venerdì 31 agosto 2012

L’odore delle cose perdute

 

MARTÍN LÓPEZ-VEGA

UN’ALTRA ROSA

È da giorni sul tavolo. Un’amica
me l’ha regalata senza alcun motivo,
come viene e va la felicità,
senza alcuna intenzione che potesse
farla simbolo di qualcosa.
Ora che ha perso il colore
e che sono seccati i suoi petali
e ha l’odore delle cose perdute
ora dice che non se ne vanno solo
la felicità o l’amore,
ma che passano anche i giorni vuoti,
che non c’è modo di nascondersi dalla vita,
che la fine è la stessa,
che quello che non è neppure cominciato tuttavia finisce.
E la vita, è già compiuta? È tardi per riviverla?

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Si può risalire addirittura ad Omero per trovare un simile paragone: “Quale è la generazione delle foglie, / tale è anche quella degli uomini” recita l’Iliade, riecheggiata poi da Mimnermo: “Al modo delle foglie che nel tempo / fiorito della primavera nascono / e ai raggi del sole rapide crescono, / noi simili a quelle per un attimo / abbiamo diletto del fiore dell'età”. Il poeta spagnolo Martín López-Vega (Po de Llanes, 1975), come gli augusti colleghi dell’antichità greca, medita sullo scorrere del tempo e delle nostre vite osservando il rapido seccare di una rosa. Esercizio salutare di umiltà, così da far pensare che molte delle cose che reputiamo a noi dovute non sono invece che transitorie conquiste.

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ALEXEI ANTONOV, “STILL LIFE, PINK ROSE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Forse essere vivi è proprio questo: andare alla ricerca degli istanti che muoiono.

MURIEL BARBERY, L’eleganza del riccio

giovedì 30 agosto 2012

Bei monti della sera

 

ALFONSO GATTO

AI MONTI DI TRENTO

Bei monti della sera
azzurra è già l'Italia...

Penso a mia madre sola con la luna
nella notte d'ottobre, ancora estiva
la brezza muove i suoi capelli, imbruna
sulle case d'intorno...

Così la chiara spera
dei monti a lungo ammalia
nei pascoli la sera.
Odora già l'Italia
di polvere e di rose.

Era la luna ancora effusa al giorno,
mia madre a lungo sul mio capo pose
le mani e disse: “Vedi, a noi d'intorno
il tempo s'è fermato...”

Bei monti della sera
azzurro è il mio passato.

(da Arie e ricordi, 1941)

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La sera cade sui monti come un mantello di luce che li veste a lungo in un gioco di riflessi e di colori che sfumano sempre più fino al crepuscolo. Sulle Dolomiti c’è addirittura un termine per indicare il variare dal rosa al rosso al viola del cielo sulle particolari rocce formate di dolomia, la “enrosadira”. È un lungo tramonto che non vuole mai finire, e al poeta Alfonso Gatto (1909-1976), complice il profumo delle rose e il limpido chiarore dell’aria, porta alla mente il ricordo della madre: come su quei monti trentini il tempo sembra improvvisamente fermo, così nella memoria l’attimo si è cristallizzato e illumina con la sua luce tutta la vita del poeta.

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ENROSADIRA SUL LATEMAR - FOTOGRAFIA © AFRANK99

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LA FRASE DEL GIORNO
Credo anch'io che la nostra vita e le nostre percezioni si sviluppino a partire da un groviglio di ricordi sommersi. Forse quello che chiamiamo anima non è se non l'insieme di questi oscuri detriti di ricordi.
HERMANN HESSE, Pellegrinaggio d’autunno

mercoledì 29 agosto 2012

I poeti si divertono: Orelli

 

GIORGIO ORELLI

DAL BUFFO BUIO

Dal buffo buio
sotto una falda della mia giacca
tu dici: “Io vedo l'acqua
d'un fiume che si chiama Ticino
lo riconosco dai sassi
Vedo il sole che è un fuoco
e se lo tocchi con senza guanti ti scotti
Devo dire una cosa alla tua ascella
una cosa pochissimo da ridere

Che neve bizantina
Sento un rumore un odore di strano
c'è qualcosa che non funziona?
forse l'ucchetto, non so
ma forse mi confondo con prima
Pensa: se io fossi una rana
quest'anno morirei”

“Vedi gli ossiuri? gli ussari? gli ossimori?
Vedi i topi andarsene compunti
dal Centro Storico verso il Governo?”

“Vedo due che si occhiano
Vedo la sveglia che ci guarda in ginocchio
Vedo un fiore che c'era il vento
Vedo un morto ferito
Vedo il pennello dei tempi dei tempi
il tuo giovine pennello da barba
Vedo un battello morbido
Vedo te ma non come attraverso
il cono del gelato”

”E poi?”
”Vedo una cosa che comincia per GN”
”Cosa?”
”Gnente”

(“Era solo per dirti che son qui,
solo per salutarti”)

(da Sinopie, Mondadori, 1977)

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Anche i poeti si divertono: Montale, ad esempio, rovesciò come un guanto “La pioggia nel pineto” di D’Annunzio, Palazzeschi giocò con le onomatopee: “Clof, clop, cloch, / cloffete, / cloppete, / clocchette, / chchch... / È giù, / nel cortile, / la povera / fontana / malata”. Lo svizzero Giorgio Orelli (Airolo, 1921) gioca invece la carta dell’allitterazione, del suono che sorprende, dell’associazione di idee bislacca, degli anacoluti, dei neologismi, delle grafie strampalate che in altri contesti costituirebbero un errore ma che qui assurgono a poesia: l’ucchetto, il “gnente”, per esempio, ma anche degli ossimori con/senza e morto/ferito. Tutte le Sinopie sono un catalogo di questi giochi linguistici e letterari, con riferimenti più o meno nascosti a Dante, a Sant’Agostino, a Antonio Machado: perché i poeti si divertono, ma con giudizio.

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RENÉ MAGRITTE, “LA MASQUE VIDE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Dante stesso dice che la poesia: ‘nihil aliud est quam fictio retorica musicaque poita’. Una definizione altissima della poesia: finzione retorica messa in musica.
GIORGIO ORELLI, La Regione Ticino, 21 aprile 2012

martedì 28 agosto 2012

Sciocca felicità

 

SERGEJ A. ESENIN

ECCOLA, QUESTA SCIOCCA FELICITÀ

Eccola, questa sciocca felicità
Con le sue finestre bianche spalancate sull'orto!
Sopra lo stagno, uguale a un cigno purpureo
Naviga silenzioso il tramonto.

Salve, mia pozzanghera d'oro
E voi betulle capovolte nell'acqua!
Dal tetto una banda di cornacchie
Canta i Vespri alle stelle.

Laggiù oltre i giardini
Dove fiorisce la vitalba
Una soave ragazza vestita di bianco
Accenna delicate canzoni:

E il freddo notturno si distende sui campi
Come una sottana celeste.
O mia cara, mia sciocca felicità,
Tenere e fresche guance di una volta!

(da Poesie – Traduzione di Giuseppe Paolo Samonà)

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Arcadica e bucolica è la felicità del poeta russo Sergej A. Esenin (1895-1925): arcadica perché originata da ciò che gli ricordava l’età dell’oro dell’infanzia – e fa sensazione dirlo e considerare che Esenin si uccise a soli trent’anni; bucolica perché collocata nelle vaste campagne del Rjazan’, regione contadina dove visse con i nonni fino ai 17 anni: Lunaciarskij lo definì appunto “il Beato Angelico dei campi”. Questa felicità tranquilla – sciocca, addirittura! – così minimale, così immotivata, ci lascia sperare di poterla incontrare ovunque sul nostro cammino: un tramonto, un fiume dove veleggiano i cigni e le sponde si riflettono verdi, una ragazza che canta, un giro di stelle…

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IVAN IVANOVIC SHISHKIN, “AT THE SUMMER COTTAGE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Corre intanto il seren per l'universa / Calma notturna e pochi o niuno il sa: / Così l'urna sovente inclina e versa / Silenziosa la Felicità
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ENRICO PANZACCHI, Lyrica

lunedì 27 agosto 2012

Una sberla di dolcezza

 

MÍA GALLEGOS

LA CRUNA DELL’AGO, VII

All’amore sono giunta con un grido di seta
e ci ho messo le guance,
il corpo e la coscienza.

Niente è rimasto di me,
neppure una lettera,
neppure uno specchio in cui riconoscermi.
Ma ho imparato a passare
per la cruna dell’ago,
cioè a perdonare sinceramente.
A lasciare la pelle nel filo di ferro,
a ferirmi dalla testa
ai piedi.

Ho perso tutto.
E quando ho capito che non sapevo difendermi dalla gente,
ho risposto con una sberla di dolcezza,
perché io  so
che solo i dolci erediteranno la terra.

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Abbiamo già visto in un’altra poesia la costaricana Mía Gallegos (San José, 1953) definirsi “dolce” e “avvinghiata alla dolcezza”. Questi versi più che una conferma ne sono l’esaltazione: una donna che è stata ferita, delusa e ingannata dall’amore e dalla gente ma che è stata ogni volta capace di andare oltre, di lasciare che la sua anima passasse attraverso la cruna dell’ago, lasciando il corpo a soffrire; una donna convinta che la dolcezza – bellissimo l’ossimoro in cui è associata alla “sberla” – è la sola maniera di vivere e contiene già in sé la ricompensa, senza bisogno di avvelenarsi il cuore.

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PIERRE PUVIS DE CHAVANNE, “L’ESPÉRANCE”

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LA FRASE DEL GIORNO
L'unica cosa che valga sul serio è la tenerezza.
EVGENIJ EVTUSENKO, Autobiografia precoce

domenica 26 agosto 2012

La pioggia cade nel ricordo

 

VICENTE ALEIXANDRE

PIOVE

In questa sera piove e la tua immagine
limpida piove. E nel ricordo s'apre
il giorno. E tu entri. Ma non sento.
La memoria mi dà solo l'immagine,
Solo il tuo bacio
solo la pioggia cade nel ricordo.
E piove la tua voce, e piove il bacio
triste, il bacio profondo,
bacio che nella pioggia si è bagnato.
Umido è il labbro.
Umido di ricordo piange il bacio
dai grigi cieli teneri.
Piove il tuo amore bagnando
la mia memoria, e cade e cade. Il bacio
profondo cade. E anche grigia cade
la pioggia.

(da Poemas de la consumación, 1968 – Traduzione di Luciano Luisi)

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Che musica hanno questi versi del Premio Nobel spagnolo Vicente Aleixandre (1898-1984): piove-piove-piove, solo-solo-solo, bacio-bacio-bacio, cade-cade-cade-cade, è il ritmo della pioggia che si impone nella lettura grazie alle ripetizioni. Pioggia che si mescola al ricordo di una donna perduta, che diventa essa stessa ricordo – un po’ muto, un po’ triste, un po’ dolce - confondendosi con quell’amore donato alla memoria: come se non gocce cadessero dal cielo ma migliaia di baci.

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FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

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LA FRASE DEL GIORNO
Ricordare è osceno, / peggio: è triste. Dimenticare è morire.
VICENTE ALEIXANDRE

sabato 25 agosto 2012

Le affinità d’anima

 

EUGENIO MONTALE

EX VOTO

Accade
che le affinità d'anima non giungano
ai gesti e alle parole ma rimangano
effuse come un magnetismo. È raro
ma accade.

Può darsi
che sia vera soltanto la lontananza,
vero l'oblio, vera la foglia secca
più del fresco germoglio. Tanto e altro
può darsi o dirsi.

Comprendo
la tua caparbia volontà di essere sempre assente
perché solo così si manifesta
la tua magia. Innumeri le astuzie
che intendo.

Insisto
nel ricercarti nel fuscello
e mai nell'albero spiegato, mai nel pieno, sempre
nel vuoto: in quello che anche al trapano
resiste.

Era o non era
la volontà dei numi che presidiano
il tuo lontano focolare, strani
multiformi multanimi animali domestici;
fors'era così come mi pareva
o non era.

Ignoro
se la mia inesistenza appaga il tuo destino,
se la tua colma il mio che ne trabocca,
se l'innocenza è una colpa oppure
si coglie sulla soglia dei tuoi lari. Di me,
di te tutto conosco, tutto
ignoro.

(da Satura, 1971)

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“Ex voto” non è una delle poesie più note di Eugenio Montale (1896-1981), eppure merita davvero, assurgendo anche ad una modernità che le conferiscono i mutati rapporti sociali rispetto al tempo in cui fu scritta. Naturalmente, è dedicata all’assenza dell’amata moglie Drusilla Tanzi, la “Mosca”, morta nel 1963 ma rimasta viva nella memoria e nei pensieri quotidiani del poeta: “Tu stai sotto una lapide. Risvegliarti non vale / perché sei sempre desta. Anche oggi ch’è sonno / universale”. Quindi, l’affinità non è svanita con la scomparsa di lei, ma aleggia nell’aria come un magnetismo, una sensazione magicamente provata. Andrea Zanzotto parlò di Satura come “un grande testamento imperniato sull’idea della vita come detrito”: Montale senza Drusilla non fa che raccogliere questi detriti sparsi nel tempo per costruirci una parvenza di vita.

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DRUSILLA TANZI ED EUGENIO MONTALE

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LA FRASE DEL GIORNO
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale / E ora che non ci sei più è il vuoto ad ogni gradino
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EUGENIO MONTALE, Satura

venerdì 24 agosto 2012

Per immaginarti

 

ÁNGELES CARBAJAL

TU

Oggi di nuovo ho cercato
il tavolino di un caffè
per leggere,
per scrivere questa poesia,
per non sentire
quello che sento,
per immaginarti
come tante volte,
nella penombra
delle ore lente,
passando dalle pagine
di un libro
all’altro,
camminando sotto la pioggia,
nei musei
di Vienna, di Parigi, di Roma...
nel giallo ocra
di un muro
di Toscana,
nel Prau Carballalu
una sera di mate
e di tormenta,
nelle notti azzurre di lavanda,
una mattina di campane
nell’abbazia di Melk,
nelle lezioni di francese,
quels étaient son nom,
sa demeure, sa vie, son passé,
il souhaitait connaitre
les meubles de sa chambre,
toutes les robes qu'elle avait portées,
davanti a un grande quadro di Marc Rothko,
in Monteverdi e in Beethoven,
negli orizzonti vicini dell’inverno,
e dovunque
si posassero i miei occhi
era sempre identico il mio desiderio:
le tue mani vicine, la tua voce,
tornare a casa
e trovarti lì.

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Ancora una poesia sull’assenza d’amore: è della poetessa spagnola Ángeles Carbajal (Argüelles, 1959). Quello che colpisce è la minimale apparizione di questa assenza, di questa ricerca dell’amore desiderato: si manifesta al tavolino di un caffè, evocata dalle pagine dei libri, divagando e trasformandosi in sogno ad occhi aperti che prende a prestito da essi luoghi e occasioni. Come tatuata sull’anima, impressa a vivo nello sguardo, quell’ossessione amorosa, quel desiderio invade ogni cosa: “Il dolore ripercorre / tutte le sue vie, / e infine vale la pena un ricordo: / quello dell’amore perduto, / la delizia delle abitudini / che la sua dolcezza mi regalava”.

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TSUGUHARU FOUJITA, “CAFÉ”

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LA FRASE DEL GIORNO
La gioia dell'amore non dura che un momento, / La pena d'amore dura tutta la vita.

JEAN-PIERRE CLARIS DE FLORIAN

giovedì 23 agosto 2012

Non fu passione

 

JOSÉ ASUNCIÓN SILVA

ALL’ORECCHIO DEL LETTORE

Non fu passione quella,
Fu una vaga tenerezza,
Quella che ispirano i bambini malati,
I tempi andati e le notti pallide.

Lo spirito solo
Al commuoversi canta:
Quando l’amore lo scuote poderoso
Trema, medita, si raccoglie e tace.

Passione sarebbe stata
In realtà; queste pagine
Scritte in un altro tempo più felice
Non hanno avuto strofe ma lacrime.

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Come l’amore cambia le persone, come cambia i poeti: basta rileggere a distanza di tempo le poesie dedicate a una passione finita per rovesciarne completamente il significato. Questo è quello che spiega al lettore – come se volesse prenderlo da parte - il poeta colombiano José Asunción Silva (1865-1896), precursore del modernismo, aristocratico bohémien a Parigi e Londra e quindi nella natia Bogotá, dove sollevò invidie e fu tacciato di presunzione. Come dire: le poesie che ho scritto credevo fossero per amore, in realtà quello non era tale, ma un diverso sentimento; in esse c’era sì una parvenza d’amore, ma era soltanto quella perché il vero amore tace. Teoria bislacca, in verità, quasi una ripicca d’innamorato tradito… Infine, una curiosità su Silva, che si uccise a 31 anni nel maggio 1896: gran parte delle sue poesie manoscritte andarono perdute per sempre il 28 gennaio 1895 nel naufragio del battello Amérique, con il quale il poeta stava raggiungendo il Venezuela: perciò il suo corpus poetico consta di sole 150 liriche.

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PABLO PICASSO, “VIEJO CON GUITARRA”

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LA FRASE DEL GIORNO
L'amore non dura che un tempo. È funzione diretta di un potenziale di desiderio, è un fuoco di paglia che arde forte e si spegne presto.

MAXENCE VAN DER MEERSCH, Perché non sanno quello che fanno

mercoledì 22 agosto 2012

Ebbrezza di gioventù

 

ARTHUR RIMBAUD

SENSAZIONE

D'estate, a calpestare per i sentieri andrò,
dentro il grano che punge, l'erba tenera a sera.
Sognando, la freschezza ai piedi sentirò,
lascerò che mi bagni la testa nuda il vento.

Non parlerò, smarrito ogni pensiero umano,
ma infinito nell'anima mi crescerà l'amore
e andrò come uno zingaro lontano assai lontano
per la Natura lieto come con una donna.

(da Poesie - Traduzione di Luciano Luisi)

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Questa di Arthur Rimbaud (1854 -1891) non è che una dichiarazione di vita, un’intenzione per il futuro. La poesia risale infatti al marzo del 1870, quando il poeta non aveva ancora compiuto i sedici anni. È facile risentire quell’ebbrezza che tutti noi abbiamo provato, in quei giorni d’adolescenza in cui il futuro si stendeva davanti a noi come un’immacolata tovaglia bianca, come una serie di pagine vuote da riempire, e ci sembrava così sterminato il tempo a venire, così nostro! Poi si cresce, si sbaglia, si matura, ci si corregge, e quell’ebbrezza sfrenata, quell’ubriacatura che è la gioventù, si stempera nelle incombenze della vita. Eppure, talvolta, ancora adesso quando d’estate lasciamo che la nostra anima corra libera tra i campi di grano, in armonia con i prati della sera, ritroviamo intatta quella sensazione, torniamo ad essere i ragazzi e le ragazze che eravamo…

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GUSTAVE CAILLEBOTTE, “LA PLAINE DE GENNEVILLIERS”

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LA FRASE DEL GIORNO
È privilegio della prima gioventù vivere d'anticipo sul tempo a venire, in un flusso ininterrotto di belle speranze  che non conosce soste o attimi di riflessione.
JOSEPH CONRAD, La linea d’ombra

martedì 21 agosto 2012

Senza ricordi

 

ESTHER DE CÁCERESfoto Esther_brindada por E.Piaggio

PERCHÉ MI HANNO PORTATO IL TUO SOGNO

Perché mi hanno portato il tuo sogno
ho amato i cieli della sera
e gli alberi solitari.

E ho amato i mari dell’alba
e le barche abbandonate,
perché in esse ritrovavo
il tuo ricordo!

Ora senza i cieli della sera
o i mari dell’alba
ti posseggo!

Libera da immagini
ti posseggo!

Perché adesso ti amo
in questa mia solitudine
senza ricordi.

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L’amore che diventa assenza e quindi dolore, che si sublima in atmosfere e oggetti che ricordano l’amato e quindi diventa esso stesso ricordo, per poi trasformarsi – ma difficile e non privo di sofferenze è il percorso – in puro e beatificante amore nella solitudine. Un sentimento alto quello che canta la poetessa uruguaiana Esther de Cáceres (1903-1971), di una bellezza spirituale che solo poche anime possono raggiungere.

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JACK VETTRIANO, “TABLE FOR ONE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Il gran desiderio d'un cuore inquieto è di possedere interminabilmente la creatura che ama o di poterla immergere, quando sia venuto il tempo dell'assenza, in un sonno senza sogni che non possa aver termine che col giorno del ricongiungimento.
ALBERT CAMUS, La peste

lunedì 20 agosto 2012

Avremo soltanto ricordi

 

JORGE LUIS BORGES

CONGEDO

Si devono levare fra il mio amore
e me, trecento notti come trecento muri
e sarà il mare una magia fra noi.

Avremo soltanto ricordi.
Oh sere meritate con la pena,
notti con la speranza di guardarti,
campi della mia strada, firmamento
che io vedo perdendo...
Assoluta come un marmo farà
tristi altre sere la tua assenza.

(da Fervore di Buenos Aires, 1923 – Traduzione di Luciano Luisi)

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“Avremo soltanto ricordi”. Sembra essere questo il destino di ogni sentire umano: alla fine, quando le inesorabili fiamme del tempo avranno reso cenere amori e vite, tutto quello che ci rimane sono i ricordi. Jorge Luis Borges (1899-1986) lo teorizzava già da giovane, in quel capolavoro poetico che è Fervore di Buenos Aires: in un’altra splendida poesia della raccolta spiega questa difficoltà di vivere con il fardello della memoria: “Dovrò rialzare la vasta vita / che ancora adesso è il tuo specchio: / ogni mattina dovrò ricostruirla”. L’assenza non è un vuoto assoluto, tutt’altro: è qualcosa da riempire, è una nuova dimensione di un amore, di una vita, come ben sapeva anche Vincenzo Cardarelli:E tu non sei più che un ricordo. / Sei trapassata nella mia memoria. / Ora sì, posso dire / che m'appartieni / e qualche cosa fra di noi è accaduto / irrevocabilmente”.

OPERA DI ANDY WARHOL

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LA FRASE DEL GIORNO
Chi non ricorda, non vive
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GIORGIO PASQUALI, Filologia e storia

domenica 19 agosto 2012

Dove non mi trovo

 

GIORGIO CAPRONI

INDICAZIONE

   - Smettetela di tormentarvi.
Se volete incontrarmi,
cercatemi dove non mi trovo.

     Non so indicarvi altro luogo.

(da Il franco cacciatore, Garzanti, 1982)

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Pier Vittorio Mengaldo tra i temi della poetica di Giorgio Caproni (1912-1990) individua “la ricerca metafisica priva di illusioni o certezze”: proprio quella che è alla base di questi versi, editi nel 1982 ma datati 1976, che ne richiamano altri inseriti nella stessa raccolta: “Se non dovessi tornare, / sappiate che non sono mai / partito. // Il mio viaggiare / è stato tutto un restare / qua, dove non fui mai”. Non c’è risposta, insomma, alle domande di tutta un’esistenza: Caproni, invecchiando, avvicina la famosa “teologia negativa” montaliana, la realtà – quello che noi riusciamo a scorgere di essa – si risolve in una oscura e pessimistica incertezza che non ci dà appigli da artigliare, che si dissipa in frammentarie emozioni e riflessioni filosofiche.

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DIANE MILLSAP, “SIGNS OF BOURBON STREET”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ecco a cosa penso. / Al senso della ragione. / Al senso della dissoluzione. / Al senso del non senso.

GIORGIO CAPRONI, Res amissa

sabato 18 agosto 2012

Le poesie non scritte

 

JUAN CARLOS ABRIL

DISSEMINAZIONE

Le poesie che non ho mai scritto
sono diventate fumo

affermativo e in volute
che non scompaiono, si dissolvono.

Bianco fumo dei camini
che contiene poesie di tutti i colori.

(da Crisis, 2007)

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Ogni poesia racconta uno stato d’animo, un’emozione, una sensazione che il poeta ha provato. Naturalmente, non ogni sua emozione diventa poesia: a quelle poesie non scritte pensa il poeta spagnolo Juan Carlos Abril (Los Villares, 1974). Quelle pagine bianche diventano fumo di camini, bianco anch’esso ma potenzialmente dipinto dei tanti colori inespressi dalle poesie non scritte. Come semi di tarassaco volano leggere, con la dolcezza delle cose perdute.

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VALER PINDERI, “RAINBOW SMOKE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Un poeta deve indagare, credo, la sua stessa voce, non diventare una persona prevedibile
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JUAN CARLOS ABRIL

venerdì 17 agosto 2012

Proclamando l’amore

 

RAMÓN DE GARCÍASOLgarciasol2

L’AMORE DI OGNI GIORNO

Può darsi che tutto sia stato detto
e che noi siamo nati troppo tardi.
Ma questa gloria che arde nelle vene,
nessuno – no! - la vive in questo modo.

Tutto è possibile e ha avuto il suo nome:
tutto. Ma questo bacio tuo e mio, questa
luce, questo fiore, questa rugiada,
sono soltanto nostri, donna e uomo.

Una donna e un uomo, gli unici, i primi,
-tu ed io, io e te - con nomi e cognomi
che non si daranno più alla creazione.

Abbiamo iniziato la Storia, veri
primo uomo e donna riconosciuti,
proclamando l’amore e il suo cammino.

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Un uomo e una donna che si incontrano e si innamorano. Quante volte è successo, quante capiterà. Miliardi. Eppure ogni volta che capita, è come se fosse la prima volta e quell’amore è il primo e dà inizio alla Storia, nonostante secoli e amori siano passati, perché quell’amore è unico, è un’avventura irripetibile. Il mio amore, il tuo amore, l’amore del poeta spagnolo Ramón de Garcíasol (1913-1994).

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RICHARD ELDRED, “OXFORD”

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LA FRASE DEL GIORNO
Io non ero nessuno, dapprima, non sapevo chi ero. Solo dall'amore appresi il mio viso e mi conobbi
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GESUALDO BUFALINO, Le menzogne della notte

giovedì 16 agosto 2012

Incontrami nel sogno

 

CLARIBEL ALEGRÍA

DAMMI LA MANO

            “Oggi amo molto meno la vita
              ma sempre mi piace vivere”...
              César Vallejo

Dammi la mano
amore
non lasciarmi sprofondare
nella tristezza
Il mio corpo ha già imparato
il dolore della tua assenza
e nonostante i colpi
continua a vivere.
Non andartene
amore
incontrami nel sogno
difendi la tua memoria
la mia memoria di te
che non voglio smarrire.
Siamo la voce
e l’eco
lo specchio
e il volto
dammi la mano
aspetta
devo armonizzare il mio corpo
per raggiungerti.

(da Saudade, 1999)

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“Il gran desiderio d'un cuore inquieto è di possedere interminabilmente la creatura che ama o di poterla immergere, quando sia venuto il tempo dell'assenza, in un sonno senza sogni che non possa aver termine che col giorno del ricongiungimento” scrisse Albert Camus nel suo romanzo La peste: parole che si adattano come un guanto a questa poesia della nicaraguense Claribel Alegría (Estelí, 1924). L’assenza, la fine traumatica e spesso unilaterale di un amore, non è una fine, ma un nuovo inizio per chi rimane a custodire quella fiamma come un’antica Vestale. Su quell’amore Claribel Alegría ricostruisce la sua vita, mutata certo come appare anche dai versi di César Vallejo posti in epigrafe, ma non per questo scaduta o precipitata in un gorgo grigio. Sogni e memorie sono i nuovi fili che tessono la trama di quell’amore.

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LUCIAN FREUD, “BELLA”

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LA FRASE DEL GIORNO
Tutti quelli che amo / sono in te / e tu / in tutto quello che amo.

CLARIBEL ALEGRÍA

mercoledì 15 agosto 2012

Una bellissima fontana

 

CARLO BETOCCHI

PIAZZA DEI FANCIULLI LA SERA

Io arrivai in una piazza
colma di una cosa sovrana,
una bellissima fontana
e intorno un'allegria pazza.

Stava tra verdi aiole;
per viali di ghiaie fini
giocondavano bei bambini
e donne sedute al sole.

Verde il labbro di pietra
e il ridente labbro dell'acqua
fermo sulla riviera stracca,
in puro cielo s'invetra.

Tutto il resto è una bruna
ombra, sotto le logge invase
dal cielo rosso, l'alte case
sui tetti attendon la luna.

Ivi sembrava l'uomo
come una cosa troppo oscura,
di cui i bambini hanno paura,
belli gli chiedon perdono.

(da Realtà vince il sogno, 1932)

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Ferragosto è una boa intorno a cui vira l’estate. Ma non è ancora tempo di cedere alle malinconie autunnali introdotte dalla nostalgica dolcezza settembrina. È il momento di cogliere allegramente il giorno, di morderlo come una fetta d’anguria. E di restare a godersi la sera che scende, come i ragazzi e le donne di questa poesia di Carlo Betocchi (1899-1986): gli uni giocano ridendo, rievocando alla memoria i versi del Sabato del villaggio di Giacomo Leopardi – “I fanciulli gridando / su la piazzuola in frotta, / e qua e là saltando, / fanno un lieto romore” -, le altre si gustano il tramonto e l’aria rinfrescata dal getto della fontana. È con questa scena lieta che voglio augurare a tutti voi di trascorrere un Ferragosto in allegria…

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LÉON BONNAT, “JEUNE FILLE ROMAINE À LA FONTAINE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Voi bruni falciatori dall'agosto spossati, via dai solchi, e siate allegri! / Fate festa; il cappel di paglia in capo, ciascuno con le fresche ninfe intrecci i balli villerecci
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WILLIAM SHAKESPEARE, La Tempesta

martedì 14 agosto 2012

Alla scoperta di sé

 

MARIA WINE

SPEDIZIONE DI SCOPERTA

Se non hai
tanta fretta
(alla tua morte giungerai comunque in tempo)
potresti renderti conto di molte più cose.
Potresti per esempio scoprire
che la punta del tuo dito
ha la stessa forma arcuata
di un acino d’uva
che la sua pelle ha lo stesso schema
di piccole scanalature rigate
della buccia dell’uva
e che quando premi la punta di un dito su un altro
la sensazione di morbida durezza è la stessa
di quando la premi sull’uva.

Scopriresti
che le palpebre degli anziani
sono grezzamente rugose come la buccia dei fichi
ma sottili e trasparenti
come la pellicola dell’occhio di un uccello
Avresti il tempo di vedere
che nello smalto brilla un sorriso
che il coltello in realtà è un raggio catturato
e che lo sgombro è stato cotto alla griglia dall’ombra

Scopriresti che
spesso una pietra dura protegge
un soffice segreto
e avresti il tempo di ascoltare la melodia
che risuona dentro ogni capello
Potresti leggere il messaggio della brina
sul vetro della tua finestra
e stupito scopriresti
quanto è difficile piangere
sotto un sole abbagliante
così come ci vuole coraggio per ridere
nel buio della notte

Se sei un uomo
scopriresti
che la donna che porti dentro sogna
di poter mettersi a piangere
e se sei una donna
che l’uomo che porti dentro sogna
di poter rendere conto
della tua fragilità sprecata
Scopriresti
che quasi tutto quello che rimproveri agli altri
è un rimprovero che hai evitato di farti

Se ti dessi il tempo di contemplare
il tappeto del paesaggio che hai tessuto con la tua vita
potresti scoprire molti sentieri che hai saltato
ai quali non potrai tornare
E forse grazie alla tua scoperta
smetteresti di far correre il giorno
per raggiungere velocemente la notte
smetteresti di scavalcare l’inverno
per arrivare in fretta all’estate
e con questo sapere
allungheresti in modo considerevole la tua vita.

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Testo un po’ new age questo della poetessa svedese Maria Wine (1912-2003), però molto adatto a questo periodo dell’anno in cui si rallenta, in cui si prova a scioglierci dalle briglie del ritmo frenetico dei giorni che ci hanno imposto - e che ci siamo imposti - nel quale ormai viviamo immersi come in apnea tanto da non renderci più conto delle piccole insignificanti cose che invece hanno probabilmente più importanza di quelle che noi reputiamo fondamentali. Dovrebbe essere il nostro proposito di questo agosto, di questo Ferragosto che arriva domani: guardarci intorno, stupirci di quanto sia azzurro il cielo, ad esempio, o di come profumino i fiori di campo, di quanto sia consistente la sabbia bagnata. Questo non è che il primo passo, perché per essere migliori dovremmo anche imparare a metterci nei panni degli altri, a non dare tutto per scontato, a non considerare che le cose ci siano dovute. E a ragionare maggiormente, considerando che poi le strade che abbiamo lasciato sul nostro cammino non potremo più tornare a percorrerle.

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SUSAN SAVAD, “RELAXING AT THE CAFE”

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LA FRASE DEL GIORNO
L'unico modo di dare determinatezza al mondo è quello di dargli la consapevolezza
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MIGUEL DE UNAMUNO

lunedì 13 agosto 2012

Un nuovo giorno

 

MANUEL ALCÁNTARA

ALBA

Ancora una volta riappare
il giorno di ieri, già dato
per morto e sepolto.
Ancora scompare

il silenzio e mi fa sorgere
un’altra volta al tuo fianco.
Non so se è peccato.
A me non sembra.

In questo giorno qualsiasi
preparati a vedere come canta,
prima che io esca,

il mio cuore nella tua mano
e la tua bocca nella mia gola
la mattina presto.

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Un nuovo giorno. Precipitare dal silenzio della notte al fragore della vita – chi vive in campagna sa quanto chiasso possano fare gli uccellini al risveglio o i galli che salutano il nuovo sole, chi abita in città conosce lo strepito dei motori, delle serrande, delle macchine. Un nuovo giorno. Si può disperare, si può fischiettare, si può prenderla con filosofia e infilarsi nel bagno. Oppure si può rinnovare l’amore, come il poeta spagnolo Manuel Alcántara (Malaga, 1928) e far cantare il cuore.

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HENRI DE TOULOUSE-LAUTREC, “DANS LE LIT: LE BAISIER”

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LA FRASE DEL GIORNO
Conservo poche parole: / dubbio, speranza, amore… Mi perdo sempre… / Amore, dubbio, speranza… Tornano sempre… / L’illusione, se l’ho vista, non mi ricordo
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MANUEL ALCÁNTARA

domenica 12 agosto 2012

Una città migliore

 

KONSTANTINOS KAVAFIS

LA CITTÀ

Hai detto: «Andrò per altra terra ed altro mare.
Una città migliore di questa ci sarà.
Tutti gli sforzi sono condanna scritta. E qua
giace sepolto, come un morto, il cuore.
E fino a quando, in questo desolato languore?
Dove mi volgo, dove l’occhio giro,
macerie nere della vita miro,
ch’io non seppi, per anni, che perdere e schiantare».

Né terre nuove troverai, né nuovi mari.
Ti verrà dietro la città. Per le vie girerai:
le stesse. E negli stessi quartieri invecchierai,
ti farai bianco nelle stesse mura.
Perenne approdo, questa città. Per la ventura
nave non c’è né via – speranza vana!
La vita che schiantasti in questa tana
breve, in tutta la terra l’hai persa, in tutti i mari.

(Traduzione di Filippomaria Pontani)

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Si fa in fretta a dire: “Parto, lascio tutto, me ne vado in America, in Australia, in Polinesia, a Cuba”. Sì, ce ne sono tanti che lo fanno, che emigrano magari in cerca di lavoro come i “cervelli in fuga”, come emigrarono verso terre lontane i nostri bisnonni facendo la fortuna di quei territori. Ma c’è da giurare che tutti loro, ovunque siano, provano ancora quel senso di appartenenza verso la terra natale, verso le radici, come Konstantinos Kavafis (1863-1933), il poeta greco che serbò nel cuore per tutta la vita l’originaria Alessandria d’Egitto, la patria che trasfigurò in una delle sue poesie più celebri: “Itaca t’ha donato il bel viaggio. / Senza di lei non ti mettevi in via. / Nulla ha da darti più. / E se la trovi povera, Itaca non t’ha illuso. / Reduce così saggio, così esperto, / avrai capito che vuol dire un’Itaca”.

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ALESSANDRIA D’EGITTO IN UNA CARTOLINA DEGLI ANNI 1910-1920

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LA FRASE DEL GIORNO
Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti
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CESARE PAVESE, La luna e i falò

sabato 11 agosto 2012

Il deserto in fiore

 

GUNNAR EKELÖF

LA NOVIZIA DI SPALATO, 2

Hai visto fiorire il deserto?
Dimmi: hai visto il deserto in fiore?
Dimmi, perché io sappia
come risplende un deserto in fiore
-Io ho visto fiorire il deserto
Era il volto del cieco
quando ha toccato con la mano qualcosa
che la sua bocca ricordava.

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Il poeta svedese Gunnar Ekelöf (1907-1968) era attratto dall’esoterismo orientale, da certa mistica in grado di contemplare il mistero che si nasconde dietro le maglie della realtà. Le sue poesie assumono allora i toni oscuri della metafora, arrivando al limite dell’allucinazione, come si può agevolmente apprezzare da queste due quartine a botta e risposta che fanno parte del poema La novizia di Spalato. L’emozione della memoria, il lampo che illumina il buio, è dunque quella luce di cui andiamo in cerca, è l’essenza capace di illuminare il nostro io come un deserto che fiorisce.

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IMMAGINE © IRONDOOM DESIGN / DEVIANT ART

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LA FRASE DEL GIORNO
Ho sempre amato il deserto. Ci si siede su una duna di sabbia. Non si vede nulla. Non si sente nulla. E tuttavia qualche cosa risplende in silenzio…

ANTOINE DE SAINT-EXUPÉRY, Il piccolo principe

venerdì 10 agosto 2012

La lenta macchina del disamore

 

ROSARIO CASTELLANOS

DISAMORE

Mi vedo come si guarda attraverso un cristallo
o l’aria
o niente.

E allora ho capito: io non ero lì
né in nessun’altra parte
né sono mai stata né sarò.

Ed è stato come chi muore in un’epidemia,
non identificato, gettato
in una fossa comune.

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“La lenta macchina del disamore / gli ingranaggi del riflusso / i corpi che abbandonano i cuscini / le lenzuola i baci / e in piedi davanti allo specchio si domandano / ognuno a se stesso / e senza guardarsi / non nudi l’uno per l’altra / io non ti amo, / amore mio”: così scriveva Julio Cortázar del disamore, dell’amore che finisce e diventa nulla, senza neanche lasciare quasi le sue ceneri. La stessa sensazione di estraniamento, di perdita di identità, che prova la poetessa messicana Rosario Castellanos (1925-1974).

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JACK VETTRIANO, “HEARTBREAK HOTEL”

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LA FRASE DEL GIORNO
Anche l'amore è un'arca / che salva dal diluvio della vita / ma a tempesta finita / non si sa mai la roba che si sbarca.

TRILUSSA

giovedì 9 agosto 2012

Il ricordo di questa estate

 

MIQUEL MARTÍ I POL

COSE

Di questa estate voglio solo ricordare
lo sguardo complice
di una vicina che prendeva il sole
nuda e mi ha sorriso compiaciuta
rendendosi conto che la guardavo,
e quell’istante fugace, irrepetibile,
di totale immobilità, in cui il mondo rimase
deserto di sé ed era un cristallo
trasparente tornato compatto.
L’estate non sarà altro,
questa estate, voglio dire, e se qualcuno mi parla
delle mille sciocchezze ineffabili
che compongono i giorni e le notti,
dirò tranquillamente: - Non mi ricordo.

(da Quadern de vacances, 1976)

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È un testimone reticente in questi versi il poeta catalano Miquel Martí i Pol (1929-2003). Eppure, anche noi siamo come lui: ci sono solo momenti nel tempo che ci restano impressi, soprattutto quando gli anni cominciano ad ammucchiarsi, e allora ci capiterà di dire «Ma sì, era l’estate in cui ti urticasti con la medusa» o «Era l’anno in cui c’era quella coppia di Torino»… Per il resto, i giorni si ammassano uguali, anonimi nel loro monotono susseguirsi. Di diverso, naturalmente, c’è che il poeta ricorda emozioni: che sia l’orgoglioso sguardo ricambiato da una donna nuda o la sensazione di un attimo completamente diverso da tutti gli altri.

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KAY CRAIN, “AFLOAT WOMAN IN A SWIMMING POOL”

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LA FRASE DEL GIORNO
Hai scoperto che in un solo istante / si può amare come in tutta una vita
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MIQUEL MARTÍ I POL, Paraules al vent

mercoledì 8 agosto 2012

In un giardino

 

ALEXIS DIAZ PIMIENTA

IL POETA FRUSTRATO

A volte vorrei essere un poeta sociale,
di quelli che scrivono versi duri come pane raffermo,
versi osceni,
grassi,
asfissianti.

A volte vorrei essere Juan Gelman,
mettere la parola “fuoco” in una strofa,
scrivere un verso lungo come il sibilo d'una pallottola.

Ma sono in un giardino
che ti aspetto,
tu arrivi all'improvviso,
con la tua gonna cortissima,
e il vento apre tutte le prigioni.

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I versi del poeta cubano Alexis Diaz Pimienta (L’Avana, 1966) mi hanno fatto pensare a una diatriba di tempi ormai lontani, quelli in cui si processavano pubblicamente cantautori come Lucio Battisti e Claudio Baglioni perché dediti a cantare esclusivamente l’amore e lil lato privato dell’esistenza, mentre altri – Guccini, Vecchioni, Venditti - facevano la loro fortuna raccontando il sociale. Il mondo è bello perché è vario, perché non c’è un pensiero dominante o uno stile imperante: Diaz Pimienta, che tra l’altro è un abile “repentista”, ovvero improvvisatore di versi cantati, non si vergogna – come non si vergognavano Battisti e Baglioni – dello scrivere d’amore. Lascia ad altri l’impegno, il gusto politico, conscio, come Hermann Hesse, che “Il principio di ogni arte è l'amore; valore e dimensione di ogni arte vengono soprattutto determinati dalle capacità d'amore dell'artista”. E resta in quel giardino, che abbiamo già visto protagonista delle sue poesie, ad inseguire l’amore.

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LEONID AFREMOV, “COUPLE UNDER RAIN”

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LA FRASE DEL GIORNO
Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento; ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l'amore, sono queste le cose che ci tengono in vita
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TOM SCHULMAN, L’attimo fuggente, sceneggiatura

martedì 7 agosto 2012

Poeta, dicono

 

FRANCO LOI

PUÈTA

Puèta, disen d'òmm inamurâ,
puèta, disen, a chi piang la sera,
e la matina s'alsa desperâ.
Ma anca al legriusà se dis puèta,
a chi sa ben parlà, bev e magnà,
e a quel che canta i donn, e amô puèta
disen la giuentü che sa encantâss.
Ma quèj che fan murì cun la puesia
ligada sü, ciavada, e fan negà
nel liber de la vita... Avemaria!
în no puèta, în no òmm de lüstrà.
Je ciàmen massa e ciau, cusì sia.

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Poeta, dicono d'uomo innamorato,
poeta, dicono, a chi piange la sera
e la mattina s'alza disperato.
Ma anche al rallegrarsi si dice poeta,
a chi sa ben parlare, bere e mangiare,
e a quello che canta le donne, e ancora poeta
dicono la gioventù che sa meravigliarsi.
Ma quelli che fanno morire con la poesia
legata dentro, chiusa a chiave, e fanno annegare
nel gran libro della vita... Avemaria!
Non sono poeti, non sono uomini da onorare.
Li chiamano massa e ciao, e così sia.

(da Aria de la memoria, Einaudi, 2005)

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Tanti anni fa, ai tempi in cui frequentavo il ginnasio – avevo dunque intorno ai quindici anni – una frase mi colpì particolarmente: è di Byron ed era scritta sul diario di una ragazza bionda che incontravo sul treno e che vedevo spesso triste e malinconica. Una mattina, mentre si apprestava ad affrontare il lungo viaggio per Venezia in occasione del Carnevale, me la fece leggere. Era scritta a biro blu su uno sfondo a pastello rosa e viola: “Per diventare poeta un uomo deve essere innamorato o infelicissimo”. Non ricordo molto altro di lei, se non che qualche tempo dopo non la vidi più, probabilmente aveva abbandonato gli studi o si era iscritta in una scuola di una diversa città. Quella frase invece mi è rimasta dentro, incisa nell’anima, tanto che molte volte nel corso della mia vita ci ho ripensato, soprattutto quando mi è capitato di scrivere poesie piene di gioia o di dolore. Tutto questo preambolo autobiografico per dire della poesia in dialetto milanese di Franco Loi (Genova, 1930), che delinea l’essenza del poeta, quella sua capacità di meravigliarsi, di provare emozioni e di saperle condividere: in fondo è per questa sensibilità che i poeti si elevano sulla massa.

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DIPINTO DI OLEG SHUPLYAK

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LA FRASE DEL GIORNO
Ogni poeta è un mistico, altrimenti non è un poeta, solo un fabbricante di versi.
SÁNDOR MÁRAI, Terra, Terra!

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