giovedì 30 settembre 2010

A Tegucicalpa

 

VILMA VARGAS ROBLES

TEGUCICALPA

Mi fai male
come se l’aria intorpidita dei tuoi tetti fosse con me
e mi desse la forza in un respiro affannato.

Lasci ciottoli negli occhi
- si vedono la notte -

Ho paura di cadere.

Balbetto davanti a una cartina stradale.
Penso di fuggire e continuo a cercarti,
terra spaccata dove affondo e germoglio con durezza.

(da “El fuego y la siesta”, Ministerio de Cultura de Honduras, 1983)

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Chi frequenta con assiduità questo blog sa che ogni tanto amo proporre voci poco note e spesso voci di poetesse: forse perché sono affascinato dalla differenza del modo di pensare femminile. Trovo che le donne vedano il mondo e la realtà da un altro punto di vista. E questo mi piace davvero parecchio, è utile al confronto.

Ecco allora Vilma Vargas Robles, poetessa del Costarica, nata nel 1961 a Turrubares, presso San José. È una delle fondatrici dell’Associazione Culturale Casa della Poesia, che si propone di diffondere la poesia come strumento di pace, e ha pubblicato “El fuego y la siesta”, “El ojo de la cerradura” e “El oro de la vida”.

La poesia proposta, parla di una città, Tegucicalpa, la capitale dell’Honduras, e delle sensazioni che provoca nella giovane Vilma. Sensazioni che abbiamo provato tutti in una città straniera: e non è questo la poesia, condividere un’emozione'?

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Veduta di Tegucicalpa © LeRoc

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LA FRASE DEL GIORNO
Le parole non sono di questo mondo / fino a quando non cadono a terra / simili a frutti o demoni.
VILMA VARGAS ROBLES, El fuego y la siesta

mercoledì 29 settembre 2010

Passato e futuro

 

Dag Hammarskjöld era un uomo politico svedese. Nel 1953 aveva quarantotto anni e divenne segretario generale dell’ONU. Ricoprì quella carica a lungo, fino al 18 settembre 1961, quando rimase vittima di un incidente aereo nello Zambia mentre si recava in Congo a risolvere la grave crisi politica di quel paese. Oslo, in quello stesso anno, gli assegnò il Premio Nobel per la Pace, alla memoria.

Ma qui si parla di una brevissima frase tratta dal suo diario: “Al passato: grazie! Al futuro: sì!”. Pochissime parole che racchiudono tutta una filosofia di vita, a testimonianza che non servono pagine e pagine per esprimere un concetto, anzi, spesso accade proprio il contrario grazie all’incisività.

“Al passato: grazie”, ovvero non c’è necessità di crogiolarsi nel ricordo, non c’è bisogno di vivere nel passato. Guardare indietro è bello e allettante, ma deve essere solo un attestato di ciò che si è vissuto, una constatazione che ciò è stato, come una galleria di quadri che si ammirano con stupore e ammirazione, con una punta di nostalgia, ma con la consapevolezza che è qui, nel presente, che si vive, nell’hic et nunc che è la nostra vita. Oggi. Ieri non deve essere altro che un album di fotografie che andiamo sfogliando per poi riporlo al suo posto nello scaffale.

“Al futuro: sì!”, ovvero dobbiamo guardare al domani con ottimismo e con speranza. Lo so che ci lamentiamo spesso di questo mondo e del nostro futuro: l’effetto serra scioglierà i ghiacci, il petrolio finirà, il buco nell’ozono ci arrostirà tutti, la crisi economica divamperà furiosa, le banche falliranno. Non dico che è sbagliato essere attenti al mondo del domani, ma certo il catastrofismo non aiuta. Hammarskjöld ci indica la strada: pensare positivo, andare incontro con fiducia all’avvenire. Che poi ad attenderlo, nel suo futuro, ci fosse un incidente aereo, quella non è che una beffa del destino…

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Fotografia © Jasper Sebastian Sturup

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LA FRASE DEL GIORNO
Occorre guardare avanti. Non si può mai tornare alle vecchie cose o cercare di recuperare la vecchia "sensazione" di qualcosa o trovare le cose come le ricordiamo. Le abbiamo noi così come le ricordiamo e sono belle e dobbiamo guardare avanti e procurarci nuove cose perché quelle vecchie non esistono più se non nella nostra mente.
ERNEST HEMINGWAY, Lettera a William D. Horne, 18/7/1923

martedì 28 settembre 2010

Nell’incendio degli autunni

 

OCTAVIO PAZ

AUTUNNO

In fiamme, nell’incendio degli autunni
arde a volte il mio cuore,
puro e solo. Il vento che lo desta
tocca il suo centro e lo sospende
nella luce che sorride per nessuno:
quanta bellezza liberata!

Anelo mani,
una presenza, un corpo,
quel che frantuma i muri
e fa nascere le forme inebriate,
un tocco, un suono, un giro, solo un’ala,
celesti frutti della luce nuda.

Nel mio intimo cerco
ossa, violini intatti,
vertebre oscure e delicate,
labbra che sognano labbra,
mani sognanti uccelli…

Qualcosa che non si conosce e dice: “mai”
cade dal Cielo,
da te, mio Dio e mio avversario.

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Autunno: ardono i giardini che si colorano di giallo e di rosso, accendendo fiammate qua e là. Allo stesso modo il cuore del poeta subisce questa bellezza malinconica, il saluto della natura alla vita, il prepararsi allo stato di sonno invernale. E arde in consonanza con la natura, si consuma in un desiderio di eterno proprio quando la stagione lo mette di fronte all’evidenza del trascorrere del tempo.

Il Premio Nobel 1990 Octavio Paz, nel suo sperimentalismo poetico che non permette di incasellarlo in nessuna corrente, va alla ricerca delle radici esistenziali:  ancora una volta chiede di superare l’incomunicabilità e la solitudine attraverso l’amore in questa partita a scacchi con Dio che è la vita.

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Fotografia ©  Richard Nebesky

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LA FRASE DEL GIORNO
Per gli uomini l’autunno è tempo di raccogliere, di radunarsi insieme. per la natura è il momento della semina, dello spargersi intorno.

EDWIN WAY TEALE, Autumn across America

lunedì 27 settembre 2010

Una coppa di frutti

 

JORGE CARRERA ANDRADE

IL TUO CORPO È COMPOSTO DI FRUTTI

Il tuo corpo è composto di frutti.
La notte esali un odore di pesche.

Scende il tuo bacio dalla gola al cuore
come va l'acqua d'una fontana.

E la mia pelle freme alle carezze
come al soffio di Dio l'erba dei campi.

Sei una coppa di frutti posata
accanto alle mie labbra tutti i giorni
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Trionfo di analogie in questa poesia con cui Jorge Carrera Andrade, poeta dell’Ecuador, canta l’amore per una donna. L’eros è espresso attraverso immagini rubate alla natura: profumo, sapori, sensazioni tattili che rievocano la dolcezza della frutta, la freschezza dell’acqua corrente, la leggerezza del vento che sfiora i prati. Emozioni che ugualmente colpiscono i sensi.

Ma la vera, la più grande meraviglia, è che questo non è un evento unico o sporadico, ma un quotidiano condividere, un miracolo che continuamente avviene.

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Caravaggio, “Canestra di frutta”, Pinacoteca Ambrosiana

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LA FRASE DEL GIORNO
Vi sono tanti tipi di amore! Quello ch'io sento è il vero grande amore poetico; l'ho riconosciuto dal primo giorno, e non v'è nulla di più bello.

HECTOR BERLIOZ, cit. in “Memorie” di Olga Visentini

domenica 26 settembre 2010

Il futuro della lingua italiana

 

L’italiano è una lingua molto facile da colonizzare, a differenza del francese e dello spagnolo: dev’essere un gene che abbiamo nel nostro DNA. Neppure il fascismo riuscì a estirpare questo brutto vizio, nonostante abbia provato con risultati talora ridicoli come per il cognac (arzente), l’alcool (alcole), la soubrette (brillante), il whisky (spirito d’avena) e soprattutto il pied-à-terre (fuggicasa), la garçonniere (giovanottiera) e i cotillons (cotiglioni). Ma molti dei vocaboli tradotti li usiamo ancora oggi: tramezzino per sandwich, rimessa per garage, cravattino per papillon.

Il fatto è che ci appropriamo dei tecnicismi o dei vocaboli appartenenti a un determinato gergo senza fare il minimo sforzo di tradurli, neppure quando è semplicissimo: forse perché così ci sembra di appartenere ad un’élite, come nel caso dei linguaggi giovanili – celebre è il vocabolario paninaro degli Anni ‘80, sebbene quello creasse neologismi spesso basati comunque sulla lingua italiana: “gallo”, “sfitinzia”, “appiovrare”, “tarocco”…

Penso invece ai termini del computer (i francesi lo hanno tradotto in “ordinateur”, più o meno come se noi lo chiamassimo “processore”): ecco allora il software, l’hardware, il browser, e qui ancora andiamo bene, essendo vocaboli inglesi. Dove davvero ci facciamo male è nei verbi: “crackare” per dire che si supera il codice di protezione, “downloadare” per significare il semplice scaricamento di dati, “uploadare” per l’operazione inversa.

O ancora il gergo del poker Texas Hold’em: foldare, raisare, collare, checkare, tribettare – solo perché a Las Vegas dicono fold, raise, call, check e tribet per significare che si rinuncia al gioco, si rilancia, si chiama, si continua e si triplica la scommessa. E “bluffare” già esiste da tanto tempo nella nostra lingua, tanto da avere assunto anche un’accezione figurata, fuori dall’ambito del tappeto verde.

Avevo parlato tempo fa del caso di “ringare”, verbo apparso in una pubblicità radiofonica nel senso di “telefonare”, di “chippare” relativamente all’operazione con cui si mette un microchip a un cane e di “filmato” come “avvolto in pellicola”; e ancora di aggettivi strani come “allettato” riferito a un paziente immobilizzato a letto, “carrellato” per un estintore su rotelle, “allarmata” nel caso di una porta con antifurto. Quello che mi fa più ridere è “ivato”, letto più volte nelle fatture: “IVA compresa” non usa più…

Quale sarà allora l’evoluzione della lingua? Non è difficile pensare male, anche perché l’italiano è divenuto solo da poco tempo l’idioma del paese per legge, neanche a quello avevamo pensato: già a Bruxelles l’Unione Europea ci discrimina usando solo francese, tedesco e inglese. Se va avanti così, nel corso di un paio di secoli dalle Alpi a Lampedusa quel che resterà dell’italiano, massacrato dalle abbreviazioni e dall’uso sempre meno frequente del congiuntivo, dall’importazione discriminata di termini esotici e dal disinteresse per la grammatica, non sarà altro che un dialetto locale.

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Fotografia © Ciro Fusco

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LA FRASE DEL GIORNO
Il linguaggio è la madre, non l’ancella del pensiero.
KARL KRAUS, Dell’artista

sabato 25 settembre 2010

Autunno cinese

Il tema della natura è prevalente nella poesia cinese: il ciclo delle stagioni racchiude tutte le vicende umane e le indirizza sulle corde del tempo. L’autunno si carica di un’altra rilevante costante: la nostalgia. E i poeti cinesi fanno ciò che riesce loro meglio: “dipingono” poesie – bisogna ricordare che anticamente versi e illustrazione erano presenti sullo stesso rotolo di seta e che anche la scrittura a ideogrammi consiste di un’arte particolare nota già dal V secolo avanti Cristo. Nascono così dei veri e propri bozzetti, come questi.

Qualche cenno sui poeti: di Li Po (o Li Bai), beone e vagabondo dell’VIII secolo, poeta di corte per tre anni, si è già parlato. Wen Tingyun visse a Chang’an, la capitale dell’impero Tang, nel corso del IX secolo, e fu il primo a specializzarsi nella tecnica “ci”, la pittura a parole. Li Yu (o Li Houzhu) fu invece l’ultimo sovrano della dinastia dei Tang meridionali, nel X secolo - il suo nome dinastico era Nan Tang Hou Zhu; poeta, musicista e pittore, fu deposto dagli invasori Song e deportato in prigionia a Bienliang, dove morì avvelenato.

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LI PO

LAMENTOSE NOTE DI FLAUTO

Lamentose note di flauto
La fanciulla di Qin un brutto sogno
     sulla torre di Qin sotto la luna
     sulla torre di Qin sotto la luna
E ogni anno il coore dei salici
     il dolore di separarci a Baling

Sopra Leyouyuan
     la Festa del Limpido Autunno
Dalla vecchia strada per Xianyang
     non giunge nessuna notizia
     non giunge nessuna notizia
Vento di ponente  ultimi raggi di sole
     le tombe degli Han in rovina.

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 Fotografia © Discovering Mandarin

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WEN TINGYUN

UN INCENSIERE DI GIADA

Un incensiere di giada
una rossa candela in lacrime:
perché riflettono pensieri autunnali
               nella stanza dipinta?
Sopracciglia che si stingono
i capelli a nuvola sciolti
cuscino e coperta diventano freddi
               in questa lunga notte

Sugli alberi della fenice
cade la pioggia notturna
indifferente all'amara tristezza
               di amanti divisi
foglia dopo foglia
goccia dopo goccia
cade sui pensieri deserti
               fino all'alba.

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Fotografia © Xabusiness

 

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LI YU

IL PASSATO, AHIMÈ, SOLO RIMPIANTO

Il passato, ahimè, solo rimpianto
Difficile risolvere il presente
Vento d'autunno:
      il muschio invade il sentiero
Una tenda di perle
      pende pigramente

La spada d'oro perduta, sepolta
Le ambizioni fiorirono e appassirono
Fresca la sera, il cielo sereno
      sboccia la luna come un fiore
Immagino la Torre di Giada
      il Palazzo di Diaspro:
Vani riflessi nell'acqua del Qinhuai.

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Yiqian Shu, “No 19 Chinese Garden in Autumn”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ora che ben conosco / il sapore della tristezza / vorrei parlare e mi trattengo / vorrei parlare e mi trattengo / e dico invece: ma che fresca giornata! / Che bello questo autunno!
XIN QIJI

venerdì 24 settembre 2010

Perché scriviamo?

 

ENRIQUE GRACIA TRINIDAD

MOTIVI PER SCRIVERE

          A Juan Van-Halen

Scrivere per un tempo
in cui non ci saremo per nessuno,
e nel più favorevole dei casi
saremo una maschera incipriata
che imbelletta i libri di una qualche libreria.

Scrivere per un secolo, se arriva,
meno oscuro e ottuso di questo secolo.
Lasciare impressa la memoria:
carta, dischetti, vetro, ceramica smaltata,
ambra, quarzo o molecole di gas.

Far sì che le parole navighino al futuro
come se fossero barche di carta
sopravvissute al loro naufragio.

Scrivere se qualcuno, un qualche giorno,
avrà il medesimo dolore al cuore
o proverà una gioia di tal fatta.

(da “Siempre tiempo”, 1997 – Traduzione di Gloria Bazzocchi)

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“Perché scriviamo?” si domanda il poeta spagnolo Enrique Gracia Trinidad. Perché? Proprio lui che nei suoi aforismi chiosa “La poesia sarebbe sublime se noi poeti non ci ostinassimo a scriverla”. Evidentemente qualcosa ci spinge a compiere quel passo, a lasciare una traccia visibile, come la luce delle stelle che, emanata secoli fa, giunge a noi avanti nel tempo. La fama, la gloria, la testimonianza del nostro transito su questo pianeta. O ancora un segnale da lasciare ai posteri, una lezione antropologica di quello che è il mondo, di come siamo noi, di come ci comportiamo riguardo all’amore, a Dio, alla parola, alla libertà. Racchiudere questo nostro lascito in supporti che resistano al tempo: libri, cd, dischi fissi, chiavette USB, bytes che viaggiano per l’oceano della Rete.

Perché scriviamo? La vera risposta è nella terzina finale: scriviamo per condividere la nostra umanità, per rendere partecipi gli altri che le loro emozioni sono le nostre,  che tutti viviamo la stessa vita.

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Fotografia © Filipe Oliveira

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LA FRASE DEL GIORNO
La vita non è altro che quel che qui cantiamo.
ENRIQUE GRACIA TRINIDAD, Siempre tiempo

giovedì 23 settembre 2010

L’estate è finita

 

EMILY DICKINSON

L’ESTATE È FINITA

Più miti sono ora le mattine,
le noci si colorano di scuro;
più rotonda è la guancia delle bacche,
la Rosa ha lasciato la città.

L’Acero sfoggia sciarpe più festose,
ed il prato si veste di scarlatto -
Per paura di essere fuori moda,
voglio mettermi un ciondolo.

(da “Poesie”)

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Ho avvertito distintamente il passaggio dall’estate all’autunno, qualche giorno fa: dopo un temporale, ho scorto delle foglie gialle chiazzare la vastissima chioma del carpino che ho in giardino. E i ricci del castagno cominciano a seccare, qualcuno è già caduto rovesciando sul terreno i suoi frutti. Avevo fatto di tutto per ignorare l’aria diventata più frizzante nei mattini, il buio che la sera abbassa la temperatura e anticipa i tramonti. Ma adesso, ahimè, l’estate è finita, anche i calendari lo dicono: il 23 settembre è il giorno in cui inizia la stagione autunnale.

Emily Dickinson, dal suo New England, coglie questo momento in cui si passa dall’eccesso estivo, dal rigoglio, al lungo letargo invernale. È come se la natura desse una festa finale prima di andare a dormire, vestendosi dei colori più vivi per compensare il grigio che verrà. E anche Emily, partecipe sensibile del mondo intorno a lei, non si sottrarrà alla festa…

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Fotografia © Fantom XP

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LA FRASE DEL GIORNO
Dove sarà il Mais – / Dove sarà la Foschia – / Dove sarà la Castagna? / Qui - disse l'Anno.

EMILY DICKINSON, Poesie

mercoledì 22 settembre 2010

Ritorno a Sirmione

 

CATULLO

CARME XXXI

Che allegria piena, distesa, Sirmione,
rivederti più bella di tutte le isole e penisole
che Nettuno solleva sulle acque diverse
dei laghi trasparenti o del mare immenso.
Quasi non credo d'essere lontano dalla Tinia,
dalle terre bitinie e guardarti sereno.
Vi è felicità più grande che scordare gli affanni,
quando la coscienza si annebbia nella fatica
di viaggiare e si torna alla nostra casa
stremati per riposare in quel letto sospirato?
Di tutte le fatiche questo è l'unico premio.
Sirmione, bellissima, mia, rallegrati
e rallegratevi anche voi onde lidie del lago:
risuonino nella casa solo grida di gioia.

(da “Carmina”  - Traduzione di Mario Ramous)

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A proposito della poesia di Catullo, Luca Canali parla del dolore di cui il poeta latino “aveva bisogno come della gioia (…) bisogno di soffrire e di fuggire la sofferenza”. Ecco spiegate le illusioni di ogni nuovo amore, quel celebre “odi et amo” che fu il leitmotiv della sua breve vita: il mantello della strafottenza snob che copre la sua insicurezza di fronte al vivere. “L’angoscia sfibrante di un dolore senza tregua / mi distoglie da ogni volontà di vivere” confessa all’amico Ortalo nel carme LXV. Ecco spiegate la sua smania, la sua irrequietezza, la sua propensione per lo scandalo, per il coup de theatre.

Catullo, giunto a Roma, segue il propretore Memmio nel suo viaggio verso la Bitinia, l’area dell’odierna Smirne, in Turchia, a ridosso della zona orientale del Mar di Marmara. Ben presto gli viene a noia quella condizione del viaggio, quel vagabondare che si era illuso potesse cancellare i suoi crucci, abbandona la comitiva e torna a casa per conto suo. Il castello paterno sul Garda, il buen ritiro di Sirmione sono un vagheggiamento, almeno fino a che il ritorno resta nell’ambito del sogno, della nostalgia d’emigrante. Come Quasimodo che si trova a sognare la Sicilia a Milano o nelle fertili campagne lombarde. Come Ungaretti che rimpiange l’Egitto della sua infanzia. E il luogo natale appare in tutta la sua bellezza: è il grembo che ci ha generato, è il posto dove gli affanni vengono dimenticati e si può tendere a qualcosa che assomiglia moltissimo alla felicità.

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Sirmione, Grotte di Catullo – Fotografia © Ville Pille B&B

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LA FRASE DEL GIORNO
La casa è dove si trova il cuore.
PLINIO IL VECCHIO

martedì 21 settembre 2010

Un altro compleanno

 

VITTORIO SERENI

ALTRO COMPLEANNO

A fine luglio quando
Da sotto le pergole di un bar di San Siro
Tra cancellate e fornici si intravede
Un qualche spicchio dello stadio assolato
Quando trasecola il gran catino vuoto
A specchio del tempo sperperato e pare
Che proprio lì venga a morire un anno
E non si sa che altro un altro anno prepari
Passiamola questa soglia una volta di più
Sol che regga a quei marosi di città il tuo cuore
E un’ardesia propaghi il colore dell’estate.

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Ebbene sì, è il giorno. E oggi mi festeggio da me: “Passiamola questa soglia” mi dico con Vittorio Sereni, non da un bar del quartiere San Siro dove si scorge un angolo di stadio – non sarebbero comunque le mie squadre, le due milanesi, anzi… - e comunque la zona è molto diversa da quando il poeta la frequentava, essendo divenuta il vero centro multietnico di Milano, abitato da gente di tutte le razze e di tutte le religioni.

“Passiamola questa soglia” qui nella verde Brianza, dove tra i carpini e l’araucaria si intravede un filare di tigli cominciare a indossare qualcosa di giallo e l’estate svanire nei suoi ultimissimi giorni. Ancor più che a Sereni mi dovrebbe sembrare che l’anno finisce: e non ha termine con l’estate in realtà? San Silvestro è solo una convenzione numerica: il vero morire dell’anno è qui, in questi giorni dolcissimi che già portano la nostalgia di un’altra estate…

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Fotografia © Mermaids of the Lake

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LA FRASE DEL GIORNO
I compleanni vanno festeggiati. Penso sia più importante festeggiare un compleanno che il successo di un esame, una promozione, o una vittoria. Festeggiare un compleanno significa infatti dire a qualcuno: Grazie perché sei tu..
HENRI NOUWEN

lunedì 20 settembre 2010

Il grido che acceca

 

OCTAVIO PAZ

SPARO

Salta la parola
dinanzi al pensiero
dinanzi al suono
la parola salta come un cavallo
dinanzi al vento
come un vitello di zolfo
dinanzi alla notte
si perde per le vie del mio cranio
dappertutto le tracce della fiera
sulla faccia dell’albero il tatuaggio scarlatto
sulla fronte del torrione il tatuaggio di ghiaccio
sul sesso della chiesa il tatuaggio elettrico
le sue unghie sul tuo collo
le sue zampe sul tuo ventre
il segnale violetto
il tornasole che vira fino al bianco
fino al grido fino al basta
il girasole che gira come un ahi scorticato
la sigla del senza-nome lungo la tua pelle
dappertutto il grido che acceca
l’ondata nera che copre il pensiero
la campana furiosa che rintocca sulla mia fronte
la campana di sangue nel mio petto
l’immagine che ride in cima alla torre
la parola che fa scoppiare le parole
l’immagine che incendia tutti i ponti
la fuggitiva a metà dell’abbraccio
la vagabonda che uccide i bambini
l’idiota la bugiarda l’incestuosa
la cerva inseguita
la mendicante profetica
la ragazza che nel mezzo della vita
mi sveglia e mi dice ricordati.

(da “Salamandra”, 1962)

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“Attraverso le parole possiamo accedere al regno perduto e così recuperare gli antichi poteri. Quei poteri che non ci appartengono” scrive in “Corrente alterna” il Premio Nobel per la letteratura 1990 Octavio Paz, poeta messicano. E ancora “Leggendo, ascoltando una poesia, non sentiamo, non assaporiamo non tocchiamo le parole. Tutte queste sensazioni sono immagini mentali. Per sentire un testo poetico occorre capirlo; per capirlo ascoltarlo, vederlo contemplarlo: convertirlo in eco ombra nulla. La comprensione è un esercizio spirituale”.

La parola – la poesia – è quindi l’unico mezzo che abbiamo per comprendere la realtà o almeno quello che di essa siamo in grado di comprendere: solo la poesia è in grado di fornire la rivelazione sullo stato di cose attuali. Ma anch’essa non è lo strumento che sembra: Octavio Paz la definisce “fuggitiva a metà dell’abbraccio”, “vagabonda che uccide i bambini”, “idiota”, “bugiarda”, “incestuosa”. Altrove scrive che è “come quei nudi femminili della pittura tedesca che simbolizzano la vittoria della morte: monumenti vivi della corruzione della carne”. Ed ecco spiegato allora anche il tentativo del poeta di distruggere il linguaggio, di destrutturarlo per sviscerare i suoi significati profondi: cercando nell’oscurità, per orientarsi lascia i suoi segni.

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Edvard Munch, “Il grido”

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LA FRASE DEL GIORNO
Capire una poesia vuol dire, in primo luogo, udirne il suono.
OCTAVIO PAZ, Corrente alterna

domenica 19 settembre 2010

Nikifòros Vrettàkos

 

Nikifòros Vrettàkos è un poeta greco dalla grande libertà formale, capace di meravigliarsi davanti alla bellezza della natura. Nato a Plùmitza nel 1912 e morto a Sparta nel 1991, fu un fecondo scrittore: oltre alle numerose raccolte di poesie, pubblicò saggi, romanzi e un diario di viaggio. Per le sue prese di posizione, in Grecia fu definito “il poeta della pace e dell’amore”.

Quello che più risalta nella sua poetica è l’impeto lirico, l’impianto ricco di immagini e di impressioni verbali che lo accostano a certi poeti francesi del primo Novecento e al loro simbolismo: i versi scorrono leggeri rivelando la sua sensibilità e l’immaginazione sfrenata come cavalli al galoppo. Una poesia adatta per essere cantata: Mikis Theodorakis ne musicò alcune.

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SENZA TE

Senza te le rondini
acqua non avrebbero trovato;

senza te il dio nelle sue fontane
non avrebbe acceso la luce.

Nell'aria il melo sparge
i suoi fiori: nel tuo grembiule

porti acqua dal cielo,
luci di spighe - e sopra di te

luna di passerotti.

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FAVOLOSA CITTÀ

Quando si scioglieranno i ghiacci dagli artigli dell'aquila?
Quando, o sole, cadranno dai nostri capelli le nevi?
Quando faremo vela per andare incontro a te?
Quando laveremo le nostre mani con le lacrime dell'Estate?
Quando, o sole?...
Quando ancora avverrà che un bimbo creda
che gli uccelli possano insegnare il vangelo,
e una spiga dal pulpito possa parlare,
e un agnello possa parlare, una rondine,
o un giglio...

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LA SORGENTE

Ascolta l'acqua!

A onde voci
sgorgano dalla terra,
corrono, cantano,
antichissima voce che parla
- senti? Il primo usignuolo,
il primo uomo sulla terra,
il primo «buongiorno»!...

Vieni vicino che ti veda,
chinati con me
- una volta
ha visto anche mia madre
insieme alla luna,
ha visto un cervo all'alba
insieme alla luna,
ha visto un pastorello
che mangiava il suo pane.
I tuoi occhi,
i miei occhi,
senti? Voci, vocine!...
Sorridiamogli,
ci conosce,
ci ricorda!

Siamo due bambini,
tanto vecchi,
tanto buoni,
come la luna.

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L’UOMO, IL MONDO E LA POESIA

Ho scavato tutta la terra per trovarti.
Ho setacciato la sabbia del deserto nel cuore
Sapevo che la luce del Sole
non è completa senza l'uomo.
Mentre adesso guardando
tra la trasparenza del mondo
-tramite Te- le cose si avvicinano,
diventano più chiare, diventano trasparenti
Adesso sono capace di esprimere
la sua armonia con una poesia.
Prenderò una pagina bianca,
e metterò in fila la luce.

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia è delle anime vergini, degli angeli, di chi crede. Naturalmente noi non viviamo più all'età d'Omero, e quindi ci è difficile trovare qualcosa in cui credere. Ma ad ogni modo, per essere poeti bisogna tornare a una necessaria condizione d'ingenuità
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GIORGIO BASSANI, Di là dal cuore

sabato 18 settembre 2010

L’attaccapanni di Lucía

 

LUCÍA RIVADENEYRA

SOLIDARIETÀ

Mi sono affezionata all'attaccapanni
perché riceve con umiltà
la tua giacca, la tua camicia, i tuoi pantaloni.

È il mio complice più fedele
perché bada con zelo ai tuoi abiti quando mi ami.
Non ti dice che li accarezzo mentre dormi
né che alle loro asole abbottono i miei sogni.

L'attaccapanni soffre con me
se stacchi i tuoi indumenti per andartene
a camminare senza grinze per le strade.

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Una marcata linea d’erotismo percorre le poesie della messicana Lucía Rivadeneyra, come abbiamo visto in “Suonando i tuoi silenzi”.  L’assenza dell’amato, la sua mancata presenza nella casa, nel letto, nel corpo, diventa sofferenza: “Vestita della tua assenza” dice in un’altra poesia, “Offerta”, e in altri versi parla del “mio disabitato corpo”.

L’attaccapanni diventa quindi un complice silenzioso, figura che condivide con la donna il dolore del distacco ma anche i sogni più segreti.

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Fotografia © Letti Cosatto

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LA FRASE DEL GIORNO
Una donna di mare ama i naufraghi del sogno.

LUCÍA RIVADENEYRA, Ventagli

venerdì 17 settembre 2010

Sogni infranti

 

EMILIO PRAGA

SPESSO I SOGNI

Spesso i sogni che all’anima son belli,
ti aleggiano d’intorno al primo albore,
quando fuor del verone i mesti augelli
sospirano del cielo il tenebrore.

La tua vergine allora, in abbandono,
ti stringe il core che di gioia piange,
e, inebriato, ti risvegli al suono
della pioggia che a’ tuoi vetri si frange.

(da “Tavolozza”, Brigola, 1862)

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Inoltriamoci oggi nei territori della Scapigliatura, veleggiamo nei mari anticonformisti della bohème italiana, dove il Romanticismo lascia la sua ultima radice e anticipa i temi del Verismo. In questa terra di nessuno, in rivolta contro la morale, la religione, la retorica risorgimentale, ecco spuntare la propensione per il macabro, l’ironia, l’esaltazione del vizio a scapito della virtù, della sensualità a danno dell’innocenza.

Il milanese Emilio Praga è un tipico esponente scapigliato: morì a 36 anni in una taverna la notte di Natale del 1875 mentre recitava una sua poesia. In questi versi parte come un poeta romantico, dipingendo una fantasia d’amore carica di valori simbolici per poi piazzare la coltellata finale della solitudine e della malinconia in una grigia atmosfera, come a voler cancellare con quel segno negativo tutti gli elementi positivi proposti fino a quel momento. Atteggiamento da vero scapigliato…

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Immagine © Photoeverywhere

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LA FRASE DEL GIORNO
Oh, memoria crudel, spina del cuore.
EMILIO PRAGA, Tavolozza

giovedì 16 settembre 2010

L’estate sta finendo


GAETANO ARCANGELI

PESA IL GIORNO


Pesa il giorno nel vento che dilegua
sull' albereto.
Il vento ci affatica, pioppo gracile
dalle foglie che vibrano ad un nulla
che soffi; e sta morendo nientemeno
che questa lunga estate...


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“L’estate sta finendo”, come cantavano i Righeira nel 1984. L’estate se ne va con le piogge che cominciano a staccare foglie dai rami e portano le prime avvisaglie dell’autunno, degli ori e dei colori d’ottobre, preludio all’argento triste e malinconico di novembre.
La avvertiamo tutti questa pesantezza che grava dal cielo, che si insinua negli ultimi scampoli dell’estate e la schiaccia, la rode come un tarlo, abbassando le temperature, accorciando i giorni, rinfrescando le sere. La avvertono anche i poeti, come Gaetano Arcangeli, del quale abbiamo recentemente letto “Nella bassa marea” e “Basta che un lume”:  possiamo immaginare il suo stato d’animo davanti a un pioppeto, potrebbe essere un argine del Po, una zona golenale emiliana. Eccolo lì, a sentire il vento passare tra le fronde annunciando che l’estate sta finendo…
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Claude Monet, “Pioppi sulla riva del fiume Epte”

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LA FRASE DEL GIORNO
I bei giorni di cristallo dell’autunno che non son più caldi e non son freddi…
MADAME DE SÉVIGNÉ, Lettere

mercoledì 15 settembre 2010

Introibo all’autunno

 

GIORGIO CALCAGNO

IL FIORE DEL CASTAGNO

Il fiore del castagno, che si accende
di luce giallo-bosco, monacale
introibo all'autunno, all'invernale
gioia dei ceppi, timido contende

il sole del settembre, se scoscende
un lampo verde per i rami, o sale
sangue rugoso su dal germinale
cuore delle radici, avaro stende

l'esile filamento a bere un cielo
dove l'azzurro è muto, dove il suono
ha perduto il colore, sul confine

cinereo della fede, e dietro il velo
della sua povertà preannuncia un dono
manna di vita, splendido di spine.

(da "Sul sentiero dei Franchi", Aragno, 2004)

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Settembre, il confine tra l‘estate e l’autunno: la prima non ha più il calore insopportabile di luglio e agosto, il secondo non ha ancora messo in opera la svestizione che porterà al lungo letargo invernale. “Introibo” all’autunno, come le prime parole che il sacerdote pronunciava per dare inizio alla messa prima che il Concilio Vaticano II riformasse la liturgia (Introibo ad altare Dei, dal salmo 42), il primissimo accenno della colorata e malinconica stagione. Così il largo piumino dorato che è il fiore del castagno si mescola ai verdi ricci che stanno per seccare e cadere a terra riversando il loro tesoro, si confonde con giochi di riflessi che il sole porta lungo il fogliame ancora verde.

Giorgio Calcagno (1929-2004), giornalista, critico letterario e poeta, coglie in questo suo sonetto proprio la delicatezza di settembre, espressa con aggettivi che richiamano la condizione dimessa: “monacale”, “avaro”, “esile”, “muto”, “cinereo”. Un impoverimento, insomma, ma solo apparente, se il risultato è quel dono buono e nutriente.

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Fotografia © Georg Slickers

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LA FRASE DEL GIORNO
I giorni di settembre sono, fino all'ultimo meriggio, ariose e melodiose strofe classiche che all'avvicinarsi della notte diventano troppo buiosamente romantiche.

GIOVANNI PAPINI, La spia del mondo

martedì 14 settembre 2010

L’estate che finisce

 

THOMAS MOORE

L’ULTIMA ROSA D’ESTATE

Ecco l’ultima rosa dell’estate
che va via sfiorendo da sola.
Tutte le sue graziose compagne
sono già appassite e scomparse.
Nessun fiore della sua famiglia,
nessun bocciolo di rosa le è vicino
a riflettere il lieve arrossire
a dare un sospiro per un sospiro.

Io non ti lascerò sola
mentre langui sul tuo stelo
Fino a che l’amore dorme,
va’ e dormi con loro.
Così gentilmente cospargo con i tuoi petali il letto
dove gli sposi del tuo giardino
giacciono senza profumo e inerti.

Possa io seguirti presto
quando gli amici partiranno
e le gemme cadranno dal cerchio brillante di luce.
Quando i veri cuori sono appassiti
e quelli affettuosi sono gonfi
Chi potrebbe abitare questo buio mondo, da solo?

 

Mandy Budan, “Last rose of summer”

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Questo lento declinare dell’estate mi lascia sempre una nota di malinconia, un leggero velo. È la consapevolezza che sì, ci saranno ancora giorni caldi e lunghi dove l’ozio si alterna a piccoli lavori e a brevi gite, ma già s’insinua il gusto dolciastro dell’autunno: le prime foglie che diventeranno gialle e cadranno, strappate dal vento e dalla pioggia; l’uva e i fichi zuccherini che appariranno sulle nostre tavole al posto delle pesche e delle prugne…

Soltanto un anno non mi è capitato di subire questa malinconia. Fu quando ero militare: la fine dell’estate significava abbreviare il periodo che avrei trascorso lontano da casa. Guardavo i pioppi dell’ippodromo di Merano perdere le loro chiome, i giorni accorciarsi impercettibilmente, sentivo l’aria diventare più frizzante e mi dicevo: bene, l’alba si avvicina. L’alba, allora come oggi, me ne rendo conto solo adesso, era la nuova primavera.

Il sentimento che ho descritto è quello provato dal poeta irlandese Thomas Moore (1779-1852), amico di Byron e Shelley. L’ultima rosa rimasta in giardino lo intristisce: vede le altre appassite, disfattesi sul prato, e prova l’impulso di distruggere anche quella, come per alleviarne la solitudine. Ne disperde i petali sul terreno, insieme agli altri. E si augura che quello sia anche il suo destino, non finire la vita in solitudine, senza amici e senza amore.

La poesia, puro romanticismo, è stata poi musicata da Beethoven, Mendelssohn e von Flatow, ed è divenuta un classico della musica celtica, come dimostra questa interpretazione dei Clannad:

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Ma lei era del mondo dove le più belle cose / Hanno il peggior destino: / Da Rosa ha vissuto quanto vivon le Rose: / Lo spazio di un mattino.

FRANÇOIS DE MALHERBE

lunedì 13 settembre 2010

Vivo settembre di Lombardia

  

SALVATORE QUASIMODO

ORA CHE SALE IL GIORNO

Finita è la notte e la luna
si scioglie lenta nel sereno,
tramonta nei canali.

È così vivo settembre in questa terra
di pianura, i prati sono verdi
come nelle valli del sud a primavera.
Ho lasciato i compagni,
ho nascosto il cuore dentro le vecchie mura,
per restare solo a ricordarti.

Come sei più lontana della luna,
ora che sale il giorno
e sulle pietre batte il piede dei cavalli!

(da “Ed è subito sera”, Mondadori, 1942)

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Il tema della solitudine e dell’esilio, così presente nella poetica di Salvatore Quasimodo, si alimenta qui della dolcezza settembrina della pianura lombarda. Nella luce del mattino il verde si allarga, si distende ubertoso tra canali e navigli, tra marcite e fontanili. Maturano i fichi, le more, i gelsi. I campi di mais sono come eserciti schierati, ogni soldato ritto in ordinate file in attesa dell’elefantiaco macchinario che verrà a raccogliere le pannocchie. Un contrasto troppo grande con la terra di Sicilia così cara al poeta, bruciata dall’arsura dell’estate: eppure proprio lì, in quel rigoglio di verde che ancora non teme l’arrivo dell’autunno, Quasimodo si rifugia per ricordare la propria terra, il paradiso perduto che tanta nostalgia gli lascia nel cuore.

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Salici in riva all’Adda - Fotografia © DR

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LA FRASE DEL GIORNO

Ogni nostalgia è una specie di vecchiaia.
JOÃO GUIMARÃES ROSA, Grande Sertão

domenica 12 settembre 2010

La battaglia di Maratona

Sono trascorsi 2500 anni, giorno più giorno meno, dalla battaglia di Maratona, quando i Greci ebbero la meglio per la prima volta sui Persiani  in una battaglia di terra. La data indicata come tradizionale in cui i navigli persiani ripresero il mare è infatti il 12 settembre dell’anno 490 avanti Cristo; alcuni storici la anticipano di un mese, considerando il giorno indicato come quello in cui in realtà si svolsero i festeggiamenti; altri dubbi sono sulla differenza tra i mesi spartani e quelli ateniesi.

Comunque, quello che importa è che nel corso di quest’anno ricorrono i 2500 anni dalla battaglia, tanto che la Grecia celebra l’evento con un’apposita moneta da 2 euro.

 

 

L’impero achemenide di Dario stava attuando una politica espansionista sia per motivi economici sia per l’orgoglio persiano: già c’erano state battaglie disastrose per la sin troppo divisa lega greca: Efeso, Mileto, la Tracia avevano dovuto sottostare a Dario, che non era riuscito a passare il monte Athos a causa di una tempesta che ne decimò la flotta. Riorganizzatasi, nel 490 in breve l’armata persiana guidata dal nipote di Dario, Artaferne, conquistò le Cicladi, Nasso, Paro, Delo, Dati, Teno, Andro e Caristo. Ormai era minacciata Eretria, la principale alleata di Atene: era sotto assedio. Atene chiese aiuto a Platea e Sparta: gli Spartani risposero che sarebbero intervenuti solo al termine delle loro feste Carnee, cioè dopo il 20 settembre. Non ci fu tempo di aspettare: i Persiani erano ormai pronti allo scontro. Sul campo c’erano circa 10.000 ateniesi spalleggiati da 1.000 Plateesi e, sul fronte avverso, la notevole forza di Dario, Persiani e Saci, divisa però in 11.000 uomini di fanteria e 10.000 marinai rimasti sulle navi.

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Navi persiane a Maratona – Ricostruzione © EDSITEment

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Per otto giorni gli eserciti rimasero accampati senza che accadesse nulla. Poi scoppiò la scintilla: Eretria venne espugnata e rasa al suolo; i suoi abitanti furono venduti come schiavi senza che Atene potesse o volesse muovere un dito. Callimaco, il polemarco che guidava le truppe terrestri, accampato vicino al tempio di Eracle, capì che Artaferne ora poteva liberamente muovere per mare contro Atene, lasciando l’altro generale Dati a Maratona a condurre schermaglie. Il consiglio di guerra tenuto in fretta e furia vide prevalere l’opinione di Milziade, lo stratega, che optava per l’attacco immediato. Cinque sì e quattro no: Callimaco però aspettò fino all’ultimo, quando gli giunse notizia dell’imbarco persiano sulle navi. A quel punto il turno di comando, che passava a rotazione tra i vari generali, toccò a Milziade. Il generale dispose i suoi 11.000 soldati in file parallele, entrò nella piana e attaccò. La strategia prevedeva che le ali avanzassero più veloci del centro dello schieramento: i Persiani premettero proprio sul centro e finirono in breve avvolti da un doppio cordone di greci. L’unica via d’uscita era la ritirata verso le navi. E così avvenne: Dati perse sette navi e 6.400 uomini, i caduti ateniesi furono solo 192, tra i quali Callimaco e un altro generale, Cinegiro, fratello di Eschilo; anche il grande poeta tragico era tra l’altro presente alla battaglia. Intanto Artaferne attendeva il segnale di attacco navale: arrivò, fatto dai cospiratori interni ad Atene attraverso un riflesso sul Monte Pentelico. Ma gli Ateniesi, subodorando la rivolta e le intenzioni persiane, rientrarono in fretta al Falero e il condottiero persiano rinunciò all’impresa.

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.L’avvolgimento: i Greci (nero) mettono in fuga i Persiani (rosso) © US Militar Academy

 

Così racconta Erodoto nelle sue “Storie”: “La battaglia ingaggiata a Maratona durò lungo tempo. E al centro, dove erano schierati i Persiani e i Saci, loro alleati, avevano la meglio i barbari: sicché da questa parte essi vincevano e, sgominate le file avversarie, inseguivano i nemici all'interno del paese. Alle due ali invece erano più forti Ateniesi e Plateesi. Ma questi, pur essendo vincitori, non si diedero ad inseguire la parte dei barbari che sfuggiva, mentre, facendo una conversione delle due ali, presero a combattere contro quelle truppe che in quel momento avevano la meglio sugli Ateniesi al centro, e la vittoria così arrise agli Ateniesi”.

E nacque la leggenda che porterà alla nascita della moderna “maratona”, la gara di corsa sui 42 Km e 195 metri: un soldato di nome Fidippide venne inviato in città a comunicare il fausto esito della battaglia. Corse per 37 km (la distanza classica fu fissata alle Olimpiadi di Londra per arrivare giusti giusti al palco reale dal castello di Windsor), gridò “Νενικήκαμεν!”, ovvero “Abbiamo vinto”, stramazzò al suolo stravolto dalla fatica e morì.

Jean-Pierre Cortot, “Il soldato di Maratona annuncia la vittoria”

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La vittoria di Maratona non decise le sorti del conflitto tra Greci e Persiani, né determinò la supremazia di un popolo sull’altro. La sua importanza è un’altra: fu il primo vagito dell’Europa.

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Maratona oggi – Fotografia © Adam Carr

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LA FRASE DEL GIORNO
Se un uomo non colpisce per primo sarà colpito per primo.
ATENAGORA DI SIRACUSA

sabato 11 settembre 2010

L’agave

 

Qualche giorno fa ho letto una strana notizia su un giornale locale, strana perché in effetti non è una notizia: a Santa Maria Hoè, in provincia di Lecco, è fiorita un’agave, salvata da una discarica trent’anni fa e piantata in un giardino. Lentamente le foglie hanno cominciato a seccare e contemporaneamente è uscito dal fusto un fiore alto sette-otto metri, spettacolare e bellissimo, l’ultimo sforzo della pianta.

Quattro poesie sull’agave, questa pianta delle Agavacee che dai climi aridi del Messico e dell’America Centrale si è diffusa anche da noi con le sue foglie carnose ricoperte di aculei. Che cos’ha di tanto particolare da attirare i poeti? Innanzitutto la bellezza elegante della sua strana forma, che a Garcia Lorca ricorda un polipo e a Cattafi una strana bestia; poi la sua resistenza, la capacità di adattarsi a vivere dove trova un habitat appena favorevole (ce n’era una anni fa che spuntava dalle antiche mura di Bergamo, ma molti giardini sfoggiano in un angolo i suoi rami verde pallido), ma soprattutto il fatto che fiorisce una sola volta nella sua vita, in un periodo che va dai dieci ai quarant’anni, e subito dopo muore… Come potevano i poeti ignorare una cosa del genere?

Vorrei aggiungere anche un lieto fine a questa storia, altrimenti straziante: nel corso degli anni dall’agave escono polloni che si possono trapiantare per ottenere nuove piante. A Santa Maria Hoè ne hanno parecchie, attendono che fioriscano…

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FEDERICO GARCIA LORCA

AGAVE

Polipo pietrificato.

Metti cinghie di cenere
al ventre dei monti
e denti formidabili
alle gole dei monti.

Polipo pietrificato.

(da “Poema del cante jondo”, 1921)

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PRIMO LEVI

AGAVE

Non sono utile né bella,
non ho colori lieti né profumi;
le mie radici rodono il cemento,
e le mie foglie, marginate di spine,
mi fanno guardia, acute come spade.
Sono muta. Parlo solo il mio linguaggio di pianta,
difficile a capire per te uomo.
È un linguaggio desueto,
esotico, poiché vengo di lontano,
da un paese crudele
pieno di vento, veleni e vulcani.
Ho aspettato molti anni prima di esprimere
Questo mio fiore altissimo e disperato,
brutto, legnoso, rigido, ma teso al cielo.
E’ il nostro modo di gridare che
Morrò domani. Mi hai capito adesso?

10 settembre 1983

(da “Ad ora incerta”, Garzanti, 1984)

 

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EUGENIO MONTALE

L’AGAVE SULLO SCOGLIO

O rabido ventare di scirocco
che l'arsiccio terreno gialloverde
bruci;
e su nel cielo pieno
di smorte luci
trapassa qualche biocco
di nuvola, e si perde.
Ore perplesse, brividi
d'una vita che fugge
come acqua tra le dita;
inafferrati eventi,
luci-ombre, commovimenti
delle cose malferme della terra;
oh alide ali dell'aria
ora son io
l'agave che s'abbarbica al crepaccio
dello scoglio
e sfugge al mare da le braccia d'alghe
che spalanca ampie gole e abbranca rocce;
e nel fermento
d'ogni essenza, coi miei racchiusi bocci
che non sanno più esplodere oggi sento
la mia immobilità come un tormento.

(da “Ossi di seppia”, Carabba, 1925)

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BARTOLO CATTAFI

L’AGAVE

Abbandona la sabbia siciliana, la musica e il miele
degli Arabi e dei Greci,
rompi i dolci legami, questo torpido
latte delle radiche,
discendi in mare regina sonnolenta
verde bestia con braccia di dolore
come chi è pronto al varco; nelle grandi
città, nelle nevi, nel bosco, nel deserto
carovane camminano in eterno;
viaggia assieme all’anima
fredda dei gabbiani
assieme al cuore fecondo al pesce pregno
che arricchisce la rete più lontana
alla mano lentissima di Dio
venuta in volo da un nido di nebbia.

(da “Poesie scelte”, Mondadori, 1978)

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LA FRASE DEL GIORNO
Non puoi cogliere un fiore / senza disturbare una stella.
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FRANCIS THOMPSON, The Mistress of Vision

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