segreto.

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I GIOCHI DEL SOLE

Le cose ritrovano unità,
il sole stanco di sdoppiarle
si getta ai miei piedi.
Come ogni sera
aspetto la sua metamorfosi.
Quando Ana entrerà con il caffè,
sarà un triangolo,
un occhio che guarda in alto.
Se mio figlio fosse più giovane
proverebbe a coprirlo con il suo cappello di paglia.

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INDOVINI?

Chi canticchia all’autunno?
Apri la finestra
e vedi una bambina che agita
un ombrello.
Una lobelia
nascosta tra i cespugli
è il solo azzurro.

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LA FRASE DEL GIORNO
Neppure gli uccelli con le loro ali / possano volare / più lontano della parola scritta.
CECILIA CASANOVA

sabato 26 novembre 2011

Cos’è la fotografia? (II)

 

JOHN HEDGECOE

“Attrezzatura e tecnica sono solo l’inizio.
È il fotografo che conta più di tutto”

John Hedgecoe
Portrait of Queen Elizabeth II
Giugno 1967

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NEIL LEIFER

“La fotografia non mostra la realtà, mostra l'idea che se ne ha”

Neil Leifer
Ali vs. Williams
Novembre 1966

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MAN RAY

“Di sicuro, ci sarà sempre chi guarderà solo la tecnica e si chiederà
«come», mentre altri di natura più curiosa si chiederanno «perché»”

Man Ray
Les larmes
1931

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LA FRASE DEL GIORNO
Non esiste la fotografia artistica. Nella fotografia esistono, come in tutte le cose, delle persone che sanno vedere e altre che non sanno nemmeno guardare
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NADAR

venerdì 25 novembre 2011

Danzando con gli alberi

 

KO UN

DANZE

Il vento del nord soffiando s'avvicina.
Gli alberi,
alberi d'inverno, tutti, danzano.
Anch'io mi adeguo, e danzo.
In fondo
neanche il cielo sembra resistere:
i fiocchi di neve disordinatamente danzano.
Anche gli orsi nel profondo delle caverne,
e le serpi sepolte lungo i pendii delle colline,
si svegliano per un attimo dal lungo sonno
e danzano pacatamente
al ritmo delle cose terrene.

(da L’isola che canta, Lietocolle, 2009 – Traduzione di Vincenza D’Urso)

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Il fluire sensoriale – un’eco dell’eracliteo panta rei, tutto scorre – è alla base della poetica e della concezione della vita di Ko Un (Kunsan, 1933), poeta sudcoreano. Ogni cosa – il vivere, il tempo, la natura – è immersa in questo flusso e vi appartiene, in una stretta relazione. Ecco perché il poeta si deve accomunare agli alberi che si piegano al vento del nord, alla neve che scende, agli orsi che riposano nel letargo delle loro caverne, ai serpenti aggrovigliati nelle tane: perché è parte dell’armonia del mondo. E anche chi legge, secondo le parole di Ko Un, “deve costituirsi come co-autore, come lettore compartecipe di un'essenza poetica che di volta in volta "accade", trasformando gli impatti sensibili in parola”.

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FOTOGRAFIA © STAFF PHOTO

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LA FRASE DEL GIORNO 
Non possiede parole, l'albero, / ma se sente parole d'amore / porge più foglie al soffio del vento.
KO UN, L’isola che canta

giovedì 24 novembre 2011

Ho sognato l’autunno

 

BORIS PASTERNAK

SOGNO

Ho sognato l'autunno nella penombra dei vetri,
gli amici e te nella loro burlesca schiera,
e come falco dal cielo, che sangue s'è procacciato,
picchiava il cuore sulla tua mano.

Ma il tempo trascorreva, e invecchiava e assordiva,
e di damasco inargentando gli infissi
l'aurora del giardino inzaccherava i vetri
delle sanguigne lacrime di settembre.

Ma il tempo trascorreva e invecchiava. E friabile
come ghiaccio si fendeva e fondeva la seta delle poltrone.
Di colpo tu, sonora, troncasti e ammutolisti,
e il sogno cessò, quale eco di campana.

Mi risvegliai. Come autunno era buio
l'albeggiare, e il vento, allontanandosi, portava
come dietro a un carro pioggia fuggente di pagliuzze,
una schiera di betulle fuggenti per il cielo.

1913, 1928

(da Poesie d’amore, 1988 - Traduzione di Evelina Pascucci)

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Lo scrittore russo Boris Pasternak (1890-1960) è universalmente noto per il romanzo Il dottor Živago, che gli valse anche il Premio Nobel per la Letteratura nel 1958. Ma era anche, e soprattutto, un poeta, come si può apprezzare da questi versi che esprimono un sogno autunnale. Commenta Angelo Maria Ripellino nella prefazione alle Poesie nell’edizione Einaudi: “La lirica di Pasternak è tessuta di elementari sensazioni psichiche. Nei suoi versi, come nel campo d'un microscopio, palpita uno sconnesso formicolio di impressioni primordiali. Ed è questa sequela di sensazioni iniziali, di improvvisi stupori, di incantamenti a dare a quei versi una straordinaria freschezza, un sapore di meraviglia. Rispecchiando i riflessi più semplici della coscienza nella loro immediatezza, le immagini, inusitate, dischiudono il magico spazio d'un mondo che sembra creato da poco, ancora gonfio di sonno e stillante di colori. Gli oggetti assumono una nuova solidità di contorni, come se il poeta li avesse liberati dalla muffa del tempo”. Quello che accade qui, in questa visione onirica che travalica e deborda nella realtà, quando sembra di sentire il ghiaccio fendersi e lo stormire delle fronde delle betulle.

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TOM MATUCCI, “ALBERI BETULLA 5680”

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LA FRASE DEL GIORNO 
Tutto perché, sin dall’infanzia, / sono ferito dal destino di donna, / e l’orma del poeta è solo l’orma / delle sue tracce / nulla più.
BORIS PASTERNAK, Poesie d’amore

mercoledì 23 novembre 2011

Sull’acqua immobile della sera

 

JOSÉ HIERRO

PORTO DI GIJÓN

L'uomo si è affacciato sull'acqua immobile della sera.
Sotto gli scafi s'infrangono il rosso, il verde, il giallo.
Sono scintille, brandelli: vestono la carne torbida del mare.
L'uomo ha inzuppato un'ombra nel cuore di ponente:
ci copre il mondo. L'aria si trasforma in vetro d'oblio.
Quegli uomini che tessevano premurose reti di ragno,
le donne che scendevano da rampe e da scale,
si sono dissolte nella luce di rame.
La realtà salpa verso isole impossibili e luminose
e lascia qui la sua secca maschera.

L'uomo si allontana dall'acqua bagnato di malinconia.

(da Agenda, 1991 – Traduzione di Alessandro Ghignoli)

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Un uomo nel porto, di sera. Scruta i riflessi che si infrangono nell’acqua scura, osserva il loro muoversi al ritmo delle onde che trasformano lo specchio della darsena in una specie di caleidoscopio. Vi legge i suoi pensieri, le sue sofferenze, i suoi ricordi, le sue paure, ora che il tramonto, come la famosa prima stella della sera di Saffo, ha ricondotto ogni cosa alla sua dimora. Il mare accoglie tutte le sue ansie, trasfigura la realtà, lasciando quell’uomo – il poeta spagnolo José Hierro (1922-2002), “con la tristezza di chi cerca / una povera verità a cui appoggiarsi e riposare”.

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FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

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LA FRASE DEL GIORNO 
Immaginare e ricordare... / C'è un momento che non è mio, / non so se nel passato, nel futuro, / se nell'impossibile... E lo accarezzo, lo faccio / presente, ardente, con la poesia.
JOSÉ HIERRO, Libro de las alucinaciones

martedì 22 novembre 2011

Senofane di Colofone

 

La filosofia incontra la poesia con Senofane di Colofone, poeta greco del VI secolo avanti Cristo. Considerato il fondatore della logica, iniziatore della scuola eleatica, espresse i suoi concetti in esametri e in distici elegiaci.

Di lui ci restano solo 120 versi, da elegie, da un poema Sulla natura, e da componimenti satirici. Senofane fa risplendere la poesia con vivide descrizioni, la fa risaltare nel rilievo minuto delle cose, in un accenno di minimalismo.
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Vide una volta maltrattare un cane - dicono -
mentre passava, e n'ebbe pena, e disse:
"Basta con le percosse! Certo lì c'è l'anima
di un amico: lo sento dalla voce".

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*

Com'è bello, l'inverno, chiacchierare accanto al fuoco,
sopra un divano morbido, pieni di cibo, e dire,
bevendo un vinellino dolce e sgranocchiando ceci:
"Di dove sei? Come ti chiami? E dimmi un po': l'età?
Quanti anni avevi quando venne il Medo?"

Traduzione: Filippo Maria Pontani

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LA FRASE DEL GIORNO
La filosofia è il microscopio del pensiero.
VICTOR HUGO, I miserabili

lunedì 21 novembre 2011

Una sera del 1959

 

VITTORIO BODINI

SERA

La lezione di musica
bruca l'umido
nel mezzo della via,
sentinella perduta dell'autunno,
e in una scia di zucchero filato
si fa strada l'urlo dei Sioux.
Nessun tempo avrà speso così male
tanta sete d'ignoto:
compra educatamente biglietti di morte
ai botteghini la gente, i giornali
parlano di dischi volanti
da cui ciascuno spera una rivincita.

(da Inediti 1954-1961)

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Grazie a questa poesia di Vittorio Bodini (1914-1970) oggi entriamo in una specie di macchina del tempo e regoliamo la nostra meta su una sera d’autunno del 1959. Siamo a Lecce, dove il poeta visse fino al 1960, prima di stabilirsi a Roma. Fermi in una strada, ascoltiamo la musica di pianoforte provenire da una stanza lassù: qualcuno sta imparando a suonare, ogni tanto qualche nota incerta spicca nell’aria umida di novembre. Ragazzi giocano correndo con archi e frecce, una bancarella vende zucchero filato. E qui la poesia si fa esistenzialista, coglie l’aspetto sociale di quell’Italia del boom sospesa tra il ricordo della guerra e l’incertezza del futuro, tra la tradizione dei bigliettini funebri e le pagine dei giornali che parlano delle grandi avventure spaziali e della possibilità dell’esistenza degli extraterrestri. Assistiamo a quel tentativo di affrancarsi dalla povertà di un tempo, osserviamo chi ancora si ferma a pensare dove tutto questo ci porterà. Poi, torniamo alla nostra macchina del tempo, e riponiamo anche noi la speranza in qualche deus ex machina che ci tragga d’impiccio…

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CARTOLINA D’EPOCA © POSTECODE

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LA FRASE DEL GIORNO
Ah, dove sono le acute presenze / del passato, le sue calde forme, / la cera su cui incidevano / i miei sentimenti? / Dove si nasconde il senso / delle cose che ho vissuto, / e i brividi lucenti / e i cieli dell'avventura?
VITTORIO BODINI, Metamor

domenica 20 novembre 2011

Sconfinata ombra

 

DIEGO VALERI

SEQUENZA PER UN’OMBRA

Lontananza di pallide pianure,
di nudi alberi neri,
di fiumi bianchi dentro rive oscure.
Ti seguo, desolata lontananza,
per questa via senza tempo, che mena
di là dalla speranza.

La casa verde era chiusa nell’ombra,
tra i fiumi erranti del bianco mattino.
Tu stavi ritta presso la casa,
sola nel sole, al confine dell’ombra:
ferma in quel moto di spazi confusi,
piccola forma opaca, che rompe
il sole, che fa la sua macchia d’ombra.
Sola eri e ferma, senza sorriso,
ferma nel sole, sola con l’ombra
della tua vita, della tua morte.

Tu porti nelle braccia il mio dolore
come una creatura:
dolce lo chiudi sopra il dolce petto
il tuo caro dolore.

Dove vai? Dove sei? Già ti allontani
da memorie e speranze, dai segreti
nostri pensieri, dal dolce dolore,
che fu nostro, di vivere. Ti perdi
nell’ombra dei tuoi occhi: sconfinata
ombra sul mondo. Sei già d’altri, o solo
tua. Non ti vedo più. Sento, non vedo,
il sole di settembre sul mio volto.

Allora tutte le cose furono quell’unica morte,
e il cielo una bocca d’abisso che fiata la morte.
In vetta alle alte case toccate d’ultimo sole
splendevano morti i ricordi della perduta vita:
lembi di un oro nero di sogni, parole
di sangue sospese nell’aria come fiamme morte.
Vivi eran solo i tuoi occhi, versando calmi
una luce estrema d’amore sul mondo morto.

Tutto perduto. Il mondo
era il nostro segreto?

Sopra il dedalo oscuro delle sorti,
e i fuochi dell’amore, e gli orizzonti
della speranza, sopra i chiari fonti
battesimali e i tumuli dei morti

c’è nell’alto Qualcuno, viso d’angelo,
pupilla inesorabilmente aperta
che veglia in solitudine deserta,
riguarda, e silenziosamente piange.

(da Terzo tempo, Mondadori, 1950)

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L’ombra, una donna amata e perduta. In questo caso è una donna conosciuta da Diego Valeri (1887-1976) nell’esilio di Mürren, sullo Jungfrau, in Svizzera, dove si era rifugiato per sfuggire all’Italia del dopo 8 settembre, nel 1944-45: “Un mondo bellissimo e senza pietà. Luci e ombre tagliate nette; i bianchi troppo crudi e salienti; i neri come buchi aperti sull’interna tenebra del globo; i pochi colori esaltati e congelati come pietre preziose. Un mondo minerale, senza fuoco né palpito; e fermo, fissato per sempre nei lineamenti ultimi del delirio tellurico di prima dell’uomo”. L’ombra è tutto quello che rimane di quella donna, che già è nelle braccia della sua nuova vita – forse con un altro uomo, forse ancora sola. La sua assenza però oscura il sole, è un buio che viene ad annientare e a disegnare un lugubre presente in una lontananza che non appartiene più allo spazio o al tempo, ma che costituisce un enorme buco nero capace di attrarre le memorie e le speranze.

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PABLO PICASSO, “LA SOMBRA SOBRE LA MUJER”

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LA FRASE DEL GIORNO
Quando un amore è la nostra vita che differenza c'è tra vivere insieme e morire insieme?
RAYMOND RADIGUET, Il diavolo in corpo

sabato 19 novembre 2011

Il calore di una vita già indossata

 

FRANCISCO BRINES

GIORNI D’INVERNO NELLA CASA ESTIVA

Nella solitudine di questi giorni d'inverno
con gli alti fiori di aloe rossi
nel giardino, in casa non c’è nessuno
e io la abito.
Ci sono gli uccelli. E la luce del sud
nel giorno indeciso.
Viene la notte con gli occhi bendati
e cieca cade fuori dai muri
così fredda, così ampia.
Vivo nell’intimità della casa vuota,
e nelle stanze disabitate
posso sentire il suono attutito della vita,
toccare il tempo congelato,
gustare negli specchi un sapore dolce,
la noia di un'immagine senza gioventù.
E ci sono, però, il calore di una vita già indossata,
il segreto entusiasmo di essere stato.

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Come sarebbe andare nella casa che si usa per le vacanze estive in inverno? Quali sarebbero le sensazioni che darebbe? E quali emozioni innescherebbe una presenza “fuori posto”? Sono le domande cui risponde il poeta spagnolo Francisco Brines (Oliva, 1932) con i suoi versi di ispirazione classica e malinconica che navigano nel corso del tempo con la serena accettazione del suo scorrere. Quello che alla fine emerge, da quei giorni trascorsi nella casa delle vacanze estive così diversa – le sere brevi, il ghiaccio, il silenzio, il tempo che sembra scorrere più lento – è un sapore dolce di nostalgia.

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FOTOGRAFIA © CHEST OF BOOKS

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LA FRASE DEL GIORNO
La nostalgia è rendersi conto che le cose non erano insopportabili come sembravano allora.

ARTHUR BLOCH, La legge di Murphy

venerdì 18 novembre 2011

Centenario di Bertolucci

 

Attilio Bertolucci nasceva a San Prospero, frazione di San Lazzaro, il 18 novembre 1911. Raccontò in un’intervista alla RAI: “Sono nato in una casa di campagna, vicino a Parma, circondato da quella bella natura ordinata, ben coltivata eppure piena di mistero per gli occhi di un bambino che era destinato a scrivere poesie”.

Bertolucci, morto a Roma il 14 giugno del 2000, fu uno dei grandi del Novecento italiano, nonostante non ebbe forse tutta l’attenzione riservata ad altri. È poeta del tempo, della paziente macerazione in esso, affrontato nel suo scorrere con una inquieta malinconia che segna il passare delle stagioni lungo una linea ben definita: Parma e la sua campagna, l’Appennino, Roma. E su questo tragitto si compie anche il viaggio della poesia piana e scorrevole di Bertolucci, che inanella memorie e sogni e il quotidiano corrispondere con gli affetti – la moglie Nina, compagna di una vita intera, e i figli Bernardo e Giuseppe, entrambi registi, seguiti nei loro giochi e nel loro crescere.

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FOTOGRAFIA © VINCENZO COTTINELLI

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RICORDO DI FANCIULLEZZA

Le gaggie della mia fanciullezza
dalle fresche foglie che suonano in bocca..
Si cammina per il Cinghio asciutto,
qualche ramo più lungo ci accarezza
la faccia fervida, e allora, scostando
il ramo dolce e fastidioso, per inconscia vendetta
si spoglia di una manata di tenere foglie.
se ne sceglie una, si pone lieve
sulle labbra e si suona camminando,
dimentichi dei compagni.
Passano libellule, s'odono trebbiatrici lontane,
si vive come in un caldo sogno.
Quando più la cicala non s'ode cantare,
e le prime ombre e il silenzio della sera ci colgono,
quasi all'improvviso, una smania prende le gambe
e si corre sino a perdere fiato,
nella fresca sera, paurosi e felici.

(da Fuochi in novembre, 1934)

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D’AMORE

I
 
Oh, nessun giorno senza il doloroso
privilegio d’un fuggitivo incontro.
Al tuo occhio smarrito d’ogni parte
la città si moveva, delirando
 
le vie note, i marciapiedi cari
al tuo piede fanciullo ora dorati
dall’amore, l’estate era nell’aria.
Il tempo era venuto del distacco

senza che mai la selvatica donna
quetato avesse il suo timido sguardo.


II

Quanti giorni ormai senza il doloroso
momento che la città t’esprimeva
ventilata dal suo materno grembo,
la strada popolosa di sete
 
e tele estive che l’azzurro
commoveva di riflessi e di lampi...

(da Lettera da casa, 1951)

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RITRATTO DI UOMO MALATO

Questo che vedete qui dipinto in sanguigna e nero
e che occupa intero il quadro spazioso
sono io all'età di quarantanove anni, ravvolto
in un'ampia vestaglia che mozza a metà le mani
 
come fossero fiori, non lascia vedere se il corpo
sia coricato o seduto: così è degli infermi
posti davanti a finestre che incorniciano il giorno,
un altro giorno concesso agli occhi stancatisi presto.
 
Ma se chiedo al pittore, mio figlio quattordicenne,
chi ha voluto ritrarre, egli subito dice
"uno di quei poeti cinesi che mi hai fatto
leggere, mentre guarda fuori, una delle sue ultime ore."
 
È sincero, ora ricordo d'avergli donato quel libro
che rallegra il cuore di riviere celesti
e brune foglie autunnali; in esso saggi, o finti saggi, poeti
graziosamente lasciano la vita alzando il bicchiere.
 
Sono io appartenente a un secolo che crede
di non mentire, a ravvisarmi in quell'uomo malato
mentendo a me stesso: e ne scrivo
per esorcizzare un male in cui credo e non credo.

(da Viaggio d’inverno, 1971)

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VERSO LE SORGENTI DEL CINGHIO

Volevamo risalire alle sorgenti del Cinghio
il giorno era d' aprile ventoso e celeste
folate ci portavano via sbiancando i salici bassi
già dietro di noi perduti perduta la casa
dove s' erano dimenticati di noi fuggitivi
esploratori muniti di cibo e coltellini multipli
per una lunga assenza forse per un distacco
non per me che partecipavo all' impresa
da inviato senza la volontà liberatoria
degli altri senza la loro strenua fiducia
mentre attraversavamo proprietà sconosciute
seguendo l' incantagione sinuosa del Cinghio
avvicinandosi all' occhio lo scenario azzurro
delle colline rumoreggiando più e più
il Cinghio amato. Ma il tempo
era passato per me che sentivo
acuta la perdita della casa e di chi
forse si era ricordato di noi
soffrendo come soffrivo io del distacco
così che con l' astuzia persuasiva del poeta
li convinsi anime pure e schiette
volte al giusto di una fantastica impresa
a desistere a volgersi - compagnia
di soldati sconfitti - verso il quotidiano
il famigliare quanto io più desideravo
e che già si svelava intonacato di luce.

(da Verso le sorgenti del Cinghio, 1993)

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LA FRASE DEL GIORNO
Non chiedere altro, la felicità è in questo / corso paziente, mentre gli anni fuggono / e i giorni così lenti scorrono.
ATTILIO BERTOLUCCI, Lettera da casa

giovedì 17 novembre 2011

La sola unica cosa

 

IDEA VILARIÑO

LETTERA II

Sei lontano nel sud
lì non sono le quattro
sdraiato nella tua sedia
appoggiato al tavolo nel bar
nella tua camera
buttato su un letto
tuo o di qualcuno
che vorrei cancellare
- penso a te
non a chi cerca
accanto a te lo stesso che io voglio -.
Penso a te
ormai da un’ora
forse mezza
non so.
Quando mancherà la luce
saprò che son le nove
stirerò il copriletto
m’infilerò il vestito nero
mi darò una pettinata.
Andrò a cena fuori
è ovvio.
Ma a una cert’ora
tornerò in questa stanza
mi butterò sul letto
e allora il tuo ricordo
che dico
il mio desiderio di vederti
che tu mi guardi
la tua presenza d’uomo che mi manca nella vita
incominceranno come ora
incominci nella sera
che ormai è notte
a essere
la sola unica cosa
che m’importa nel mondo.

(da Poesie d’amore 1957-1965)

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“Ormai non sono altro che io / per sempre e tu ormai / non sarai per me / altro che te”: Idea Vilariño (1920-2009), poetessa uruguayana della “Generazione del ‘45”, la stessa di Mario Benedetti, visse una lacerante storia d’amore con il poeta Juan Carlos Onetti. Questa Lettera II testimonia quanto profonda fosse quella ferita lasciata da un amore divenuto unilaterale, come un ponte retto ormai con sforzo da un solo pilone. L’amore crudele, che fa soffrire ma al quale non si può rinunciare: “la sola unica cosa che importa nel mondo”.

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EDSON CAMPOS, “SATURDAY AFTERNOON”

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LA FRASE DEL GIORNO
Amore / dall’ombra / dal dolore / amore / ti sto chiamando / dal pozzo asfissiante del ricordo / senza che nulla giovi / né ti attenda.

IDEA VILARIÑO, Poesie d’amore 1957-1965

mercoledì 16 novembre 2011

I miei occhi sono chiavi

 

ALEJANDRA PIZARNIK

CHI ILLUMINA

Quando mi guardi
i miei occhi sono chiavi,
il muro ha segreti,
il mio timore parole, poesie.
Solo tu fai della mia memoria
una viaggiatrice affascinata,
un fuoco incessante.

(da La figlia dell’insonnia, Crocetti, 2004 - Traduzione di Claudio Cinti)

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“Come una santa perseguitata / da voci angeliche / mi sprofondo nella canzone delle ferite / e mi vendico, mi rinuncio, / mi silenzio, mi ricordo”. Così si ritraeva la poetessa argentina Alejandra Pizarnik (1936-1972). E nella poesia di oggi troviamo forse uno dei suoi pochi raggi di luce in una vita di ossessioni, di mancanza di autostima, di ansie e di angosce che la portarono a vincere l’insonnia con il Seconal per anni fino all’overdose che pose fine alla sua vita alle prime luci dell’alba del 25 settembre 1972.

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JACK VETTRIANO, “CONTEMPLATION OF BETRAYAL”

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LA FRASE DEL GIORNO
Gli occhi / dicono la verità / occhi che si aprono / tirano via il superfluo: / occhi / non parole / occhi / non promesse
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ALEXANDRA PIZARNIK, La figlia dell’insonnia

martedì 15 novembre 2011

Cos’è la poesia? (XXII)

 

OCTAVIO PAZ

DIRE: FARE

I.

Tra ciò che vedo e dico,
tra ciò che dico e taccio,
tra ciò che taccio e sogno,
tra ciò che sogno e scordo,
la poesia.
Scivola
tra il sì e il no:
dice
ciò che taccio,
tace
ciò che dico,
sogna
ciò che scordo.
Non è un dire:
è un fare.
È un fare
che è un dire.
La poesia
si dice e si ode:
è reale.
E appena dico
è reale,
si dissipa.
È più reale, così?

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II.

Idea palpabile,
parola
impalpabile:
la poesia
va e viene
tra ciò che è
e ciò che non è.
Tesse riflessi
e li stesse.
La poesia
semina occhi nella pagina,
semina parole negli occhi.
Gli occhi parlano,
le parole guardano,
gli sguardi pensano.
Udire
i pensieri,
vedere
ciò che diciamo,
toccare
il corpo dell'idea.
Gli occhi
si chiudono,
le parole si aprono.

(da Árbol adentro, 1987)

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“L'attività poetica nasce dalla disperazione di fronte all'impotenza della parola e termina nel riconoscimento dell'onnipotenza del silenzio”: la poetica di Octavio Paz (1914-1998), Premio Nobel per la letteratura 1990, è espressa da questa dichiarazione. Lo scopo della poesia è avvolgere la realtà in ogni sua manifestazione, per comprenderne anche l’invisibile – vedere il detto, udire il non detto. La parola non è in grado di farlo se non travalica, se non diventa il ponte tra il mondo terreno e quello spirituale, così da cogliere il tempo: “Leggendo, ascoltando una poesia, non sentiamo, non assaporiamo non tocchiamo le parole. Tutte queste sensazioni sono immagini mentali. Per sentire un testo poetico occorre capirlo; per capirlo ascoltarlo, vederlo contemplarlo: convertirlo in eco ombra nulla. La comprensione è un esercizio spirituale”.

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ROBERT PERKINS, “TIENES LA FORMA DE UN PUENTE…”

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LA FRASE DEL GIORNO
Attraverso le parole possiamo accedere al regno perduto e così recuperare gli antichi poteri. Quei poteri che non ci appartengono
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OCTAVIO PAZ

lunedì 14 novembre 2011

Essere qui con te

 

MIGUEL D’ORS

UN’ALTRA POESIA D’AMORE

Che fortuna non essere Basho, nella cui voce
fiorivano così lievi i susini,
non essere Beethoven con la sua tempesta in fronte
o Tommaso Moro nella bottega di Holbein.
Che fortuna non avere
un bungalow a Denver (Colorado)
non trovarsi ad osservare dalla vetta del Fitz Roy il silenzio
minerale della sera in Patagonia
non sentire l'odore della bassa marea a Saint-Malo

ma essere qui con te, respirandoti, vedendo
il lampadario riflesso nei tuoi occhi.

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Miguel d’Ors (Santiago de Compostela, 1946) è un poeta spagnolo, capace di poesie molto intimiste, spesso malinconiche e contemplative. Qui sfoggia anche un lato ironico – come già altrove (“io che potevo nascere / nel 1529, / o a Pittsburgh o arciduca, io che potevo / essere Chesterton o un bonzo, / nasco / in Galizia e d'Ors e tutto il resto”) – paragonandosi a grandi figure della poesia, della musica, della filosofia e dell’arte per poi sorridere scoprendosi se stesso nella gioia dell’amore. E ancora Miguel d’Ors ci comunica, dall’alto della sua concezione profondamente cattolica, che ogni gesto d’amore è superiore a qualsiasi bene materiale: nulla può valere la gioia di essere con la persona amata, neppure trovarsi in luoghi meravigliosi della Terra.

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CONNIE CHADWELL, “LOVERS”

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LA FRASE DEL GIORNO
Chi sono? / - L'intervallo di mistero / tra la rosa luminosa che taglio per te / e la rosa spenta che la mia mano ti tende.
MIGUEL D’ORS, Curso superior de ignorancia

domenica 13 novembre 2011

Gigli e rose

 

ELMA MITCHELL

PENSIERI ALLA RUSKIN

Le donne gli ricordavano gigli e rose.
A me ricordano piuttosto sangue e sapone,
armate di uno straccio caldo, vanno all’assalto di nasi,
orecchie, collo, bocca e di tutti i punti segreti:

armate di un coltello tagliente, spezzettano il fegato,
tengono cuori a sanguinare sotto l’acqua corrente,
eviscerano e farciscono, mettono sottaceto e conservano,
sbollentano, sbiancano, gratinano, polverizzano,
- Tutta la chimica tremenda delle loro cucine.

I loro mariti lontani si chinano sulla scrivania di mogano
e con garbo manipolano il mercato,
mentre al sicuro a casa, le tenere e gentili
ammazzano topini, un colpo secco sul collo,
asfissiano mosche, sfrattano ragni,
strofinano, sfregano con gran rumore e buttano all’aria credenze,
affidano cose a pattumiere, torcono, strizzano,
polsi rossi , nocche bianche e dita raggrinzite,
polpute, tiepide. Manovrano aspirapolvere stridenti
attorno alle protuberanze del mobilio, rassettano
e tirano via lenzuola da sotto pesanti
vecchi incontinenti, si chinano per importunare i giovani,
danno strattoni, piegano, infilano, usano la lampo, abbottonano,
imboccano cibo, incoraggiano l’evacuazione,
asciugano il vomito, infilzano la stoffa con aghi,
avvolgono lana intorno ai loro ferri da calza,
creano cose comode e calde sui loro ferri

Le loro mani enormi! Gli occhi che sono dappertutto! Le voci
alzate per comunicare attraverso il baccano,
le cosce massicce e i seni che danno conforto,
le loro aperture sanguinanti e i loro recessi pelosi,
i grembi che intascano un uomo capovolto!

E quando tutto è finito, via i grembiuli,
rapida occhiata all’orologio e vanno di sopra,
si siedono e sospirano un po’, spazzolando i capelli,
e in un modo o nell’altro  negli specchi trovano colori, odori,
le loro essenze di gigli e di rose.

(da Corporea – Il corpo nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese, Le voci della Luna, 2009 – Traduzione di Anna Maria Robustelli)

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I testi inseriti nella raccolta Corporea, a detta delle curatrici “esprimono la differenza femminile non tanto e non solo per combattere il mondo tradizionale, quanto per arricchirlo”. È in questa ottica che si deve leggere la poesia di Elma Mitchell (1919-2000): travalicare gli stereotipi per definire una figura di donna diversa da come appariva ad esempio ai tempi di John Ruskin, critico d’arte, scrittore, filantropo e poeta dell’epoca vittoriana che teorizzava l’estetica romantica. Perché la donna non è più – o non è mai stata se non nelle classi sociali elevate dell’epoca – l’etereo essere che si adorna di rose e gigli, ma è spesso una “tuttofare” che sa gestire la casa e il lavoro.

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IMMAGINE © BROCANTEHOME

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LA FRASE DEL GIORNO
Siamo profondamente amanti, siamo sapientemente buone, senza scambiare gli uffici, senza rifuggire dal lavoro travaglioso e dalla devozione costante.
GUGLIELMINA RONCONI, Alle donne pesaresi

sabato 12 novembre 2011

L’eco della notte

 

RUBÉN DARÍO

NOTTURNO

Voi che avete auscultato il cuore della notte,
voi che nell'ostinata insonnia avete udito
un chiudersi di porte, rumore di vetture
lontane, un'eco vaga, un leggero fruscio...

In quegli istanti di silenzio misterioso
quando sorgon dal loro carcere gli obliati,
nell'ora dei defunti, nell'ora del riposo,
leggerete i miei versi d'amarezza impregnati.

Come in un vetro io verso in essi i miei dolori,
i remoti ricordi, le disgrazie funeste,
le meste nostalgie dell'anima inebriata,
la pena del mio cuore, triste in mezzo alle feste.

Dolore di non essere quello che avrei potuto,
perdita del reame per il quale ero nato,
pensiero che un istante decise la mia vita,
sogno ch'è l'esistenza da quando sono stato!

Tutto mi giunge in mezzo al silenzio profondo
in cui la notte avvolge la terrena illusione
e sento come un'eco del gran cuore del mondo
che penetra e commuove il mio cuore in ascolto.

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Cinque quartine del poeta nicaraguense Rubén Darío (1867-1916): esprimono tutto il dolore che la natura inquieta e le disgrazie familiari – l’affido sin da bambino agli zii, la morte della moglie dopo pochi anni di matrimonio, le nozze obbligate con un’altra donna, la vita dissoluta – gli arrecarono. Per sopravvivere, per resistere, ha riversato tutta la sua pena nei versi. “Diluire la mia tristezza / in un vino di notte / nel meraviglioso cristallo delle tenebre” recita un altro Notturno: è quello che Rubén Darío fa, rendendosi finalmente conto che la sua è soltanto una delle tante vicende dolorose e trovando così conforto e consolazione nella condivisione.

 

ARTOCEAN, “NOCTURNE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Questo assioma andrebbe meditato ogni momento: la scienza di vivere è l’arte di amare.
RUBÉN DARÍO

venerdì 11 novembre 2011

Quattro crepuscoli

 

ÁNGEL GONZÁLEZ

IL COSIDDETTO CREPUSCOLO

Il cosiddetto crepuscolo
non sarà il rossore – effimero – del giorno
che si sente colpevole
di tutto ciò che è stato
– e non è stato?
Questo giorno fugace
che, proprio come un delinquente,
approfitta dell’ombra per andarsene.

(da Prosemi o meno, 1984)

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CREPUSCOLO, ALBUQUERQUE, INVERNO

Non fu un sogno,
lo vidi:

La neve ardeva.

(da Prosemi o meno, 1984)

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UN LUNGO ADDIO

Che giorno pigro, questo
che oggi non vuole andarsene
alla sua ora.
Il sole,
ormai dietro la linea lucida
dell’orizzonte,
lo tira a sé,
lo reclama.
Ma
gli uccelli lo aggrovigliano
con il loro canto
ai rami più alti,
e una brezza contraria
mantiene in bilico, su di noi,
la polvere dorata
della sua luce.
Esce la luna ed è ancora giorno.
La luce che era d’oro ora è d’argento.

(da Autunni e altre luci, 2001)

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SPERANZA

Speranza,
ragno nero del crepuscolo.
Ti fermi
non lontano dal mio corpo
abbandonato, ti aggiri
intorno a me,
intessendo, rapidamente,
invisibili fili inconsistenti,
ti avvicini, ostinata,
e mi accarezzi appena con la tua ombra
pesante
e lieve a un tempo.
Rintanata
sotto le pietre e sotto le ore,
hai atteso, paziente, l’arrivo
di questa sera
in cui più niente
è possibile…
Il mio cuore:
il tuo nido.
Mordilo, speranza.

(da Senza speranza, con convinzione, 1961)

(Traduzioni di Selena Simonatti)

 

“Non cerco mai le poesie: spuntano” disse in un’intervista il poeta spagnolo Ángel González (1925-2008). Spuntano come le sere cadono improvvise nel variare della luce, nel lento inabissarsi della sfera solare, nel tingersi del cielo e delle nuvole. Così il giorno se ne va ogni volta in maniera diversa: talora sembra indugiare, pare che voglia trattenersi, che gli piaccia la compagnia e gli dispiaccia andarsene; talvolta, al contrario, è quasi in fuga, rapido infila l’orizzonte e se ne va abbandonandoci all’oscurità. Ma è in quel momento, in quel rossore del giorno, che ci perdiamo nei ricordi, che cogliamo la meraviglia, che ci lasciamo andare alla speranza. E la poesia spunta…

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IMMAGINE © ELIZABETH STRAWN

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LA FRASE DEL GIORNO
Ora andrà verso altre terre, / portando via luci e speranze / lanciando lontano stormi di uccelli / e rumori e voci e campane / - cane rumoroso che agita la coda / e abbaia davanti alla porta chiusa.
ÁNGEL GONZÁLEZ

giovedì 10 novembre 2011

Tutto l’oro del mondo

 

JORGE TEILLIER

DAREI TUTTO L’ORO DEL MONDO

Darei tutto l'oro del mondo
per sentire ancora nella mia camicia
le fredde monete della pioggia.

Per sentire rotolare il cerchio di ferro
nel quale un ragazzo a piedi nudi
infila il sole su un ponte.

Per vedere apparire
cavalli e comete
nei posti vuoti della mia gioventù.

Per odorare ancora
i buoni figli della farina
nascosto sotto il grembiule del tavolo.

Per gustare
il latte dell'alba
che riempie pozzi dimenticati.

Non so quanto darei
per riposare nella terra
con le fredde monete d'argento della pioggia
negli occhi chiusi.

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Jorge Teillier (1935-1996) è un poeta cileno noto per avere fondato la “poesia larica”, ovvero la poesia rivolta ai Lari, agli antenati, con un occhio costantemente rivolto all’etica e all’estetica del passato, visto come un paradiso perduto in contrasto con la modernità del tempo presente. A trionfare in questa operazione della memoria e della nostalgia sono l’infanzia, il rispetto delle tradizioni, i valori della provincia e del villaggio, i miti ancestrali, la natura primordiale. La poesia viene a dipingere così un’età dell’oro a cui il poeta e il lettore possono accedere per trovare un mondo migliore.

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EDWARD LAMSON HENRY, “HOURS OF CHILDHOOD”

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LA FRASE DEL GIORNO
Questa era la felicità: disegnare nella brina figure senza senso sapendo che nulla sarebbe durato.

JORGE TEILLIER

mercoledì 9 novembre 2011

La strada la fai tu andando


ANTONIO MACHADO

PROVERBI E CANTARI, XXVIII


Viandante, sono le tue orme
la strada, nient'altro;
Viandante, non sei su una strada,
la strada la fai tu andando.
Mentre vai, si fa la strada
e girandoti indietro
vedrai il sentiero che mai
più calpesterai.
Viandante, non hai una strada,
ma solo scie nel mare.


(da Campi di Castiglia, 1912)

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“La strada la fai tu andando” dice il poeta spagnolo Antonio Machado (1875-1939): perché la strada è la vita di ciascuno di noi e noi stessi ne siamo gli artefici. È bellissima l’immagine delle orme che ci lasciamo dietro: i nostri giorni, i nostri amori, le gioie e le delusioni. Siamo noi a lasciarle, sono le nostre decisioni a imprimerle, e alcune sono più profonde di altre. Le conseguenze di ogni passo sono quelle che abbiamo originato noi e non possiamo cambiarle, non siamo in grado di ritornare indietro. Una poesia, questa di Machado che ne ricorda un’altra, La strada non presa di Robert Frost, che abbiamo già incontrato in questo blog: “Oh, quell'altra lasciavo a un altro giorno! / Pure, sapendo bene che strada porta a strada, / Dubitavo se mai sarei tornato…”

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PETE RUMNEY, “WALKING IN THE RAIN”
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LA FRASE DEL GIORNO
Per intessere il complesso arazzo della propria vita, è bene prendere fili da parecchie belle matasse e comporli in un disegno armonioso.

KATHERINE MANSFIELD, Diario

martedì 8 novembre 2011

Essere te

 

ANA ROSSETTI

COME SAREBBE ESSERE TE

Questo è l'enigma, l'ansia travolgente
di conoscere, il desiderio irresistibile di gettare l’ancora
in te, di possederti.
Come sarebbe la perplessità di essere te,
il mistero, la malattia di essere te e sapere
Come sarebbe lo stupore di essere te, davvero te e
con i tuoi occhi vedermi.
Come sarebbe percepire che ti amo
Come sarebbe, essendo te, sentirmelo dire
E come sarebbe, allora, sentire quello che senti tu.

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I versi di Ana Rossetti, poetessa spagnola nata a San Fernando, nella regione di Cadice, nel 1950, esplorano spesso il mondo estetico del piacere e dell’eros. Qui invece il desiderio espresso da Ana è l’ansia dell’impossibile: si domanda infatti come sarebbe essere l’amato, essere nei suoi panni, nella sua pelle, nella sua mente: estendere il proprio io, mutuarlo con quello altrui, scambiarsi i ruoli come in molte sceneggiature di facili film americani. Sdoppiarsi per vedere l’effetto che fa sentirsi dire – nelle vesti dell’amato - “Ti amo”.

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JIRI BORSKY, “HARBOUR LOVERS”

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LA FRASE DEL GIORNO
Amare, non è prendere un altro per completarsi, bensì offrirsi ad un altro per completarlo.

MICHEL QUOIST, Riuscire

lunedì 7 novembre 2011

Il tempo perduto

 

JOSÉ EMILIO PACHECO

ANTIELEGIA

Il mio unico tema è quel che non è più
E la mia ossessione il tempo perduto.
Il mio pungente ritornello è “mai più”.
Eppure amo questo continuo mutamento,
questo variare istante dopo istante:
senza di esso ciò che chiamiamo vita
sarebbe di pietra.

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L’ossessione del tempo che scorre, quella che stregò Marcel Proust e consentì a Dino Buzzati di scrivere bellissimi racconti, è oggetto di questa poesia di José Emilio Pacheco (Città del Messico, 1939), scrittore messicano molto affezionato a questa tematica: “Intanto / il cammino è la meta e nessuno avanza da solo / e l'acqua si condivide o crepi. Non c'è / minuto che non scorra. Avanti”. Tempo che cancella o deforma le cose, fluendo e ponendo distanze; tempo che comunque contribuisce alla vita con il suo continuo scorrere . È qui che Pacheco riesce a trovare l’equilibrio, nell’accettazione dell’ineluttabilità del tempo, dei mutamenti che il suo passare lascia nelle nostre esistenze.

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IMMAGINE © TRADEKING

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LA FRASE DEL GIORNO
Mi interessa solo / la testimonianza / del momento che passa / le parole / che detta nel suo fluire / il tempo in volo
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JOSÉ EMILIO PACHECO

domenica 6 novembre 2011

Litania per Genova

 

GIORGIO CAPRONI

LITANIA

Genova mia città intera.
Geranio. Polveriera.
Genova di ferro e aria,
mia lavagna, arenaria.

Genova città pulita.
Brezza e luce in salita.
Genova verticale,
vertigine, aria scale.

Genova nera e bianca.
Cacumine. Distanza.
Genova dove non vivo,
mio nome, sostantivo.

Genova mio rimario.
Puerizia. Sillabario.
Genova mia tradita,
rimorso di tutta la vita.

Genova in comitiva.
Giubilo. Anima viva.
Genova in solitudine,
straducole, ebrietudine.

Genova di limone.
Di specchio. Di cannone.
Genova da intravedere,
mattoni, ghiaia, scogliere.

Genova grigia e celeste.
Ragazze. Bottiglie. Ceste.
Genova di tufo e sole,
rincorse, sassaiole.

Genova tutta tetto.
Macerie. Castelletto.
Genova d'aerei fatti,
Albaro, Borgoratti.

Genova che mi struggi.
Intestini. Caruggi.
Genova e così sia,
mare in un'osteria.

Genova illividita.
Inverno nelle dita.
Genova mercantile,
industriale, civile.

Genova d'uomini destri.
Ansaldo. San Giorgio. Sestri.
Genova in banchina,
transatlantico, trina.

Genova tutta cantiere.
Bisagno. Belvedere.
Genova di canarino,
persiana verde, zecchino.

Genova di torri bianche.
Di lucri. Di palanche.
Genova in salamoia,
acqua morta di noia.

Genova di mala voce.
Mia delizia. Mia croce.
Genova d'Oregina,
lamiera, vento, brina.

Genova nome barbaro.
Campana. Montale, Sbarbaro.
Genova dei casamenti
lunghi, miei tormenti.

Genova di sentina.
Di lavatoio. Latrina.
Genova di petroliera,
struggimento, scogliera.

Genova di tramontana.
Di tanfo. Sottana.
Genova d'acquamarina,
area, turchina.

Genova di luci ladre.
Figlioli. Padre. Madre.
Genova vecchia e ragazza,
pazzia, vaso, terrazza.

Genova di Soziglia.
Cunicolo. Pollame. Trilia.
Genova d'aglio e di rose,
di Pré, di Fontane Masrose.

Genova di Caricamento.
Di Voltri. Di sgomento.
Genova dell'Acquasola,
dolcissima, usignuola.

Genova tutta colore.
Bandiera. Rimorchiatore.
Genova viva e diletta,
salino, orto, spalletta.

Genova di Barile.
Cattolica. Acqua d'Aprile.
Genova comunista,
bocciofila, tempista.

Genova di Corso Oddone.
Mareggiata. Spintone.
Genova di piovasco,
follia, Paganini, Magnasco.

Genova che non mi lascia.
Mia fidanzata. Bagascia.
Genova ch'è tutto dire,
sospiro da non finire.

Genova quarta corda.
Sirena che non si scorda.
Genova d'ascensore,
paterna, stretta al cuore.

Genova mio pettorale.
Mio falsetto. Crinale.
Genova illuminata,
notturna, umida, alzata.

Genova di mio fratello.
Cattedrale. Bordello.
Genova di violino,
di topo, di casino.

Genova di mia sorella.
Sospiro. Maris Stella.
Genova portuale,
cinese, gutturale.

Genova di Sottoripa.
Emporio. Sesso. Stipa.
Genova di Porta Soprana,
d'angelo e di puttana.

Genova di coltello.
Di pesce. Di mantello.
Genova di lampione
a gas, costernazione.

Genova di Raibetta.
Di Gatta Mora. Infetta.
Genova della Strega,
strapiombo che i denti allega.

Genova che non si dice.
Di barche. Di vernice.
Genova balneare,
d'urti da non scordare.

Genova di "Paolo & Lele".
Di scogli. Furibondo. Vele.
Genova di Villa Quartara,
dove l'amore s'impara.

Genova di caserma.
Di latteria. Di sperma.
Genova mia di Sturla,
che ancora nel sangue mi urla.

Genova d'argento e stagno.
Di zanzara. Di scagno.
Genova di magro fieno,
canile, Marassi, Staglieno.

Genova di grige mura.
Distretto. La paura.
Genova dell'entroterra,
sassi rossi, la guerra.

Genova di cose trite.
La morte. La nefrite.
Genova bianca e a vela,
speranza, tenda, tela.

Genova che si riscatta.
Tettoia. Azzurro. Latta.
Genova sempre umana,
presente, partigiana.

Genova della mia Rina.
Valtrebbia. Aria fina.
Genova paese di foglie
fresche, dove ho preso moglie.

Genova sempre nuova.
Vita che si ritrova.
Genova lunga e lontana,
patria della mia Silvana.

Genova palpitante.
Mio cuore. Mio brillante.
Genova mio domicilio,
dove m'è nato Attilio.

Genova dell'Acquaverde.
Mio padre che vi si perde.
Genova di singhiozzi,
mia madre, Via Bernardo Strozzi.

Genova di lamenti.
Enea. Bombardamenti.
Genova disperata,
invano da me implorata.

Genova della Spezia.
Infanzia che si screzia.
Genova di Livorno,
Partenza senza ritorno.

Genova di tutta la vita.
Mia litania infinita.
Genova di stoccafisso
e di garofano, fisso
bersaglio dove inclina
la rondine: la rima.

(da Il passaggio d’Enea, 1956)

 

Il poeta livornese Giorgio Caproni (1912-1990) aveva anche un’altra città del cuore, Genova, dove visse – e studiò – durante l’adolescenza e la prima giovinezza. E gli dedicò questa Litania laica: la litania è infatti una particolare preghiera cattolica che si esprime con formule ripetute dall’officiante – ecco allora quel “Genova… Genova” pronunciato ben 90 volte – e risposte o replicate, in parte o interamente, dai fedeli. Qui nel rito ambrosiano, ad esempio, c’è una litania che accompagna ogni funerale: dopo l’omelia il sacerdote pronuncia una serie di nomi di santi e i fedeli rispondono “intercedi per lui (o per lei)”. Genova diventa allora la protagonista di questa giaculatoria di Caproni: percorsa tutta strada per strada, dipinta di verso in verso, di rima in rima, popolata di gente e di personaggi, di poeti che cantano i caruggi, di amori e di ricordi, Genova di tutta una vita. Quella Genova che oggi vediamo straziata dall’alluvione, così come fu nel 1952 e nel 1970, quella Genova che vedemmo stuprata dagli scontri intorno al G8 del luglio 2001, quella Genova cui voglio tornare quanto prima per passeggiare nelle vecchie strade che ritrovo nei versi di Caproni e Montale, di Sbarbaro e Campana, che vedo sorgere dalle canzoni di De André.

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FOTOGRAFIA © VIAGGIAMO

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LA FRASE DEL GIORNO
Vedilo il mondo: in Genova è raccolto / A replicarne un po’ la psiche e il volto.
EDOARDO SANGUINETI

sabato 5 novembre 2011

Giù foglie

 

DIEGO VALERI

FOGLIE, GIÙ FOGLIE

Foglie, giù foglie nella lenta pioggia
di questa dolce disperata sera!
Foglie, giù foglie: grandi pese fracide
foglie di ippocastano, e verdi e lievi
e trepide fogliette di robinia;
giù, per l'albore freddo dei lampioni,
giù, sul lucido asfalto della via...
Foglie, giù foglie...

(da Umana, 1921)

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“Foglie, giù foglie” nella fredda pioggia d’autunno che cade grigia e spoglia gli alberi. Uno spettacolo che sgomenta ogni volta gli uomini, come già abbiamo visto nel post sulle poesie che paragonano la vita umana al cadere delle foglie. Non vi è estraneo neanche Diego Valeri (1887-1976): il poeta di Piove di Sacco, del resto,ha nelle sue corde l’ammirazione davanti alla bellezza – soprattutto naturale – e alla sua crudeltà, al senso di struggimento originato dalla nostra estraneità , dal senso di mortalità che si cela dietro le cose.

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LEONID AFREMOV, “PARCO IN AUTUNNO”

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LA FRASE DEL GIORNO
Al modo delle foglie che nel tempo /  fiorito della primavera nascono / e ai raggi del sole rapide crescono, / noi simili a quelle per un attimo / abbiamo diletto del fiore dell'età.

MIMNERMO

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