lunedì 22 settembre 2008

Alcmane


Alcmane, poeta del VII secolo avanti Cristo, è considerato tra i fondatori della melica corale, ovvero della poesia cantata con accompagnamento di cetre e flauti e con figure di danze, caratteristica delle genti doriche: la metrica doveva dunque armonizzarsi con i passi delle ballerine.

Era nato a Sardi ed era probabilmente uno schiavo affrancato. Trasferitosi a Sparta divenne precettore di musica, danza e poesia. Lì visse il suo amore con la bionda poetessa Megalòstrata e morì in tarda età, ottenendo l'onore di essere sepolto vicino ai templi di Elena e di Eracle.

Le opere che lo distinsero furono i partenii, composizioni che venivano cantate dalle ragazze in occasione delle feste sacre. Della sua opera sterminata, circa sei libri di carmi in lingua laconica, ricchi di invenzioni metriche come il verso alcmanio usato anche da Orazio, non restano che centoventi frammenti.

Il partenio metteva in scena un agone musicale, dove le fanciulle rivaleggiavano nella gara a colpi di balli e canti - certi reality show moderni non hanno dunque inventato niente di nuovo. Alcmane inserisce nei suoi carmi le osservazioni originate dalla natura, il canto degli uccelli, i loro voli, e vi pone al centro una Musa-Sirena, evocata molto spesso. A una vena popolare, quella dei gustosi banchetti, mischia l'eros anche lascivo e immagini fiabesche e di sogno come i cavalli alati, ma anche un'autocoscienza artistica che lo porta a inserire il proprio nome - quasi una firma - in certi suoi componimenti.

(NOTTURNO)

Dormono le cime dei monti, e le gole,
le balze e le forre;
la selva e gli animali che nutre la terra nera:
le fiere dei monti e la stirpe delle api,
e i pesci nelle profondità del mare agitato.
Dormono le stirpi degli uccelli, dalle ali distese.

§

(IL CERILO)

O fanciulle che il dolce suono seguite con soave
voce, non più le membra ho docili. Fossi il cerilo
che con le alcioni passa sereno sul fiore dell’onda,
uccello di primavera, colore delle conchiglie!


(Trad. Salvatore Quasimodo)

§

(PARTENIO DI AGESICORA)

Esiste una vendetta degli dei. Felice chi sereno
la giornata trascorre senza pianto. Ma io canto
la fiaccola di Àgido: la vedo come un sole; Àgido
ci attesta che il sole splende ancora; ma né in bene né in male la nobile maestra dei cori
mi consente che di lei si parli; eppure ci appare
eccezionale, come se in armento pascente si conducesse cavallo
gagliardo, vincitore di premi, che con lo zoccolo scalpita nell'ala del sogno.
Non la vedi? Quella è cavallo da corsa enètico. Qui la chioma
della mia compagna Agesìcora ha riflessi
di purissimo oro; argento pallido è il volto;
a chiare parole ti debbo parlare? È proprio Agesìcora,
seconda dopo Àgido, per bellezza,
galopperà come cavallo colassèo dietro un ibéno.


(Trad. Francesco Dalla Corte)




La Musa Euterpe (Immagine: Theoi.com)



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LA FRASE DEL GIORNO
Esperienza: principio di sapienza.
ALCMANE, Frammento 109 D

4 commenti:

luciana ha detto...

I testi, (forse anche grazie alla maestrìa di quasimodo) possiedono una modernità sorprendente: un ritmo ed una morbidezza setosa ed avvolgente. Che fascino...
M'immagino biancheggiare le svolazzanti "veline poetiche" dell'epoca, mentre declamano i versi...mi par quasi di essere là, seduta sui gradoni di sasso d'un ardito ed immenso teatro ovale, intenta all'ascolto ...

DR ha detto...

Quello che si nota di più nei testi di Alcmane che ho riportato è la pesantezza della traduzione del Della Corte e la leggerezza dei versi di Quasimodo. I primi due, quelli di Quasimodo hanno davvero il dono di trasportarci 2700 anni indietro, in quella Sparta guerriera che trova il tempo per la musica e la poesia trasformandole in una sorta di programma di Maria De Filippi. L'altro invece è didascalico, barocco, ridondante di termini aulici e obsoleti, tutto l'opposto della danza lieve delle fanciulle

pescator ha detto...

Pessima e banale la traduzione di Quasimodo.Che abisso tra il poeta e il suo traduttore che perde completamente il senso dei versi. Immaginate il vecchio poeta (Si sa che Alcmane morì in tarda età )che lascia in questi versi il suo epitaffio da scolpirsi sulla sua tomba presso i mitici sepolcri di Elena e di Eracle a Sparta.
Il frammento Originale inizia con "non più" che impronta la poesia alla nostalgia. Poi, Letteralmente: " cantanti con ugola di miele sacre canzoni " Caro Quasimodo, perchè ti impegni nel cancellare le metafore? Dove è finito l'attributo sacro (che potrebbe voler dire di argomento mitologico)? Alcmane non parla di docilità delle membra(ma forse Quasimodo immagina che Alcmene avesse il Parkinson), ma dice "Le gincchia non ce la fanno a reggermi". Poi Almane dice "Oh, fossi, fossi il cerilo" La ripetizione rafforza il senso di nostalgia, che Quasimodo continua ad ignorare. Continuate voi e fino all'ultimo troverete in Quasimodo solo banalità e soprattutto niente musicalità. Ma voi direte: come tradurresti tu ? Non sono Poeta ma Fisico, prò cisto lavorando.

DR ha detto...

Amico Pescator, quello delle traduzioni è un problema che mi porto dietro da quando ho creato il blog. Certo, la versione di Quasimodo non è filologica, non è letterale, aggiunge, toglie, inventa, modernizza. Io la penso come il poeta Octavio Paz: secondo lui la traduzione cancella le differenze tra le lingue (la scrittura stessa è una traduzione del pensiero in segno linguistico). perciò ogni traduzione è diversa: può essere un tradimento, anche. Quella di Quasimodo dei lirici greci certamente è un grosso tradimento. La trasformazione del testo originale trasporta la Grecia in Sicilia, trasporta Alcmane in Quasimodo, trasporta il VII secolo nel XX. Poi, è questione di punti di vista e di gradimenti. Resta il fatto che per capire Alcmane seriamente bisogna leggerlo in greco. Io fortunatamente so farlo, tu pure. Molti altri no... Comunque, se riuscirai infine a pervenire, come ti auguro, alla traduzione cui stai lavorando, sarò ben lieto di postarla su questo blog.

Un caro saluto

Daniele


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