domenica 30 novembre 2014

Mark Strand


Il poeta americano di origini canadesi Mark Strand è morto ieri nella casa della figlia a Brooklyn, a causa di una rara forma di cancro. Era nato a Summerside nel 1934 e aveva vinto il Premio Pulitzer nel 1999 con Blizzard of One.

Poeta dalle capacità meditative al limite dell’ossessivo, aveva un’ammirazione per il Surrealismo di Max Ernst e Giorgio De Chirico, ma scriveva con uno stile sobrio ed evocativo, dalla dizione semplice e comunque sempre incisiva, parlando di alienazione, di sradicamento, di nostalgia dei luoghi natii sull’Isola del Principe Edoardo, andando alla ricerca della lettura metafisica, delle deformazioni della realtà per trovare l’appiglio cui aggrapparsi per salvarci: il sogno, la memoria…

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TENENDO LE COSE ASSIEME


In un campo
io sono l'assenza
di campo.
Questo è
sempre opportuno.
Dovunque sono
io sono ciò che manca.

Quando cammino
divido l'aria
e sempre
l'aria si fa avanti
per riempire gli spazi
che il mio corpo occupava.

Tutti abbiamo delle ragioni
per muoverci
io mi muovo
per tenere assieme le cose.


(Keeping things whole - da Sleeping with One Eye Open, 1964)

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CIÒ CHE RESTA


Mi svuoto del nome degli altri. Mi svuoto le tasche.
Mi svuoto le scarpe e le lascio sul ciglio della strada.
Di notte metto indietro gli orologi;
apro l’album di famiglia e mi guardo bambino.

A che giova? Le ore hanno fatto il loro dovere.
Dico il mio nome. Dico addio.
Le parole si inseguono nel vento.
Amo mia moglie ma la caccio.

I miei genitori si alzano dai troni
nelle stanze delle nuvole. Come posso cantare?
Il tempo mi dice ciò che sono. Cambio e resto lo stesso.
Mi svuoto della mia vita e rimane la mia vita.


(The Remains – da Darker, 1970)
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COS'ERA


I
Era impossibile da immaginare, impossibile
da non immaginare; il suo azzurro, l’ombra che proiettava,
che cadeva a riempire l’oscurità del proprio freddo,
il suo freddo che cadeva fuori di sé, fuori di qualsiasi idea
di sé descrivesse nel cadere; un qualcosa, una minuzia,
una macchia, un punto, un punto entro un punto, un abisso infinito
di minuzia; una canzone, ma meno di una canzone, qualcosa che
affoga in sé, qualcosa che va, un’alluvione di suono, ma meno
di un suono; la sua fine, il suo vuoto,
il suo vuoto tenero, piccolo che colma la sua eco, e cade,
e si alza, inavvertito, e cade ancora, e così sempre,
e sempre perché, e solo perché, una volta essendo stato, era…

II
Era l’inizio di una sedia;
era il divano grigio; era i muri,
il giardino, la strada di ghiaia; era il modo in cui
i ruderi di luna le crollavano sui capelli.
Era quello, ed era più di quello; era il vento che sbranava
gli alberi; era la congerie confusa di nubi, la bava
di stelle sulla riva. Era l’ora che pareva dire
che se sapevi in che punto esatto del tempo si era, non avresti
mai più chiesto nulla. Era quello. Senz’altro era quello.
Era anche l’evento mai avvenuto – un momento tanto pieno
che quando se ne andò, come doveva, nessun dolore era tanto grande
da contenerlo. Era la stanza che sembrava immutata
dopo così tanti anni. Era quello. Era il cappello
che s’era dimenticata, la penna lasciata sul tavolo da lei.
Era il sole sulla mia mano. Era il caldo del sole. Era come
sedevo, come attendevo per ore, giorni. Era quello. Solo quello.
(da Blizzard of one, 1998)
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LA FRASE DEL GIORNO
Se un uomo finisce una poesia, / si immergerà nella scia bianca della propria passione / e verrà baciato dalla pagina bianca
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MARK STRAND, Darker

2 commenti:

Gizeta ha detto...

Mi piacciono moltissimo le voci che posti...sono voci non comuni, poeti da pochi conosciuti o forse solo da me ancora ignorati..
le prime due poesie di Mark Strand sono ben rimaste nell'orecchio della mia memoria adesso ;)

DR ha detto...

è la filosofia che ho voluto dare a questo blog: non solo le voci possenti di Montale e Ungaretti, di Baudelaire e Verlaine, anche e soprattutto la poesia meno nota ma per questo non certo meno bella e interessante

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