TOVE DITLEVSEN
DOMENICA
La domenica non succede mai niente.
La domenica non si trova mai un nuovo amore.
È il giorno degli infelici.
Giorno della pensione o giorno della famiglia.
Le ore più dolorose dell'amante
quando immagina l'amato
con i figli sulle ginocchia
mentre sua moglie, sorridendo,
entra ed esce con vassoi invitanti.
Un giorno maledetto.
Una volta doveva essere diverso.
Perché altrimenti dovremmo tutti
aspettare con ansia la domenica per tutta la settimana?
Forse quando eravamo a scuola?
Ma già allora le campane suonavano
tristi e grigie come la pioggia e la morte.
A quel punto le voci degli adulti
erano deboli e silenziose come se cercassero
invano le parole della domenica.
L'odore di umidità e di pane ammuffito,
del sonno, di stivali di gomma e cicoria
già invadeva le scale allora
e la strada, che era dura, vuota e diversa
in modo desolato.
L'odore della domenica ci riempiva
con lo spesso strato di delusione
che segue un'aspettativa
senza un obiettivo specifico.
E quando, allora? In un luogo prima della memoria
C'era felicità, un'attesa irresistibile
che nessuno era ancora riuscito a deludere.
Allora le campane significavano che papà era a casa,
i baffi, le sopracciglia nere e l'odore del tabacco masticato
erano lì e lì rimanevano, vicino,
e - chissà - la risata della tua giovane madre
sembrava più felice rispetto agli altri giorni.
È domenica. Non troverai mai
un nuovo amore quel giorno.
Siedi in soggiorno
stordita e rigida come un ritaglio di cartone
agli occhi dei bambini.
Scavano con i piedi
e combattono senza energia.
"Dovremmo fare qualcosa", dici.
«Sì», dice una voce da dietro il giornale.
Allora restate entrambi in silenzio, perché tutto ciò che volete
fare è nascosto e segreto
e sarebbe inaccettabile per l'altro.
Le campane della chiesa suonano. i nasi dei bambini
si riempiono di un odore ereditato.
Sui loro dolci volti scivola
una bruttezza passeggera.
Una luce appassita
sorge dai loro occhi.
Ma tutti aspettiamo con ansia la domenica
tutta la settimana, tutta la vita,
Aspettiamo l'emozione di centinaia
di domeniche lunghe, vuote, estenuanti.
Giornata della famiglia, giornata della pensione,
l'inferno degli amanti segreti.
Quel giorno in cui il grigiore nauseabondo degli adulti
impregna i bambini e stabilisce
l'incomprensibile malinconia domenicale degli anni a venire.
(da La finestra segreta, 1961)
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"Mi sembrava che i miei versi coprissero le crepe della mia infanzia, come pelle nuova e bella sotto una crosticina non ancora staccatasi dalla ferita": non fu un'infanzia felice quella di Tove Ditlevsen, poetessa danese. Le toccò di viverla nel pieno della crisi economica tra le due guerre a Versterbo, quartiere di Copenaghen, al quarto piano della casa sul retro di Hedebygade 30A. Il padre fuochista e la madre casalinga frustrarono sempre le sue aspirazioni letterarie, sostenute dagli insegnanti. La noia della domenica si trasformò quindi piano piano in malinconia, lasciando i suoi segni anche nell'età adulta, forse responsabile in parte della depressione che la portò a uccidersi a 58 anni con un'overdose di sonniferi dopo aver chiesto in prestito l'appartamento di un'amica.
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TOVE DITLEVSEN CON IL MARITO E I FIGLI - FOTOGRAFIA © NF
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LA FRASE DEL GIORNO
L’infanzia cade silenziosamente sul fondo della mia memoria, quella biblioteca dell’anima da cui attingerò conoscenza ed esperienza per il resto della mia vita.
TOVE DITLEVSEN, Infanzia
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Tove Irma Margit Ditlevsen (Copenaghen, 14 dicembre 1917 – 7 marzo 1976), poetessa e scrittrice danese, pubblicò 29 opere di poesia, narrativa e memorie in cui sono rappresentate la povertà, l'ingiustizia, i soprusi sull'infanzia, la condizione femminile.