mercoledì 30 novembre 2016

Non importa che tu sia lontano

 

JULIA PRILUTZKY FARNY

TU DORMI, LO SO

Tu dormi, lo so.
Sono sveglia e ti guardo.
Non importa che tu sia lontano,
che non ascolti
il tuo respiro nell'ombra;
non importa che non possa
passare la mano sulla tua testa,
le tue tempie e le tue spalle.

Sono sveglia e ti guardo, sempre.
Non importa che non possa rannicchiarmi
perché tu mi avvolga senza saperlo,
perché tu mi abbracci senza sentirlo,
perché tu mi trattenga
mentre tremo e dico soltanto
parole che non ascolti.
Posso essere così lontana
eppure continuo a stare sveglia a guardarti dormire.

(da Antologia dell’amore, 1977)

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Un’altra poesia dell’assenza: la poetessa ucraina naturalizzata argentina Julia Prilutzky Farny (1912-2002) riesce a superare in qualche modo la lontananza fisica sopperendo con la memoria e l’immaginazione.

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Zener

ERIC ZENER, “SONNO”

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LA FRASE DEL GIORNO
La lontananza che rimpicciolisce gli oggetti all'occhio li ingrandisce al pensiero..
ARTHUR SCHOPENHAUER, Parerga e Paralipomena

martedì 29 novembre 2016

Un cuore di Möbius

 

ERICH FRIED

TOPOLOGIA

Ti amo
ma dove mai ti amo?
Qualcosa in me
si torce
perché è proprio
cosi com’è
(proprio
perché è così)

Sono fuori di me
quando mi calo in me
e fuori di te
forse anche
E allora
dov’è
il dove?
E dove va?

Mi sono
fatto cuore
con un cuore di Möbius
che
si sfrangia
in tante strisce
senza vie d’uscita

(da È quel che è, Einaudi, 1988 - Traduzione di Andrea Casalegno)

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La topologia è lo studio delle proprietà delle figure geometriche che non variano sottoponendo le figure stesse a deformazioni continue (che non provochino la rottura o la sovrapposizione di punti). Ad esempio, il nastro di Möbius che costituisce un’interessante analogia in questa poesia di Erich Fried (1921-1988): il dramma di un’esistenza (e di un amore) che si torce su se stessa e che non ha per questo alcuna via d’uscita.

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Möbius_strip

FOTOGRAFIA © DAVID BENBENNICK – LICENZA CREATIVE COMMONS 3.0

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LA FRASE DEL GIORNO
Quando si ama, non si ha alcun bisogno di capire che cosa accade all'esterno, perché tutto comincia ad accadere dentro di noi.
PAULO COELHO, L’anatomista

lunedì 28 novembre 2016

Chi sei tu, lettore?

 

RABINDRANATH TAGORE

IL GIARDINIERE, LXXXV

Chi sei tu, lettore, che leggerai le mie poesie
tra cento anni?
Non posso mandarti un solo fiore di questa ricca primavera,
né darti un solo raggio d'oro delle nuvole
che mi sovrastano.
Apri le tue porte, guardati intorno.
Nel tuo giardino in fiore cogli i fragranti ricordi
dei fiori sbocciati cento anni fa.
Nella gioia del tuo cuore che tu possa sentire
la vivente gioia che cantò, in un mattino di primavera,
mandando la sua voce lieta, attraverso cento anni.

(da Il giardiniere, 1913 - Traduzione di Brunilde Neroni)

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Chi sei tu, lettore? Be’, siamo noi ormai quelli che leggono le poesie di Rabindranath Tagore (1861-1941) cent’anni dopo che furono scritte. Siamo noi i destinatari di questo messaggio in bottiglia o, se volete, di questa capsula del tempo che il poeta indiano ha lasciato in quel libro edito nel 1913. E, leggendo, facciamo rivivere il suo spirito, immaginando quei fiori di un antico giardino, quel cielo di cento anni fa, ma soprattutto facciamo nostro il suo sentire, il suo gioioso canto poetico secondo l’assioma di Octavio Paz che amo spesso ripetere: “Ogni lettore è un altro poeta; ogni testo poetico, un altro testo”.

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DIPINTO DI MIKE FLAN

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LA FRASE DEL GIORNO
Mio poeta, la tua gloria è vedere la tua creazione attraverso i miei occhi  e ascoltare / attraverso i miei orecchi la tua stessa armonia?.
RABINDRANATH TAGORE, Il giardiniere

domenica 27 novembre 2016

Uno che ti guardava

 

LIBERO DE LIBERODe Libero

DA NULLA CHE ERO

Da nulla che ero mi facesti dono
d’essere uno che ti guardava:
e te guardando nella mente me ammiro
e tanto mi piace essere te
che il distacco poco mi duole.

(da Romanzo, Scheiwiller, 1965)

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Questa poesia viene da una mia vecchia agenda di adolescente, ed è chiaro perché ricopiai il testo: questi versi di Libero De Libero (1903-1981) parlano al cuore del ragazzo o della ragazza che è in noi, ci rammentano dei primi rossori, delle prime cotte, ci dicono di quel principiare dell’amore in cui si entra nelle grazie di una dea (o di un dio) e si vive in un mondo come di sogno.

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Atroshenko

DIPINTO DI ANDREW ATROSHENKO

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LA FRASE DEL GIORNO
Mille anni e poi mille / Non possono bastare / Per dire / La microeternità / Di quando m'hai baciato / Di quando t'ho baciata / Un mattino nella luce  / dell'inverno / Al Parc Montsouris a Parigi / A Parigi / Sulla terra / Sulla terra che è un astro.
JACQUES PRÉVERT

sabato 26 novembre 2016

Stanza di fantasmi

 

PIERO BIGONGIARIPiero_Bigongiari

PIÙ UNO, MENO UNO

La poesia che nasce nella tua stanza
è come il frutto delizioso del melarancio,
odo nel ticchettio delle parole
il carosello perduto e melanconico
un notturno riassorbirsi d'aconito,
nel tuo slancio d'amore, queste sere.
Non mancan le parole per godere,
mancan le parole per non soffrire.
La farfalla di luce sul candeliere
sugge l'ultima cera, la più calda,
la più molle e volatile, sul fondo.
Come in miasmi di luce, anch'io m'effondo,
non mancan le parole per soffrire
in questa mia stanza di fantasmi.

(da Rogo, Edizioni della Meridiana, 1952)

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È una poesia molto montaliana questa di Piero Bigongiari (1914-1997): lo è naturalmente per quella sorta di “teologia negativa”, per quella coscienza del dolore di vivere che assegna alla poesia – come scrisse Giancarlo Quiriconi “la funzione di istanza totalizzante come luogo dell’espressione, della manifestazione coscienziale del dolore”. Se non è possibile la liberazione, si può comunque indagare attraverso la poesia sul senso del vivere: “Il tuo dolore sorvegliato / quasi fosse una speranza, / eccotelo negli occhi”.

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WILLIAM T. HOWELL ALLCHIN, “NATURA MORTA CON LIBRO E OCCHIALI”

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LA FRASE DEL GIORNO
Il poeta non è mai fermo, non tocca mai lo stesso oggetto, non immerge, come l’uomo che è proprietario del poeta, mai la mano nella stessa acqua.
PIERO BIGONGIARI, Autoritratto poetico

venerdì 25 novembre 2016

Un piccolo Dio

 

VICENTE HUIDOBRO

ARTE POETICA

Che il verso sia come una chiave
Che apre mille porte
Cade una foglia; qualcosa passa in volo;
Quanto guardano gli occhi sia creato,
E l’anima di chi ascolta resti a tremare.
Inventa nuovi mondi e cura la parola;
L’aggettivo, quando non dà vita, uccide.
Siamo nel ciclo dei nervi.
Il muscolo pende,
Come un ricordo, nei musei;
Ma non per questo abbiamo meno forza:
Il vero vigore
Risiede nella testa.
Perché cantate la rosa, o Poeti!
Fatela fiorire nella poesia;
Solo per noi
Vivono tutte le cose sotto il Sole,
Il poeta è un piccolo Dio.

(da Lo specchio d’acqua, 1916)

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Il poeta cileno Vicente Huidobro (1893-1948) fu con il francese Pierre Reverdy l’iniziatore del Creazionismo, movimento di avanguardia del primo terzo del secolo scorso: il movimento estetico intende fare della poesia stessa uno strumento di creazione assoluto, un nuovo oggetto, distinto da tutto il resto, astraendo cioè dalla funzione referenziale del linguaggio. Per ottenere questo scopo si avvale di alcuni accorgimenti tecnici: evitare aneddoti e descrizioni, enfatizzare gli effetti visuali, anche con innovazioni tipografiche. Lo scopo sarebbe quello, teorizzato nel verso finale da Huidobro, di permettere al poeta una libertà assoluta dalla realtà diventando un creatore, quindi una sorta di dio.

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abstract-rose

MARK WEBSTER, “ROSE NEBULA”

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LA FRASE DEL GIORNO
Il poeta deve dire quelle cose che mai si direbbero senza di lui.
VICENTE HUIDOBRO, Poemi artici

giovedì 24 novembre 2016

Potrei

 

DARÍO JARAMILLO AGUDELO

POESIE D’AMORE, 2

Potrei eliminarti perfettamente dalla mia vita,

non rispondere alle tue telefonate, non aprirti la porta di casa,
non pensarti, non desiderarti,
non cercarti nei posti a noi comuni e non rivederti,
andare per le strade dove so che non passi,
eliminare dalla memoria ogni istante che abbiamo condiviso,
ogni ricordo del tuo ricordo,
dimenticare il tuo volto fino ad essere in grado di non riconoscerti,
rispondere evasivo quando mi domandano di te
e fare come se non fossi mai esistita.
Però ti amo.

(da Poesie d'amore, 1986)

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L’amore che vince tutto (Virgilio), che “move ‘l mondo e l’altre stelle” (Dante) è una forza che soverchia anche la ragione: così se questa, come teorizza il poeta colombiano Darío Jaramillo Agudelo (Santa Rosa de Osos, 1947), fosse pure in grado di eliminarlo con la sua logica, non così il cuore – l’essenza amorosa continuerà a vivere in noi per quanto ignorata, tanto che la poesia successiva a questa, quella contrassegnata con il numero 3, comincia così: “Io odoro di te. / Mi perseguita il tuo odore, mi insegue e mi possiede…”.

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Traviata

RAFAL OLBINSKI, “LA TRAVIATA”

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LA FRASE DEL GIORNO
L’amore è un regalo che un giorno arriva da solo.
DARÍO JARAMILLO AGUDELO, Poesie d’amore

mercoledì 23 novembre 2016

Centenario di P.K. Page

 

P.K. Page, poetessa canadese nacque a Swanage, nel Dorset, in Inghilterra, il 23 novembre 1916, ma emigrò in Canada già a tre anni al seguito dei genitori che la fecero vivere nel mondo non conformista dell’arte. Sposò un giornalista, che seguì poi in Brasile, Messico, Australia e Guatemala quando  intraprese la carriera diplomatica. P.K. Page, anche pittrice e scrittrice di libri per bambini, morì all’inizio del 2010 nella Columbia Britannica. Le sue poesie sono vestite di una consapevole eleganza e, come notarono i giudici che le conferirono nel 2003 il Premio Griffin, “vivono di intelligenza, saggezza, insolenza, suspense e di una dizione muscolare ma aggraziata. Sono audaci nello scopo, meticolose nella realizzazione, e sfacciatamente morali, con un sapore delizioso di brio amorale”.

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STEFAN

Stefan
undici anni
guardò il neonato e disse
"Quando pensa, dev'essere puro pensiero
perché ancora non ha parole"
e noi
genitori orgogliosi
ammirando gli amici
che avevano guardato il neonato

guardammo di nuovo il neonato.

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ASTRONOMO

Le stelle stesse sono giustificate.
La galassia
è in corsivo

Ho letto
e riletto
la bella scrittura.

Non ci sono
errori.

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QUESTO DURO MESTIERE

La cera si è sciolta
ma il sogno di volare
continua.
Io, Icaro, sebbene trattenuto
nella mia carne
ho una parte luminosa in me
dove un uccello
notte dopo notte di stelle
mentre dormo
spiega le sue ali fantasma
e si allena.

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POESIA D’AMORE

Ricordandoti e rivedendo
il nostro amore strutturale
il passato risorge
dalla sua polvere soffocante.

Per la memoria, che è solo decadente
nelle mani come l'amore per le cose
dell'avaro per la loro cosalità,
o nello sguardo dei collezionisti che valutano
la vastità, l'incredibile vastità, delle loro collezioni,
è possibile, nella mente profonda, creare e fare
nuovo il talvolta spaventoso antico presente
e pungolare la cosa addormentata
perché veda all'improvviso.

E come un albero che ha perduto tutte le foglie
può tremare alla memoria del vento
o le acque tranquille di uno stagno rammentano
la loro sorgente e salgono e scendono
ad un tratto sulla riva del bacino che le cinge —
così io, ricordando da adesso a ieri,
posso sapere e vedere e sentire di nuovo, come i gioielli
quando li colpisce un vivido raggio di sole.

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LA FRASE DEL GIORNO
Quando scrivo qualcosa che è accettabile trovo difficile credere che proviene direttamente da me. Sembra che sia venuto per così dire obliquamente – da dove io non lo so.
P.K. PAGE

martedì 22 novembre 2016

Centenario di David Maria Turoldo

 

David Maria Turoldo, poeta e religioso, collaboratore della Resistenza, anima inquieta della Chiesa e teorizzatore del rinnovamento postconciliare, nasceva a Coderno, frazione di Sedigliano, in Friuli, il 22 novembre 1916. La sua poetica si nutre di quella spiritualità che respirava ogni momento, riflettendo i dubbi umani, le aporie esistenziali: la tensione mistica si scontra con il quotidiano, soprattutto nell’ultima raccolta, dove il poeta stesso, malato di un tumore al pancreas, si confronta con la morte, trasformandosi in un secondo Giobbe. Padre Turoldo morì a Milano il 6 febbraio 1992.

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Turoldo

FOTOGRAFIA DA FRIULIONLINE

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da O sensi miei (Poesie 1948-1988), 1990

SEMAFORO ROSSO

Un passaggio a livello, un semaforo
rosso è il simbolo di me
più scontato: pieno di sbarre
e di segnali d'allarme
su una via che pare
la più piana e solare.

I giorni, la memoria, una siepe;
una selva di fili spinati
il cammino. E il sangue
un torrente cieco.

Quanto desiderai, o Signore,
di buttarmi nel Tuo mare,
di finire dentro l'elemento
informe e semplice,
dentro l'infinito Tuo palpito!
Ché se dalla carne è visibile
il segno di questi reticolati,
Tu, onnisciente, non la dirai
ribellione, marchio
di una insignificante anarchia.
Forse è ricordo del primo
tempo libero, irrimediabile, amore
d'essere come Te, immutabile.

E voi, non presentate figura alcuna
di questa creazione: schemi,
diaframmi isolanti; tutti
oggetti, tombe del desiderio.
(Una stupenda misconoscenza
la nostra che non s'avvede
come la «cosa» si obnubila
sotto il velo delle nostre concupiscenze.)

Meglio sarebbe non desiderare
per non rompere la consuetudine
con l'Eterno. La mia è un'avanzata
ove ogni giorno erigo una lapide
a ricordo di un combattimento,
di qualcuno lasciato alle spalle.
E poi, a sera, questi sepolti
che risorgono a migliaia
a ridarmi battaglia.
Ed io alla fine rimasto solo
con la squallida gioia
simile a uno sconfinato deserto.

Non del cielo, non della terra siamo.
Egli ancora, dopo tanto
iconoclasta furore e lo scempio
di tanta rinuncia, ancora
in Immagine: ancora
separati ed ignoti.

A quando, Iddio, per me
un passaggio libero
e l'immediato raggiungimento?

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SOLA CETRA

Sento che forse i miei occhi
sono estinti dalla troppa luce
e dal troppo fissare il sole,
il cielo alto. Sento
d’essere divenuto un cieco
che si muove per istinto
lungo deserte strade.
E il cuore, sola cetra
capace d’illudermi ancora.

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da Ultime poesie, 1999

SIBILANO FRECCE

Sibilano frecce da invisibili arcieri:
inutile che mi dicano: «emigra,
come un passero fuggi al monte»:

io so dove fare il mio nido...

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TU E LUI

Tu e lui,
null' altro.

                         Lui:
il Tu senza risposte.

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LA FRASE DEL GIORNO
Sempre sul ciglio di due abissi dobbiamo camminare, senza sapere quale seduzione, se del tutto o del nulla, ci abbatterà.
DAVID MARIA TUROLDO, Piccola antologia

lunedì 21 novembre 2016

Un profumo fragile e preciso

 

KATE CLANCHY

POESIA PER UN UOMO SENZA OLFATTO

Ti scrivo solo per informarti:

che la linea più spessa nelle pieghe della mia mano
ha quell’odore che hanno i vecchi banchi di scuola,
coi nomi incisi in profondità, logori e lucidi di sudore;

che sotto lo spruzzo del mio costoso profumo
le mie ascelle danno una nota bassa forte
come un colpo di palmo sul tamburo di una pentola;

che lo sciacquone umido della mia paura è acuto
come il gusto di un tubo in ferro, a mezzo inverno,
sulla lingua di un bambino; e che talvolta,

per la brezza, i capelli delicati sulla mia nuca
dietro il collo, proprio dove tu dovresti chinare
la testa, esitare e strofinare le labbra,

trattengono un profumo fragile e preciso come
una flotta di navicelle di carta, che salpa verso il mare.

(Poem for a Man with no Sense of Smell, da Slattern, 1996)

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Anosmia, o disosmia: è il termine medico per la perdita permanente o transitoria del senso dell’olfatto. La descrizione che la poetessa scozzese Kate Clanchy (Glasgow, 1965) fa del suo corpo in termini sinestetici è il tentativo di spiegare ciò che chi non può sentire non riesce a intendere che per parafrasi e analogie. Ed è la stessa cosa che in fondo fa ogni poesia: provate a sostituire al soggetto anosmico il lettore e agli odori la poesia…

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Profumo

FOTOGRAFIA © GORGE.NET

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LA FRASE DEL GIORNO
Il profumo è il fratello del respiro.
YVES SAINT LAURENT

domenica 20 novembre 2016

Un aspro nemico

 

JOSEFA PARRAFoto-Josefa-Parra

IL RICORDO E IL SUO CATTIVO GIOCO

Il ricordo non mi lascia abbandonare il tuo viso
bellissimo, e la tua bocca dove il mondo si spalanca
come un calice profano.
Se la memoria non fosse così ostinata,
io ti avrei vinto.
Invece il ricordo è un aspro nemico:
è forte come è forte l'infelicità,
come è forte l'amore. E ancora nelle mie mani
la traccia delle tue si disegna
con dolcezza caparbia,
se per qualche istante il vino o la nostalgia
mi fanno pensare a te.

(da Alcova dell'acqua, 2002)

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A proposito della poesia di Josefa Parra (Jeréz de la Frontera, 1965) Elisa Costanza Zamora Pérez parla di una “stilistica dell’esistenza e, in particolare, dell’esistenza amorosa”, di un amore dominato dall’erotismo e dalla sensualità. Appare chiaro anche in questi versi dove il ricordo si trasforma quasi in un dolce carceriere ed è evidentemente fisico (il viso bellissimo, il calice della bocca, la traccia delle mani) al punto da fare male ma da essere altresì desiderato.

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Garmash

DIPINTO DI MICHAEL E INESSA GARMASCH

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LA FRASE DEL GIORNO
Posso vivere di quello che ti ho rubato, / della rendita d’amore che / abbandonasti nel mio letto, / come una triste conchiglia.
JOSEFA PARRA

sabato 19 novembre 2016

Centenario di Albino Pierro

 

Il 19 novembre 1916 nasceva a Tursi Albino Pierro, poeta più volte candidato al Nobel, una delle voci più amate della Lucania, con Rocco Scotellaro e Leonardo Sinisgalli. La sua attività poetica nasce in italiano con raccolte quali Mia madre passava (1956) e Il transito del vento (1957) ma la “singolare arcaicità di struttura ed eccentricità di fisionomia” come nota Mengaldo, lo portano a virare sul dialetto natio già da ‘A terra d’u ricorde (1960) prima a fianco della produzione in italiano, e poi esclusivamente da Nu belle fatte (1975), fino a Nun c’è pizze di munne (1992), ultima raccolta prima della morte, avvenuta a Roma nel 1995.

C’è naturalmente una diretta relazione tra la poetica e la realtà storica lucana, la sua civiltà contadina e l’egemonica civilizzazione italiana: la Lucania resterà per Pierro, trasferitosi a Roma nel 1939 la "terra del ricordo" protagonista della sua poesia. Tra l’altro, la decisione di scrivere nel dialetto di Tursi, per quanto logica conseguenza del suo percorso poetico, fu un’operazione non facile perché quell’idioma di derivazione neolatina non aveva una preesistente struttura fonetica e grafica.

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Pierro

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da Il mio villaggio, 1959

MORIRE AL CANTO DEI GRILLI

Rivedo il torrente asciutto del mio paese
con quelle pietre così bianche e così grandi
con quelle colline così scarne
più del dolore odiato dagli uomini,
e quelle canne una qua una là
sotto i ponti diruti
sorpresi dalla luna che sbucava da un crepaccio,
cuore della terra divenuta cadavere.

Oh, morire al canto dei grilli in una sera d’estate
Impercettibile filo di luna
fra le colline azzurre del mio paese.

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da I’nnamurete, 1963

 

AMORE

Amore,
amore duce e anniputente,
pure si mo le tegne u core amère,
te sente, amore, granne cchiù d’u mère,
te sente a ttutt’i bbanne com’e ll’arie
c’arravògghiete i cose e lle fè legge
e cchiù ’ucente assèi d’i ’ummenarie.

Amore,
amore bbelle com’u soue,
chille ca si’ nun sacce e nun le trove
cche të chiamè secure, na paroue,
ma sacce c’assemìgghiete a la rise
d’a Maronna cuntente mparavise,
e cca si me verise menze morte
m’accarezzàise duce cche nnu cante
ca lle fè molle i pétre e cca ne tòcchete
u core a li brijantë.

Amore,
amore funne cchiù d’u cehe,
ca me grapise ll’occhie nd’i matine,
stu munne mo me pàrete cechète
come na palla nivre de carvone,
e fùjetë nnaterne arrahugghiète
senze de se vutè com’a nu surde
e ié le curre appresse e fazzë i picce
d’i uagnenelle mahète.

Amore,
amore forte cchiù d’u vente
ca srarechite ll’àrbere e lle sciòllete
i chèse e cca lle lìmete i muntagne,
dannille sempe a tuttë quante i cose
ne picche de stu fiète de giaiantë
e ppo na ’uce aguèle com’u ’ampe
ca s’abbràzzete i spine mmenz’i rose.

Amore,
amore granne cchiù d’u mère;
amore,
amore forte cchiù d’u vente,
nun te scurdè ca pure nd’i turmente
ce agghie vruscjète e vrósce nda stu foche
come a ffrasca ntreccète all’ate frasche
pure cche chillë ca me guardàine storte
e purë mo me uèrene ggià mortë.

Amore,
amore duce e anniputente,
com’agghia fè cche nnu rengradziamente?

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AMORE

Amore,
amore dolce e onnipotente,
pure se adesso ho il cuore amaro,
ti sento, amore, grande più del mare,
ti sento da per tutto come l’aria
che avvolge le cose e le fa leggere
e più lucenti assai delle luminarie.

Amore,
amore bello più del sole,
ciò che tu sei non so e non la trovo
per chiamarti, sicuro, una parola,
ma so che rassomigli al sorriso
della Madonna contenta nel Paradiso
e che se mi vedevi mezzo morto
mi accarezzavi dolcemente con un canto
che intenerisce le pietre e tocca
il cuore ai briganti.

Amore,
amore profondo più del cielo,
che mi aprivi gli occhi nei mattini,
adesso questo mondo mi sembra cieco
come una palla nera di carbone
e fugge in eterno accartocciato,
senza voltarsi, come un sordo,
e io gli corro appresso e faccio le bizze
come i bambini malati.

Amore,
amore forte più del vento
che sradica gli alberi e fa crollare
le case e che leviga le montagne,
daglielo sempre a tutte quante le cose
un poco di questo respiro di gigante
e poi una luce uguale come il lampo
che abbraccia le spine fra le rose.

Amore,
amore grande più del mare;
amore forte più del vento,
non scordarti che pure fra i tormenti
io ci ho bruciato e brucio in questo fuoco,
come la frasca intrecciata alle altre frasche,
pure con quelli che mi guardavano ostili
e pure adesso mi vorrebbero già morto.

Amore,
amore dolce e onnipotente,
come posso ringraziarti?

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da Si pò nu jurne, 1983

 

SÙU NENTE

Sùu nente, nente
e vèv’ acchianne…

e ll’ate, ll’ate
cchigghi’è ca su’?

“Ma su’ tutte quante com’a tti”
amminàzzete u vente.

e accussì m’arricette
e nun ci penze cchiù
ca m’è scardète e scàrdete n’accette.

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SONO NIENTE

Sono niente, niente,
e vado cercando…

E gli altri, gli altri,
che cosa sono?

“Ma son tutti quanti come te””
minaccia il vento.

E così trovo pace
e non ci penso più
che mi ha scheggiato e scheggia un’accetta.

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tursi

TURSI © ITALIA & SAPORI

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia s'identifica con il linguaggio dell'infanzia, con la sua arcaicità. volto autentico di una terra.
ALBINO PIERRO

venerdì 18 novembre 2016

Un filo invisibile

 

LORENZO OLIVÁN

TESEO NEL LABIRINTO

Nell’apparente
insensatezza di strade
che aggrovigliano i miei passi incerti
resto legato
tuttavia alla realtà esteriore
da un filo invisibile, leggero e sottile.

O devo dire, meglio,
che la buia, sfuggente irrealtà
mi conduce a suo piacimento nella sua tana,
e avvolge il mio destino
con la sua finissima ragnatela?

Arianna, non obbligarmi
a uccidere il mistero. Se lo faccio
e torno al tuo fianco, vittorioso,
che resterà di te?
che resterà di me?

(da Punti di fuga, 2001)

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Il poeta spagnolo Lorenzo Oliván (Castro Urdiales, 1968) trasporta il celeberrimo mito di Teseo e Arianna – l’uccisione del Minotauro e l’uscita dal labirinto grazie a una matassa di filo datagli dall’amata Arianna – su un piano metafisico: il labirinto è quello della mente, del sogno, del mistero intangibile e uccidere il mostro significherebbe sprofondare per sempre nella realtà.

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Teseo

EDWARD BURNE-JONES, “TESEO E IL MINOTAURO NEL LABIRINTO”

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LA FRASE DEL GIORNO
Il mistero ha sempre accompagnato il cammino dell'uomo e l'avventura dell'esistenza non sarebbe così affascinante se ci fosse dato conoscere tutto quello che ci circonda.
ROMANO BATTAGLIA, Foglie

giovedì 17 novembre 2016

Pubblicità di me stesso

 

ÓSCAR HAHN

TELESPETTATORE

Eccomi di nuovo
nel mio appartamento di Iowa City

sorbisco il mio piatto di zuppa Campbell
davanti al televisore spento

lo schermo riflette l'immagine
del cucchiaio che entra nella mia bocca

Sono la pubblicità di me stesso
che non annuncia niente a nessuno.

(da Mal d'amore, 1986)

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Il poeta cileno Óscar Hahn (Iquique, 1938) critica ancora, dopo Supermercato, la società dei consumi, e lo fa dal suo interno, da quegli Stati Uniti dove viveva esule dopo il golpe militare del 1973. Se in Supermercato lo sfregio era fare l’amore in una delle grandi cattedrali del consumo (“Esaminiamo il nuovo prodotto / pubblicizzato dalla televisione / E all’improvviso ci guardiamo negli occhi / e sprofondiamo l’uno nell’altra // e ci consumiamo”) qui il gesto di sfida è sì quello di un uomo che si ostina a resistere, ma anche quello di un uomo comunque vinto dal sistema, visto che “consuma” un barattolo di zuppa Campbell. La sua vendetta è tutta in quel televisore spento dove egli stesso diventa una vana réclame che nessuno vedrà.

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Campbell

FOTOGRAMMA DA UNO SPOT CAMPBELL

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LA FRASE DEL GIORNO
La pubblicità fa più danni della pornografia perché unisce l'inutile al dilettevole.
ENNIO FLAIANO, Il gioco e il massacro

mercoledì 16 novembre 2016

Ti do me stessa

 

ANTONIA POZZI

BELLEZZA

Ti do me stessa,
le mie notti insonni,
i lunghi sorsi
di cielo e stelle – bevuti
sulle montagne,
la brezza dei mari percorsi
verso albe remote.

Ti do me stessa,
il sole vergine dei miei mattini
su favolose rive
tra superstiti colonne
e ulivi e spighe.

Ti do me stessa,
i meriggi
sul ciglio delle cascate,
i tramonti
ai piedi delle statue, sulle colline,
fra tronchi di cipressi animati
di nidi –

E tu accogli la mia meraviglia
di creatura,
il mio tremito di stelo
vivo nel cerchio
degli orizzonti,
piegato al vento
limpido – della bellezza:
e tu lascia ch'io guardi questi occhi
che Dio ti ha dati,
così densi di cielo –
profondi come secoli di luce
inabissati al di là
delle vette –

4 dicembre 1934

(da Parole, 1939)

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“Ti do me stessa” ripete Antonia Pozzi (1912-1938): l’anafora suddivide le tre parti della giornata, mattino, pomeriggio e notte a indicare un amore totale, capace di riversare intera tutta la sua meraviglia così come gli spettacoli naturali offerti all’emozione. L’invito è all’amato, perché accolga in sé questa esile creatura, perché la lasci fremere al vento dell’amore: “Nel cielo limpido infatti / sorgono a volte piccole nubi, / fili di lana / o piume - distanti – / e chi guarda di lì a pochi istanti / vede una nuvola sola / che si allontana.

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Bolscioi

ANONIMO DI SCUOLA RUSSA, “BALLERINA DEL BOLSCIOI”, PART.

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LA FRASE DEL GIORNO
Ma noi siamo come l’erba dei prati / che sente sopra sé passare il vento / e tutta canta nel vento / e sempre vive nel vento, / eppure non sa così crescere / da fermare quel volo supremo / né balzare su dalla terra / per annegarsi in lui.

ANTONIA POZZI, Parole

martedì 15 novembre 2016

La dolce melodia

 

LI POLi Po

ASCOLTANDO LA MANDOLA DI UN PRETE BUDDISTA

Ha una mandola il prete buddista di Chou:
Scende dalla montagna dei Sopraccigli
Verso Ponente, e la suona in onore mio.
I suoni vibranti somigliano al brusio
D’una foresta di pini mossa dal vento.
Come se uscisse lavato dall’acqua d’un fiume
Il mio cuore si sente purificato.
La dolce melodia
S’unisce ai rintocchi d’una campana lontana.
Insensibilmente scende attorno il crepuscolo,
E i monti si smussano nella nebbia leggera.

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Serenità e tranquillità: il poeta cinese Li Po (701-762) sapeva vivere con spensieratezza – anche troppa se, come dice la leggenda, da ubriaco morì annegato mentre cercava di acchiappare i riflessi della luna in un lago. Da questi suoi versi appare chiara questa semplice aderenza all’universo, un’immedesimazione favorita anche dal dolce suono della mandola che si mescola con il rintoccare di una campana, come in certa musica rilassante o da meditazione che fonde i suoni con la voce del mare o del bosco.

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Soba

FOTOGRAFIA © OKINAWA SOBA/FLICKR – CREATIVE COMMONS LICENSE

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LA FRASE DEL GIORNO
Mi chiedi perché io viva nelle montagne azzurre. / Sorrido e non rispondo, il cuore tranquillo. / I fiori di pesco se ne vanno lontano, galleggiando leggeri sul torrente. / È un altro mondo, diverso da quello degli uomini.
LI PO

lunedì 14 novembre 2016

Un’anima vergine

 

SOPHIA DE MELLO BREYNER ANDRESEN

LUNA

La luna colma la terra di miraggi
E le cose hanno oggi un'anima vergine,
Il vento ha svegliato tra i fogliami
Una vita segreta e fuggitiva
Fatta di ombre e luce, terrore e calma,
Che è il perfetto accordo della mia anima.

(da Come un grido puro, Crocetti, 2013 - Traduzione di Federico Bertolazzi)

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La luce è una presenza costante nei versi della poetessa portoghese Sophia De Mello Breyner Andresen (1919-2004): è la luce della poesia che viene a illuminare il reale per renderlo comprensibile, è la luce che di riflesso consente di guardare dentro di sé, come in questa sestina in cui è la luna a inondare di luce ogni cosa riportandola alla sua primitiva essenza.

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Luna

FOTOGRAFIA © DMITRIY SHMELEV

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LA FRASE DEL GIORNO
Portami, notte, nei tuoi giardini pensili, / Nei tuoi cortili di luna e silenzio / nei tuoi atri di vento e di vuoto.
SOPHIA DE MELLO BREYNER ANDRESEN

domenica 13 novembre 2016

Nell’ora in cui l’aria s’arancia

 

GIORGIO CAPRONI57

RICORDO

Ricordo una chiesa antica,
romita,
nell’ora in cui l’aria s’arancia
e si scheggia ogni voce
sotto l’arcata del cielo.
Eri stanca,
e ci sedemmo sopra un gradino
come due mendicanti.
Invece il sangue ferveva
di meraviglia, a vedere
ogni uccello mutarsi in stella
nel cielo.

(da Come un’allegoria, 1936)

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La poesia sa sorprenderci così, con la bellezza meravigliosa di un cielo al tramonto per le strade di città nella sosta di un momento con la donna amata, come in questi versi del giovanissimo Giorgio Caproni (1912-1990): c’è in quell’atmosfera l’occasione di comprendere che qualcosa, come un’allegoria (e questo è il titolo della raccolta, in effetti), può trascendere il reale.

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Vacanze

FOTOGRAFIA DAL SET DI “VACANZE ROMANE” © PARAMOUNT PICTURES

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LA FRASE DEL GIORNO
Amiamo i tramonti perché svaniscono.
RAY BRADBURY, Ritornati dalla polvere

sabato 12 novembre 2016

Se vivida è la luce

 

EMILY DICKINSON

ACCENDERE UNA LAMPADA

Accendere una lampada e sparire –
questo fanno i poeti –
ma le scintille che hanno ravvivato –
se vivida è la luce
 
durano come i soli –
ogni età una lente
che dissemina
la loro circonferenza –

(The Poets lights but Lamps, da Tutte le poesie, Mondadori, 1997 – Traduzione di Marisa Bulgheroni)

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Secondo la poetessa statunitense Emily Dickinson (1830-1886) i poeti sono dei rivelatori, come i profeti intermediari tra il reale e il trascendente. Le loro poesie sono piccole cose raffrontate all’eternità, delle minuscole scintille, capaci però di propagare un enorme incendio, come lenti che allargano la forza del sole.

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Lampada

GEORGE ATSAMETAKIS, “FIORI E LAMPADA”

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LA FRASE DEL GIORNO
Se leggo un libro che mi gela tutta, così che nessun fuoco possa scaldarmi, so che è poesia. Se mi sento fisicamente come se mi scoperchiassero la testa, so che quella è poesia
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EMILY DICKINSON

venerdì 11 novembre 2016

All’altra faccia del cuore


 

BARTOLO CATTAFI

UNA STANZA IN RUE DE SEINE

A Luciano Erba
A Deri Cappellin

La città; l’autunno
avanza sugli alberi, sui tetti,
muove lenta guerra
ai minuscoli uccelli,
abbasso un treno
percorre il panorama di sotterra.
Togli gli occhi, amico, dalla vita
che gli uccelli predicono nel cielo,
avvisi agli angoli aspettano le piogge
o l’improvviso, l’osceno
tratto di matita.

C’è freddo, è bene
bruciare arbusti
eleganti, rose antiquate, foglie persistenti
che raccolsi a Versailles
un tempo, un giorno
di giochi gentili e seriche
vesti nelle selve.

                       Il sole
tramontato in Europa,
fuochi, saluti, cenni
di silenzio sulle porte,
e poi un passaggio di squali e di gabbiani
come un forte stormire tra i perduti
vascelli, nelle acque
celesti.
Voglio un brindisi all’isola dipinta
volgermi altrove, c’è
un’estiva immagine stampata
sulle nostre bottiglie.
(Travestiti da indigeni sognare
nel fondo della stiva
la sete, il sesso, il mare,
le mosche posate sulla frutta
nella parte del mondo che eccita le idee.)
Rhum Rocroy
dell’Isola Riunione,
origine e purezza garantite,
partenza da una stanza, con un piede
in pericolo, già fuori
della brulla finestra.

Il pack il regno delle nubi può
rompersi nel cielo,
attento, amico, il piede
tasta un’esile crepa,
l’anima ancora folle ammira
i fuochi colorati, le musiche, i monili,
le feste della terra
e forse chiama un caldo
oscuro transito di renne
che ci schianti col nostro
livido fascio di licheni in braccio.
Travolti nell’inizio del disgelo,
affidati all’abisso, nel gelido tragitto,
e nord e sud due punti
senza luce in una stanza aperta
alla frusta del vento, ma solida,
ma appesa da gran tempo
sulla sua giusta strada.

Com’è duro, difficile arrivare
all’altra faccia del cuore,
leggerne il bigio, agevole disegno
mentre i fantasmi lasciano una traccia
di rischioso colore,
mentre l’insetto stordito guada il mare
il regno proibito
l’avventuroso fondo del bicchiere.

Parigi, 1954

(da Partenza da Greenwich, Edizioni della Meridiana, Milano, 1955)

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Il viaggio è tema fondamentale nella poetica di Bartolo Cattafi (1922-1979): “Si parte sempre da Greenwich / dallo zero segnato in ogni carta”, ma in realtà si parte sempre per ricominciare, per osservare la realtà con uno sguardo differente. Da questa stanza parigina, mentre fuori l’autunno ingrigisce la città e la avvolge in una pellicola fredda, il poeta siciliano affronta questo suo vuoto, cerca di porre rimedio alla labilità esistenziale, di arrivare “all’altra faccia del cuore”, forse quella segnata dalla fantasia sull’etichetta della bottiglia di rum che sta bevendo. Ma “Secco duro gessoso sovente è l’occhio, / le mani, lo scalpello lo assecondano, / foggiano cose a nostra somiglianza”.

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Doisneau

FOTOGRAFIA DI ROBERT DOISNEAU

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LA FRASE DEL GIORNO
Quella del poeta è secondo me una pura e semplice condizione umana, la poesia appartiene alla nostra più intima biologia, condiziona e sviluppa il nostro destino, è un modo come un altro di essere uomini.
BARTOLO CATTAFI

giovedì 10 novembre 2016

Come un dio in sogno

 

MIKLÓS RADNÓTIRadnoti1

TI HO NASCOSTO A LUNGO

Ti ho nascosto a lungo,
come il ramo tra le foglie
il frutto che tarda a maturare,
e ora fiorisci nei miei occhi
come sullo specchio della finestra d’inverno
il fiore giudizioso del ghiaccio.
E so già cosa significa
quando posi la mano sui capelli,
e custodisco già nel cuore
il movimento della caviglia,
e il bell’arco delle costole
che ammiro con distacco,
come chi s’è riposato
su tali meraviglie che respirano.
Eppure nei miei sogni
spesso ho cento braccia
e come un dio in sogno
ti stringo nelle mie cento braccia.

(da Mi capirebbero le scimmie, Donzelli, 2009, a cura di Edith Bruck)

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È un sogno d’amore del poeta ungherese Miklós Radnóti (1909-1944), perseguitato in quanto ebreo, processato per ingiuria religiosa e pornografia, cacciato dal suo posto di insegnante. Siamo nel 1942, quando è costretto ai lavori forzati in una fabbrica di zucchero, lontano dall’amata moglie Fanni. Ma il regime che può limitarne e controllarne la libertà, nulla può contro i sogni e i pensieri. Il 10 novembre 1944 Radnóti venne fucilato durante la massacrante marcia forzata di deportazione – secondo testimoni irritò un ufficiale ubriaco perché scarabocchiava un taccuino. Fu sepolto in una fossa comune ad Abda; finita la guerra, il suo corpo fu esumato: in tasca gli trovarono il quaderno con le sue ultime poesie.

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Sogno

IMMAGINE © HD WALLPAPERS

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LA FRASE DEL GIORNO
Così l'amore ti fa sfolgorante e la sua mano / vigile ti ripara da innumeri sventure.
MIKLÓS RADNÓTI

mercoledì 9 novembre 2016

Quest’altro

 

DARÍO JARAMILLO AGUDELO

POESIE D’AMORE, 1

Quest’altro che anche lui mi abita
forse proprietario, forse invasore o esiliato in questo corpo estraneo o di entrambi,
quest’altro che temo e ignoro, felino o angelo,
quest’altro che sta sempre solo quando sono solo, uccello o demonio
quest’ombra di pietra che mi è cresciuta dentro e fuori,
eco o parola, questa voce che risponde quando mi domandano qualcosa,
il padrone del mio inganno, il pessimista, il malinconico,
                                                                      l’irragionevolmente allegro,
quest’altro,
anche lui ti ama.

(Da Poesie d’amore, 1986)

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Darío Jaramillo Agudelo (Santa Rosa de Osos, 1947) è considerato l’innovatore della poesia d’amore colombiana: il presunto alter ego di questi versi fa pensare al Borges dell’Artefice, che dice “Suppongo che le parole essenziali / che mi esprimono stanno in quelle pagine / che mi ignorano, non in ciò che ho scritto”. Eppure, a risaltare in tutto ciò – tra l’uomo e il poeta – è sempre l’amore con la sua forza.

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Kidwell

FOTOGRAFIA © BRANDON KIDWELL

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LA FRASE DEL GIORNO
So che l’amore / non esiste / e so tuttavia / che ti amo.

DARÍO JARAMILLO AGUDELO, Poesie d’amore

martedì 8 novembre 2016

Mare d’autunno

 

ALDO CAPASSO

SEI UN MARE…

Sei un mare d’autunno delicato.
Su la tua riva il cuore può sopirsi
quasi, e a cigli socchiusi s’indovina
che tanta tua dolcezza silenziosa
presso l’uomo velato
continua il suo silenzio e suggerisce
una limpida morte.

Come treman le foglie
d’una selva sgomenta,
sempre tremano i sogni in questo cuore.
Fermali nel tuo sguardo grigio e azzurro,
falli autunno e sopore.

(da Il passo del cigno, Buratti, 1931)

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Il poeta e critico d’arte veneziano Aldo Capasso (1909-1997) in questo mare d’autunno e foglie rinnova e ritrova il suo bisogno disperato di afferrare una certezza squarciando con la sua morbida sensualità l’ingannevole gioco dei sensi.

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Mare

FOTOGRAFIA © WALLPAPER UP

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LA FRASE DEL GIORNO
Ci pensa il mare a perdonare i nostri inverni
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MICHELE GENTILE, Io abito qui

lunedì 7 novembre 2016

Il mondo intero

 

BLAGA DIMITROVAblaga-dimitrova

PERDITA

Non so se mi ero innamorata di te.
Mi innamorai però di altre cose, lo so:
di una stanza scomoda rivolta a nord,
di una teiera che crepitava di sera.

Degli alberi mi innamorai che toglievano spazio,
dei solitari e soffocanti cinema di quartiere,
dei dolorosi ricordi di prigione,
di un muro ferito dalle bombe.

Delle fermate del tram, delle foglie ricoperte di brina,
di una calda tasca con castagne bruciate,
della pioggia scrosciante, del suono del telefono,
perfino della nebbia fonda color cenere.

Di tutto il mondo mi ero innamorata, non di te.
Lo scoprivo nuovo, interessante, ricco.
Per questo soffro... Non per averti perso.
Altro ho perduto – il mondo intero.

(da Segnali, Fondazione Piazzolla, 2000 - Traduzione di Valeria Salvini )

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“Che l’amore sia tutto è tutto ciò che noi sappiamo dell’amore” scriveva Emily Dickinson. Così, quando viene a mancare, lascia un vuoto (il “vuoto ad ogni passo” della celeberrima poesia montaliana “Ho sceso dandoti il braccio”). Questa perdita, dice la poetessa bulgara Blaga DImitrova (1922-2003) non è solo la perdita dell’amato e dell’atmosfera dell’innamoramento: è la perdita di un intero mondo.

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Hopper

EDWARD HOPPER, “MORNING SUN”, 1952

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LA FRASE DEL GIORNO
Come è tangibile ciò che non sfioriamo, / come il calice non bevuto inebria, /come tutto è amore!
BLAGA DIMITROVA, Segnali

domenica 6 novembre 2016

L’unica sorgente

 

NUNO JÚDICENuno-Judice

FONS VITAE

Le confidenze indugiano nel cielo della bocca
come le nubi lente dell’autunno. Ci soffio sopra,
perché il cielo si terga e solo una vaga nebbia
aderisca a quel che mi vuoi dire; però
le labbra mi accostano all’oblio, e tu, sì,
sei chi mi racconta che cielo è questo e da dove
vengono le nubi che lo coprono. Sentimenti,
emozioni, passioni, s’interpongono tra
una frase e l’altra. Non ci sono altri argomenti
quando ci incontriamo, e cominci a parlarmi,
come se il cuore fosse l’unica
sorgente di quello che diciamo.

(Fons vitae, da A te che chiamo amore, Kolibris, 2011 – Traduzione di Chiara De Luca)

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“L’arte di Nuno Júdice consiste nello spiegare senza strozzare, smontare senza sminuire, nell’aprire le viscere dei sentimenti, espandendo i pensieri che li attraversano, senza sopprimere il misterioso bagliore generato da ciò che sentiamo e pensiamo” scrive Inês Pedrosa. Lo si può capire bene da questa poesia (fons vitae è la sorgente della vita) che si svolge su un piano metafisico: Nuno Júdice (Portimão, 1949) indaga mettendo in luce gli ingranaggi, scavando all’interno della macchina poetica per provare a comprenderne il significato: “Così, / il poeta segue un destino da collezionista / raccogliendole [le parole], anche quelle / il cui sussurro si confonde con il vento, / stringendole sulla pagina, dove si agitano, / tremando con il soffio della voce, / o acquisiscono la durezza del marmo, brillando / solo quando la luce del verso / le sfiora”.

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Renoir

PIERRE-AUGUSTE-RENOIR, “CONFIDENZA”, PART.

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LA FRASE DEL GIORNO
Mi costringo a scrivere ogni giorno, come un impiegato. Scrivere è la mia vita. Mi piace farlo, non mi dà da vivere, però è la mia maniera di essere.
NUNO JÚDICE, El País, 27 novembre 2013

sabato 5 novembre 2016

Centenario di Fernanda Romagnoli

 

Considerata da molti una Emily Dickinson italiana per la sua esistenza chiusa e riservata, al seguito del marito militare, la poetessa Fernanda Romagnoli nacque a Roma il 5 novembre 1916. Pubblicò solo quattro raccolte, sparse nei decenni: Capriccio (1943), Berretto rosso (1965), Confiteor (1973) e Il tredicesimo invitato (1980), cui seguì dopo la sua morte, avvenuta a Roma nel 1986,  Mar Rosso. Il Labirinto (1997). La sua è una poesia dal lessico curatissimo che costruisce un mondo e lo delinea attraverso dubbi e descrizioni di oggetti, ritratti e paesaggi, e si interroga e si tortura a quel fuoco del vivere come una falena attorno alla fiamma: “L’inquilina irregolare / mezza matta, che vive su in soffitta, / discorrendo col passero e col tarlo”.

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Fernanda_Romagnoli

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da Berretto rosso

IO

Quella donna dal viso indifeso
un poco sfiorita -
che passa nello specchio
in una scolorita veste rossa,
senza fruscio, di fretta,
rialzando sul capo i capelli
con mano distratta:
quella donna dall'anima dimessa
dicono che son io.

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da Il tredicesimo invitato

IL TREDICESIMO INVITATO

Grazie – ma qui che aspetto?
Io qui non mi trovo. Io fra voi
sto come il tredicesimo invitato,
per cui viene aggiunto un panchetto
e mangia nel piatto scompagnato.
E fra tutti che parlano – lui ascolta.
Fra tante risa – cerca di sorridere.
Inetto, benché arda,
a sostenere quel peso di splendori,
si sente grato se alcuno casualmente
lo guarda. Quando in cuore
si smarrisce atterrito «Sto per piangere!»
E all’improvviso capisce
che siede un’ombra al suo posto:
che – entrando – lui è rimasto chiuso fuori.

.

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CONIUGALE

E affacciati guardano fluttuare
questa frangia di sera sui palazzi,
che di sprazzi vermigli ci colora –
polene di balcone
fianco a fianco per vizio coniugale:
che cosa, strenuamente,
resiste in noi – che cosa, più reale
di quello che tentammo
o che insieme sbagliammo dall’inizio,
sale dal fondo e annaspa nella mente
per attestare che è vera, che esiste,
ch’è nostra – come un figlio anche malvagio
è nostro – come la vita, anche se sanguina
chinandosi come quest’aria di mezza sera
?

.

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LEI

Lei non ha colpa se è bella,
se la luce accorre al suo volto,
se il suo passo è disciolto
come una riva estiva,
se ride come si sgrana una collana.
Lo so. Lei non ha colpa
del suo miele pungente di fanciulla,
della sua grazia assorta
che in sé non chiude nulla.
Se tu l’ami, lei non ha colpa.
Ma io – la vorrei morta.

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da Mar Rosso

MAR ROSSO

L’animo del poeta: un espatriato!
Un erede di ghetti dati al fuoco!
Non ha foglio di profugo. Non chiede
viveri sigarette posto-letto.
L’atlante – cancellato alle sue spalle.
Pura circonferenza l’orizzonte
(egli – al centro – il suo passo beduino).
Su dal mattino – come da un bivacco;
giù al tramonto, vermiglia intermittenza
d’una misura senza fine.
Ma a notte... come dolce il suo Mar Rosso
trabocca in lui, l’inonda fra le ciglia
quand’egli giace – tutto il cielo addosso.

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LA FRASE DEL GIORNO
L’animo del poeta: un espatriato! / Un erede di ghetti dati al fuoco! / Non ha foglio di profugo. Non chiede / viveri sigarette posto-letto. / L’atlante – cancellato alle sue spalle.

FERNANDA ROMAGNOLI, Mar Rosso 

venerdì 4 novembre 2016

Un altro giorno

 

 

GIACOMO PRAMPOLINIPrampolini

LE PAROLE OGGI MI DANZAVANO INTORNO

Le parole oggi mi danzavano intorno
come farfalle; parole semplici acute:
sasso, terra, cielo, il mio soffrire
e quello di tutti. Ma anche oggi è finito:
un altro giorno. E domani pure
sarà un altro giorno: almeno per te,
mondo, che ruoti senza memoria.

(da Molte stagioni, Mondadori, 1962)


Un giorno, uno come tanti, in cui nulla succede e i pensieri ruotano attorno - un poeta, come il critico letterario, poliglotta e traduttore Giacomo Prampolini (1898-1975) naturalmente li paragonerà a farfalle. Un giorno in cui sentirsi creatura terrestre giocando l’antico gioco dei sentimenti.

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Alexeeva

ILLUSTRAZIONE DI IRENE ALEXEEVA

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LA FRASE DEL GIORNO
Se pietra fosti nella realtà, / convolvolo sarai nel sogno.
GIACOMO PRAMPOLINI, Molte stagioni

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