mercoledì 31 agosto 2016

Come agosto finisce

 

ATTILIO BERTOLUCCI

[MAI PIÙ PENSAMMO, MENTRE IL MEZZOGIORNO]

(…)

Mai più pensammo, mentre il mezzogiorno
s’animava d’intorno, rivedremo
un luogo così dolce, e ci prendeva
fastidio della vita. Intanto
il sole si velava, sentivamo
che il giorno andava mutando di volto
per le nubi e le rondini più basse,
stridule sin dentro le stanze oscure
ormai e fresche di pioggia aspettata.
Quando venne il tramonto la campagna
ci aprì canali illuminati, terra
nera e tenera, muri lentamente
di nuovo asciutti, un’estrema
felicità di esistere era nell’aria.

Come agosto finisce la mattina
dopo una notte di pioggia si sente
(il cielo è più profondo) che l’autunno
sta per venire, ci si guarda intorno
e non si sa che fare, tutto
è fresco, rinnovato da uno smalto
malinconico di perplessità.
Allora si gironzola, si sta zitti,
sappiamo che c’è tempo, ma che pure
l’anno dovrà morire, ed il bel cielo,
il verde verniciato delle piante,
il rosso delle ruote ad asciugare,
l’incudine che suona di lontano,
lento cuore del giorno, tutto parla
d’una partenza prossima, un addio.

La memoria è una strada che si perde
e si ritrova dopo un’ansia breve,
tranquilla, già nel sole di settembre
scottante sulla schiena è un’altra estate
che le vespe ronzando sulle ceste
dell’uva bianca indorano e si mischia
al loro volo il rumore nascosto
e perenne del grano che ventila
un vecchio attento e polveroso.
Finché c’è lui in giro il tempo è buono
da noi…

(…)

(da La capanna indiana, Sansoni, 1951)

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Non amo pubblicare frammenti, ma questa volta faccio un’eccezione: troppo bello è questo brano dedicato alla fine dell’estate dal poeta parmense Attilio Bertolucci (1911-2000), che fa parte del lungo poemetto La capanna indiana. Il realismo campagnolo vive delle stagioni e il poeta segue il percorso dell’anno con la sua famiglia usando come punto di osservazione “una semplice costruzione rurale / ai limiti dei campi, una graziosa / parvenza sulla bruma che dirada, / si direbbe una capanna indiana”. Qui coglie la dolcezza malinconica della fine di agosto, l’ossimoro che trasforma un momentaneo mal de vivre nella scoperta della felicità dell’esistenza.

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Cottage

ANONIMO INGLESE DI FINE ‘800, “SCENA RURALE CON COTTAGE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Alle soglie d'autunno / in un tramonto / muto // scopri l'onda del tempo / e la tua resa / segreta
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ANTONIA POZZI, Parole

martedì 30 agosto 2016

Un cupo fiore selvatico

 

GAETANO ARCANGELIArcangeli

FINE D'AGOSTO

Dal sentiero
dove si apparta
dal mare aperto
la ritrosa campagna,
vedo al tramonto
vaghi colori
di brevi incanti terreni
sui monti violacei lontani.
Echi di clàcson
(perché mai così dolci)
si striano nell'aria
e vi affondano morbidi,
echi rispondono
dal cuore che pronto si desta
dall’arido sonno
del giorno,
e già si son tese nel cielo
gracili braccia,
bianche vene,
certo amorose
nel trasalire dell’ora.
Dall’arcaica campagna
del remoto sentiero
dov’è solo arsa verdura,
il tramonto che, appena
acceso, in cenere spegne
il fasto delle sue luci,
è un cupo fiore selvatico
che prova il ritegno
di spandere un suo
acuto e raro profumo.

(da Dal vivere, Testa, Bologna 1939)

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Con la fine di agosto si approssima ormai a declinare anche la bella stagione: “…e sta morendo nientemeno / che questa lunga estate…” chiosa nei versi di un’altra sua poesia il bolognese Gaetano Arcangeli (1910-1970). Lo fa con una dolcezza un poco malinconica, con un’intensità di cosa che si sa ormai perduta, almeno fino al prossimo giro delle stagioni.

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Sea-Grass-at-Sunset

RITA C. FORD, “SEA GRASS AT SUNSET”

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LA FRASE DEL GIORNO
Tutto quello che perdiamo era tutto quello che avevamo. Ma ce ne procuriamo dell’altro.
ERNEST HEMINGWAY, Il giardino dell’Eden

lunedì 29 agosto 2016

Il tuo cuore d’altranno

 

GESUALDO BUFALINO

ANNIVERSARIO

La festa abbaglia ancora i tuoi balconi
e il mare, sale una rosa di luce
antica sul tuo viso, ogni bengala
nel giro negro e veloce degli occhi
ti si ripete, e la musica fiera
degli spari: chissà se tu ripensi
il tuo cuore d’altranno, e le parole
che ci gridammo d’amore, sospesi
sui colori violenti della folla,
chissà se tu rammenti la mia voce.

(da L’amaro miele, Einaudi, 1982)

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C’è negli amori effimeri – quelli che durano lo spazio di una vacanza o di un’estate – il rischio che restino vivi più a lungo soltanto in uno dei due. È il caso di questi versi di Gesualdo Bufalino (1920-1996): lo scrittore siciliano ricrea l’atmosfera di una festa paesana (“L'odore di polvere da sparo / sparso per quartieri mentre una banda / accompagna le reliquie della santa” per citare una canzone composta dal duo siciliano Battiato-Sgalambro) e dipinge il volto della donna un tempo amata con quei fuochi d’artificio accesi in cielo come la domanda che si pone l’innamorato: “Lei mi ricorderà ancora?”

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Sciacca

FOTOGRAFIA © MATT CONTI

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LA FRASE DEL GIORNO
L'amore, nella maggior parte dei casi, è soltanto un prestito con cauzione
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GESUALDO BUFALINO, Il malpensante

domenica 28 agosto 2016

Con l’anima nuda

 

PIEDAD BONNETTBonnet

RITORNO ALLA POESIA

Ancora una volta torno da te.
Arrivo stanca, del tutto sola.
Porto la mia borsa piena di pena, traboccante
di pena infinita,
di dolore.
Vengo dai deserti con le labbra bruciate
e lo sguardo accecato
dal vento sferzante e dalla sabbia dura.
Fervendo di sete,
vengo a bere dalle tue profonde sorgenti,
a sprofondare tra le tue braccia,
braccia profonde di madre, e nel tuo petto
di amante, misterioso,
dove batte il tuo cuore come un enigma.
Adesso
che riposo al bordo della strada,
ti vedo apparire in ogni cosa:
nell’umile carro
in cui più verde è il verde dei cavoli,
e nell’azzurro in cui esplode il pomeriggio.
Umile torno da te con l’anima nuda
a cercare il riflesso del mio volto,
il mio vero volto
tra le tue acque.

(Vuelta a la poesía, da De círculo y ceniza, 1989)

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Piedad Bonnett (Amalfi, Antioquia, 1951), poetessa colombiana, vede la poesia come un’oasi, un tranquillo rifugio verde cui ritornare dopo avere attraversato il difficile deserto dei giorni. Lì, nell’intimità, nella serena tranquillità della poesia – come un bimbo tra le braccia della madre o l’amata che riposa allacciata al petto dell’amato – può analizzare finalmente se stessa, può denudare l’anima e trovare il suo vero volto.

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 Sorgente

FOTOGRAFIA © GOOD WP

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LA FRASE DEL GIORNO
Mi permetto di definire la poesia come il luogo dove il mistero del mondo si concentra in parole.
PIEDAD BONNETT

sabato 27 agosto 2016

Non ci sarai

 

JULIO CORTÁZARjulio-cortazar

IL FUTURO

E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada,
non nel mormorio che sgorga di notte
dai pali che la illuminano,
neppure nel gesto di scegliere il menù,
o nel sorriso che alleggerisce il “tutto completo” delle sotterranee,
nei libri prestati e nell'arrivederci a domani.

Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale delle parole,
né ci sarai in un numero di telefono
o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.
Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci,
all’angolo della strada mi fermerò,
a quell'angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono
e mangerò le cose che si mangiano
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
né qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,
né la fuori, in quel fiume di strade e di ponti.
Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, penserò un pensiero
che oscuramente cerca di ricordarsi di te.

(El futuro, da Salvo el crepúsculo, 1984 – Traduzione di Gianni Toti)

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È un’assenza che si fa presenza, che è sogno – il “futuro” del titolo – ma è già dolorosa memoria che scivola lentamente nell’oblio. Julio Cortázar (1914-1984), scrittore e drammaturgo argentino celebre per il romanzo Rayuela, costruisce un mondo metafisico in cui l’amata non c’è ormai più, nonostante il tentativo di trattenere il suo ricordo prigioniero del cuore.

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RAFAL OLBINSKI, “EXPLICIT INTROSPECTION”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ogni volta andrò sentendo meno e ricordando di più.
JULIO CORTÁZAR, Rayuela

venerdì 26 agosto 2016

Negli scuri prati dell’estate

 

HILDE DOMIN

COLCHICI AUTUNNALI

Per noi, a cui è bruciato lo stipite della porta,
sul quale erano segnati
gli anni dell’infanzia
centimetro per centimetro.

Noi, che non piantammo
un albero nel nostro giardino
per mettere
una sedia nella sua ombra crescente.

Noi, seduti sulla collina
come pastori incaricati
delle pecore di nuvole, che avanzano
nel pascolo blu sopra gli olmi.

Per noi, sempre in cammino
– un viaggio lungo una vita,
come tra pianeti –
dopo un nuovo inizio.

Per noi
nascono i colchici autunnali
negli scuri prati dell’estate,
e il bosco si riempie
di more e rosa canina –

Perché possiamo vedere nello specchio
e imparare
a leggere il nostro viso,
nel quale lentamente
si svela l’arrivo.

(da Alla fine è la parola, Del Vecchio, 2012 - Traduzione di Ondina Granato)

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Occorre ricordare un cenno biografico importante per comprendere appieno questi versi della poetessa tedesca Hilde Domin (1909-2006): all’avvento del nazismo, con il futuro marito Erwin Walter Palm, la scrittrice si trasferisce in Italia prima, quindi brevemente in Inghilterra e infine nella Repubblica Dominicana, dove vivrà quasi vent’anni prima di rientrare definitivamente in patria nel 1957. È quindi con occhi di esule, senza un passato, senza ricordi, che vede il “nuovo inizio”, quei prati estivi dove tra i rovi rosseggianti di more e le rose canine in fiore cominciano a spuntare i colchici che fioriranno d’autunno.

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Colchici

FOTOGRAFIA © THE WALLPAPER DB

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LA FRASE DEL GIORNO
Si deve saper andare via / e tuttavia essere come un albero: / come se le radici rimanessero nel terreno, /come se il paesaggio si muovesse e noi restassimo fermi.
HILDE DOMIN

giovedì 25 agosto 2016

Il terremoto

 

JOSÉ EMILIO PACHECO

LE ROVINE DEL MESSICO

(ELEGIA DEL RITORNO), I

1

Assurda è la materia che collassa,
il vuoto che penetra, la scissura.
No: la materia non si distrugge,
la forma che le diamo si polverizza,
le nostre opere diventano macerie.

2

La terra gira sostenendosi sul fuoco.
Dorme su una polveriera.
Ha al suo interno un rogo,
un inferno solido
che all’improvviso si converte in abisso.

3

La pietra dalla profondità batte sulla crosta terrestre.
Infrangendosi rompe il suo patto
con l’immobilità e si trasforma
nell’ariete della morte.

4

Da dentro viene il colpo,
la cavalcata triste,
la fuga precipitosa dell’invisibile, esplosione
di quello che credevamo immobile
e sempre in fermento.

5

Sale l’inferno per inghiottire la terra.
Il Vesuvio esplode all’interno.
La bomba sale invece di cadere.
Il raggio scaturisce in un pozzo di tenebre.

6

Sale dal fondo il vento della morte.
Il mondo trema in un fragore di morte.
La terra esce dal suo cardine di morte.
Come un fumo segreto avanza la morte.
Dalla sua gabbia profonda sfugge la morte.
Dalla più torbida profondità sorge la morte.

7

Il giorno si fa notte,
polvere è il sole,
il rombo lo riempie.

8

All’improvviso il solido si spezza
diventano friabili cemento e ferro,
l’asfalto si straccia, cadono giù
la vita e la città. Trionfa il pianeta
contro il disegno dei suoi invasori.

9

La casa che era difesa contro la notte e il freddo
la violenza delle intemperie,
il disamore, la fame e la sete,
si riduce a patibolo e tomba.
Chi sopravvive è prigioniero
della sabbia o nella rete dell’asfissia.

10

Solo quando ci manca apprezziamo l’aria,
quando restiamo come pesci intrappolati
nella rete dell’asfissia. Non ci sono buchi
per tornare al mare che era l’ossigeno
dove ci muovevamo liberi.
Il doppio peso dell’orrore e del terrore
ci ha tolti
dall’acqua della vita.

Solo nell’esilio comprendiamo
che vivere è avere spazio.
Ci fu un tempo
felice nel quale potevamo muoverci,
uscire, entrare e restare in piedi o sederci.
Ora tutto è caduto. Il mondo
ha chiuso porte e finestre.
Ora sappiamo cosa significa
un’espressione terribile:
sepolti vivi.

11

Arriva il terremoto e davanti ad esso non valgono
le preghiere né le suppliche.
Nasce dall’interno per distruggere
tutto quello che trova a portata di mano.
Sale, è visibile nella sua opera atroce.
La distruzione è la sua unica lingua.
Vuole essere venerato tra le rovine.

12

Il cosmo è il caos ma non lo sapevamo
o non riuscivamo a capirlo.
Il pianeta ruotando discende
in voragini di fuoco gelido?
La terra gira o cade? La caduta
infinita è il destino della materia?

Siamo natura e sogno. Perciò
siamo quello che sempre sale:
polvere nell’aria.

(da Guardo la terra, 1986)

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Il terremoto che ieri ha colpito Amatrice, Accumoli, Arquata e Pescara del Tronto ha suscitato notevole commozione in tutti noi. Lo sappiamo che l’Italia è paese sismico ma ogni volta che accade (Belice, Friuli, Irpinia, Assisi, Valnerina, San Giuliano di Puglia, L’Aquila, Emilia solo per citare i più recenti) non riusciamo a farcene una ragione. E diciamo che si dovrebbe intervenire per costruire abitazioni antisismiche come in Giappone – a Norcia, dopo il sisma del 1979, lo fecero e la città è rimasta intatta nonostante sia a pochi chilometri dall’epicentro. Ho cercato a lungo per trovare una poesia in tema e mi sono imbattuto in questa – durissima, dolorosa, difficile da leggere per le immagini che suscita – del poeta messicano José Emilio Pacheco (1939-2014), scritta dopo il sisma che devastò Città del Messico nel settembre 1985. Ha ragione: siamo solo polvere nell’aria.

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Italy Quake

FOTOGRAFIA © AP PHOTO/ALESSANDRA TARANTINO

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LA FRASE DEL GIORNO
La città scompare / sotto il quinto sole / non la castiga l’acqua / né la tigre, / né la furia del vento / né il fuoco che brucia / né il sacro piumaggio / del crepuscolo, / ma l’aprirsi / delle sue viscere.

MIRTA YAÑEZ

mercoledì 24 agosto 2016

E pensare a te

 

ERICH FRIED

NEI PENSIERI

Pensarti
e pensare a te
e pensare soltanto a te

e pensare a berti
e pensare ad amarti
e pensare e sperare

e sperare e sperare

e sperare sempre più
di rivederti sempre.
Non vederti

e nei pensieri
non soltanto pensarti
ma già berti
e già amarti.

E soltanto allora aprire gli occhi
e nei pensieri
soltanto allora vederti
e poi pensarti

e poi di nuovo amarti
e poi di nuovo berti
e poi vederti sempre più bella

e poi vederti pensare
e pensare che ti vedo
E vedere che posso pensarti

e sentirti
anche se per tanto tempo ancora
non potrò vederti.

(da È quel che è, Einaudi, 1988 – Traduzione di Andrea Casalegno)

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“Ogni volta / che penso a te / si forma nella testa / uno spazio vuoto / una specie di anticamera a te / dove non c’è nient'altro” scrive in un’altra poesia della raccolta È quel che è il poeta austriaco naturalizzato britannico Erich Fried (1921-1988): il pensiero dell’amata è desiderio, è già amore, nonostante la sua assenza.

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Olbinski

DIPINTO DI RAFAL OLBINSKI

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LA FRASE DEL GIORNO
È impossibile dice l’esperienza. / È quel che è dice l’amore.

ERICH FRIED, È quel che è

martedì 23 agosto 2016

La vita a sorsi lunghi

 

FLORBELA ESPANCA

IL MIO MONDO

Bevo la vita, la vita, a sorsi lunghi
come un divino vino di Falerno,
posando in te il mio guardare eterno
come le foglie fanno sopra i laghi.

I miei sogni ora son più vaghi,
il tuo guardare in me oggi è più dolce
E la vita adesso non è il rosso inferno
tutto di parvenze tristi e di presagi.

La vita, Amore mio, voglio viverla!
Nella stessa coppa, alzata nelle tue mani,
avremo bocche unite a berla.

Che importano il mondo e le illusioni defunte?
Che importano il mondo e i suoi orgogli vani?
Il mondo, amore? Le nostre bocche giunte!

(O nosso mundo, da Livro de Sóror Saudade, 1923 - Traduzione di Alberto Cappi)

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Donna emancipata, fuori dagli schemi dei primi decenni del secolo scorso – studentessa al liceo maschile di Évora, tra le prime donne a diplomarsi, tre matrimoni fallimentari e altrettanti divorzi – la poetessa portoghese Florbela Espanca (1894-1930), triste e tumultuosa, sensibile e infelice, rivendica il suo modo di vivere, la libertà presa a lunghi sorsi, l’amore per scelta. Ma non ne sarà capace: dopo aver trasformato la sua sofferenza in poesia, si ucciderà inghiottendo una dose letale di Veronal il giorno del suo trentaseiesimo compleanno.

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Vettriano

JACK VETTRIANO, “NIGHT TIME RITUALS II”

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LA FRASE DEL GIORNO
Le anime delle poetesse sono fatte interamente di luce, come le stelle: non accecano chi le guarda, lo illuminano.
FLORBELA ESPANCA

lunedì 22 agosto 2016

Le luci che i treni superano

 

KATE CLANCHYClanchy

L’ALBERO

Sono già mature le mele
sull’albero che Miss Coombes ci ha lasciato.
L’albero è chino quasi fino a terra.
Non avevo capito fino ad ora
il loro peso freddo, né come
si accalcano a coppie sui rami,
gialle, rotonde come lanterne cinesi
lungo una strada addobbata.

È il crepuscolo, e stai tornando a casa.
Immagino la dinamo della tua bici
tesa come una spoletta tra le strade
che imbrunano, a illuminare
casa nostra mentre ora, nella via,
si accendono le luci – l’oro
delle lampadine nelle piccole serre, i lingotti
di ingresso, la camera da letto, le scale.

Viviamo qui ora, e sebbene,
altrove, una ragazza si appoggi
al finestrino del treno, un dito
attorcigliato allo zaino zeppo
di tutto ciò che possiede –
questo ci basta. Siamo
le luci, le luci, le luci
che i treni superano nell’oscurità.

(The Tree, da Samarcanda, 1999 - Traduzione di Giorgia Sensi)

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Mi piacciono i tre piani di questa poesia di Kate Clanchy (Glasgow, 1965): la prima strofa è la constatazione del presente, la visione di un albero di mele nel giardino di casa; la seconda è il regno dell’immaginazione, appare l’amato che rincasa in bicicletta nella magia del crepuscolo; la terza è la valutazione del momento che i due si trovano a vivere: dopo aver messo da parte i sogni d’avventura, hanno finalmente trovato l’equilibrio del punto fermo, della casa illuminata accanto a cui sfrecciano i treni nella sera.

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Melo

DIPINTO DI ROSEMARY MILLETTE

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LA FRASE DEL GIORNO
Casa non è il posto, sono le persone.
LAURIE ARENT, NCIS: New Orleans, stagione 1, episodio 3

domenica 21 agosto 2016

Nel tuo specchio

 

DEREK WALCOTTWalcott

L’AMORE DOPO L’AMORE

Verrà il momento
in cui, con gioia,
saluterai te stesso mentre arrivi
alla tua porta, nel tuo specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro,

dicendo: siediti qui. Mangia.
Amerai di nuovo l’estraneo che era in te.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, all’estraneo che ti ha amato

per tutta la vita, che hai ignorato
per un altro, che ti conosce a memoria.
Togli le lettere d’amore dallo scaffale dei libri,

le foto, gli appunti disperati,
sbuccia la tua immagine dallo specchio.
Siediti. Banchetta con la tua vita.

(Love after love, da Uve di mare, 1976 – Traduzione di Matteo Campagnoli)

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Devo ammettere di essere rimasto affascinato la prima volta che lessi questa poesia del Premio Nobel di Saint Lucia Derek Walcott (Castries, 1930): era un momento di passaggio nella mia vita e la interpretai forse con maggiore intensità proprio per quello. C’è l’accettazione di se stessi, la possibilità infine di prendersi per quello che si è, di decidere infine di vivere pienamente la propria vita.

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ManInTheMirror

KATHLEEN STEEGMANS, “MAN IN THE MIRROR”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ah, pane della vita, che solo l'amore sa far lievitare!

DEREK WALCOTT, Mezza estate

sabato 20 agosto 2016

Quella fiamma di lino

 

GIORGIO CAPRONI

INCONTRO

Nell’aria fresca d’odore
di calce per nuove case,
un attimo: e più non resta
del tuo transito breve
in me che quella fiamma
di lino – quell’istantaneo
battito delle ciglia,
e il pànico del tuo sorpreso
– nero, lucido – sguardo.

(da Ballo a Fontanigorda, 1938)

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C’è spesso in Giorgio Caproni (1912-1990) questo gusto sensoriale: in questo caso è l’olfatto – l’odore aspro della calce – a fondersi con una sensazione indefinibile, l’incrocio fugace con una donna (una delle tanti passanti che attirano i poeti, ma questo è un altro discorso), che se ne va lasciando dietro di sé soltanto la sua immagine già perduta nella memoria: “Ma io sento ancora / fresco sulla mia pelle Il vento / d’una fanciulla passatami a fianco / di corsa”.

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Kohn

ANDRE KOHN, “WOMAN IN RED DRESS”

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LA FRASE DEL GIORNO
Tutti riceviamo un dono. / Poi, non ricordiamo più / né da chi  né che sia. / Soltanto, ne conserviamo / – pungente e senza condono – / la spina della nostalgia.
GIORGIO CAPRONI, Res amissa

venerdì 19 agosto 2016

Vieni, passeggiamo


IZET SARAJLIĆ

QUEI DUE ABBRACCIATI


Quei due abbracciati sulla riva del Reno a Gottlieben
potevamo essere anche tu ed io,
ma noi due non passeggeremo mai più
su nessuna riva abbracciati.
Vieni, passeggiamo almeno in questa poesia.


2000

(da Qualcuno ha suonato, Multimedia Edizioni, 2009 – Trad. Sinan Gudžević e Raffaella Marzano)

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Nel sogno ad occhi aperti Izet Sarajlić (1930-2002), poeta bosniaco, rivive per un istante quello che fu il suo amore per la moglie Mikica, morta per gli stenti della guerra di Bosnia. Quella coppia allacciata è per l’immaginazione la memoria vivente di ciò che un tempo costituì un bellissimo e profondo rapporto sentimentale – lui musulmano, lei cattolica - e che nella poesia vive ancora.

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Afremov

 LEONID AFREMOV, “CITY BY THE LAKE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Resta col mio ti amo che sopravvivrà a tutte le mie / lamentevoli nenie, a tutte le mie trasformazioni.
IZET SARAILIĆ, Chi ha fatto il turno di notte

giovedì 18 agosto 2016

Quando il tempo

 

LUIS ALBERTO DE CUENCA

GIANO

Dici che io sono soltanto Henry Jekyll
e non esiste formula nel mondo
capace di cambiarmi in Mr. Hyde.
Quando trascorreranno i giorni o gli anni,
quando il tempo ci avrà condotti ad altri fuochi,
verso un’altra pienezza o un altro disastro,
immaginami allora, immagina
i tratti del mio volto, ricostruisci
ciò che il tuo gelo ha trasformato in cenere.
E nel ricordo schivo della tua freddezza,
nella memoria della tua lontananza,
Edward Hyde sarò, e per un istante
mi amerai, anche se sarò ormai lontano;
e sarà bello, ché per un istante
io, e non altri, sarò la tua tristezza
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(Jano, da La caja de plata, 1985 - Traduzione di Stefano Bernardinelli)

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Giano è il dio romano delle porte, dei ponti e dei passaggi: quindi può con le sue due facce opposte guardare avanti e indietro, può conoscere il passato e il futuro, l’inizio e la fine, al contrario di noi che siamo immersi in un continuo presente. Il poeta spagnolo Luis Alberto De Cuenca (Madrid, 1950) investiga sulla forza del tempo, sulla possibilità del mutamento, sul fatto che un amore possa dissolversi e l’amante premuroso Jekyll diventare l’ex amante Hyde, divenuto un giorno insopportabile ma poi nuovamente rimpianto.

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Giano

VALKEA, “JANUS“

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LA FRASE DEL GIORNO
Il futuro entra in noi, per trasformarsi in noi, molto prima che accada.
RAINER MARIA RILKE, Lettere a un giovane poeta

mercoledì 17 agosto 2016

Il desiderio di te

 

MARGHERITA GUIDACCI

È COME UNA MANCANZA DI RESPIRO

È come una mancanza di respiro
e un senso di morire
quando mi stringe improvviso
il desiderio di te tanto lontano
e nulla può calmarlo, altro pensiero
non può occuparmi, tranne il Paradiso
che sarebbe per me lo starti accanto.
Ma poiché ciò m’è negato, più cara,
molto più cara d’una fredda pace
mi è la stretta indicibile –
quasi marchio di fuoco che proclami
ancora e sempre quanto sono tua.
A nessun costo vorrei separarmi
da questo mio dolore.

(da Anelli del tempo, Edizioni Città di Vita, 1993)

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Un amore lontano, che genera un senso d’asfissia, un’ansia generata dalla forza di quel desiderio frustrato di essere accanto, che si alimenta di continuo. È questo il tema dei versi di Margherita Guidacci (1921-1992), poetessa fiorentina: una distanza che fa male, che è nostalgia, malinconia, ma che alla fine è tutto quello che in questa lontananza si possiede.

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Vetro

IMMAGINE DA PINTEREST

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LA FRASE DEL GIORNO
Se siamo in esilio, vogliamo serbare ogni ricordo delle nostre radici; se ci troviamo lontani dalla persona amata, chiunque passi per la strada ce la fa ricordare.
PAULO COELHO, Undici minuti

martedì 16 agosto 2016

Dieci versi fa

 

MARIA LUISA SPAZIANI

CHI RITORNA DA UN VIAGGIO LUNGHISSIMO

Chi ritorna da un viaggio lunghissimo
non è più la stessa persona.
Ha raccolto colori, paesaggi,
temperature, odori, inverni e sole.
Pare che una cicogna sia passata
ieri sul centro storico. Saliva
dal Vittoriano, sfiorava la mia casa
e puntava laggiù verso San Pietro.
Anche lei, a ogni viaggio, è diversa?
Ma io stessa lo sono, sembra strano,
da quella che scriveva poco fa,
sì, dieci versi fa.

(da La luna è già alta, Mondadori, 2006)

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Il poeta latino Sesto Properzio nelle sue Elegie (I,12) trova l’amata Cinzia diversa dopo un viaggio: “Non sum ego qui fueram : mutat via longa puellas” (Non son più quel che ero: lunghi viaggi trasformano le ragazze). È lo stesso assunto da cui parte la poetessa torinese Maria Luisa Spaziani (1922-2014): i viaggi ci cambiano, ci arricchiscono interiormente, spiritualmente e culturalmente. E anche scrivere, metterci a nudo sulla carta o sullo schermo di un computer, è un viaggio.

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Cicogna

FOTOGRAFIA © R. VELDHUYZEN

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LA FRASE DEL GIORNO
Se faccio un sogno, e poi / me ne nascono versi, / quei versi sono il sogno / che sognate con me.
MARIA LUISA SPAZIANI, Il fasto dell’ortica

lunedì 15 agosto 2016

Girasole stanco del tempo

 

ELIZABETH SMART330px-Elizabeth_Smart_Sketch

IL GIRASOLE DI BLAKE

I

Perché Blake ha detto
“Girasole stanco del tempo”?
Quando li vedo
sembrano dire
Adesso! con un fragore
di piatti!
Così soddisfatti
e positivi
assolutamente deliziosi
nella loro tonda luminosità.

II

Scusa, Blake!
Ora vedo cosa vuoi dire.
Tempeste e geli hanno guastato
la loro deliziosa luce
e sebbene siano ancora in piedi
nulla potrebbe dire lo sconforto
più delle loro stanche
disilluse
teste ciondolanti.

(Blake’s sunflower, da A Bonus, 1977)

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Elizabeth Smart (1913-1986), narratrice e poetessa canadese, contesta un verso di William Blake (“Ah! sunflower, weary of time”) magnificando la bellezza dei girasoli, la loro fiammeggiante poesia nel sole d’estate. Ma, pensandoci bene, deve dare ragione al poeta inglese: quella fatica di resistere al tempo diventa evidente quando la bellezza sfiorisce, quando giungono l’autunno e l’inverno e i girasoli continuano a rimanere al loro posto, appassiti e malconci.

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Girasole

FOTOGRAFIA © DESKTOP-WALL-PAPER

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LA FRASE DEL GIORNO
Chi mai sognò che la bellezza trascorre come un sogno?

WILLIAM BLAKE, Poesie

domenica 14 agosto 2016

Rose e stelle

 

ADA NEGRI

NOTTE DI CAPRI

Così basse le stelle sul capo, che par mi vogliano incoronare.
Se alzassi a pena - per gioco - la mano, forse le potrei toccare.
Ma non ho forza d’alzar la mano: l’aria sa troppo di rose bianche.
Rose e stelle si guardano, fisse, con occhi immensi di donne stanche.
C’è così poco fra loro: un po’ d’aria: solo un po’ d’aria; e non posson baciarsi.
C’è così poco fra me e te: un po’ d’aria: solo un po’ d’aria; e non posso baciarti.
Tu sei nascosto; ma la tua vita chiama nell’ombra i miei sensi veglianti.
Il mare è nascosto; ma il suo respiro empie la notte di tutti i miei pianti.

(da I canti dell'isola, Mondadori, 1924)

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Il grande amore atteso a lungo, non il marito, sposato a 26 anni e dal quale si separò nel 1913, ma quello apparso ormai nella maturità, capace di originare in lei una passione travolgente: quello che Ada Negri (1870-1945) trovò e perse nel breve volgere di qualche anno, strappatole dall’epidemia di febbre spagnola che colpì l’Europa nell’inverno 1918-1919. È lui il protagonista dei canti d’amore disperato che danno una nuova linfa ai suoi versi: nella notte di Capri la poetessa lodigiana fonde la bellezza della natura con la forza dolorosa del ricordo.

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Capri

FOTOGRAFIA © BARBARA CONELLI

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LA FRASE DEL GIORNO
Ho male di luce, ho male di te, Capri solare. / Oh, troppo bella, oh, simile all'onda sul capo del naufrago.
ADA NEGRI, I canti dell’isola

sabato 13 agosto 2016

Il disinganno

 

VINCENZO CARDARELLI

PASSAGGI

Le voglie trattenute
mi stemprano in languide inedie.
E il riso spunta sulle fissità.
Amori senza connubio
passano
come frutti sul ramo.
Il più frettoloso figliolo
del Tempo, il Disinganno,
che si nutre di sottigliezze
acerrime e conclusive,
ancora intatti li uccide
i sogni della mia indecisione
.

(da Poesie, 1942)

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L’eco leopardiana risuona sovente nelle poesie di Vincenzo Cardarelli (1887-1959), un Leopardi meno intenso, sbiadito dall’assenza quasi totale delle immagini, ma “cucinato” con tutti i suoi ingredienti tipici: il disinganno, le illusioni schiantate, lo scorrere delle stagioni.

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Richard Bergh - Sera d'estate nordica

RICHARD BERG, “SERA D’ESTATE NORDICA”

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LA FRASE DEL GIORNO
Qualcosa ci è sempre rimasto, / amaro vanto, / di non ceduto ai nostri abbandoni, / qualcosa ci è sempre mancato.
VINCENZO CARDARELLI, Poesie

venerdì 12 agosto 2016

Fare di due vita una

 

UMBERTO SABA

CARO LUOGO

Vagammo tutto il pomeriggio in cerca
d’un luogo a fare di due vite una.

Rumorosa la vita, adulta, ostile,
minacciava la nostra giovinezza.

Ma qui giunti ove ancor cantano i grilli,
quanto silenzio sotto questa luna.

(da Il canzoniere, sezione Ultime cose, Einaudi, 1978)

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Sembra una favola questa poesia di Umberto Saba (1883-1957) e invece racchiude tutta una vita, anzi due vite, essendo una poesia d’amore che spazia dal passato remoto del primo verso al sottinteso presente dell’ultima strofa. L’ho presa dall’agenda su cui da adolescente copiavo le poesie che mi colpivano: è chiaro che allora mi intrigava quel sogno d’amore, quel sensuale “fare di due vite una” in un caro luogo che mi immaginavo romanticamente essere un campo di grano. Ora invece riesco a cogliere quei riferimenti alle minacce della vita adulta, alla quiete finalmente raggiunta di un sogno appagato sotto la luna d’estate.

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Lovers2

FOTOGRAFIA © HDWALLPAPER

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LA FRASE DEL GIORNO
Oggi è il meglio di ieri, / se non è ancora la felicità
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UMBERTO SABA, Parole

giovedì 11 agosto 2016

Cose vissute

 

ALFRED KOLLERITSCH

STRUTTURA

Che cosa aspetta dall’ultima volta,
tenuto in caldo dallo sguardo all’indietro,
tracce di mele, libri, ombre,
tracce di angoscia, qualcosa di annullato, la felicità?
È nella profondità della camera,
là lo sguardo di lei, il respiro fino all’insuperabile,
comune esser soli.

Nessuna parola dovrebbe sfuggire,
neppure un granello di polvere,
quel che è rimasto indica,
nulla promesso, cose vissute
catturate dai giorni,
risalendo il fiume qualcosa è in fuga.

Il ritorno fino alla sorgente,
a casa nell’erompere,
lo scomparire
si vela,
va oltre la sorgente,
libero di niente.

(Traduzione di Riccarda Novello)

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“Se si dà alla poesia il valore di cosa del mondo, allora anche le altre cose del mondo si illuminano diversamente e si è indotti a riflettere su cosa sia poi il mondo, in cui l’apparire accade, prima che si richiuda nell’essere-apparso”: questa è l’idea di Alfred Kolleritsch (Brunnsee, 1931), poeta dell’avanguardia austriaca. La poesia quindi destruttura l’ordine delle cose per raggiungere la libertà del rinnovamento.

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Mele

FOTOGRAFIA © FORWALLPAPER

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LA FRASE DEL GIORNO
Tutto quel che / si dà l’occasione / di lasciare che le poesie siano, / loro perdono il proprio luogo / atterrite, quel che hanno inteso / è svanito dietro l’angolo, / se ne stanno vuote, disabitate.
ALFRED KOLLERITSCH

mercoledì 10 agosto 2016

Quelle sere d’agosto

 

TRILUSSATrilussa_15

STELLA CADENTE

Quanno me godo da la loggia mia
quele sere d’agosto tanto belle
ch’er celo troppo carico de stelle
se pija er lusso de buttalle via,
ad ognuna che casca penso spesso
a le speranze che se porta appresso.
 
Perché la gente immagina sur serio
che chi se sbriga a chiede qualche cosa
finche la striscia resta luminosa,
la stella je soddisfa er desiderio;
ma, se se smorza prima, bonanotte:
la speranzella se ne va a fa’ fotte.
 
Jersera, ar Pincio, in via d’esperimento,
guardai la stella e chiesi: “Bramerei
de ritrovamme a tuppertù co’ lei
come trent’anni fa: per un momento.
Come starà Lullù? Dov’è finita
la donna ch’ho più amato ne la vita?”
 
Allora chiusi gli occhi e ripensai
a le gioje, a le pene, a li rimorsi,
ar primo giorno quanno ce discorsi,
a quela sera che ce liticai...
E rivedevo tutto a mano a mano,
in un nebbione piucchemmai lontano.
 
Ma ner ricordo debbole e confuso
ecco che m’è riapparsa la biondina
Quanno venne da me quela mattina,
giovene, bella, dritta come un fuso,
che me diceva sottovoce:”E’ tanto
che sospiravo de tornatte accanto!”
 
Er fatto me pareva così vero
che feci fra de me:- Questa è la prova
che la gioja passata se ritrova
solo nel labirinto der pensiero.
Qualunquesia speranza è un brutto tiro
de l’illusione che ce pija in giro - .
 
Però ce fu la mano der Destino:
perchè doppo nemmanco un quarto d’ora,
giro la testa e vedo una signora
ch’annava a spasso con un cagnolino.
Una de quelle bionde ossiggenate
che perloppiù ricicceno d’estate.
 
- Chissà - pensai - che pure ‘sta grassona
co’ quer po’ po’ de robba che je balla
nun sia stata carina? - E ner guardalla
trovai ch’assomigliava a ‘na persona...
Speciarmente er nasino pe’ l’insù
me ricordava quello de Lullù...
 
Era lei? Nu’ lo so. Da certe mosse,
da la maniera de guardà la gente,
avrei detto: - E’ Lullù sicuramente...-
Ma ner dubbio che fosse o che nun fosse
richiusi l’occhi e ritornai da quella
ch’avevo combinato co’ la stella.

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È San Lorenzo, è tempo di Perseidi – le cosiddette stelle cadenti – lo sciame meteorico che attraversa la Terra dalla fine di luglio fino al 20 agosto circa con la massima visibilità a ridosso di San Lorenzo, il 10 agosto, da cui prendono anche il nome popolare di “lacrime di San Lorenzo”. La tradizione di esprimere un desiderio quando se ne scorge una passare nel cielo ispira uno scettico Trilussa, che si esprime nel consueto dialetto romanesco (la traduzione è superflua, qualche problema potrebbe dare solo “ricicceno”, che vale rispuntano, tornano fuori): ne nasce una poesia di sogni e illusioni, di rimpianti e disinganni che alla fine lasciano però tutto com’è.

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FOTOGRAFIA © SCOTTISH DARK SKY OBSERVATORY

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LA FRASE DEL GIORNO
Là! hai visto / Quella scintilla volare su di noi? Le stelle / In cielo neanche son sicure. / E di me, che sarà, amore, di me?
DAVID HERBERT LAWRENCE, Amores

martedì 9 agosto 2016

Centenario di Guido Gozzano

 

Socchiudo gli occhi, estranio
ai casi della vita.
Sento fra le mie dita
la forma del mio cranio...
Ma dunque esisto! O Strano!
vive tra il Tutto e il Niente
questa cosa vivente
detta guidogozzano!

Il 9 agosto 1916 moriva Guido Gozzano, stroncato dalla tisi: “Non so che triste affanno mi consumi / sono malato e nei miei dì peggiori” . Non aveva ancora compiuto trentatré anni. Eppure la sua vita, come una meteora scintillante, ha lasciato una traccia luminosissima nella poesia italiana, con quei Crepuscolari di cui fu l’esponente più geniale: creò un mondo artificioso, storicamente superato, con quelle “buone cose di pessimo gusto” dove recitare egli stesso la sua parte di poeta amaramente malinconico – “l'uomo d'altri tempi, un buono / sentimentale giovine romantico... // Quello che fingo d'essere e non sono!”. Ne consegue la cesura tra la vita e l’arte, in cui la poesia viene a rivestire il ruolo del sogno (perseguendo mie chimere vane): non è un caso che protagonisti dei versi di Gozzano siano molto spesso “le cose che potevano essere e non sono”, gli amori impossibili, le ipotesi, le illusioni bruciate sull’altare del passato.

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Gozzano

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da I colloqui, 1911

I COLLOQUI

                ...reduce dall'Amore e dalla Morte
                gli hanno mentito le due cose belle...
I.

Venticinqu’anni!... sono vecchio, sono
vecchio! Passò la giovinezza prima,
il dono mi lasciò dell'abbandono!

Un libro di passato, ov’io reprima
il mio singhiozzo e il pallido vestigio
riconosca di lei, tra rima e rima.

Venticinqu’anni! Medito il prodigio
biblico... guardo il sole che declina
già lentamente sul mio cielo grigio.

Venticinqu’anni... ed ecco la trentina
inquietante, torbida d’istinti
moribondi... ecco poi la quarantina

spaventosa, l’età cupa dei vinti,
poi la vecchiezza, l’orrida vecchiezza
dai denti finti e dai capelli tinti.

O non assai goduta giovinezza,
oggi ti vedo quale fosti, vedo
il tuo sorriso, amante che s’apprezza

solo nell’ora trista del congedo!
Venticinqu’anni!... Come più m’avanzo
all’altra meta, gioventù, m’avvedo

che fosti bella come un bel romanzo!


II.

Ma un bel romanzo che non fu vissuto
da me, ch’io vidi vivere da quello
che mi seguì, dal mio fratello muto.

Io piansi e risi per quel mio fratello
che pianse e rise, e fu come lo spetro
ideale di me, giovine e bello.

A ciascun passo mi rivolsi indietro,
curioso di lui, con occhi fissi
spiando il suo pensiero, or gaio or tetro.

Egli pensò le cose ch’io ridissi,
confortò la mia pena in sé romita,
e visse quella vita che non vissi.

Egli ama e vive la sua dolce vita;
non io che, solo nei miei sogni d’arte,
narrai la bella favola compita.

Non vissi. Muto sulle mute carte
ritrassi lui, meravigliando spesso.
Non vivo. Solo, gelido, in disparte,

sorrido e guardo vivere me stesso.

.

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da Poesie sparse

A UN DEMAGOGO

Tu dici bene: è tempo che consacri
ai fratelli la mente che si estolle
anche il poeta, citaredo folle
rapido negli antichi simulacri!

Non più le tempie coronate d’acri
serti di rose alla Bellezza molle;
venga all'aperto! Canti tra le folle,
stenda la mano ai suoi fratelli sacri!

E tu non mi perdoni se m’indugio,
poiché di rose non si fanno spade
per la lotta dei tuoi sogni vermigli.

Ma un fiore gitterò dal mio rifugio
sempre a chi soffre e sogna e piange e cade.
Eccoti un fiore, o tu che mi somigli!

.

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ALTRE POESIE DI GOZZANO SUL “CANTO DELLE SIRENE”

Ad un’ignota

Cocotte

Convito

Dell’Aurora

Il buon compagno

Il gioco del silenzio

Invernale

Ketty

La più bella

La signorina Felicita, VIII

L’esilio

L’ipotesi

L’onesto rifiuto

L’ultima infedeltà

Ora di grazia

Risveglio sul Picco d’Adamo

Salvezza

Speranza

Totò Merùmeni

Un rimorso

… E UN RACCONTO

Il Natale di Fortunato

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LA FRASE DEL GIORNO
Non l'arte imita la vita, ma la vita l'arte; le cose non esistono se prima non le rivelano gli artisti.
GUIDO GOZZANO, L’altare del passato

lunedì 8 agosto 2016

La pioggia d’estate

 

YVES BONNEFOYBonnefoy

LA PIOGGIA D’ESTATE

I

Ma il più caro, ma non
il meno crudele,
di tutti i nostri ricordi, la pioggia d’estate
improvvisa, breve.

Andavamo, ed era
in un altro mondo,
le nostre bocche s’inebriavano
dell’odore dell’erba.

Terra,
la stoffa della pioggia s’incollava su di te.
Era come il seno
che un pittore avrebbe sognato.


II

E subito dopo il cielo
ci accordava
quell’oro che l’alchimia
aveva tanto cercato.

Lo toccavamo, brillante,
sui rami bassi,
ne amavamo il gusto
d’acqua sulle nostre labbra.

E quando raccoglievamo
rami e foglie cadute,
quel fumo la sera, di colpo, quel fuoco,
era ancora l‘oro.

(da La pioggia d’estate, 1999)

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La pioggia d’estate ha un suo fascino particolare (o almeno aveva, visto che ormai si presenta sotto forma di temporali violentissimi). Il compianto poeta francese Yves Bonnefoy (1923-2016) coglie la bellezza, la purezza di quella sorpresa improvvisa, la magia dell’acquazzone che poi finisce lasciando un cielo dorato, il cielo che si fisserà nella memoria e ritornerà nelle sere d’inverno come un sogno.

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Duc de Salier

FOTOGRAFIA © DUC DE SALIER/500 PX

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LA FRASE DEL GIORNO
Piove su le nostre mani / ignude, / su i nostri vestimenti / leggieri, / su i freschi pensieri / che l'anima schiude / novella, / su la favola bella / che ieri / m'illuse, che oggi t'illude.
GABRIELE D’ANNUNZIO, Alcyone

domenica 7 agosto 2016

Quel che svanisce

 

MARK STRAND

GUARDIANA

Il sole che cala. I tappeti erbosi in fiamme.
Il giorno perso, la luce persa.
Perché amo quel che svanisce?

Tu che te ne sei andata, che te ne stavi andando,
che stanze di tenebra abiti?
Guardiana della mia morte,

preserva la mia assenza. Sono vivo.

(The guardian, da Darker, 1970 – Traduzione di Damiano Abeni)

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“Perché amo quel che svanisce?”: c’è un che di leopardiano  e di crepuscolare nei versi di Mark Strand (1934-2014), poeta statunitense di origini canadesi. L’assenza disegna la sua prospettiva, tinge con le sue ombre tutto il paesaggio e il poeta vi si abbandona come ad un sogno metafisico: “Aver amato come accade nelle ore vuote del tardo pomeriggio; lasciarsi andare e concepire un viaggio che alle spalle non lascia traccia di se stesso”.

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Dauphinee

EDWARD HOPPER; “DAUPHINEE HOUSE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Il cuore vuoto non può eseguire gli ordini della mente. Se ne sta seduto al buio, a fantasticare, e il vuoto si accresce
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MARK STRAND, Quasi invisibile

sabato 6 agosto 2016

I nomi delle cose

 

MARIA DO ROSÁRIO PEDREIRA

LEGGI, SONO QUESTI I NOMI DELLE COSE

Leggi, sono questi i nomi delle cose che
lasciasti – me, libri, il tuo profumo
sparso per la stanza; sogni una
metà e dolori il doppio, baci per
tutto il corpo come tagli profondi
che non si rimargineranno mai; e libri, nostalgia,
la chiave di una casa che non è mai stata la
nostra, una vestaglia di flanella blu che
indosso quando faccio questo elenco:

libri, risa che non riesco a mettere in ordine,
e rabbia – un vaso di orchidee che
amavi tanto senza che io sapessi il perché e
che forse per questo non tornai a innaffiare; e
libri, il letto disfatto per tanti giorni,
una lettera sul tuo cuscino e tanta
afflizione, tanta solitudine; e in un cassetto
due biglietti per un film d’amore che
non hai visto con me, e altri libri, e anche
una camicia sbiadita con la quale dormo
di notte per stare più vicino a te; e, da

tutte le parti, libri, tanti libri, tante
parola che mai mi hai detto prima della
lettera che scrivesti quella mattina, e io,
io che ancora credo che tornerai, che
ritorni, sia pure solo per i tuoi libri
.

(Lê, são estes os nomes das coisas, da Nessun nome dopo, 2004 - Traduzione di Mirella Abriani)

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La poesia dell’abbandono di Maria do Rosário Pedreira (Lisbona, 1959) trova appiglio negli oggetti come forma di memoria: è in essi che quell’amore continua a vivere, ad essere possibile, è in essi che fiorisce la speranza del ritorno: “i tuoi baci si trovavano ancora tutti / sulla mia bocca e il disegno delle tue mani / sulla mia pelle”.

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Vettriano

JACK VETTRIANO, “IN THOUGHTS OF YOU”

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LA FRASE DEL GIORNO
E, per amore, si mise / a disegnare il tempo come una linea stordita, sempre / al cadere di una pagina, a prolungare il mancato incontro
.
MARIA DO ROSÁRIO PEDREIRA, La casa e l’odore dei libri

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