sabato 28 agosto 2010

Sera d’agosto al Laterano

GIORGIO VIGOLO

LATERANO

Nella sera d'agosto
squallida piove un poco
sulla città vuota e calda.
Poi restano i lastrici
neri, zuppi, le mura
che fumano. Io vago
come fantasma nella piazza deserta
di Laterano, mentre
s' accendono i lumi e cadono
tutti i tramezzi della memoria
come nei sogni: rivivo insieme
le infinite volte che sono passato
di qui, desideroso, immaginario,
quasi sempre felice di vagare
nella mia dimensione
d'una avventura
impossibile col tempo,
coevo di tutti gli evi.
Così in questo momento
i miei anni
si aprono insieme al ricordo,
cantano sotto voce
come un coro di morti giovani e belli
il motivo strano della mia vita.

(da “Nuove poesie”, Mondadori, 1967)

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Nelle poesie di Giorgio Vigolo (Roma, 1894-1983) la parola racchiude memorie e sensazioni che si manifestano attraverso uno stile nudo, rivelando l’angoscia del vivere. Le cose si presentano come un miraggio davanti alla capacità quasi allucinatoria del poeta, si trasfigurano, trasmigrano nel sogno. Così è anche questa Piazza del Laterano, deserta in una umida e piovosa serata d’agosto che evoca fantasmi e memorie tra i quali diventa spettro lo stesso Vigolo mentre ripercorre i giorni.

E bene esprime “Laterano” questo aspetto della sua poetica: l’universo percepito come una trasmutazione continua di forme colte nel loro millenario esistere; Roma è così protagonista indiscussa lungo tutta l’opera di Vigolo: è il luogo della perduta armonia, contemporaneamente eden personale e prigione.

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Fotografia © DR

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LA FRASE DEL GIORNO
Sorprendo / nel sangue / una gioia che sale: / il ricordo / di felici tempeste / sommuove l'inerte.
GIORGIO VIGOLO, Linea della vita

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