giovedì 6 agosto 2009

Bicentenario di Tennyson

"Better to have loved and lost, Than never to have loved at all." - (È meglio aver amato, e perso /Che non aver mai amato)

Questi bellissimi versi sono di Alfred Tennyson, poeta inglese del quale oggi ricorre il bicentenario della nascita: venne alla luce infatti il 6 agosto 1809 a Somersby, nel Lincolnshire. Tennyson è uno dei grandi poeti classici dell’epoca vittoriana: seppe convincere con la musicalità dei versi, esprimendo la fiducia nei valori ed esaminando le intime lacerazioni dell’animo umano. Interprete sicuro dei gusti della sua età, nel 1850 fu chiamato a essere “poeta laureato”, ovvero il poeta ufficiale del sovrano, carica che tenne fino all’anno della morte, il 1892.  Gilbert K. Chesterton, ironizzando sul suo conservatorismo, osservò di lui: “Ragiona come la regina Vittoria, solo che si esprime meglio”. Il mito e l’epoca classica hanno grande parte nelle sue opere, che richiamano spesso le grandi elegie latine e alessandrine, anche per l’uso di una metrica ricercata. Uno stile che Thomas Stearns Eliot apprezzò moltissimo: “Tennyson è un grande poeta, per ragioni perfettamente chiare. Ha tre qualità che solo nei grandissimi poeti si ritrovano unite: abbondanza, varietà e totale padronanza del linguaggio”.

 

NON INVIDIO IN ALCUN MODO

Non invidio in alcun modo
il vuoto opprimente della nobile rabbia,
il cardellino nato nella gabbia
che non ha mai conosciuto i boschi estivi.
Non invidio l'animale che si prende la sua libertà nel tempo,
senza essere toccato dal senso di colpa,
e la cui coscienza non viene mai risvegliata.
E neppure, sebbene esso possa ritenersi beato,
il cuore che non ha mai fatto una promessa di matrimonio,
ma resta lì, a stagnare, nell'indolenza.
E non voglio alcun riposo del desiderio.
E tengo per certo, qualunque cosa accada,
e lo confermo proprio quando soffro di più:
è meglio aver amato e perso
che non aver amato mai.

 

Monumento a Tennyson, Trinity College, Cambridge

 

LA SIGNORA DI SHALOTT

Lungo entrambe le rive del fiume si stendono
vasti campi di orzo e segale
che rivestono la brughiera fino a incontrare il cielo;
e attraverso i campi corre la strada
verso la turrita Camelot;
e la gente va e viene,
guardando dove i gigli sbocciano
attorno all’isola, lì sotto,
l’Isola di Shalott.

Salici impalliditi, pioppi tremuli,
lievi brezze si oscurano e fremono
nella corrente che scorre perpetua
intorno all’isola nel fiume,
fluendo verso Camelot.
Quattro mura grigie, quattro torri grigie
sovrastano un prato di fiori,
e l’isola silenziosa dimora
la Signora di Shalott.

Solo i mietitori, falciando mattinieri,
nell’orzo barbuto
odono una canzone che echeggia lietamente
dal fiume che limpido si snoda,
verso la turrita Camelot.
E sotto la luna lo stanco mietitore,
ammucchiando covoni sull’arioso altipiano,
ascoltando sussurra «È la maga»
la Signora di Shalott.

Lì intesse giorno e notte
una magica tela dai colori vivaci.
Ed aveva sentito una voce secondo cui
una maledizione l’avrebbe colpita
se avesse guardato verso Camelot.
Non sapeva quale fosse la maledizione.
E così tesseva assiduamente,
ed altre preoccupazioni non aveva,
la Signora di Shalott.

E muovendosi attraverso uno specchio limpido
appeso di fronte a lei tutto l’anno,
ombre del mondo appaiono.
Lì vede la vicina strada maestra
snodarsi verso Camelot;
ed a volte attraverso lo specchio azzurro
i Cavalieri giungono cavalcando a due a due
lei non ha alcun Cavaliere leale e fedele,
la Signora di Shalott.

Ma con la tela ancor si diletta
ad intessere le magiche immagini dello specchio,
perché spesso attraverso le notti silenti
un funerale con pennacchi e luci
e musica andava a Camelot;
o quando la luna era alta,
venivano due innamorati sposati di recente.
«Mi sto stancando delle ombre» disse
la Signora di Shalott.

A un tiro d’arco dal cornicione della sua dimora,
lui cavalcò fra i mannelli d’orzo.
Il sole giunse abbagliante fra le foglie,
e splendente sui gambali di ottone
del coraggioso Sir Lancelot.
Un cavaliere con la croce rossa perpetuamente inginocchiato
ad una dama nel suo scudo,
che scintillò sul campo giallo,
presso la remota Shalott.

La sua fronte ampia e chiara scintillò al sole;
con zoccoli bruniti il suo cavallo passava;
da sotto il suo elmo fluirono, mentre cavalcava,
i suoi riccioli neri come il carbone,
Mentre cavalcava verso Camelot.
Dalla riva e dal fiume
egli brillò nello specchio di cristallo,
“Tirra lirra” presso il fiume
cantò Sir Lancelot.

Lasciò la tela, lasciò il telaio,
fece tre passi nella stanza,
vide le ninfee in fiore,
vide l’elmo ed il pennacchio,
e guardò verso Camelot.
La tela volò via fluttuando spiegata;
lo specchio si spezzò da cima a fondo
«La maledizione mi ha colta» urlò
la Signora di Shalott.

Nel tempestoso vento dell’est che sferzava,
i boschi giallo pallido si indebolivano
l’ampio fiume nei suoi argini si lamentava.
Dal cielo basso la pioggia scrosciava
sopra la turrita Camelot;
lei discese e trovò una barca
galleggiante presso un salice,
e intorno alla prua scrisse
la Signora di Shalott.

Ed oltre la pallida estensione del fiume
come un’audace veggente in estasi,
che contempli tutta la propria mala sorte -
con una espressione vitrea
guardò verso Camelot.
E sul finir del giorno
mollò gli ormeggi, e si distese:
l’ampio fiume la portò assai lontano,
la Signora di Shalott.

Si udì un inno triste, sacro
cantato forte, cantato sommessamente
finché il suo sangue si freddò, lentamente
ed i suoi occhi furono oscurati completamente,
volti alla turrita Camelot.
Prima che, portata dalla corrente,
raggiungesse la prima casa lungo l’argine
canticchiando il proprio canto morì
la Signora di Shalott.

Sotto la torre ed il balcone
vicino il muro del giardino e la loggia
lei galleggiò, figura splendente
di un pallor mortale, tra le case alte
silente dentro Camelot.
Vennero sulla banchina
il cavaliere, il cittadino, il Signore e la Dama
e intorno alla prua lessero il suo nome
La Signora di Shalott.

Chi è? Che c’è qui?
Nel vicino palazzo illuminato
si spensero i regali applausi
e, per la paura, si segnarono
tutti i cavalieri di Camelot.
Ma Lancillotto rifletté per un po’
E disse «Ha un bel viso;
Dio nella sua misericordia le conceda la pace
la Signora di Shalott».

 

© Getty Images

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Berrò la vita fino alla feccia.
ALFRED TENNYSON, Ulisse

2 commenti:

Luciana Bianchi Cavalleri ha detto...

"è meglio aver amato e perso
che non aver amato mai."

Concordo completamente con l'opinione espressa in quello che credo sia (giustamente) uno fra i versi più popolari dell'autore

luciana - comoinpoesia

DR ha detto...

Uno dei versi più popolari dell'intera letteratura anglosassone, tanto da essere ripreso in molti film e divenuto parte di canzoni (ricordo un pezzo di Celine Dion e uno dei Nazareth). Se fa male rimpiangere di aver agito, fa molto più male rimpiangere di non averlo fatto.

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