mercoledì 27 gennaio 2010

Etty Hillesum

La Giornata della memoria si celebra oggi, 27 gennaio, ricordando il giorno in cui nel 1945 l’Armata Rossa liberà il campo di sterminio di Auschwitz. Dopo aver fatto parlare gli scorsi anni la poesia con Primo Levi e Maria Luisa Spaziani, quest’anno propongo alla meditazione sull’orrore della “soluzione finale” voluta da Hitler e dai suoi gerarchi la figura di Etty Hillesum, una giovane donna ebrea di Amsterdam che, nonostante gli inviti degli amici ad abbandonare l’Olanda – tentarono addirittura di rapirla, volle seguire il doloroso percorso della sua famiglia. Etty e i suoi famigliari vennero rinchiusi nell’agosto 1942 nel campo di Westerbork, il “Durchganslager”, un campo di smistamento al confine tra Olanda e Germania. Vi rimase un anno. Il 7 settembre del 1943 salì con la madre, il padre e il fratello Mischa sul treno che ogni settimana deportava i prigionieri di Westerbork ad Auschwitz: là morirà il 30 novembre. E vi moriranno anche il padre, la madre e Mischa, mentre l’altro fratello Jaap, sopravvissuto al campo, morirà tornando in Olanda.

 

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Etty Hillesum nel 1941, a ventisette anni, iniziò a tenere un diario per tentare un’introspezione psicologica dopo l’incontro con lo “psicochirologo” Julius Spier: “Nel profondo di me stessa, io sono come prigioniera di un gomitolo aggrovigliato, e con tutta la mia chiarezza di pensiero a volte non sono altro che un povero diavolo impaurito”. Era dunque un viaggio nel suo mondo interiore di donna tormentata. Ma improvvisamente la crescita e la liberazione di Etty devono fare i conti con la storia, con gli eventi esterni che danno una linea diversa alla sua testimonianza: dopo lo sciopero anti-pogrom del febbraio 1941, i nazisti inasprirono la repressione contro gli ebrei olandesi. Ai maltrattamenti e alle umiliazioni di essere cacciati dal lavoro e di non poter comperare nei “normali” negozi seguirono l’obbligo di portare la stella di David, i ghetti e quindi i campi di lavoro e le deportazioni di massa.

Il diario, naturalmente più compiuto e maturo di quello pur commovente della quattordicenne Anna Frank, venne presentato da alcuni amici di Etty a vari editori ma trovò pubblicazione solo nel 1981. È un altro documento che testimonia l’orrore di cui fu capace la Bestia Umana. Un orrore da non dimenticare per non essere costretti un giorno a doverlo rivivere.

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DAL “DIARIO” DI ETTY HILLESUM

Non siamo nient’altro che botti vuote in cui si sciacqua la storia del mondo.

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24 ottobre 1941. Stamattina Levi. Non dobbiamo contagiarci reciprocamente coi nostri cattivi umori. Questa sera una nuova ordinanza che colpisce gli ebrei. Mi sono concessa mezz’ora di depressione e di ansia per queste notizie. Una volta mi sarei consolata mettendomi a leggere un romanzo e lasciando perdere il mio lavoro.

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Paura di vivere su tutta la linea. Cedimento completo. Mancanza di fiducia in me stessa. Repulsione. Paura.

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18 maggio 1942. Le minacce e il terrore crescono di giorno in giorno. M’innalzo intorno la preghiera come un muro oscuro che offra riparo, mi ritiro nella preghiera come nella cella di un convento, ne esco fuori più “raccolta”, concentrata e forte.

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9 giugno 1942, martedì sera, le dieci e mezzo. Stamattina alla prima colazione notizie più o meno circonstanziate dal ghetto. Otto persone in una cameretta, con la comodità che si può immaginare. Non si capisce, non si riesce a concepire che tutto questo succeda a poche strade da qui, che possa diventare il tuo proprio destino.

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E ora sembra che gli ebrei non potranno più entrare nei negozi di frutta e verdura, che dovranno consegnare le biciclette, che non potranno più salire sui tram né uscir di casa dopo le otto di sera. Se mi sento depressa per queste disposizioni – come stamattina, quando per un momento le ho avvertite come una minaccia plumbea che cercava di soffocarmi – non è, però, per le disposizioni in sé. Mi sento semplicemente molto triste, e allora questa tristezza cerca conferme.

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Si può benissimo credere nei miracoli in questo ventesimo secolo. E io credo in Dio, anche se tra breve i pidocchi mi avranno divorata in Polonia.

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3 luglio 1942. Dobbiamo trovare posto per una nuova certezza: vogliono la nostra fine e il nostro annientamento, non possiamo più farci nessuna illusione al riguardo, dobbiamo accettare la realtà per continuare a vivere. Oggi, per la prima volta, sono stata presa da un gran scoraggiamento, mi toccherà fare i conti anche con questo, d’ora in poi. E se dobbiamo andare all’inferno, che sia con la maggior grazia possibile!

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In un campo di lavoro so che morirei in tre giorni. Mi coricherei, morirei, eppure non troverei ingiusta la vita.

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Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte per la prima volta ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano.

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Il mio cuore è una chiusa che ogni volta arresta un flusso ininterrotto di dolore.

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Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite.


QUI un sito dedicato a Etty Hillesum

 

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LA FRASE DEL GIORNO
In futuro, quando la mia casa non sarà più un giaciglio di ferro in un luogo circondato dal filo spinato, voglio avere una lampadina sopra il mio letto, così di notte ci sarà luce ogni volta che lo vorrò.
ETTY HILLESUM, Lettere da Westerbork, 11 agosto 1943

2 commenti:

Luciana Bianchi Cavalleri ha detto...

non esistono parole, da aggiungere: la voce di chi ha percorso in prima persona la strada dell'orrore contiene tutto ciò che può essere espresso.
La storia umana purtroppo dimentnon impara dai propri errori - e purtroppo propone altri orrori, ovunque e nel nel tempo. Che almeno, tutta questa sofferenza non sia mai dimenticata o, peggio ancora, totalmente negata - anche questo, purtroppo, accade, a tutt'oggi...

DR ha detto...

Il negazionismo è la cosa che meno riesco a concepire. Eppure le prove stanno lì, alcune ancora viventi, marchiate nella carne, torturate nello spirito.

L'orrore è tutto quello che filtra dai racconti di chi ha vissuto e che, come Etty Hillesum, è morto nei campi. Certo non l'avevo intutito, non poteva una mente umana pensare che "tutto questo sarebbe stato" per dirla con Primo Levi. Lo stesso padre di Etty, quando impedirono loro di usare le biciclette, disse con humour tipicamente ebraico: almeno non dovremo preoccuparci che ce le rubino...

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