giovedì 9 giugno 2011

Anima e corpo


“Dopo il pranzo Nataša, pregata dal principe Andrej, andò al clavicembalo e si mise a cantare. Il principe Andrej stava ritto a una finestra, parlando con le signore, e tendeva l’orecchio a lei. A mezzo di una di quelle frasi musicali, il principe Andrej ammutolì, e sentì, sorpreso, che in gola gli saliva il pianto, cosa di cui non si sarebbe creduto capace. Posò lo sguardo su Nataša che cantava, e nell’intimo dell’essere gli avvenne qualcosa di nuovo e di felice. Si sentiva felice e, nello stesso tempo, si sentiva triste. Non aveva, assolutamente, nessuna ragione di piangere, eppure stava sul punto di rompere a piangere. Di che cosa? Dell’amore d’un tempo? Della piccola principessa? Delle delusioni patite?… Delle speranze nell’avvenire?… Sì e no. Più d’ogni altra cosa, quello di cui gli veniva voglia di piangere, era (nell’improvvisa, viva coscienza che gliela svelava) la tremenda contraddizione fra un che d’infinito, di sublime e d’indefinibile, che c’era in lui, e un che di angusto e di corporeo, che costituiva l’essere suo, e anche l’essere di lei. Questa contraddizione lo struggeva e lo faceva esultare mentre lei veniva cantando”.

È un brano di Guerra e pace di Lev Tolstoj, esattamente dal capitolo XIX della terza parte del secondo libro: nel classico modo di raccontare tolstojano i personaggi si scaldano e si accendono di qualcosa che trascende le vicende umane. Così il principe Andrej Bolkonskij, ferito ad Austerlitz e colpito poco tempo prima dalla morte di parto della moglie Lisa, ha una rivelazione in una serata mondana a casa dei Rostov, mentre la bella Nataša canta accompagnandosi al clavicembalo. Felicità e tristezza fuse insieme, un’emozione fortissima che gli impedirà poi di dormire e che ancora non è in grado di chiamare amore per Nataša. Ma quella sera il principe Andrej prova qualcosa che tutti noi probabilmente abbiamo provato – che sia stato l’amore o una sera in riva al mare o una notte in un rifugio montano a guardare le stelle – e cioè la sensazione di avere un qualcosa che travalica il nostro corpo, chiamiamolo anima oppure essere o ancora spirito. Quella sensazione che ci fa capire di come l’infinito possa raccogliersi nel piccolo, di come sia vera l’affermazione delle Upanishad che “l’anima tua è l’intero mondo”.

Anima e corpo dunque, in stretta relazione secondo Marcel Arland, che scrisse in Où le coeur se partage “Il corpo è uno dei nomi dell’anima, e non il più indecente”. E anche per una delle Note azzurre di Carlo Dossi, la n. 1929: “Il corpo = la vagina dell’anima”. Così anche per Marguerite Yourcenar che in Alexis nota: “L'anima e la carne non sono divisibili, l'una contiene l'altra come la tastiera i suoni”. E il Premio Nobel portoghese José Saramago, nel Vangelo secondo Gesù, arriva a sperare che “Forse i sogni sono i ricordi che l’anima ha del corpo”.

.

image

Una scena dal film Guerra e pace del 1955 © Syracuse.com

.

--------------------------------------------------------------------------------------------------------
LA FRASE DEL GIORNO
Come corpo ognuno è singolo, come anima mai.
HERMANN HESSE, il lupo della steppa

3 commenti:

Veronica ha detto...

Spiegami amore
come si fa ad amare la carne
senza baciarne l'anima.
Alda Merini

Veronica ha detto...

p.s. Penso che il corpo sia soltanto un tramite,non solo della propria anima ma tra la propria anima e quella dell'universo. E'lo strumento sensoriale attraverso cui riusciamo a scrutare e a percepire l'intangibile.Gli occhi sono il mezzo privilegiato di una sensorialità che trascende e che diventa sensibilità, capacità di toccare ciò che non è reale se non per lo sguardo che ci offre la sensibilità dell'anima.

DR ha detto...

Grazie, Veornica: la Merini ci stava bene. Su occhi e anima mi sono ricordato di avere scritto un vecchio post

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...