domenica 31 luglio 2011

E nella luna mi guardo

 

ASAF HALET ÇELEBI

IL LADRO

Dalla finestra è entrata
come un ladro, la luna,
e nella luna mi guardo,
seduto alla finestra.

Se bussassi alla porta,
ecco, certo uscirei,
e mi consolerebbe
se sapessi vedermi
nel furtivo sgusciare
via da questa finestra.

Ma qui dentro c'è un ladro
ed io temo davvero
d'essere proprio io
questo ladro che è dentro.

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Un delizioso gioco di scatole cinesi, la trasposizione in parole di un disegno di Escher o di un dipinto di Magritte. L’autore di questo gioiellino è Asaf Halet Çelebi, poeta turco nato a Istanbul nel 1907 e morto nella città bizantina nel 1958. Influenzato dapprima dalla poesia ottomana – il Rubai – si avvicinò dopo il 1937 alla poesia occidentale, adottandone forme e tecniche e adattandole alla struttura tradizionale con temi però culturalmente legati alla Persia e all’India. E questa fusione è molto evidente proprio nei versi proposti oggi.

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FOTOGRAFIA © MOSAND.

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LA FRASE DEL GIORNO
Esistono degli uomini che non possono avere più nessun conforto, tranne l'illusione.
MAKSIM GORKIJ, L’eremita

sabato 30 luglio 2011

Finestra aperta

 

DIEGO VALERI

FINESTRA AZZURRA

Finestra aperta su tutto e su nulla,
varco piccino alla fede infinita,
donde un lontano dì verso la vita
ci fuggì a volo l'anima fanciulla,

non ci ritroveremo dunque più,
lungo l'interminabile cammino,
finestra azzurra del nostro mattino,
cielo promesso del tempo che fu?…

(da Terzo tempo, Mondadori, 1950)

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La finestra nell’arte ha una funzione particolare: penso ai giochi di luce nei dipinti di Edward Hopper, in particolare, ma anche a opere di Magritte e Vermeer, di Matisse e Dalì. Divide il mondo in due: interno ed esterno, la sicura certezza della casa e il selvaggio mondo da esplorare. Gli artisti giocano con tante variabili: la prospettiva, il davanzale, la distorsione dei vetri, la frammentazione del riquadro…

E vediamo ora invece con gli occhi di un poeta la finestra: a proposito di questa raccolta, Enea Balmas scriveva: “Nasce il secondo Valeri, il Valeri maturo (...).  Onde la poesia di Terzo tempo sarà tutta un’attenta, misuratissima meditazione di un unico problema: della condizione del poeta, della sua propria condizione e, in definitiva, della condizione umana”. Tutto questo dietro una semplice finestra, non è affascinante? Diego Valeri trasforma quel riquadro tinto d’azzurro dal cielo in un riflesso della sua anima, nella nostalgia di un giorno che non tornerà.

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HENRI MATISSE, FINESTRA, 1916

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LA FRASE DEL GIORNO
Mi piace infinitamente quando mi trovo in una camera buia e vedo la luce di una finestra aprire un immenso orizzonte.
GIOVANNI GIACOMO CASANOVA, Storia della mia vita

venerdì 29 luglio 2011

Come si può non fare poesie?

 

INGE MÜLLER

COME

Come si può fare poesie
Più forti delle grida dei feriti
Più profonde della notte degli affamati
Più lievi del respiro da bocca a bocca
Più dure della vita
Molli come l'acqua che scava la pietra?
Come si può non fare poesie?

(da Wenn ich schon sterben muss, Aufbau Verlag, 1985 – Trad. Federica Venier)

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Come si può fare poesie in determinate circostanze? Come si può scrivere versi durante una guerra? “Alle fronde dei salici le nostre cetre erano appese” scriveva Salvatore Quasimodo, eppure le sue poesie di quegli anni tragici sono tra le più intense. E come non pensare a Ungaretti e al suo “diario” in diretta dal Carso. Si può, anzi si deve, perché la poesia è la testimonianza più pura dell’emozione. E a questa conclusione giunge anche Inge Müller (1925-1966), tormentata poetessa tedesca – in realtà vissuta negli anni non facili della Germania Democratica – che vide i genitori morire nei bombardamenti furiosi degli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale, rimanendo lei stessa sepolta per tre giorni sotto le macerie. La poesia è indispensabile, riveste una vasta gamma di significati, dalla protesta alla condanna, dall’attestazione alla memoria, dalla terapia alla richiesta d’aiuto – come nel suo caso: Inge Müller cederà a un fatale miscuglio di gas e di sonniferi il 1° giugno del 1966.

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Fotografia © The Chronic Vacacionista

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LA FRASE DEL GIORNO
Il poeta non vede profondamente ma ampiamente.
MATTHEW ARNOLD, Resignation

giovedì 28 luglio 2011

Homero Aridjis

 

Di padre greco e madre messicana, Homero Aridjis è nato a Contepec, in Messico, nel 1940. Poeta, romanziere e saggista, è anche un ambientalista molto attivo, fondatore del Grupo de lo Cien, che raccoglie intellettuali impegnati nella tutela della biodiversità in America Latina. È stato anche ambasciatore messicano in Olanda e in Svizzera e presidente del PEN Club dal 1997 al 2003. Al suo attivo ha 12 raccolte di poesia e 13 romanzi.

La poesia di Aridjis è spesso poesia d’amore, un amore universale – lo scrittore Juan Rulfo parlava di “intenzione poetica non erotica nel senso che si dà generalmente all’erotismo, ma amorosa”. In modo limpido e originale racconta questo amore trascendente che sconfina nei territori delle visioni: come scrive di lui Yves Bonnefoy: “Aridjis accende la realtà di immagini che di volta in volta la illuminano e la consumano, facendo della vita una sorella del sogno”.

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SULLO SPAZIO

... Il giorno che non occuperò spazio.
P. Calderón de la Barca
Loa per Auto Primero (y segundo Isaac)


I

Il corpo è lo spazio
primo e ultimo dell’uomo.

II

Il corpo ha un posto nello spazio
e lo spazio ha un posto nel corpo.

III

Non ci possono essere due corpi
nello stesso spazio nello stesso momento
ma due tempi e due spazi
nello stesso corpo.

IV

Lo spazio non è forma o materia,
non causa o orizzonte;
è ventre, è aria, è ombra,
e, soprattutto, lo spazio.

V

Lo spazio non si muove con il corpo,
rimane al suo posto;
ma a volte
il mio spazio è il tuo corpo.

VI

Il tuo spazio è indifferente per il corpo,
finché non lo occupa;
poi si trasforma in spazio occupato.

VII

Il problema di Aristotele era di sapere
se lo spazio stesso occupa spazio;
il problema della morte era quello di occupare
lo spazio di Aristotele
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VIII

Il corpo è uno spazio
tende ad andare in un altro spazio;
verso l'alto il pesante
verso il basso leggero
il mio verso te.
In questo modo nessuno
è felice nel suo spazio.

IX

In amore lo spazio non si muove
quando il corpo invade il centro;
lo spazio rimane quieto,
solo il tempo si muove nello spazio.

X

Il corpo dell'uomo viene da un posto lontano,
il tuo da vicino.

XI

Andato il corpo,
lo spazio rimane.

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NEL BUIO ESTREMO

Nel buio estremo
che si trova dietro le pareti
e i corpi abbracciati nella notte,
nel buio che solo percepisce la mente
e solo possono vedere gli occhi
dei morti e di quelli che sognano,
nel buio estremo
che si trova dietro alle pupille dell’occhio
e dall’altro lato della finestra,
lì faremo la nostra casa.

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TI AMO LÌ, CONTRO IL MURO DISTRUTTO

Ti amo lì contro il muro distrutto
contro la città e contro il sole e contro il vento
contro il resto che io amo e che è rimasto
come un guerriero intrappolato nei ricordi.

Ti amo contro i tuoi occhi che si spengono
e soffrono dentro questa superficie vana
e sospettano vendette
e morti per desolazione o per fastidio.

Ti amo al di là di angoli e di porte
di treni partiti senza portarci via
di amici che si sono sprofondati ascendendo
finestre periodiche e stelle.

Ti amo contro la tua allegria e il tuo ritorno
contro il dolore che scheggia i tuoi esseri più amati
contro ciò che può essere e ciò che fosti
cerimonia notturna per località fantastiche.

Ti amo contro la notte e contro l'estate
contro la luce e la tua somiglianza silenziosa
contro il mare in settembre e le labbra che ti esprimono
contro il fumo invincibile dei morti.

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Fotografia © Borzelli Photography

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LA FRASE DEL GIORNO
Buon posto è l’anima per la poesia / da lei è uscita ed è proprio a lei che ritorna.
HOMERO ARIDJIS, Los espacios azules

mercoledì 27 luglio 2011

Mai abbastanza parole

 

MARIANGELA GUALTIERI

IO SONO SPACCATA, IO SONO NEL PASSATO PROSSIMO

Io sono spaccata, io sono nel passato prossimo,
io sono sempre cinque minuti fa,
il mio dire è fallimentare,
io non sono mai tutta, mai tutta, io appartengo
all’essere e non lo so dire, non lo so dire,

io appartengo e non lo so dire
io sono senza aggettivi, io sono senza predicati,
io indebolisco la sintassi, io consumo le parole,
io non ho parole pregnanti, io non ho parole
cangianti, io non ho parole mutevoli, non ho parole perturbanti,

io non ho abbastanza parole, le parole mi si
consumano, io non ho parole che svelino, io non ho
parole che puliscano, io non ho parole che riposino,
io non ho mai parole abbastanza, mai abbastanza
parole, mai abbastanza parole

ho solo parole correnti, ho solo parole di serie,
ho solo parole fallimentari, ho solo parole deludenti,
ho solo parole che mi deludono,
le mie parole mi deludono, sempre mi deludono,
sempre mi deludono, sempre mi mancano
io non sono mai tutta, mai tutta, io appartengo
all’essere e non lo so dire, non lo so dire, io
appartengo e non lo so dire, non lo so dire,
io appartengo all’essere, all’essere e non lo so dire.

(da Fuoco centrale e altre poesie per il teatro, Einaudi, 2003)

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È pura emozione questo flusso di parole che la poetessa Mariangela Gualtieri (Cesena, 1951) lascia filtrare dal suo intimo, dalla psiche, dall’anima, dall’essere. È un magma che fuoriesce dal cratere e riversa la voce da dentro – e un ossimoro a ben guardare appare quell’«io non ho parole» di fronte a questo profluvio: in realtà l’indicibile resta indicibile e la parola prova a raccontare attraverso le sue visioni, attraverso gli echi e le risonanze, come se tentasse di raccontare il fuoco solo per mezzo di poche scintille. La parola diventa allora strumento di analisi e la poesia esplorazione di sé.

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Immagine © Archivio Alighiero Boetti

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LA FRASE DEL GIORNO
Ho parole stampelle, parole porte parole ali sotto i vestiti, / parole strade e fiumi parole barche affilate. / Ho solo parole e ali incerte – ali incerte e parole.

MARIANGELA GUALTIERI, Fuoco centrale e altre poesie per il teatro

martedì 26 luglio 2011

Talete e il mulo

 

CLAUDIO ELIANO

LA NATURA DEGLI ANIMALI, VII, 42

Talete di Mileto riuscì a rendere vano il proposito malvagio di un mulo grazie alla sua portentosa sagacia. Un giorno un mulo stava portando un carico di sale; mentre attraversava un fiume, fece accidentalmente uno scivolone e finì gambe all’aria. Il sale naturalmente si inzuppò d’acqua e si sciolse, con grande sollievo del mulo, che si sentì alleggerire del carico. Avendo così intuito quale differenza ci fosse tra il sopportare una fatica ed esserne privi e traendo insegnamento per il futuro dalla fortunata circostanza in cui si era venuto involontariamente a trovare, riuscì di nuovo a provocarla a bella posta. Poiché non era possibile per il mulattiere condurlo per un’altra strada, evitando il passaggio del fiume, costui consultò Talete: dopo averlo ascoltato, egli ritenne che quel mulo così malizioso dovesse essere punito con un sottile espediente e così consigliò al mulattiere di sostituire il carico di sale con uno di spugne e di lana. Il mulo, ignaro di questa sostituzione, ripeté, come il solito, lo scivolone e così facendo inzuppò d’acqua il carico; capì allora che il trucco si era risolto a suo svantaggio e da quel momento in poi, attraversando il fiume, stette ben attento a dove metteva le zampe e a non recar danno al sale che portava.

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Il mondo animale è protagonista del trattato di Claudio Eliano, scrittore scientifico latino che però usava la lingua greca, personaggio eminente del circolo romano di Giulia Domna, moglie dell’imperatore Settimio Severo, attivo dunque negli anni a cavallo tra I e II secolo dopo Cristo. È un trattato che assomma osservazioni reali sulla vita degli animali e fantasiose dicerie, che mischia zoologia e fantasia, proponendo un bestiario che va dalla murena e dal coccodrillo a esseri di pura invenzione come la fenice, il grifone e il basilisco. Ma la caratteristica principale che fa da filo rosso per tutta la narrazione di Eliano è la classificazione degli animali secondo il loro temperamento: sono umanizzati, assumono caratteristiche spesso virtuose – la sapienza delle api e degli elefanti, la giustizia delle formiche, la fedeltà dei colombi, la temperanza dei cervi – e talvolta fraudolenta, come nel caso di questo mulo “furbetto”. L’apologo serve naturalmente da ammaestramento: è un invito a non prendere scorciatoie che ci agevolino la vita a danno degli altri, a rispettare l’onestà, e infine a renderci conto dei nostri errori una volta che il nostro comportamento è stato scoperto e punito, in modo da non ricadere nella colpa. Qui viene fuori l’anima di filosofo stoico di Eliano, seguace sui generis della Stoà: considera secondo la dottrina gli animali esseri inferiori all’uomo, salvo discostarsi da questa convinzione quando la pietà, la simpatia o l’ammirazione lo commuovono. Un’ultima notazione: nell’antichità i maitre à penser erano i filosofi come Talete di Mileto (VII secolo avanti Cristo) e ad essi ci si rivolgeva per essere consigliati; oggi il “faro” sembra essere la televisione. O tempora o mores

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Immagine © Tojam

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LA FRASE DEL GIORNO
Le bestie non sono così bestie come si pensa.
MOLIÈRE, Anfitrione

lunedì 25 luglio 2011

Ieri, già è perduto

 

DUO DUO

SOGNO

Andati, passati, tanti anni, andati
Tante gioie, tante tristezze
Il passato, sembra un carro segnato dai viaggi
Noi, pure stiamo per perdere di vista il nostro villaggio

Erano i primi giorni, i giorni delle promesse
I giorni in cui sulla via erano poderosi i passi
Non esitavamo, ci conoscevamo in fretta
non ci servivano trucchi, come ebbri come pazzi

al capolinea di una sbronza brutale
sì che era pieno il giorno. Già serrate le tende
pomeriggio di indugi. Il postino dalla divisa verde
si assicura una vita brillante

era il tempo dell’amore
il tempo in cui si stava insieme
di tempo un effimero lasso
tepido appena fu reso lo spirito

ma se ne andarono i baci, e bastarono i baci
mi scruti attenta e delicata
mi sfiori, mi conforti
tu, da me ti stai separando

il momento di ammettere, eccolo
ridi gelida, ridi e non lasci traccia
ridi così di fretta
l’ora dell’addio e ridi così di fretta

vaghe ormai pure le stelle, in piedi
quella tu alla fradicia fermata del tram
tenderai indietro la mano
e attenta, al volo la nasconderai in tasca

svaniti, svaniti alla fine
quei giorni, impossibile riafferrarli
come una moneta falsa, come dei begli occhi
un tintinnio, ingannevole scorre via

dieci splendide domeniche
due persone insieme a crearsi momenti segreti
come un sogno leggero e senza memoria
mattino di campagna senza più fumo dai comignoli

non è rimasto nulla
l’amore, non è rimasto nulla
ti ha fatto comodo andartene, va’!
ti porti via la primavera altrui, portala via!

Che esperienza terribile l’amore
Che colpa terribile l’amore
Sfregati gli occhi umidi
Tu, cos’altro hai da dire

Ieri, già è perduto
Questa distanza già è perduta
Come il melodioso fischiettare, da bambino
mi porta via la purezza e la solennità di una vita

l’autunno, entra in un cimitero dal dolore già calmo
l’autunno, in piedi sotto al mio epitaffio dorato:
così per i dolori, così per le gioie, così bacio la sorte
il vero dolore ancora velato, la vera bellezza
ancora nascosta—

1973

(Traduzione di F. Grasselli)

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Sogno? Sì, sogno. Perché l’amore perduto, dolorosamente finito dopo poco più di due mesi, vive ancora dei ricordi, che si presentano sotto forma di immagini, sono brandelli sfilacciati con i quali tentare di ricostruire quello che è stato, di rivedere tutta la vita trascorsa alla luce di quelle riflessioni: la conclusione è che il candore dell’infanzia, l’innocenza sono perduti per sempre, pugnalati da quell’addio. E la nuova vita che comincia è segnata già da quell’ombra. Sono versi questi che Duo Duo, poeta cinese (Pechino, 1951) il cui vero nome è Li Shizheng, scriveva a poco più di vent’anni. Una poesia che risente molto di influssi occidentali, da Baudelaire alla Cvetaeva a Sylvia Plath: Duo Duo, discendente da una famiglia di intellettuali osteggiata dal regime cinese durante la Rivoluzione Culturale maoista, appartiene alla generazione della Poesia Mistica o Oscura, che si rifà all’ermetismo novecentesco europeo, e ha vissuto a lungo in esilio dopo la sanguinosa repressione di Piazza Tienanmen del 1989, di cui fu testimone diretto.

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Fotografia © Life

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LA FRASE DEL GIORNO
[La poesia] Non è fuoco, non è acqua, non è legno, non è metallo, non è aria. È una nuvola.
DUO DUO, intervista a Cina Oggi, 11/10/2004

domenica 24 luglio 2011

Buona domenica

 

ULLA HAHN

DOMENICA

Finir di leggere Apollinaire:
il poeta assassinato
Non perdere di vista
il tempo destinato
all’ingestione di cibo
Schubert e Brahms vanno
evitati. Mozart
sana tutte le ferite. Albinoni
dispensa Valium. Mostrarsi
pacata e insieme felice
quando la mamma telefona raccogliere
le forze per
il gioioso gridolino finale.
Prendere d’un balzo la cornetta
quando il telefono squilla
nel televisore.

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Ci vorrebbe un sociologo per parlare della domenica e del suo ruolo spesso straniante nelle società occidentali: la pausa nel vortice di giorni è per molti motivo di disagio e la riempiono con le attività più svariate, dallo sport al viaggio, alla gita per sfuggire alla sua monotonia. Chi non sa vivere la domenica è la poetessa tedesca Ulla Hahn (Brachthausen, 1946), che tratteggia il bozzetto di un suo “settimo giorno” tipo: un po’ di poesia, musica classica che porti allegria, la finta felicità comunicata via telefono alla madre, un film alla televisione. Come la ragazza che nella canzone di Antonello Venditti pensa: “Ciao, ciao domenica, madonna non finisce mai, / sono le sei, c'è ancora il sole fuori”…

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Avril Lavigne guarda la TV © 999 images

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LA FRASE DEL GIORNO
Il riposo è una buona cosa, ma la noia è sua sorella.
VOLTAIRE

sabato 23 luglio 2011

Ti chiamano avvenire

 

ÁNGEL GONZÁLEZ

AVVENIRE

Ti chiamano avvenire
perché non vieni mai.
Ti chiamano: avvenire,
e aspettano che tu arrivi
come un animale mansueto
a mangiare dalle loro mani.
Ma tu rimani
al di là delle ore,
rintanato chissà dove.
...Domani!
E domani sarà un altro giorno tranquillo
Un giorno come oggi, giovedì o martedì,
o qualunque altra cosa ma non quello
che continuiamo ad aspettare, ancora, sempre.

(da Senza speranza con convinzione, 1961)

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È del 1961 questa poesia dello spagnolo Ángel González (1925-2008), appartenente alla cosiddetta Generazione del ‘50 o “figli della guerra”: le sue liriche mescolano rivendicazione sociale, riflessioni metafisiche e preoccupazione per il linguaggio. Possiamo allora comprendere perché questo futuro non arriva mai, se pensiamo al passato di Ángel: il padre morto quando lui aveva un anno e mezzo, un fratello assassinato dai franchisti, un altro esiliato, una sorella maestra estromessa dall’insegnamento perché repubblicana. E a questo aggiungiamo l’epoca dei primissimi Sessanta con l’automazione e l’alienazione, l’altro lato del boom economico. Il domani è sempre un passo più in là delle nostre vite e noi restiamo sempre lì ad aspettare e a sperare.

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Fotografia © Visual Photos

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LA FRASE DEL GIORNO
Speranza, ragno nero del tramonto.
ÁNGEL GONZÁLEZ

venerdì 22 luglio 2011

Il viaggio di Matsuo Bashō

 

L’haiku ha in Matsuo Bashō (1644-1694) uno dei quattro maestri riconosciuti – gli altri sono Yosa Buson, Isa Kobayashi e Masaoka Shiki. Ma Bashō è sicuramente il primo a innovare il genere tipico della poesia giapponese, lo traghetta verso una forma più raffinata, introduce l’uso della lingua comune. Fu poeta viaggiatore e una delle sue raccolte più interessanti è senza dubbio un diario di viaggio, Oku no Hosomichi (奥の細道, Lo stretto sentiero per il profondo Nord), scritto nel 1694, ma pubblicato postumo nel 1702. È il resoconto in prosa e poesia di un viaggiatore attento che cerca di cogliere e comunicare agli altri l’essenza poetica dei luoghi che visita, il contesto sociale e religioso, il delicato equilibrio dei vari elementi della natura. Entriamo allora nei versi di Bashō, ammiriamo quello che egli stesso vede, annusiamo i profumi, ascoltiamo i suoni di questo Giappone della fine del XVII secolo.

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MATSUO BASHŌ

 

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O cuculo!
Guida il mio cavallo
attraverso i campi

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*

Mare in burrasca -
su Sado si stende
la Via Lattea

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Steli di iris
si aggrovigliano ai miei piedi
come lacci di sandali

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*

L'erba estiva!
È tutto ciò che rimane
del canto dei guerrieri

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Profumo di crisantemi
a Nara antiche statue
di Buddha

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Oltre le tende
una quieta profondità -
fiori di prugno del Nord

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Statua commemorativa di Matsuo Bashō a Ōgaki © Kichiverde

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LA FRASE DEL GIORNO
Sono eterni viandanti i mesi e i giorni; e anche gli anni che passano sono come viaggiatori.
MATSUO BASHŌ, Lo stretto sentiero per il profondo Nord

giovedì 21 luglio 2011

L’amore dal dolore

 

MARINA CVETAEVA

INDIZI

Come spostando pietre:
geme ogni giuntura! Riconosco
l’amore dal dolore
lungo tutto il corpo.

Come un immenso campo aperto
alle bufere. Riconosco
l’amore dal lontano
di chi mi è accanto.

Come se mi avessero scavato
dentro fino al midollo. Riconosco
l’amore dal pianto delle vene
lungo tutto il corpo.

Vandalo in un’aureola
di vento! Riconosco
l’amore dallo strappo
delle più fedeli corde
vocali: ruggine, crudo sale
nella strettoia della gola.

Riconosco l’amore dal boato
- dal trillo beato -
lungo tutto il corpo!

(da Poesie – Traduzione di Pietro Antonio Zveteremich)

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L’amore, ancora lui. Ancora Eros, il dio dolceamaro e invincibile di Saffo. Tutti noi lo abbiamo declinato nelle sue varie sfaccettature, lo abbiamo associato ad altre parole: gioia, rimpianto, nostalgia, sesso, speranza. La grandissima poetessa russa Marina Cvetaeva (1892-1941) lo lega alla parola dolore – non è un ossimoro, il dolore è anzi uno dei modi per sentirsi vivi. Del resto, in un’altra poesia la Cvetaeva aveva scritto che “l’amore / è sutura, / non benda, / sutura”. “Indizi” fa parte del ciclo Insonnia, pubblicato nel 1923: erano i giorni in cui, passato il terribile periodo della Rivoluzione d’ottobre, la poetessa, esule da Mosca, si trovava a Berlino: protagonista di quell’amore doloroso è Abram G. Visnjak, proprietario della casa editrice Elicona, che le pubblicò alcune raccolte di versi e divenne suo amante. Ma Visnjak era sposato e poco interessato alla relazione con Marina. Cose che Eros sembra non sapere: continua imperterrito a scavare, fino a giungere al midollo…

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IMMAGINE © KARA’S CHRONICLES

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LA FRASE DEL GIORNO
Cos’è la cosa principale in amore? Conoscere e nascondersi. Conoscere chi ami e nascondere il tuo amore. Talvolta il nascondiglio (vergogna) vince la conoscenza (passione). La passione per ciò che è nascosto – la passione per ciò che è rivelato.
MARINA CVETAEVA, La casa del vecchio Pymen

mercoledì 20 luglio 2011

Il flash sotto il cotone

 

ADAM ZAGAJEWSKI

SENZA FLASH

Senza flash! 
(esclamazione che si ode ogni minuto nei musei italiani)

Senza fiamma, senza notti insonni, senza ardore,
senza lacrime, senza una forte passione, senza convinzione,
così continueremo a vivere; senza flash.

Tranquilli e calmi, docili, assonnati,
le mani macchiate dall’inchiostro dei quotidiani,
i volti unti di crema; senza flash.

I turisti sorridono nelle loro camicie linde,
Herr Lange e Miss Fee, Monsieur, Madame Rien
entrano nel museo; senza flash.

E stanno davanti a un Piero della Francesca dove
Cristo, quasi folle, esce dalla tomba,
risorto, libero; senza flash.

E forse allora accadrà qualcosa di imprevisto:
si scuote il cuore, nascosto sotto il cotone liscio,
cala il silenzio, scatta il flash.

(da Lienzo, 1990)

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Partiamo dall’epigrafe, che poi è quella che dà il senso di lettura a questi versi del poeta polacco Adam Zagajewski (Lvov, Ucraina, 1945): il titolo di questa poesia è in italiano, e infatti quel “Senza flash” è una frase che spesso sentiamo nei musei di casa nostra – mi è capitato anche nel peraltro illuminatissimo Museo Archeologico di Agrigento. I nostri amministratori hanno il sacro terrore che la luce millesimale dei flash possa danneggiare le pregevoli opere d’arte collezionate nelle gallerie. Ma cos’è il flash che scatta come una liberazione nella chiusa di questa poesia? È l’emozione, quella che nessun solerte custode di museo può fermare: l’emozione che dà l’arte, quel magico tocco misterioso che l’autore ha saputo imprimere al dipinto, alla scultura. In una parola, ancora una volta, la poesia.

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Piero della Francesca, “Resurrezione”, Sansepolcro, Museo Civico

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LA FRASE DEL GIORNO
I poeti amano ammirare la bellezza.
ANDREA CAMILLERI, Il tailleur grigio

martedì 19 luglio 2011

Pioggia d’estate


LARS GUSTAFSSON

DOPO LA PIOGGIA


Il cielo della pioggia estiva come una radiografia
dove luci e vaghe ombre s’intravedono.
Il bosco silenzioso e neanche un uccello.
Il tuo occhio come una goccia versata sotto le nuvole
ha il riflesso del mondo: luci e ombre vaghe.
E all’improvviso tu vedi chi sei veramente:
estraneo confuso tra l’anima e le nuvole.
Dalla sola sottile membrana di un’immagine
il profondo universo e la tenebra dell’occhio sono scissi.


(da Sulla ricchezza dei mondi abitati, Crocetti, 2010 – Trad. di Maria Cristina Lombardi)

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La pioggia d’estate viene a purificare e rinfrescare. È un evento che viene generalmente a cancellare l’afa, a ripulire il cielo lasciandolo terso e limpido, come un azzurro cristallo. In quel momento sereno che segue immediatamente la pioggia c’è una luce nuova, è possibile guardare il mondo con occhi nuovi, trovare una nuova armonia con la natura osservandola riflessa a rovescio in una goccia d’acqua. È questo tempo che coglie nei suoi versi il poeta svedese Lars Gustafsson (Västerås, 1936), ossessionato dal tema dell’identità, tanto da essere definito “Borges svedese”: un tempo in cui tra l’uomo e l’universo non c’è che la sottile membrana dell’occhio.

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Fotografia © Ron Ter Burg
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LA FRASE DEL GIORNO
Scenderà come pioggia sull'erba, / come acqua che irrora la terra.SALMI, LXXII, 6








lunedì 18 luglio 2011

I sogni al rallentatore

 

AGNETA ENCKELL

QUELLA NOTTE LA CITTÀ ERA GRIGIA

Quella notte la città era grigia.
L’ho vista attraverso il finestrino
dell’auto   il tempo ci permette di elaborare
i sogni al rallentatore
un uomo  e
una donna   e
la strada
nonostante
il loro autocontrollo odiano e amano
con grande intensità: lui
le ha preso il  braccio
e perché dovrei discutere
ciò che è evidente: tutto
è capitato certamente
e senza ritmo e lui
ha svitato la mano di lei
dalla sua estremità e dal contesto. Certo che il procedimento
è stato doloroso, però in silenzio.
Poi è scomparso per la strada
con la mano di lei nella sua
i sogni non hanno risposte
senza mano supplicando lei è caduta
sul marciapiede  supplicando
tendendo il suo polso senza sangue verso di me
ma adesso sono sogni e niente
sanguina
io
metto in moto l’auto e scompaio
per la strada.

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È una poesia molto particolare quella della finlandese-svedese Agneta Enckell (Helsinki, 1957), figlia del poeta Rabbe Enckell: indaga il rapporto tra la parola e il silenzio, tra il maschile e il femminile, tra il senso e lo spirito. E in questo caso ne esce un mondo visionario, al confine tra sogno e incubo: fotogramma su fotogramma passato alla moviola per raccontare una storia che non ha senso se non quello che “i sogni non hanno risposte”, in un’atmosfera cupa da noir nordico dove la parola diventa letterale: lui le ha preso il braccio, e infatti lo svita e se lo porta via, come fosse quello di un manichino. Poesia senza volto e senza nome, tipica nella produzione della Enckell, come in questi versi: “Qualcosa è stato preso dal tuo volto, / il nome? ma il nome non ha importanza / quando esci dalla stanza, / ripetendo te stesso: / è il tuo sorriso che manca”.

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Immagine © Widescreen Wallpaper

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LA FRASE DEL GIORNO
Il sogno è incoerente, riunisce senza esitazione le più grosse contraddizioni, ammette cose impossibili, trascura le nostre cognizioni, così importanti durante il giorno, ci fa apparire eticamente e moralmente ottusi.
SIGMUND FREUD, L’interpretazione dei sogni

domenica 17 luglio 2011

Del cinismo

 

Nell’età di Socrate, un filosofo di nome Antistene diede vita a un movimento che si perpetuò in tutto lo sviluppo della cultura antica. Erano i “cinici” e incerto è se questo nome derivi dal ginnasio di Cinosarge dove si riunivano i seguaci di Antistene, dei quali il più celebre fu Diogene di Sinope, detto il Cinico o – ipotesi più suggestiva – dal loro stile di vita naturale e animalesco «a imitazione del cane» (κυνισμός, “kunismòs”). I cinici teorizzavano l’autosufficienza dello spirito e consideravano ogni bene esterno come indifferente: ne derivava un’apatia che nulla poteva smuovere, neppure i piaceri o la fatica, e una conseguente libertà di vita e di giudizio.

Questo ostentato disprezzo verso le leggi morali, i costumi, le convenienze e gli ideali ha assunto con il tempo l’accezione di un comportamento cinico, al limite della deplorazione. E questo andiamo oggi a investigare nelle parole degli scrittori. Ambrose Bierce, per esempio, nel suo Dizionario del diavolo va giù duro: “Cinico: un mascalzone la cui vista difettosa vede le cose come sono, non come dovrebbero essere”. Più tagliente e raffinato, come suo solito, Oscar Wilde, che nel Ventaglio di Lady Windermere fa affermare a un personaggio: “Che cosa è un cinico? Uno che sa il prezzo di ogni cosa e il valore di nessuna”. Ma un po’ cinico lo era lui stesso, tanto che nei suoi Aforismi arriva a dire “Il cinismo è l'arte di vedere le cose come sono, non come dovrebbero essere”. Indro Montanelli nell’Italia giacobina e carbonara li fotografa invece così, pensando probabilmente in particolare ai nostri connazionali: “I cinici sono tutti moralisti, e spietati per giunta”. Il critico dello spettacolo Aldo Grasso sul Corriere della Sera del 4 maggio 2010 vede la debolezza del lato negativo: “Il cinismo è la crudeltà dei delusi: non possono perdonare alla vita di aver ingannato le loro certezze”. Qualche pensiero positivo? Più che altro si situano nel territorio di penombra tra bene e male: come quello di Giovanni Soriano in Finché c’è vita non c’è speranza: “Cinismo è dare alle cose il disprezzo che meritano”. E poi Lillian Hellman nelle Piccole volpi: “Il cinismo è un modo spiacevole di dire la verità”. E ancora Jean Genet: “Cinismo è il riuscito tentativo di vedere il mondo come è realmente”. Chiudiamo con un maestro del disinganno, Emil Cioran, che così lo definisce nella Provincia dell’uomo, opera del 1973: “Cinismo: non aspettarsi da alcuno più di quanto noi stessi siamo”.

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Jean-Léon Gérôme, “Diogene di Sinope”

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LA FRASE DEL GIORNO
Il cinismo è l'unica forma nella quale anime volgari sfiorano quel che è onesto.
FRIEDRICH NIETZSCHE, Al di là del bene e del male

sabato 16 luglio 2011

Canto d’amore

 

NEMESIANO

SIESTA

Vieni, o mia bella Meroe, dove l'afa
invita, all'ombra. Ormai il bestiame entrò
nel bosco né più trilla l'uccello canterino,
né la serpe traccia in terra la curva delle squame.
Io solo canto, ogni bosco di me suona.
Alle cicale estive non cedo nella voce.
Canti ciascuno il suo amore, perché il canto
allevia il cuore.

(da Poeti latini della decadenza, Einaudi, 1988 – Traduzione di Carlo Carena)

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È una voce che viene da un tempo lontano quella di Marco Aurelio Olimpio Nemesiano, poeta cartaginese che visse a Roma verso la fine del III secolo, nel bel mezzo del lungo periodo di decadenza che portò dal mondo antico al mondo moderno. Ed è un inno alla poesia, alla parola intesa come salvagente, come ultima salvezza: la poesia bucolica – Nemesiano in realtà imita Calpurnio che a sua volta imitava il grande Virgilio – serve a inquadrare un campo d’amore scevro ormai dalla mitologia. Non ci sono più gli dèi ma solo i due innamorati, in un caldo giorno d’estate, all’ombra, dove risuona il canto poetico a riecheggiare i versi di un altro decadente del III secolo, Tucciano: “Cantate per amare e amate per cantare”.

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Cartolina © Eyedeal

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LA FRASE DEL GIORNO
Ami domani chi mai amò / e chi amò ami domani.
ANONIMO, Pervigilium Veneris

venerdì 15 luglio 2011

Il profumo delle rose di notte

 

PIERRE LOUŸS

ROSE NELLA NOTTE

Quando la notte sale al cielo, il mondo
è nostro e degli dei. Dai campi alla sorgente,
dai boschi scuri alle radure andiamo
seguendo i piedi nudi.

Alle piccole ombre che noi siamo
basta la luce delle piccole stelle.
Talvolta, sotto i rami bassi, troviamo
cerve addormentate.

Ma nella notte più bella di ogni cosa
c'è un luogo che noi soli conosciamo,
e ci attira al di là della foresta:
un cespuglio di rose misteriose.

Niente al mondo è divino come
il profumo delle rose di notte. Perché
quando ero sola non ne venivo
inebriata?

(da Le canzoni di Bilitis, 1894 - Traduzione di Eva Cantarella)

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Pierre Louÿs (1870-1925), scrittore francese appassionato del Parnaso e del Simbolismo, nel 1894 pubblicò una raccolta di poesie con la mistificazione letteraria di attribuirle – come se fossero state ritrovate incise su una tomba a Cipro – a una poetessa greca contemporanea di Saffo, Bilitis. Naturalmente l’autore è lo stesso Louÿs, che ha all’attivo anche Afrodite, un romanzo ambientato ad Alessandria d’Egitto con una cortigiana come protagonista, oltre ad alcune opere a carattere libertino se non addirittura osceno.

Quelli che Bilitis narra sono amori omosessuali femminili e vanno valutati sia per la loro presenza nel tessuto sociale di fine Ottocento, ad illustrare un mondo sconosciuto e misterioso, sia per l’interesse di gusto parnassiano per l’antica Grecia: lo scopo della poesia non è l’utilità sociale o la virtù, ma solo la bellezza, l’art pour l’art. E la bellezza trasuda in questi versi sensuali nei quali le due ragazze si avventurano nel giardino di notte – si deve pensare naturalmente al tiaso di Saffo, un’associazione educativa a fine religioso dove le allieve imparavano il canto, le danze, la raffinatezza, la ricerca stessa della bellezza e naturalmente l’amore (si dedicavano al culto della dea Afrodite e venivano preparate per il matrimonio, che le aspettava una volta lasciato il tiaso). Così ecco le rose, emblema dell’amore e non soltanto di quello: ma il loro profumo delizioso, accentuato dall’aria della notte, diventa ancora più dolce da quando Bilitis non è più sola…

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Georges Barbier, “Bilitis”

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LA FRASE DEL GIORNO
Nei riguardi dell'amore, la donna è uno strumento completo. Dai piedi alla testa essa è unicamente, meravigliosamente fatta per l'amore.Ella sola sa amare. Ella sola sa essere amata.
PIERRE LOUŸS, Afrodite

giovedì 14 luglio 2011

Cos’è l’arte? (XXII)

 

EDWARD HOPPER

“Se potessi esprimerlo con le parole, non ci sarebbe
nessuna ragione per dipingerlo”

Edward Hopper, “New York Restaurant”
olio su tela, 1922 / Muskegon, Michigan, Art Museum

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GIORGIO MORANDI

“Si può dipingere ogni cosa, basta soltanto vederla”

Giorgio Morandi, “Natura morta”
olio su tela, 1963 / Bologna, MAMbo.

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MAX ERNST

“Puoi bere le immagini con i tuoi occhi”

Max Ernst, “L'Ange du foyer ou le Triomphe du Surréalisme”
olio su tela, 1937/ collezione privata

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LA FRASE DEL GIORNO
L’arte non è una sottomissione, ma una conquista.
ANDRÉ MALRAUX

mercoledì 13 luglio 2011

Il mare che urla


 

JUAN RAMÓN JIMÉNEZ

BIMBO SUL MARE


Il mare che urla, illuminato un attimo
nel suo folle disordine
dal verde lampo violento,
mi turba.

Il bimbo che, qui accanto,
parla, dolce e tranquillo,
nel lume della lampada soave
che, nel silenzio pauroso
della nave, fa isola;
il bimbo che domanda e che sorride,
le fresche guance imporporate e
nei neri occhi solo affetto e pace,
mi rasserena.

Cuore piccolo e puro,
più grande del mare, più forte
nel lieve battito del mare senza fondo,
di ferro, freddo, ombra e grido!
Oh mare, mare vero:
è attraverso di te che vado –  anima,
grazie! – verso l’amore!


(da Diario di poeta e mare, 1917)

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Ho già raccontato la storia di Diario di poeta e mare, l’opera pubblicata da Juan Ramón Jiménez nel 1917: in breve, nel gennaio del 1916 il poeta andaluso parte in piroscafo dalla Spagna per inseguire Zenobia, la donna della sua vita, e convincerla a sposarlo. Ci riuscirà il 2 marzo, nella cattedrale di Saint Stephen, a New York. Ma a quei tempi lungo era il viaggio alla volta degli Stati Uniti, circa un mese, e lo testimonia la raccolta: qui Jiménez coglie un momento di sconforto, di paura, durante una tempesta. È il tranquillo candore di un bambino a rianimarlo, a infondergli coraggio. E si delinea la funzione del mare come mezzo per ottenere lo scopo: la traversata è un’altra prova dell’amore per Zenobia.

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Affiche © C.ie G.le Transatlantique

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LA FRASE DEL GIORNO
Mare, cielo ribelle caduto giù dai cieli!
JUAN RAMÓN JIMÉNEZ, Diario di poeta e mare

martedì 12 luglio 2011

Il dubbio

 

 

DANIEL SAMOILOVICH

CORRELATO

Laggiù sotto le Sorgenti Gialle
qualcuno sta aspettando come me la lettera

dell’amata. Ma hanno su di noi,
quei due, un vantaggio:

lo sanno bene che arriverà la lettera,
mille volte è accaduto, altre mille accadrà.

Solo qua in cima ci tormenta il dubbio,
e proprio questo, temo, conferisce

interesse alla cosa.
Vista così, sono loro che dovrebbero invidiarci.

“Vivere pericolosamente”, un motto assurdo.
Vivere è pericoloso, di questa lega

son fatte le ore che ci toccano.

(da Molestando a los demonios, Pre-Textos, 2009 – Traduzione di Francesco Tarquini)

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Tempo del desiderio, tempo dell’amore. Tempo sospeso, incerto, nel quale, pungolato dal dubbio, il sentimento non vacilla ma anzi si erge più fiero, aumenta di intensità. È il tema di questa poesia dell’argentino Daniel Samoilovich (Buenos Aires, 1949), traduttore e fondatore del Diario de Poesia. In questa raccolta, Samoilovich utilizza lo stilema di far risalire i versi a un oscuro ed enigmatico poeta vietnamita degli Anni Trenta, Tien Mei, da lui ritradotti dopo passaggi in varie lingue. In realtà, è a un grande suo concittadino che si pensa immediatamente, Jorge Luis Borges: i due innamorati sono “forme di un sogno già sognato”, come in Inferno,V, 129, poesia inserita nella Cifra.

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Katsushika Hokusai, “Improvviso colpo di vento”

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LA FRASE DEL GIORNO
Dubita che le stelle siano fuoco, dubita che il sole si muova, dubita che la verità sia mentitrice, ma non dubitare mai del mio amore.
WILLIAM SHAKESPEARE, Romeo e Giulietta

lunedì 11 luglio 2011

La vittoria del candore

 

 

JUAN GELMAN

LA VITTORIA

In un libro di versi schizzato
dall'amore, dalla tristezza, dal mondo,
i miei figli hanno disegnato signore gialle,
elefanti che avanzano sopra ombrelli rossi,
uccelli trattenuti sul bordo di una pagina,
hanno invaso la morte,
il grande cammello azzurro riposa sulla parola cenere,
una guancia scivola sopra la solitudine delle mie ossa,
il candore vince sul disordine della notte.

(da Gotán, 1962 - Traduzione di Antonio Porta)

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“Il problema è che non si scrive mai poesia, si viene scritti dalla poesia. La poesia è una signora molto occupata, poiché ci sono poeti dappertutto. Bisogna aspettarla, non chiamarla. Non è questione di pazienza o di volontà. Si tratta di attendere che arrivi con ciò che ho chiamato ossessione” rispondeva così il poeta argentino Juan Gelman (Buenos Aires, 1930) in un’intervista. Ed è bellissima quest’immagine dei figli del poeta che scarabocchiano un volume di poesia, ingentilendo con disegni coloratissimi quell’ossessione di cui egli stesso parlava, quelle angosce che popolano i suoi versi. Bellissima la chiusa: Il candore infantile vince sul disordine della notte, quella è la vittoria del titolo, la speranza del futuro che riesce ad avere la meglio sui dolori della vita. Purtroppo poi la vita esigerà il suo tributo: nel 1976 suo figlio Marcelo Ariel, ventenne, e la nuora Maria Claudia Irureta Goyena, diciannovenne, saranno rapiti e uccisi dalla dittatura argentina, lasciando una figlia che Gelman ritroverà solo nel 1999.

 

 

Immagine © Destination Knowlton

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia passerà come un animale sconosciuto nella città piena di nebbia / e risuoneranno i colpi della parola, Gelman.
JUAN GELMAN, Velorio del solo

domenica 10 luglio 2011

La poesia cerca risposte

 

TITOS PATRIKIOS

I SIMULACRI E LE COSE

Non ci aspettavamo che accadesse di nuovo
eppure è di nuovo nero come la pece il cielo,
partorisce mostri di oscurità la notte,
spauracchi del sonno e della veglia
ostruiscono il passaggio, minacciano, chiedono riscatti.
Non temere Lestrigoni e Ciclopi...
non temere, diceva il poeta,
ma io temo i loro odierni simulacri
e soprattutto quelli che li muovono.

Temo quanti si arruolano per salvarci
da un inferno che aspetta solo noi,
quanti predicano una vita corretta e salutare
con l'alimentazione forzata del pentimento,
quanti ci liberano dall'ansia della morte
con prestiti a vita di anima e corpo,
quanti ci rinvigoriscono con stimolanti antropovori
con elisir di giovinezza geneticamente modificata.

Come una goccia di vetriolo brucia l'occhio
così una fialetta di malvagità
può avvelenare innumerevoli vite,
"inesauribili le forze del male nell'uomo"
predicano da mille parti gli oratori,
solo che i detentori della verità assoluta
scoprono sempre negli altri il male.
"Ma la poesia cosa fa, che cosa fanno i poeti"
gridano quelli che cercano il consenso
su ciò che hanno pensato e deciso,
e vogliono che ancora oggi i poeti
siano giullari, profeti o cortigiani.
 
Ma i poeti, nonostante la loro boria
o il loro sottomettersi ai potenti,
il narcisismo o l'adorazione di molti,
nonostante il loro stile ellittico o verboso,
a un certo punto scelgono, denunciano, sperano,
chiedono, come nell'istante cruciale
chiese l'altro poeta:
più luce.
E la poesia non riadatta al presente
la stessa opera rappresentata da anni,
non salmeggia istruzioni sull'uso del bene,
non risuscita i cani morti della metafisica.
Passando in rassegna le cose già accadute
la poesia cerca risposte
a domande non ancora fatte.

(da La resistenza dei fatti, Crocetti, 2007 - Traduzione di Nicola Crocetti)

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“Non temere Lestrigoni e Ciclopi, non temere” scriveva Kavafis in Itaca e intendeva non temerli nel viaggio che è la vita. Titos Patrikios (Atene, 1928), poeta greco, non è d’accordo: lo sa che la storia si ripete e che la malvagità muta forma e luogo per riapparire. Sepolto il secolo breve con l’illusione di una nuova pace, ecco ad esempio l’11 settembre e tutto ciò che ne è derivato. E come si pone la poesia di fronte al mondo, di fronte alla storia? Non si sottomette, non si lascia recintare, ma prova a percorrere nuove strade, prova a trovare in altro modo la via della conoscenza: perché la poesia è la lanterna che illumina la notte e, portata avanti a noi, riesce a illuminare almeno una parte del tragitto, per quanto infinitesima essa sia.

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I Lestrigoni in un affresco della Casa di Via Graziosa a Roma

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia è sempre più di attualità perché rappresenta il massimo della speranza, dell'anelito dell'uomo verso il mondo superiore.
ANDREA ZANZOTTO, Avvenire, 15 febbraio 2011

sabato 9 luglio 2011

Il poeta vampiro

 

EVGENIJ EVTUŠENKO

MALEDIZIONE - SONO UN PROFESSIONISTA

Maledizione - sono un professionista.
Posso creare una cosuccia splendida
dalle lacrime di quanto ho annichilito,
caricando con il dolore la stilografica.

Nella professione di un poeta c'è l'infamia
della confessione in rima, molto redditizia
quando alla gioiosa rassegna generale
egli i dolori altrui cede al mercato.

Beve il sangue del prossimo il poeta, per rinvigorirsi,
senza alcuna cattiva intenzione
e odio me stesso io per il potere
della parola nutrita con l'altrui sofferenza.

Ma tu, sporca gloria, sulle ossa di chi,
su quali lacrime ardenti sei cresciuta?
Sia maledetto il vampirismo del mestiere,
perfidamente basato sulle consonanze.

Non c'è indulgenza per tale professione.
Il sangue altrui soltanto sembra inchiostro...
Ma è allora che comincia il poeta,
quando arriva il disgusto per la parola.

(da Diario lirico, 1973)

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I poeti sanno essere giudici obiettivi e imparziali della loro opera, sono in grado di analizzare meglio di chiunque altro il loro fare poesia e l’inadeguatezza dei loro strumenti di fronte alla realtà: l’io lirico è in grado di esprimere pienamente il mondo reale? Riesce a cogliere il significato più profondo dell’esistenza racchiuso nell’emozione, nella sensazione? Riesce, dice il poeta russo Evgenij Evtušenko, nato a Zima, in Siberia, nel 1933. Riesce e ne fa addirittura un mestiere, una professione, arrivando a vampirizzare non solo le proprie emozioni, ma anche quelle altrui. Il poeta vampiro è quello che ha ormai raggiunto la fama, che scrive quasi automaticamente, ormai sbarazzatosi dell’ingenuità del dilettante. Non è neppure più un poeta, è un mestierante, come tanti attori che compensano la sparizione del talento con l’esperienza. Ma è una presa di coscienza a salvarlo, la consapevolezza di un disgusto che libera l’anima poetica imprigionata nel guscio del mercato: “«Esprimici! Esprimici!» / Tutte le costole spezzando / implorano le idee: / «Stiamo strette dentro. / È stato un tormento»”.

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Evtušenko con il presidente americano Nixon nel 1972 © Oliver F. Atkins

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LA FRASE DEL GIORNO
È nella domanda che sta la verità. I poeti sono domande.
LEONID MARTYNOV

venerdì 8 luglio 2011

Una nicchia dentro l’ora

 

TOMMASO LANDOLFI

SOLO, AMORE MIO

Solo, amore mio, solo
Come neppure l'usignuolo.
Io questa solitudine fo pegno
Di segreta delizia
Ed essa eleggo a mio splendente regno.
Amare note canta la Pizia,
Ben so che andranno tutte vuote
Queste ultime speranze -
         Eppure, amore
Io mi scavo una nicchia dentro l'ora
Fuggevole e alterna,
E piango e soffro e tremo ancora.

(da Viola di morte, Adelphi, 2011)

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Di Tommaso Landolfi, scrittore nato a Pico Farnese nel 1908 e morto a Roma nel 1979, mi ha sempre colpito la stravaganza, l’impossibilità di incasellarlo in un movimento, la dissoluzione delle strutture logiche che ne fanno un pensatore assolutamente libero e imprevedibile. Landolfi coglie della quotidianità il lato più oscuro e misterioso, va in cerca dell’immagine arcana della ragione, indagando tra fantastico, onirico e mostruoso: un po’ come Kafka, Gogol e Buzzati, insegue il dubbio, l’ossessione, la paura, l’irrazionale. Questa sua poesia, inserita in Viola di morte, raccolta postuma del 1972 appena riedita da Adelphi (318 pagine, 22 €), è significativa con la sua solitudine e la sua consapevolezza della presenza del tempo: è la dichiarazione di una sofferenza, alla quale l’unico modo di sfuggire è la Poesia.

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Fotografia © Scenic Reflections

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LA FRASE DEL GIORNO
Vivere si può solo lasciandosi dietro minuto per minuto la vita.
TOMMASO LANDOLFI, Des mois

giovedì 7 luglio 2011

Mare e cielo

 

 

GIORGIO ORELLI

CALMO, LIMPIDO IL MARE

Calmo, limpido il mare...
che prende e dà memoria
e a te darà sopra tutto salute.

Il cielo in qualche zona
ha l’azzurro nutrito dal ferro
delle ortensie sul Ceneri.

"Vieni", dici, "fa’ il morto,
è così facile." A me
che appena il vivo so fare.

(da Sinopie, Mondadori, 1977)

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Estate piena, voglia di spiagge assolate, di un limpido mare dove lasciarsi andare: immersi nell’elemento primigenio là dove non c’è altro che acqua e cielo, abbandonarsi e meravigliarsi dell’azzurro, ritemprarsi dimenticando gli affanni della vita quotidiana. Il poeta svizzero Giorgio Orelli (Airolo, 1921), attento alle “occasioni” di stampo montaliano, riesce a cogliere in questo passaggio al mare un barbaglio di filosofia dolceamara: dalla banale quotidianità passa ad un livello più alto del conoscere con i suoi versi musicali ed efficacemente ironici.

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Fotografia © Cybiorg / WikiTravel

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia è un messaggio speciale, diverso da quello che nell’universo pratico si chiama «informazione»; è un modo particolare di conoscere il mondo e le cose che lo abitano.
GIORGIO ORELLI, La Regione Ticino, edizione del 23 marzo 2011

mercoledì 6 luglio 2011

Gerardo Diego

 

Puro surrealismo quello del poeta spagnolo Gerardo Diego (1896-1987), già animatore dell’ultraismo e del creazionismo (niente a che vedere con la dottrina che vuole il mondo nato proprio come raccontato nella Bibbia), correnti che si basano sulla sintesi di più immagini in una per creare suggestioni prive di aggettivi e di fregi, di nessi e di orpelli. Proprio del creazionismo (“Creare poesie come la natura crea alberi”, secondo l’assioma di un altro fondatore, il cileno Vicente Huidobro) Gerardo Diego fa il suo punto di lancio con la sua poetica di addizione al cosmo di oggetti assoluti, privati di ogni loro elemento sentimentale. La poesia deve creare ciò che non esiste – afferma Diego – immagini offerte come oggetti di lusso in vetrine trasparenti, come pagine stampate su carta patinata. L’impressione è quella di un funambolo sul filo, sempre in bilico, sempre a rischio di cadere, ma passo dopo passo la poesia prosegue, manifestando tuttavia il suo vero limite: la mancanza di connessioni; ogni immagine è a sé stante, fa sovente pensare all’esercizio della poesia automatica, a tessere di puzzle che si potrebbero rimescolare tra loro formando in maniera autonoma nuove poesie.

A Diego va poi la palma di diffusore di poesia: con la sua rivista Carmen e soprattutto con la Antologia della poesia spagnola del Novecento, edita nel 1932, fece conoscere i poeti della Generazione del ‘27, e in particolare i versi di Juan Larrea, mai raccolti in altri volumi.

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Ecco, nella traduzione di Vittorio Bodini, un piccolo florilegio di poesie di Gerardo Diego:

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da IMAGEN, 1922

 

ALTALENA

A cavallo sul cardine del mondo
giocava un sognatore al sì e al no

Le piogge a colori
emigravano al paese degli amori

            Stormi di fiori
Fiori del sì                         Fiori del no
            Coltelli nell'aria
            che le aprono le carni
            formano un ponte

Sì                                                  No

            Cavalca il sognatore
            Uccelli arlecchini
cantano il sì                    Cantano il no

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da MANUAL DE ESPUMAS, 1924

 

NOTTURNO

a Manuel Machado

Ci son tutte

Anche quelle che si accendono nelle notti alla moda

Nasce dal cielo tanto fumo
che mi ha ossidato gli occhi

Son sensibili al tatto le stelle
Non so scrivere a macchina senza di esse

Esse sanno tutto
Graduare il mare febbrile
e rinfrescare il mio sangue con la loro neve infantile

La notte ha aperto il piano
e io dico addio con la mano

.

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da BIOGRAFÍA INCOMPLETA, 1953

 

IPOTESI

In principio tutti gli uomini son lenti
E le donne sono opera dei venti
Conosco certi alberi sensibili all'ardore della mia fronte

In principio non c'è altro che il muschio
e un po' di volo trasparente

Avvicinati a me e osserva
l'intenzione di nuvola che ci assiste e accarezza
e lo scarso
residuo di superficie umana che ci resta
se la vogliamo toccar con mano

Mani mani chi vi lavò le mani
Chi scacciò i bachi
dal paradiso della sera
Chi toglie il divieto
di tiro a volo agli angeli

.

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SPERANZA

Chi ha detto che hanno fine la curva l'oro il desiderio
il suono giusto della luna sul marmo
o la perfetta plissatura delle elitre
nel cinema che esercita il suo tenero protettorato?

Perquisite il mio taschino
Vi troverete piume in funzione di uccello
briciole in cerca di pane tarlate divinità
frasi d'amore eterno senza
carta d'imbarco
e gli occulti sentieri delle onde

.

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Il monumento a Gerardo Diego nella sua città natale, Santander © Year of the Dragon

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LA FRASE DEL GIORNO
Lasciami passar la mano sul soavissimo dorso di questi versi che scrivo / Così l’eternità sotto le mie dita miagolerà teneramente.
GERARDO DIEGO, Biografía incompleta

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