martedì 26 gennaio 2010

Nikolajewka, fuori dalla sacca

È il terzo anno che questo blog celebra l’anniversario della battaglia di Nikolajewka, una delle pagine più epiche della storia degli Alpini. L’uscita dalla sacca, spezzato l’accerchiamento dei sovietici, costò altri uomini, dopo quelli abbandonatisi stremati nel ghiaccio della steppa e quelli caduti sui campi di battaglia nel corso di oltre un anno sulla linea del Don.
Dopo le memorie cronachistiche di Mario Rigoni Stern e il malinconico e struggente canto “L’ultima notte”, quest’anno ho deciso di dare la parola alla poesia: naturalmente poesia della memoria, quella di un reduce che con fierezza ed emozione testimonia ancora oggi a novant’anni la sua presenza nel gelo infernale e il ricordo degli amici e dei commilitoni che non sono tornati. Quel reduce dai lunghi capelli bianchi e dalla voce ferma è Nelson Cenci, tenente del Vestone con Rigoni Stern.


NELSON CENCI

NIKOLAJEWKA


Un'alba che nell'anima del sole
aveva la speranza.
Per immensi pascoli di neve
sotto un cielo arato di morte
più volte sui tuoi dossi
si logorò l'audacia
a cercarvi la vita.
Solo al finire del giorno,
con disperato grido, epica schiera di fantasmi
passò tra mesto mormorio di preghiere.
Scende ora il sole sull'alto del crinale
bagnando di luce i tuoi morti
e, in un vento di nuvole, fugge
il tuo solitario pianto
verso cieli lontani.
Non più aspre terre e profili di monti
nei loro occhi di vetro
ma lunghe file mute di uomini
su sentieri di ghiaccio.
La pista si è fatta di stelle
e cristalli di luna si spengono
su misere croci senza nome.





Nelson Cenci, nella prefazione alle sue memorie di quegli eventi, intitolate come l’Anabasi di Senofonte, “Il ritorno”, nel 1996 scriveva: “Ma per noi, non più giovani, il ritornare al passato vuol dire spesso riuscire a dare di esso una immagine ed un giu­dizio meno turbati dalle animosità di allora delle quali il trascorrere degli anni ha spesso attenuato le asprezze; vuol dire mantenere vivo il ricordo, e quindi onorare la memoria, dei molti compagni che ebbero a lasciare la loro esuberante giovinezza in terre così lontane per un profondo e radicato amore di Patria; vuol dire asciugare le lacrime di quelle madri che consumarono gli anni sperando e pregando per un loro impossibile ritorno; vuol dire infine insegnare ai giovani l'amo­re, cercando di trasferire in essi il nostro grande desiderio di pace. Sì perché solo chi ha sopportato le miserie e le angosce di una guerra, solo chi ne ha vissuto il dolore e le privazioni ed ha visto questa umanità sconvolta, indifesa, sperduta cercare disperatamente conforto, solo chi ha sofferto tutto questo, meglio di ogni altro può indicare quali siano le vie dell'altru­ismo, della fratellanza, della pacifica convivenza perché qua­lunque sia la fede che ci guida, qualunque il pensiero, il volto, la stirpe dalla quale discendiamo, siamo, in questa microsco­pica parte dell'universo, accomunati in un unico, uguale destino”..




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LA FRASE DEL GIORNO Ci hanno detto che fummo meravigliosi. Forse sarà vero ma una lunga strada è stata segnata: ossa, zaini, scarponi, armi e sangue. Ora su queste cose il vento dondola i grani. MARIO RIGONI STERN, Epoca, n. 456, 28 giugno 1959

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