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venerdì 9 settembre 2011

Le promesse del nascere


GIUSEPPE UNGARETTI

ULTIMI CORI PER LA TERRA PROMESSA, 3

Quando un giorno ti lascia,
Pensi all’altro che spunta.

È sempre pieno di promesse il nascere
Sebbene sia straziante
E l’esperienza d’ogni giorno insegni
Che nel legarsi, sciogliersi o durare
Non sono i giorni se non vago fumo.

(da Il taccuino del vecchio, Mondadori, 1960)

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Ecco la vita: un giorno, una sera, una notte, un altro giorno, un’altra sera, un’altra notte… E in mezzo le nostre speranze, le nostre illusioni, i nostri tormenti, le gioie e le delusioni. Il terzo degli Ultimi cori per la Terra Promessa, come raccontò lo stesso Giuseppe Ungaretti, fu ispirato da un viaggio in Egitto con l’amico poeta Leonardo Sinisgalli, e precisamente suggerito dal paesaggio desertico della necropoli di Saqqarah. E fu ancora Ungaretti a dettarne la chiave di lettura: “Sono tutti motivi che per l’autore stesso non dovrebbero più contare come suoi nell’opera, se ad essa egli è riuscito a dare vita di poesia”. Come poi disse in un’intervista, la poesia della vecchiaia, per l’esperienza raggiunta, se si riesce a trovare la parola necessaria, è “la poesia più alta da lasciare”. Così la luce di quel deserto egiziano rinnova l’antica riflessione già presente nell’Allegria e nel Sentimento del tempo, ma adesso c’è una rassegnazione leopardiana a corromperla, c’è la vita vissuta con tutti i suoi dolori e le sue perdite. E “non sono i giorni se non vago fumo”.

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FOTOGRAFIA © FREE EXTRAS
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LA FRASE DEL GIORNO
E tu certo comprendi / il perché delle cose, e vedi il frutto / del mattin, della sera, / del tacito, infinito andar del tempo.
GIACOMO LEOPARDI, Canti




Giuseppe Ungaretti (Alessandria d'Egitto, 8 febbraio 1888 – Milano, 1º giugno 1970) è uno dei tre grandi poeti dell’Ermetismo italiano. Trasferitosi a Parigi nel 1912, prese parte alla Prima guerra mondiale nelle trincee del Carso e poi in Champagne. Dal 1935 al 1942 insegnò in Brasile e dal 1947 al 1965 fu professore di letteratura moderna alla Sapienza.


giovedì 8 settembre 2011

Quando ti colga la pioggia


ANTONIA POZZI

BARCHE

Come una barca
da carico, a sera,
quando il maltempo viene sul lago –
se non è nel suo porto
toglie l'áncora
e si accinge a tornare –

e a lungo costeggiando va,
mentre un uomo, da bordo, contro il fondo
la sua pertica spinge e dalla riva
un vecchio, incappucciato – perché già
piove –
accompagna la gomena
fin ch'è doppiata
laggiù
la punta –
ed oramai la barca
più
non si vede –

così tu sai –
non è vero –
quale è il tuo villaggio, la tua casa,
quando ti colga la pioggia
in un porto straniero –
e la notte.

25 settembre 1933

(da Parole, 1939)

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Basta una similitudine a fare una poesia. Così alla base di questi versi di Antonia Pozzi i marinai di lago che si accingono a rientrare prima che si scateni il temporale e che le onde si gonfino mettendo a rischio la stabilità della barca, il carico e la loro stessa vita, rappresentano l’uomo in difficoltà nelle bufere dell’esistere. Ognuno di noi sa che può, in tali frangenti, contare su qualcuno, ha un porto sicuro dove rifugiarsi, e Antonia conferma all’amato di essere lei quel riparo.

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LAZISE, IL PORTO © DANIELE RIVA

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LA FRASE DEL GIORNO
Com'è dolce guardare il mare da terra!
ARCHIPPO




Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – 3 dicembre 1938), poetessa italiana. Laureatasi in Filologia con una tesi su Flaubert, si tolse la vita dopo una contrastata storia d’amore. Il suo diario poetico Parole fu pubblicato postumo, nel 1939: composto a partire dai diciassette anni, riflette un'amara e inquieta sensibilità in cui si avverte l'influsso della lirica di Rilke.


mercoledì 7 settembre 2011

Dietro i fichidindia


GHIANNIS RITSOS

OSSERVANDO

Dietro i fichidindia passò il carrettiere con il suo cavallo.
L’ho visto – dice; conosco i fichidindia; il carrettiere non lo conosco.
Un uccello spiccò il volo dal tetto; si posò sul ramo; spiccò di nuovo il volo.
Un asciugamani sventola sulla corda del bucato – una linea azzurra,
una rossa, una arancione; – ondeggiano; su di esse distinguo
i gesti irregolari del vento (apparentemente minacciosi, – ma non lo sono).
Sono felice di vederci ancora – dice. E sono io che dètto
quello che suonano i ciechi coi loro strumenti agli angoli delle vie.
La fisarmonica e la chitarra sono vecchie maschere di eroi spaventati
perché gli eroi, più di noi tutti, hanno paura e imitano.

(Traduzione di Nicola Crocetti)

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Sembra un dipinto di Picasso raccontato in radiocronaca questa poesia di Ghiannis Ritsos: il poeta greco racconta tutta la scena, ci pone dentro essa, accanto all’uomo che interloquisce con lui. Possiamo pensare a un paesaggio greco con i suoi colori e profumi sensuali: fichidindia, case bianche, una strada polverosa su cui passa un carretto trainato da un cavallo. Il vento scuote i panni stesi ad asciugare. E, osservando il paesaggio, ascoltiamo quell’uomo parlare di musicanti ciechi, dei loro strumenti usati come maschere o come scudo nell’eroismo del vivere quotidiano.

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DAVID ARISTOTLE HAUGHTON, “CHURCH BY THE SEA”

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LA FRASE DEL GIORNO
Nube la poesia, / fors’anche luce, / non ha corpo. / Nel tuo corpo esisto
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GHIANNIS RITSOS, Erotica




Ghiannis Ritsos (Monemvasia, 1º maggio 1909 – Atene, 11 novembre 1990), poeta greco tra i maggiori del XX secolo. Fu candidato nove volte al Premio Nobel. La sua vita fu animata da un'incrollabile fede negli ideali marxisti e nelle virtù catartiche della poesia.


martedì 6 settembre 2011

La purezza del caso

 

RICHARD WILBUR

PARABOLA

Ho letto come Chisciotte nella sua cavalcata casuale
Una volta giunse a un incrocio, e temendo di perdere
La purezza del caso, non volle decidere

Dove andare, ma lasciò che scegliesse il suo cavallo.
Perché la gloria si sarebbe posata ovunque avesse svoltato.
La sua testa era orgogliosamente leggera, gli zoccoli del suo cavallo

Pesanti, e si diresse verso il fienile.

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Scegliere, infilarci noi stessi nelle strade del nostro destino, esercitare le nostre decisioni e sapere che, comunque, tutto quello che era in nostro potere l’abbiamo fatto. È quello che cerchiamo di fare più o meno tutti. Ma il poeta statunitense Richard Wilbur ci presenta sotto forma di parabola l’alternativa: un eroe romantico e astruso, Don Chisciotte, attratto dalla filosofia del caso, lascia che a scegliere per lui sia il cavallo, forse convinto come il personaggio della Variante di Lüneburg di Paolo Maurensig che “Ogni scelta implica, di per sé, l'abbandono di tutte le alternative. Se non fossimo costretti a scegliere, saremmo immortali”. Il cavallo è stanco e affamato e, naturalmente, sceglie di andare a riposare e a cibarsi nella stalla, chiudendo così la parabola e contemporaneamente i sogni di gloria del cavaliere.

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HONORÉ DAUMIER, “DON QUIJOTE”

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LA FRASE DEL GIORNO
La scelta c'è dove c'è confusione. Per la mente che vede con chiarezza non c'è necessità di scelta, c'è azione.
JIDDU KRISHNAMURTI, Un modo diverso di vivere




Richard Purdy Wilbur (New York, 1° marzo 1921) poeta e traduttore statunitense: ha caratterizzato le sue opere, scritte in forma tradizionale, con signorile eleganza e arguzia. Ha vinto il Premio Pulitzer per la poesia nel 1957 e nel 1989.


lunedì 5 settembre 2011

Capire l’amore


MARIO BENEDETTI

LUNA CONGELATA

Con questa solitudine
infida
e tranquilla

con questa solitudine
di crepe consacrate
di ululati lontani
di mostri di silenzio
di forti ricordi
di luna congelata
di notte per gli altri
di occhi spalancati

con questa solitudine
inutile
e vuota

si può a volte
capire
l'amore.

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Notte. Una notte fredda e solitaria. Fuori la città vive come un animale fantastico, con i suoi suoni di sirene, con i suoi silenzi improvvisi. E un uomo, un poeta, l’uruguaiano Mario Benedetti veglia senza riuscire a prendere sonno: sua compagna è la solitudine, calma e tranquilla, inutile apparentemente. Eppure, proprio in questa solitudine, forse proprio perché si ha la misura della sua assenza, è possibile comprendere l’amore.

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FOTOGRAFIA © DAN HELLER

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LA FRASE DEL GIORNO
Sei sola / sono solo / ma a volte / la solitudine può / essere una fiamma.
MARIO BENEDETTI




Mario Orlando Hamlet Hardy Brenno Benedetti-Farugia, noto come Mario Benedetti (Paso de los Toros, 14 settembre 1920 – Montevideo, 17 maggio 2009), poeta, saggista, scrittore e drammaturgo uruguaiano. Figlio di immigrati italiani, fece parte della Generazione del’45. Nel 1973 fu costretto all’esilio dal golpe militare. Rientrò nel 1983.


domenica 4 settembre 2011

Vola, farfalla


HUMBERTO AK’ABAL

FARFALLA

Gialla
con macchioline nere.
Sembrava pensierosa
sulla palma della mia mano,
le ho parlato
e la sua risposta è stata
più grande del silenzio.
I miei occhi distillavano
amore selvaggio.
Il vento la strappò
dalla mia mano.
Vola, vola, vola:
le gridavo.
E la farfalla andò cadendo
a poco a poco
fino a baciare la terra.

(da El animalero, 1990)

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Dalla piccola cosmogonia che fa da base alla poetica del guatemalteco Humberto Ak’abal estraggo questi versi dedicati a uno dei più eterei e meravigliosi esseri della natura, la farfalla. Emblema della trasformazione, del passaggio da uno stato terrestre ad uno aereo, dalle catene dello strisciare alla libertà del volo. È qui che si annida la forza della poesia di Ak’abal, che ha fatto propria la filosofia del suo popolo, quello Maya K’iche’, che ha rispetto della natura e di tutte le sue creature, con le quali condivide il mondo e la sua realtà. Il volo della farfalla diventa così il volo del poeta stesso.

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IMMAGINE © FONDOS GRATIS

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LA FRASE DEL GIORNO
Quali / speranze buone e quali fantasie / la crëatura per volar su nata / susciti in cuore di colui che sogna / col suo lento mutare e trasmutare, / la maraviglia delle opposte maschere, / la varia grazia delle varie specie, / in versi canterò…

GUIDO GOZZANO, Le Farfalle. Epistole entomologiche




Humberto Akʼabal (Momostenango, 31 ottobre 1952), poeta maya Kʼicheʼ guatemalteco. Scrive nella sua lingua madre, Kʼicheʼ, e poi tradcve la sua poesia in spagnolo. La sua è una poesia dalla semplicità essenziale, dalla sacralità elementare all'interno della quale parole pulsanti rivelano atti, cose ed esseri direttamente naturali.


sabato 3 settembre 2011

La porta della poesia


RUBÉN DARÍO

SU UNA PRIMA PAGINA

Penna, lascia che scorra qui la tua nera fonte.
Questo è il portico in cui l'Idea alza la fronte
luminosa e nel tempio penetra del suo rito.
Delle lettere il simbolo divino sia graffito
in gloria del veggente, la cui anima è lira.
Benedetto chi intende, benedetto chi ammira.
Di sogno, argento o neve, la bianca porta è certa.
Voi che pensate entrate, voi che sognate. È aperta.

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“La moglie del povero scrittore lo può testimoniare, l'ha visto seduto, chino sulle pagine in bianco, che si contorceva passando la penna sulla carta. Sembra una testimonianza inoppugnabile. Ma quello che ha visto è solo l'esterno. Il guscio della letteratura. Un'apparenza”. Ho pensato a questo brano di 2666 di Roberto Bolaño leggendo la poesia di Rubén Darío, poeta nicaraguense tra i massimi esponenti del Modernismo, corrente che prediligeva l’eleganza metrica e la raffinatezza narcisistica in nome di un’estetica che si sarebbe poi riversata in Europa nell’Art Nouveau e nel Liberty. Un poeta davanti alla pagina bianca, in attesa di cominciare a scrivere: l’idea che sta per trasformarsi in inchiostro, pronta a varcare quella porta, a correre lungo gli sterminati corridoi, a invadere le stanze. Che, poi, è quello che succede – in misura certamente molto più modesta – a molti di noi quando scriviamo. Quello che succede a me ogni volta che comincio un post del Canto delle Sirene: la differenza è che ormai la pagina bianca non è più di carta, ma è un riquadro di monitor dove poco alla volta i caratteri grigi vanno formandosi, uno dopo l’altro, incasellandosi in parole e frasi compiute.

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FOTOGRAFIA © LONDON MET

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LA FRASE DEL GIORNO
Ci si mette a scrivere di lena, ma c'è un'ora in cui la penna non gratta che polveroso inchiostro, e non vi scorre più una goccia di vita, e la vita è tutta fuori, fuori dalla finestra, fuori di te, e ti sembra che mai più potrai rifugiarti nella pagina che scrivi, aprire un altro mondo, fare il salto.
ITALO CALVINO, Il cavaliere inesistente




Félix Rubén García Sarmiento, conosciuto con lo pseudonimo Rubén Darío (Metapa, 18 gennaio 1867 – León, 6 febbraio 1916), poeta modernista, giornalista e diplomatico nicaraguense. Rilevante nell'opera di Darío il suo contributo al rinnovamento della poesia latino-americana, grazie all'introduzione di metriche e motivi provenienti dalla poesia francese del tempo.