venerdì 3 febbraio 2012

Wisława Szymborska

 

il 1° febbraio è morta nel sonno a Cracovia la poetessa Wisława Szymborska. In molti nel 1996, quando l’Accademia Svedese le conferì il Premio Nobel, restarono sorpresi, un po’ per via del provincialismo della cultura italiana ma sicuramente anche per il carattere schivo e riluttante della poetessa polacca. Con gli anni abbiamo imparato ad apprezzare le sue opere, le sue poesie semplici e colloquiali che si aprono sovente in un sorriso complice e ironico parlando dell’amore, della vita e della morte con un tocco leggero e naturale. Charles Simic scrisse di lei: “È uno dei più raffinati poeti viventi – e insieme uno dei più leggibili”.

Wisława Szymborska era nata a Bnin, ora parte di Kórnik, il 2 luglio 1923, ma già nel 1929 viveva a Cracovia con i genitori e la sorella. La sua prima poesia, “Cerco le parole” apparve nel 1945 sul Dziennik Polski. In quel periodo si dedicava all’illustrazione di libri e manuali, dopo aver abbandonato la Facoltà di Sociologia perché “mortalmente noiosa: si doveva spiegare tutto con il marxismo”. Del 1952 è la prima raccolta, Per questo viviamo, cui seguiranno altri dodici volumi. E dopo il crollo delle sue speranze nel comunismo, con le disillusioni arrivarono anche i problemi con il regime: nel 1966 restituì la tessera del Partito dopo il licenziamento dall’università del filosofo Kolakowski, perdendo così il ruolo di direttrice della Zycie Literackie; divenuta semplice collaboratrice del giornale, ne venne cacciata nel 1981, quando sostenne le ragioni degli operai di Solidarnosc contro la linea editoriale del giornale. Caduto finalmente il regime comunista, alla Szymborska furono riconosciuti tutti i premi che le erano stati negati per anni, fino all’apoteosi del Nobel.

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FOTOGRAFIA © MARIUSZ KUBIK

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INTERVISTA A UN BAMBINO

È poco che il Maestro è tra noi.
Perciò fa la posta da tutti gli angoli.
Si copre il volto e guarda tra le dita.
Ha la faccia rivolta al muro, poi si gira di scatto.

Il Maestro respinge con disgusto l’assurdo pensiero
che un tavolo perso di vista debba restare un tavolo,
che una sedia alle sue spalle stia nei confini d’una sedia,
e nemmeno cerca d’approfittare dell’occasione.

Vero, è difficile sorprenderlo diverso, questo mondo.
Il melo torna sotto la finestra prima d’un batter d’occhio.
I passeri iridati scuriscono sempre in tempo.
Le orecchie del secchio catturano ogni fruscio.
L’armadio notturno finge la passività di quello diurno.
Il cassetto cerca di convincere il Maestro
che lì c’è solo ciò che v’era stato messo prima.
Perfino nel libro di fiabe aperto all’improvviso
la principessa torna sempre per tempo sull’illustrazione.

Sentono in me un forestiero – sospira il Maestro –
non vogliono che un estraneo giochi con loro.

Come è possibile che tutto ciò che esiste
debba esistere in un solo modo,
in una situazione orribile, senza uscita da sé,
senza pausa e mutamento? In un umile da qui – a lì?
Mosca acchiappata in una mosca? Topo
intrappolato in un topo? Un cane mai liberato
da una catena celata? Un fuoco che altro non può fare
se non scottare di nuovo il dito fiducioso del Maestro?
È questo quel mondo vero, definitivo:
ricchezza sparsa che non si può raccogliere,
sfarzo inutile, possibilità vietata?
No – grida il Maestro e batte tutti i piedi
di cui dispone – con una tale disperazione
che non basterebbero le sei zampe d’un coleottero.

(da Ogni caso, 1972)

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RITRATTO DI DONNA

Deve essere a scelta
cambiare, purché niente cambi.
È facile, impossibile, difficile, ne vale la pena.
Ha gli occhi, se occorre, ora azzurri, ora grigi
neri, allegri, senza motivo pieni di lacrime.
Dorme con lui come la prima venuta, come l’unica al mondo.
Gli darà quattro figli, nessuno, uno.
Ingenua, ma è un’ottima consigliera.
Debole, ma sosterrà.
Non ha la testa sulle spalle, però l’avrà.
Legge Jaspers e le riviste femminili.
Non sa a che serva questa vita, e costruirà un ponte.
Giovane, come al solito giovane, sempre ancora giovane.
Tiene nelle mani un passero con l’ala spezzata,
soldi suoi per un viaggio, lungo e lontano,
una mezzaluna, un impacco e un bicchierino di vodka.
Dov’ è che corre? Non sarà stanca?
Ma no, solo un poco, molto, non importa.
O lo ama, o si è intestardita.
Nel bene, e nel male, e per l’amor del cielo!

(da Grande numero, 1976)

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FIGLI DELL’EPOCA

Siamo figli dell'epoca,
l'epoca è politica
 
Tutte le tue, nostre, vostre
faccende diurne, notturne
sono faccende politiche.

Che ti piaccia o no,
i tuoi geni hanno un passato politico,
la tua pelle una sfumatura politica,
i tuoi occhi un aspetto politico.

Ciò di cui parli ha una risonanza,
ciò di cui taci ha una valenza
in un modo o nell’altro politica.

Perfino per campi, per boschi
fai passi politici
su uno sfondo politico.

Anche le poesie apolitiche sono politiche,
e in alto brilla la luna,
cosa non più lunare.
Essere o non essere, questo è il problema.
Quale problema, rispondi sul tema.
Problema politico.

Non devi neppure essere una creatura umana
per acquistare un significato politico.
Basta che tu sia petrolio,
mangime arricchito o materiale riciclabile.
O anche il tavolo delle trattative, sulla cui forma
si è disputato per mesi:
se negoziare sulla vita e la morte
intorno a uno rotondo o quadrato.

Intanto la gente moriva,
gli animali crepavano,
le case bruciavano
e i campi inselvatichivano
come in epoche remote
e meno politiche.

(da Gente sul ponte, 1986)

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UN RICORDO

Stavamo chiacchierando,
siamo ammutoliti d’improvviso.
Sulla terrazza appare una ragazza,
ah, bella,
troppo bella
per il nostro tranquillo soggiorno.
 
Basia ha sbirciato in preda al panico il marito.
Krystyna ha posato d’istinto la sua mano
su quella di Zbyszek.
Io ho pensato: ti telefonerò,
ti dirò – non venire ancora,
è prevista pioggia per qualche giorno.
 
Solo Agnieszka, una vedova,
ha accolto la bella con un sorriso.

(da Attimo, 2002)

[Le traduzioni sono di Pietro Marchesani]

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WISLAWA SZYMBORSKA RICEVE l’ORDINE DELL’AQUILA BIANCA © KANCELARYA PREZIDENTA RP

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LA FRASE DEL GIORNO
La gioia di scrivere. / Il potere di perpetuare. / La vendetta d’una mano mortale.
WISŁAWA SZYMBORSKA, Uno spasso

6 commenti:

Vania ha detto...

...dopo aver letto queste righe credo che ha cercato bene le parole e i loro significati....e penso anche nella prima poesia..."cerco le parole"

...sintetica la frase del giorno...ma molto "lunga".
ciaooo Vania

DR ha detto...

vero... del resto la poesia è proprio questo: sintesi

Tra cenere e terra ha detto...

L'adoro...

DR ha detto...

Il suo sguardo sulla vita era davvero unico, la sua capacità di elencare le possibilità, come in questa:

VESTIARIO
Ti togli, ci togliamo, vi togliete
cappotti, giacche, gilè, camicette
di lana, di cotone, di terital,
gonne, calzoni, calze, biamcheria,
posando, appendendo, gettando su
schienali di sedie, ante di paraventi;
per adesso, dice il medico, nulla di serio
si rivesta, riposi, faccia un viaggio,
prenda nel caso, dopo pranzo, la sera,
torni fra tre mesi, sei, un anno,
vedi, e tu pensavi, e noi temevamo,
e voi supponevate, e lui sospettava;
è già ora di allacciare con mani ancora tremanti
stringhe, automatici, cerniere, fibbie,
cinture, bottoni, cravatte, colletti
e da maniche, borsette, tasche, tirar fuori
-sgualcita, a pois, a righe, a fiori, a scacchi- la sciarpa
riutilizzabile per protratta scadenza.

Alberigo Timioni ha detto...

Ascolta come mi batte forte il tuo cuore...

DR ha detto...

grandissimo verso quello, da "Ogni caso"

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