lunedì 13 dicembre 2010

La Piaf, uscendo di scena


EVGENIJ EVTUŠENKO

COSÌ LA PIAF USCIVA DALLA SCENA

C’era a Parigi, c’era una sala e davanti alla sala
qualcuno motteggiava, volteggiando col sedere,
avendo coi suoi salti calpestato l’arte per un’ora…
Era solo un proemio per la Piaf.

Ed ecco entrò, fino al fanatismo
simile a un rozzo idolo,
come se, sbagliando porta, in uno sketch allegro
entrasse una tragedia stanca.

E, sulle stolidaggini da baraccone
ella si eresse, pallida e senza forze,
come una piccola civetta dagli occhi ammalati,
pesante con le sue ali spossate.

Piccoletta e truccata, coll’abito corto,
trattenendo la tosse, con un filo di vita,
ti apparteneva, o epoca,
reggendosi appena sulle gambette esili.

Ci guardava, come guardando la Senna,
dal cui parapetto fosse lì, lì per lanciarsi;
e sentivo la voglia di correre sul palcoscenico
per sostenerla, ché sarebbe caduta.

Un gesto preciso della manina rugosa
e partì l’orchestra… Arrivò fin sull’orlo
del palcoscenico… Costrinse la schiena
a raddrizzarsi e, tremando, aspirò la musica.

Cominciò a cantare, quasi prendendo il volo,
ricadendo davanti agli sguardi puntati,
quel corpo tagliuzzato dai chirurghi,
ansando, girandosi su se stesso, come dentro di noi!

Esso, volteggiando, singhiozzava, rideva con fragore,
bisbigliava come le erbe in delirio al Bois de Boulogne,
rimbombava come un carrettino a Saint-Germain,
urlava come una sirena. Questa era la Piaf.

In lei una mescolanza di campane a stormo,
di pioggia a dirotto, di cannonate,
di insulti, di gemiti, di mormorii, di fantasmi…
Così noi, a un tratto, quasi senza volerlo,
ci sentivamo nei suoi confronti buoni come dei giganti con una lillipuziana.

Attraverso la sua gola passava il dolore, passava la fede,
passavano le stelle, passavano le campane…
Giocando, come una gigantessa, ci prendeva nella mano,
come tanti miseri Gulliver.

Ma in lei, artista autentica, la cosa più importante
era che, a dispetto della morte che l’aspettava,
per la sua gola passavano nuovi artisti,
che dietro si lasciavano nodi di lacrime.

Così la Piaf, uscendo di scena, come tuono,
profetizzava nella sua frenesia.
La piccola civetta cantava, come canterebbe una chimera
caduta sul palcoscenico dall’alto di Notre-Dame.

.

All’inizio degli Anni ‘60 il trentenne Evgenij Evtušenko comincia ad essere conosciuto come la voce del dissenso sovietico, la sua fama di polemico rappresentante del disgelo si sparge all’estero: la sua voce di protesta contro il dogmatismo e contro l’indifferenza della burocrazia verso l’uomo lo portano a compiere numerosi viaggi in cui i giovani lo acclamano per i suoi sentimenti di ribellione e di speranza. È a Monaco, a Cuba, a Londra, a Parigi…

Nel 1963, nella capitale francese, ha l’occasione di assistere ad un evento memorabile, l’addio alle scene di Edith Piaf, ormai prossima a morire. Quando la cantante entra in scena dopo un inutile spettacolo preparatorio, tutto cambia, tutto assume la sua importanza. È uno scricciolo debole e malato, Edith Piaf, tenuto insieme dalla morfina, ma quando apre la bocca e inizia a cantare, è tutto un mondo che racconta, è il dolore drammatico delle sue canzoni, è il pathos che la sua voce crea. L’ultima volta, irripetibile. E questo lo sa anche il giovane poeta venuto da lontano: non c’è una donna malata su quel palcoscenico ma il simbolo immortale di un’epoca.

.

image

L’ultimo concerto di Edith Piaf, 1963

.

* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *
LA FRASE DEL GIORNO
Il dolore guarda abbassando dolorosamente gli occhi, / perché anche nel profondo vede. 
EVGENIJ EVTUŠENKO, Il vento del domani

2 commenti:

Vania ha detto...

...sai che non l'avevo mai vista...solo sentita nominare, incredibile questo video.

...molto difficile per me la poesia.

ciao Vania

Adriano Maini ha detto...

Non sapevo che un grande come Evtušenko avesse cantato la grande Piaf. Ma il poeta dolente cantore di Babi Yar ha un cuore immenso.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...