giovedì 18 marzo 2010

La donna e le colline

CESARE PAVESE

INCONTRO


Queste dure colline che han fatto il mio corpo
e lo scuotono a tanti ricordi, mi han schiuso il prodigio
di costei, che non sa che la vivo e non riesco a comprenderla.

L'ho incontrata, una sera: una macchia più chiara
sotto le stelle ambigue, nella foschia d’estate.
Era intorno il sentore di queste colline
più profondo dell'ombra, e d'un tratto suonò
come uscisse da queste colline, una voce più netta
e aspra insieme, una voce di tempi perduti.

Qualche volta la vedo, e mi vive dinanzi
definita, immutabile, come un ricordo.
Io non ho mai potuto afferrarla, la sua realtà
ogni volta mi sfugge e mi porta lontano.
Se sia bella, non so. Tra le donne è ben giovane:
mi sorprende, a pensarla, un ricordo remoto
dell'infanzia vissuta tra queste colline,
tanto è giovane. È come il mattino. Mi accenna negli occhi
tutti i cieli lontani di quei mattini remoti.
E ha negli occhi un proposito fermo: la luce più netta
che abbia avuto mai l'alba su queste colline.

L'ho creata dal fondo di tutte le cose
che mi sono più care, e non riesco a comprenderla.


(da "Lavorare stanca", 1936)

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“Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti” scriveva Cesare Pavese nella “Luna e i falò”. Il legame con la propria terra aveva per lo scrittore piemontese un’attrattiva fisica. Nel racconto “La langa” dichiarava: “Io ce l’avevo nella memoria tutto quanto, ero io stesso il mio paese: bastava che chiudessi gli occhi e mi raccogliessi… per sentire che il mio sangue, le mie ossa, il mio respiro, tutto era fatto di quella sostanza e oltre me e quella terra non esisteva nulla”.
“Incontro” è la poesia che personifica queste colline, questa terra delle Langhe: la donna viene da quella terra e ne è figura emblematica, incarna in sé attraverso i suoi attributi fisici, quelli del luogo. La sua voce esce dalle colline, i suoi occhi conservano i cieli e la luce dell’alba. Questa donna non nominata assume su di sé la valenza del mito che tanta parte ebbe nella produzione di Pavese: è l’infanzia, è il passato, è la primigenia scoperta della natura. Ed è inafferrabile e indefinibile, così come non si può giungere alle radici oscure del nostro essere, alla memoria del sangue.

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Andrew Wyeth, “Christina’s world”

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LA FRASE DEL GIORNO
Così questo paese, dove non sono nato, ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo. Adesso che il mondo l'ho visto davvero e so che è fatto di tanti piccoli paesi, non so se da ragazzo mi sbagliavo poi molto.
CESARE PAVESE, La luna e i falò

1 commento:

Santina ha detto...

All'amato Pavese.
Come è dolce l'ondulazione delle colline nell'andirivieni di un luogo dove collocarsi. Come è cocente la malinconia del sentire quella distanza furente e silente che porta solo doloroso rimpianto dell'inafferrabile. Una altura del cuore dove posare il capo, cercata, amata, respinta...finalmente accogliente, ora ti donerei!

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