sabato 10 maggio 2008

Carlo Michelstaedter

Tra le figure disperate della poesia, accanto ad Antonia Pozzi, a Cesare Pavese e a Sylvia Plath, c'è il goriziano Carlo Michelstaedter. Nato nel 1887, si uccise a soli ventitrè anni.
La sua opera principale è la tesi di laurea in lettere e filosofia, "La persuasione e la rettorica". Il giorno dopo averla finita, Michelstaedter disegna una lampada a olio sulla copertina e scrive la parola greca απεσβησθεν, "io mi spensi".
Nella prefazione aveva scritto: “Io lo so che parlo, perché io parlo, ma so che non persuaderò nessuno”. L’incipit era ancora più esplicito: “So che cosa voglio e non ho cosa io voglia”. Partendo dalla definizione della persuasione e della retorica in Platone e Aristotele, suggerisce una visione del mondo in cui la verità pesa intollerabilmente ed è resa dipendente da questo peso. La retorica, attraverso parole, gesti e istituzioni, cerca di nascondere questa impossibilità di raggiungere la persuasione. L’unica alternativa, a Michelstaedter, è sembrata un colpo di rivoltella.

Dai suoi versi deborda il senso disperato del vivere, la negazione del sogno, dell'illusione, della speranza, di ogni gioia terrena. L'esistenza non è un mestiere, come per Pavese, ma una dolorosa lacerazione: “Non ha sole la mia giovinezza, non conta gli anni il mio core / l'anima mia dolorosa non sa le primavere”. La poesia non è che un vano orpello, una finzione che non è in grado di rivelare quello che non si può manifestare: “Voglio e non posso e spero senza fede” conclude in “Aprile”, corollario di quel “Vuoto il presente, vuoto nel futuro” che vede in “Nostalgia” dove il suo destino gli sembra “attender senza speme”. Le influenze del Leopardi di “amore e morte” e marcatamente di Ibsen cominciano a farsi sentire, così come echi di letture di Nietzsche: “È più forte, più forte / questa torbida fiamma di desio / e mentre tutto intorno a me precipita / mente crolla nel vortice funesto / ogni affetto, ogni fede, ogni speranza / sbatte le rosse lingue e s'attorciglia / inestinguibile”.

A un certo punto il mare gli appare come un destino, una metafora di quella vita “che mi dia pace sicura / nella pienezza dell’essere”, un richiamo ancestrale che diventa però subito un regno rimpianto da cui si è esiliati, forse il continente perduto di Platone. “Ma ora qui che aspetto, e la mia vita / perché non vive, perché non avviene?” si chiede in “Risveglio”.

Di lui Emilio Cecchi tracciò un profilo puntuale: "Nel suo frenetico orgoglio intellettuale, nella sua fame di assoluto, nella appassionata violenza dei suoi ventitrè anni, il Michelstaedter aveva finito col comporre di se stesso un audace modello di stoicismo filosofico; aveva creato se stesso una sorta di mito eroico, e lo vagheggiava e lo perfezionava; finché non poté più sopportare che il suo carnale io vivente non si identificasse con l'altro, con l'io del mito; e inseguendo questo si trovò alla morte".


A SENIA

VI
Ti son vicino e tu mi sei lontana,
mi guardi e non mi vedi, o s'io ti parlo,
per quanto ascolti, non però m'intendi;
ti sono questo corpo e questi suoni,
ti sono un nome, ti son un dei tanti,
come un altro sarebbe
che per nome e per vista conoscessi.
Io non son per te «io», la mia vita,
io, questa mia volontà più forte,
il mio sogno, il mio mondo, il mio destino.
Io non sono per te: questo mio amore
disperato e lontano e doloroso,
gli passi accanto e non lo senti amare.


* * *

RISVEGLIO

Giaccio fra l'erbe
sulla schiena del monte, e beve il sole
il mio corpo che il vento m'accarezza
e sfiorano il mio capo i fiori e l'erbe
ch'agita il vento
e lo sciame ronzante degli insetti. -
Delle rondini il volo affaccendato
segna di curve rotte il cielo azzurro
e trae nell'alto vasti cerchi il largo
volo dei falchi…
Vita?! Vita?! qui l'erbe, qui la terra,
qui il vento, qui gl'insetti, qui gli uccelli,
e pur fra questi sente vede gode
sta sotto il vento a farsi vellicare
sta sotto il sole a suggere il calore
sta sotto il cielo sulla buona terra
questo ch'io chiamo "io", ma ch'io non sono.
No, non son questo corpo, queste membra
prostrate qui fra l'erbe sulla terra,
più ch'io non sia gli insetti o l'erbe o i fiori
o i falchi su nell'aria o il vento o il sole.
Io son solo, lontano, io son diverso -
altro sole, altro vento e più superbo
volo per altri cieli è la mia vita…
Ma ora qui che aspetto, e la mia vita
perché non vive, perché non avviene?
Che è questa luce, che è questo calore,
questo ronzar confuso, questa terra,
questo cielo che incombe? M'è straniero
l'aspetto d'ogni cosa, m'è nemica
questa natura! basta! voglio uscire
da questa trama d'incubi! la vita!
la mia vita! il mio sole!
Ma pel cielo
montan le nubi su dall'orizzonte,
già lambiscono il sole, già alla terra
invidiano la luce ed il calore.
Un brivido percorre la natura
e rigido mi corre per le membra
al soffiare del vento. Ma che faccio
schiacciato sulla terra qui fra l'erbe?
Ora mi levo, ché ora ho un fine certo,
ora ho freddo, ora ho fame, ora m'affretto,
ora so la mia vita,
ché la stessa ignoranza m'è sapere -
la natura inimica ora m'è cara
che mi darà riparo e nutrimento,
ora vado a ronzar come gl'insetti. -

Sul S. Valentin, giugno 1910


Ritratto di Carlo Michelstaedter
Copertina dell'edizione Sansoni delle "Opere"



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LA FRASE DEL GIORNO
Chi vuol avere un attimo solo sua la vita, esser un attimo solo persuaso di ciò che fa – deve impossessarsi del presente.
CARLO MICHELSTAEDTER, La persuasione e la rettorica

1 commento:

Jvan1980 ha detto...

Ciao,

ti ringrazio per aver visitato il mio blog.

Ti anticipo che sul mio blog cercherò di mettere in campo anche della poesia.
Spero ti piaccia.

Ciao.

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