giovedì 2 dicembre 2010

Bella Achmadulina

 

Il 29 novembre è morta a Mosca la poetessa Bella Achmadulina, una delle voci più interessanti della poetica sovietica post-staliniana. Era nata a Mosca da padre tartaro e madre italiana – il suo nome completo era infatti Isabella – il 10 aprile 1937 ed aveva sposato in prime nozze Evgenij Evtusenko, un altro dei grandi esponenti di quella generazione brillante e polemica uscita dal disgelo dell’URSS dopo la fine del dittatore georgiano. Annelisa Allevi, nel suo “Omaggio a Bella Achmadulina”, ne parla così: “Nella Russia di oggi i poeti della generazione di Bella Achmadulina si dividono in due categorie: coloro che hanno abbandonato il paese affrontando la tragedia dell'esilio, dell'emigrazione, in nome di una libertà esteriore, pagata al prezzo della schiavitù interiore della nostalgia, e coloro che sono rimasti in patria. Bella Achmadulina appartiene alla categoria di coloro che sono rimasti, affrontando la tragedia - meno plateale dell'altra, ma forse anche più devastante - della censura, una costrizione che alla lunga s'incorpora, diventa una sorta di habitat che non si abbandona più, neppure quando un regime cade, e se ne instaura un altro, più liberale”.

Bella Achmadulina si rivelò nel 1962 con la raccolta “La corda”, cui seguirono “Lezioni di musica” (1969), “Tenerezza”, (1971), “Tormenta” (1977) e “Mistero” (1983). Le sue liriche e i suoi poemi, espressi con virtuosismo stilistico e impianto metrico tradizionale, si incentrano in particolare sul problema dell’integrazione dell’artista nella società contemporanea, al quale si intrecciano volentieri temi personali, come la bella poesia d’amore che ho scelto come ricordo.

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BELLA ACHMADULINA

E IN ULTIMO TI DIRÒ: ADDIO

E in ultimo ti dirò: - Addio,
e non promettermi amore.
Perderò la ragione. O troverò
la sublime serenità della follia.

Come mi hai amato? Pregustando
l'offesa della fine. Ma non è questo...
Come mi hai amato? Offendendo i principi
dell'amore. Ma in modo così goffo...

Crudeltà del fallimento, io
non ti perdono. Vivo, cammino,
vedo il bianco mondo,
ma il corpo mio è deserto.

La mente vorrebbe ancora un piccolo
lavoro. Ma son deboli le mani.
E uno sciame di odori e di sapori
in volo sghembo si allontana da me.

(da “Tenerezza”, Guanda, 1971)

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LA FRASE DEL GIORNO
Ho dedicato tanti versi al mutismo inteso come impossibilità di scrivere; una persona molto arguta una volta mi ha detto: hai fatto tanti versi sul mutismo che rasenti lo sproloquio. Ma questo è legato al bisogno di riflettere dopo ogni mia apparizione e recita in pubblico: perché il vero posto di un poeta è a una scrivania. 
BELLA ACHMADULINA, in “Poesia”, luglio-agosto 1998

2 commenti:

Vania ha detto...

...forte e delicata.
...Bella.
ciao Vania

Carmine ha detto...

Ciao.
Non conoscevo questa poetessa, ma ho saputo apprezzare la sua lirica. Approfondirò la sua conoscenza.
Grazie.

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