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giovedì 8 aprile 2021

Una febbre di andare


CATULLO

È PRIMAVERA, TORNANO I GIORNI MITI

È primavera, tornano i giorni miti
e la brezza leggera dello zefiro
spegne nel cielo la furia dell'inverno.
Lasciamo i campi della Frigia, Catullo,
le pianure fertili e afose di Nicea;
via in volo per le città luminose dell'Asia.
Irrequieto ti brucia una febbre di andare
e nel desiderio ritrovi la tua forza.
Addio, dolce compagnia di amici:
partiti insieme dalla patria lontana,
ognuno per strade diverse ritorneremo.

(da Carmina, 46 – Traduzione di Mario Ramous)

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Tra il 57 e il 56 avanti Cristo il poeta latino Catullo fece parte della delegazione del propretore Gaio Memmio in Bitinia, regione dell’odierna Turchia a ridosso del Mar Nero. Qui è già nella primavera del 56, in procinto di abbandonare la città di Nicea – l’odierna İznik, nella regione di Bursa – per ritornare a Roma: il suo animo è esaltato dalla bella stagione che fiorisce ogni cosa nel vento tiepido, dalla ansiosa frenesia del viaggio, dalla voglia di rientrare in patria e vedere gli amici. Ma non tutti ritorneranno con lui, e quel dissolversi delle amicizie crea una profonda vena di malinconia.

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FOTOGRAFIA © WALLPAPERFLARE

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LA FRASE DEL GIORNO
Viaggiare è un sentirsi morire a ogni passo, la vita appare al viaggiatore come un'esperienza estremamente eccitante, come un'avventura che di certo non si ripeterà di nuovo.
MARIO PRAZ, Penisola pentagonale




Gaio Valerio Catullo (Verona, 84 a.C. – Roma, 54 a.C.), poeta romano. È noto per l'intensità delle passioni amorose espresse, per la prima volta nella letteratura latina, nel suo Catulli Veronensis Liber, in cui l'amore ha una parte preponderante, sia nei componimenti più leggeri che negli epilli ispirati alla poesia di Callimaco e degli Alessandrini in generale.


mercoledì 15 aprile 2020

Quella fedeltà


CATULLO

CARME 87

Nessuna donna potrà dire «Sono stata amata»
più di quanto io ti ho amato, Lesbia mia.
Nessun legame avrà mai quella fedeltà
che nel mio amore io ti ho portato.


Nulla potest mulier tantum se dicere amatam
vere, quantum a me Lesbia amata mea est.
Nulla fides ullo fuit umquam foedere tanta,
quanta in amore tuo ex parte reperta mea est.

(da Carmina – Traduzione di Mario Ramous)

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La poesia di Ernesto Cardenal postata ieri ricordava un carme di Catullo, che mi sono accorto non essere ancora presente in queste pagine. Il carme 87 è una dichiarazione d’amore in piena regola, sebbene postuma, successiva alla rottura intervenuta per colpa dell’amata Lesbia. Una constatazione che più volte ricorre nell’opera del poeta veronese: “Povero Catullo, basta con le illusioni: / se muore, credimi, ogni cosa è perduta. / I tuoi giorni felici li hai consumati / quando correvi dove voleva il tuo amore, / amato come amata non sarà nessuna” e ancora “Tutto il bene che a un essere umano è possibile / fare o dire, tu l'hai detto e fatto: e tutto / si è perduto nell'ingratitudine di un cuore. / Perché dunque continui a tormentarti?”. Eppure, nemmeno dopo che lei gli ha spezzato  il cuore riesce ad odiarla: Ora so chi sei: e anche se più intenso è il desiderio / ti sei ridotta per me sempre più insignificante e vile. / Queste offese costringono, / vedi, ad amare di più, ma con minore amore”.

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LAWRENCE ALMA-TADEMA, "IL POETA GALLO SOGNA"

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LA FRASE DEL GIORNO
Non chiedo più che lei ricambi il mio amore, / né l'impossibile, che mi rimanga fedele: / voglio solo guarire e scordarmi di questo male oscuro.
CATULLO, Carme 76




Gaio Valerio Catullo (Verona, 84 a.C. – Roma, 54 a.C.), poeta romano. È noto per l'intensità delle passioni amorose espresse, per la prima volta nella letteratura latina, nel suo Catulli Veronensis Liber, in cui l'amore ha una parte preponderante, sia nei componimenti più leggeri che negli epilli ispirati alla poesia di Callimaco e degli Alessandrini in generale.

domenica 17 febbraio 2019

Un lungo amore


CATULLO

SE PER L’UOMO CHE RITIENE DI ESSERE DEVOTO

Se per l'uomo che ritiene di essere devoto,
di non aver tradito la parola data, né giurato
in nome degli dei per ingannare la fiducia
nei rapporti umani, è fonte di gioia il ricordo
del bene compiuto; gli anni futuri ti riservano
molte gioie, Catullo, per questo amore ingrato.
Tutto il bene che a un essere umano è possibile
fare o dire, tu l'hai detto e fatto: e tutto
si è perduto nell'ingratitudine di un cuore.
Perché dunque continui a tormentarti?
e non cerchi con tutta la volontà di liberarti
di una infelicità che gli dei non vogliono?
Difficile troncare a un tratto un lungo amore,
difficile certo, ma in qualche modo devi riuscire.
È l'unica salvezza, quindi devi ottenerla:
che sia possibile o no, lo devi fare.
Se vi è pietà in voi, dei, se in punto di morte,
nell'ora estrema, recaste mai aiuto a qualcuno,
guardate la mia infelicità e se ho vissuto onestamente
strappatemi da questo male che mi consuma,
che insinuatosi dentro di me nel più profondo
come un torpore ha cancellato ogni gioia dal mio cuore.
Non chiedo più che lei ricambi il mio amore,
né l'impossibile, che mi rimanga fedele:
voglio solo guarire e scordarmi di questo male oscuro.
O dei, per la mia devozione, accordatemi questo.


Siqua recordanti benefacta prior voluptas
est homini, cum se cogitat esse pium,
nec sanctum violasse fidem, nec foedere nullo
divum ad fallendos numine abusum homines,
multa parata manent in longa aetate, Catulle,
ex hoc ingrato gaudia amore tibi.
Nam quaecumque homines bene cuiquam aut dicere possunt
aut facere, haec a te dictaque factaque sunt.
Omnia quae ingratae perierunt credita menti.
Quare iam te cur amplius excrucies?
Quin tu animo offirmas atque istinc te ipse reducis,
et dis invitis desinis esse miser?
Difficile est longum subito deponere amorem,
difficile est, verum hoc qualubet eficias:
una salus haec est, hoc est tibi pervincendum,
hoc facias, sive id non pote sive pote.
O di, si vestrum est misereri, aut si quibus umquam
extremam iam ipsa in morte tulistis opem,
me miserum aspicite et, si vitam puriter egi,
eripite hanc pestem perniciemque mihi,
quae mihi subrepens imos ut torpor in artus
expulit ex omni pectore laetitias.
Non iam illud quaero, contra me ut diligat illa,
aut, quod non potis est, esse pudica velit:
ipse valere opto et taetrum hunc deponere morbum.
O di, redite mi hoc pro pietate mea.

(Carmina, 76 – Traduzione di Mario Ramous)

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L’amore come una malattia dalla quale si può guarire? Catullo in questo suo carme dice di sì, ma alla fine non è convinto neppure lui se poco dopo si cruccia del fatto che Lesbia gli preferisca l’altro e ancora che con lui lo travolga di insulti perché “brucia d’amore, per questo parla” per arrivare infine ad ammettere che “Lo so, son come lei: la copro ogni giorno / d'insulti, ma morissi se io non l'amo”…

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DIPINTO DI LAWRENCE ALMA TADEMA

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LA FRASE DEL GIORNO
Ora so chi sei: e anche se più intenso è il desiderio / ti sei ridotta per me sempre più insignificante e vile. / Come mai, mi chiedi? Queste offese costringono, / vedi, ad amare di più, ma con minore amore.
CATULLO, Carme 72




Gaio Valerio Catullo (Verona, 84 a.C. – Roma, 54 a.C.), poeta romano. È noto per l'intensità delle passioni amorose espresse, per la prima volta nella letteratura latina, nel suo Catulli Veronensis Liber, in cui l'amore ha una parte preponderante, sia nei componimenti più leggeri che negli epilli ispirati alla poesia di Callimaco e degli Alessandrini in generale.


sabato 17 ottobre 2015

Cessare d’amarti

 

CATULLO

CARME 75

Così per colpa tua, mia Lesbia,
mi è caduto il cuore
e così si è logorato nella sua fedeltà,
che ormai non potrebbe più volerti bene
anche se fossi migliore
o cessare d’amarti
per quanto tu faccia.

Huc est mens deducta tua mea, Lesbia, culpa,
Atque ita se officio perdidit ipsa suo,
Ut iam nec bene velle queat tibi, si optuma fias,
Nec desistere amare, omnia si facias.

(da Carmina – Traduzione di Mario Ramous)

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“Io ti ho amato non come tutti un'amante, / ma come un padre ama ognuno dei suoi figli” scrive nel carme 72 il poeta latino Gaio Valerio Catullo, ma di fronte a tutte le offese che Lesbia gli porta, quella Lesbia che “all’angolo dei vicoli spreme questa gioventù dorata di Remo”, davanti alla rottura del patto di fedeltà, si pone due domande: “Ora so chi sei: e anche se più intenso è il desiderio / ti sei ridotta per me sempre più insignificante e vile. / Come mai, mi chiedi? Queste offese costringono, /vedi, ad amare di più, ma con minore amore”. Lo conferma in questo carme 75: l’amore che porta a Lesbia è ormai parte di lui, è diventato quasi un’abitudine ed è impossibile da estirpare, perciò ancora maggiore è il dolore provato dal poeta veronese.

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Alma-Tadema

LAWRENCE ALMA-TADEMA, “AN ELOQUENT SILENCE”

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LA FRASE DEL GIORNO
È difficile deporre di colpo un antico amore.
CATULLO, Carmi




Gaio Valerio Catullo (Verona, 84 a.C. – Roma, 54 a.C.), poeta romano. È noto per l'intensità delle passioni amorose espresse, per la prima volta nella letteratura latina, nel suo Catulli Veronensis Liber, in cui l'amore ha una parte preponderante, sia nei componimenti più leggeri che negli epilli ispirati alla poesia di Callimaco e degli Alessandrini in generale.

domenica 31 maggio 2015

Un sorriso d'Amore


ANONIMO LATINO DEL III SECOLO

LA ROSA


Fu un sorriso d’Amore? oppur le fece
l’Aurora pettinando i suoi rossi capelli?
o Cipride fra i rovi s’impigliò,
lasciando il suo sangue sulle spine?


Aut hoc risit Amor aut hoc de pectine traxit
purpureis Aurora comis aut sentibus haesit
Cypris et hic spinis insedit sanguis acutis.

(da Poeti latini della decadenza, Einaudi, 1988 - Traduzione di Carlo Carena)

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La rosa è da sempre simbolo della bellezza e dell’amore, lo è anche della sensualità e dell’eros. Non stupiscono quindi le immagini scelte da questo anonimo poeta latino del terzo secolo dopo Cristo - anche se alcuni attribuiscono questi versi al retore Floro, celebre per un battibecco poetico con l’imperatore Adriano: la rosa nasce da un sorriso  di Amore o dai capelli dell'aurora o anche più facilmente dal sangue della dea Venere, graffiatasi tra i rovi.
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MARIE HICKS, “SINGLE RED ROSE”

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LA FRASE DEL GIORNO
La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, / non bada a se stessa, non chiede se la si vede.
ANGELUS SILESIUS, Il pellegrino cherubico




Il poema De rosis nascentibus, di autore ignoto e di difficile identificazione, tradizionalmente attribuito ad Ausonio, fa parte dell'Appendix Virgiliana ed è una composizione molto articolata, probabilmente un esercizio scolastico che ha per tema il carpe diem oraziano.


sabato 14 febbraio 2015

Eterno, anima mia

 

CATULLO

CARME 109

Eterno, anima mia, senza ombre
mi prometti questo nostro amore.
Mio dio, fa' che prometta il vero
e lo dica sinceramente, col cuore.
Potesse durare tutta la vita
questo eterno giuramento d'amore.

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Iucundum, mea vita, mihi proponis amorem
hunc nostrum inter nos perpetuumque fore.
Di magni, facite ut vere promittere possit,
atque id sincere dicat et ex animo,
ut liceat nobis tota perducere vita
aeternum hoc sanctae foedus amicitiae.

(da Carmina – Traduzione di Mario Ramous)

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Una poesia classica per San Valentino, un augurio a tutti gli innamorati, il giuramento d’amore eterno messo in versi dal poeta latino Catullo, il desiderio che quella favilla che ha incendiato due cuori si propaghi e diventi una fiamma, se non perenne, perlomeno non così effimera come troppe volte succede.

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AfremovLeonid 7

LEONID AFREMOV, “KISS AFTER THE RAIN”

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LA FRASE DEL GIORNO
L’amore nasce dal desiderio improvviso di rendere eterno il passeggero.
RAMÓN GÓMEZ DE LA SERNA, Mille e una greguerías




Gaio Valerio Catullo (Verona, 84 a.C. – Roma, 54 a.C.), poeta romano. È noto per l'intensità delle passioni amorose espresse, per la prima volta nella letteratura latina, nel suo Catulli Veronensis Liber, in cui l'amore ha una parte preponderante, sia nei componimenti più leggeri che negli epilli ispirati alla poesia di Callimaco e degli Alessandrini in generale.

martedì 17 dicembre 2013

A cena da Catullo

 

CATULLO

CARME 13

Se dio vorrà, uno di questi giorni,
mio Fabullo, da me cenerai bene:
ma con te porta una cena abbondante
e squisita, una ragazza in fiore,
vino, sale e tutta la tua allegria.
Solo così, ripeto, amico mio,
cenerai bene, perché il tuo Catullo
ha la borsa piena di ragnatele.
In cambio avrai un affetto sincero
e tutto ciò che è bello e raffinato:
ti darò un profumo che la mia donna
ha avuto in dono da Venere e Amore.
Quando l'odorerai, prega gli dei,
Fabullo mio, di farti tutto naso.

(da Carmi – Traduzione di Mario Ramous)

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Nugae, ovvero sciocchezze, definì Catullo i suoi versi nel proemio ai Carmi: questo, siglato con il numero 13, ne è un esempio calzante. Ironico, sornione ma di una signorilità raffinata: l’amico Fabullo viene invitato a cena ma, data la povertà del poeta, sarà lui a dover portare cibo e bevande, perfino la compagnia di una graziosa fanciulla. Scroccone Catullo, certo, però elegantissimo.

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Romans

FOTOGRAFIA © BBC

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LA FRASE DEL GIORNO
Se non otterrò nulla dalla casa del ricco, mi daranno qualcosa alla casa del povero. Coloro che molto possiedono spesso sono avidi; quelli che hanno poco sono sempre pronti a spartirlo.
OSCAR WILDE




Gaio Valerio Catullo (Verona, 84 a.C. – Roma, 54 a.C.), poeta romano. È noto per l'intensità delle passioni amorose espresse, per la prima volta nella letteratura latina, nel suo Catulli Veronensis Liber, in cui l'amore ha una parte preponderante, sia nei componimenti più leggeri che negli epilli ispirati alla poesia di Callimaco e degli Alessandrini in generale.

mercoledì 10 luglio 2013

Mille baci e ancora cento

 

CATULLO

CARME 5

Godiamoci la vita, mia Lesbia, l'amore,
e il mormorio dei vecchi inaciditi
consideriamolo un soldo bucato.
I giorni che muoiono possono tornare,
ma se questa nostra breve luce muore
noi dormiremo un'unica notte senza fine.
Dammi mille baci e ancora cento,
dammene altri mille e ancora cento,
sempre, sempre mille e ancora cento.
E quando alla fine saranno migliaia
per scordare tutto ne imbroglieremo il conto,
perché nessuno possa stringere in malie
un numero di baci così grande

 

CARME 7

Mi chiedi con quanti baci, Lesbia,
tu possa giungere a saziarmi:
quanti sono i granelli di sabbia
che a Cirene assediano i filari di silfio
tra l'oracolo arroventato di Giove
e l'urna sacra dell'antico Batto,
o quante, nel silenzio della notte, le stelle
che vegliano i nostri amori furtivi.
Se tu mi baci con così tanti baci
che i curiosi non possano contarli
o le malelingue gettarvi una malia,
allora si placherà il delirio di Catullo.

(da Carmina – Traduzione di Mario Ramous)

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Queste poesie di Catullo si fondono l’una nell’altra. In effetti il Carme 7 sembra un po’ una variazione sul tema del 5: in quello c’è l’esortazione al godimento, in una sorta di premonizione del “Quant’è bella giovinezza / che si fugge tuttavia! / Chi vuol esser lieto, sia: /del doman non v’è certezza” del Rinascimento di Lorenzo il Magnifico e del “Gaudeamus igitur, iuvenes dum sumus” dei goliardi. Nel Carme 7 invece Catullo introduce la bella immagine dei granelli di sabbia – la spiaggia libica di Cirene, colonia greca divenuta pochi anni prima provincia romana. I baci dati a migliaia del Carme 5 non hanno più neppure bisogno di essere scompigliati, essendo ormai diventati miliardi e quindi neppure più numerabili. È un’immagine che Catullo apprezza molto, questa dei granelli, tanto che la riproporrà nell’imeneo del carme 61, canto dedicato a due sposi novelli: “Si provi a sommare i granelli / di sabbia nei deserti d'Africa, / le stelle che brillano in cielo, / chi vuol contare i vostri mille e / mille giochi d'amore”.

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auguste-rodin-the-kiss

AUGUSTE RODIN, “IL BACIO”, PARTICOLARE

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LA FRASE DEL GIORNO
I baci non sono anticipo d'altre tenerezze, sono il punto più alto
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ERRI DE LUCA, Il contrario di uno




Gaio Valerio Catullo (Verona, 84 a.C. – Roma, 54 a.C.), poeta romano. È noto per l'intensità delle passioni amorose espresse, per la prima volta nella letteratura latina, nel suo Catulli Veronensis Liber, in cui l'amore ha una parte preponderante, sia nei componimenti più leggeri che negli epilli ispirati alla poesia di Callimaco e degli Alessandrini in generale.

martedì 28 maggio 2013

O giorno luminoso!

 

CATULLO

CARME 107

Se contro ogni speranza ottieni
ciò che desideravi in cuore,
una gioia insolita ti prende.
E questa è la mia gioia,
più preziosa dell'oro:
a me tu ritorni, a me, Lesbia,
a un desiderio ormai senza speranza,
al mio desiderio ritorni,
a me, a me tu ti ridai.
O giorno luminoso!
Chi vivrà più felice?
chi potrà mai pensare vita
più, più desiderabile di questa?

(da Carmina – Traduzione di Mario Ramous)

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Questi versi con cui il poeta latino Catullo sembra finalmente coronare il suo sogno d’amore duraturo e felice con Lesbia non è in realtà che l’ennesima illusione: lo stesso “povero Catullo” che nel Carme VIII sembra rinsavire e riesce a dire: “basta con le illusioni: / se muore, credimi, ogni cosa è perduta. / I tuoi giorni felici li hai consumati / quando correvi dove voleva il tuo amore” invece ci ricasca, forse travolto dalla nostalgia di quella donna con la quale scambiare “così tanti baci / che i curiosi non possano contarli”. Ma è la stessa Lesbia di sempre, quella che lo ricopre d’insulti, quella che spreme la gioventù romana negli angiporti, quella che infine, ancora una volta gli spezzerà quel suo cuore così fedele.

 

Catullus_at_Lesbia's_by_Sir_Laurence_Alma_Tadema

SIR LAWRENCE ALMA-TADEMA, “CATULLUS AT LESBIA’S”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ma ciò che dice una donna a un amante impazzito / devi scriverlo sul vento, sull'acqua che scorre.
CATULLO, Carme 70




Gaio Valerio Catullo (Verona, 84 a.C. – Roma, 54 a.C.), poeta romano. È noto per l'intensità delle passioni amorose espresse, per la prima volta nella letteratura latina, nel suo Catulli Veronensis Liber, in cui l'amore ha una parte preponderante, sia nei componimenti più leggeri che negli epilli ispirati alla poesia di Callimaco e degli Alessandrini in generale.

sabato 16 luglio 2011

Canto d’amore


NEMESIANO

SIESTA

Vieni, o mia bella Meroe, dove l'afa
invita, all'ombra. Ormai il bestiame entrò
nel bosco né più trilla l'uccello canterino,
né la serpe traccia in terra la curva delle squame.
Io solo canto, ogni bosco di me suona.
Alle cicale estive non cedo nella voce.
Canti ciascuno il suo amore, perché il canto
allevia il cuore.

(da Poeti latini della decadenza, Einaudi, 1988 – Traduzione di Carlo Carena)

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È una voce che viene da un tempo lontano quella di Marco Aurelio Olimpio Nemesiano, poeta cartaginese che visse a Roma verso la fine del III secolo, nel bel mezzo del lungo periodo di decadenza che portò dal mondo antico al mondo moderno. Ed è un inno alla poesia, alla parola intesa come salvagente, come ultima salvezza: la poesia bucolica – Nemesiano in realtà imita Calpurnio che a sua volta imitava il grande Virgilio – serve a inquadrare un campo d’amore scevro ormai dalla mitologia. Non ci sono più gli dèi ma solo i due innamorati, in un caldo giorno d’estate, all’ombra, dove risuona il canto poetico a riecheggiare i versi di un altro decadente del III secolo, Tucciano: “Cantate per amare e amate per cantare”.

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Cartolina © Eyedeal

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LA FRASE DEL GIORNO
Ami domani chi mai amò / e chi amò ami domani.
ANONIMO, Pervigilium Veneris




Marco Aurelio Olimpio Nemesiano (Cartagine, fine anni 290 – ...), poeta romano, autore di poesia didascalica. Nei carmi bucolici imita fedelmente Virgilio e Calpurnio; ma non manca di qualche spunto originale. Pura la lingua e corretta la tecnica del verso. Senza staccarsi dalla tradizione dei poemetti didattici, dimostra un'arte matura e una notevole abilità descrittiva.


lunedì 11 aprile 2011

Properzio e Cinzia


PROPERZIO

ELEGIE, I, 12

Perché non smetti di intentarmi, Pontico, l'accusa di pigrizia
che a Roma, a sentir te, mi tratterrebbe?
È lei che è ormai lontana dal mio letto tante miglia
quanto dista l'Ipani dal veneto Eridano;
Cinzia ora più non nutre il nostro amore nei consueti amplessi
né più al mio orecchio dolcemente parla.
Un tempo le ero caro: in quei giorni, a nessun altro avvenne
d'amare con altrettanta fiduciosa certezza.
Fummo oggetto d'invidia: fu un dio che mi fece sprofondare,
o fu quell'erba, sul Caucaso raccolta, che divide gli amanti?
Non son più quel che ero: lunghi viaggi trasformano le amanti.
In poco tempo, quale grande amore se n'è fuggito!
Per la prima volta son costretto a conoscere da solo le lunghe notti,
e ad essere molesto io stesso alle mie orecchie.
O felice colui che davanti all'amata poté versare lacrime
(s'allieta Amore alle lacrime sparse),
ma felice anche colui che, disprezzato, poté mutare i suoi affetti
(c'è un po' di gioia anche a cambiar padrone!).
Per me sta scritto che non potrò amare un'altra, né staccarmi da lei:
Cinzia fu la prima, Cinzia sarà anche la fine.

(da Elegie, Mondadori – Trad. Roberto Gazich)


Ci sono coppie celebri nella letteratura: Dante e Beatrice, Laura e Petrarca, Catullo e Lesbia. Forse meno famosa per chi non ha studiato latino è quella formata nella seconda metà del I secolo avanti Cristo da Properzio e Cinzia: lei è una donna bellissima, dai capelli fulvi e dagli occhi neri, dalle lunghe mani affusolate, che ama indossare vesti eleganti e raffinate, ma è anche altera e insensibile all’amore del poeta; quell’interesse che lei ha manifestato è ormai sopito, freddo, o peggio, era solo di maniera. La Cinzia tratteggiata dall’innamorato deluso affiora così nelle Elegie sotto vari aspetti: talora è apatica e immobile (“se viene, dorme tutta coperta sulla sponda del letto”), talvolta è calda e appassionata, erotica (“ora lottava contro me col seno nudo / ora velandosi un poco con la tunica”), altre volte appare furiosa e aggressiva (“tu, furibonda per il vino, rovesciavi la mensa / e con gesto furente mi lanciasti contro coppe ricolme”). In realtà Cinzia non è che una dotta cortigiana, simile alle poetesse del Rinascimento italiano, per dirla in termini moderni una escort colta che scrive poesie e si fa mantenere da ricchi amanti. Sesto Properzio invece, nobile umbro decaduto, rovinato dalla rivolta dei proprietari terrieri, è povero in canna ma trova in lei soltanto quell’amore appagante che va cercando: l’unico modo che ha di competere è quello dell’arte, fine certo molto nobile, ma assolutamente inutile alla bisogna. Cinzia esercita su di lui il suo potere capriccioso, incatenandolo nel ruolo del servo d’amore, che Properzio esegue con maestria e con echi catulliani. Curioso il finale delle Elegie: dopo aver finalmente superato la cosa, dopo aver immaginato una Cinzia invecchiata e spenta, il poeta si fa beccare da lei a letto con due amichette, nei bagordi di un’orgia: “Mi fulminò con gli occhi, e diventò una belva, quanto può una donna, / uno spettacolo non inferiore alla presa di due città”.

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Auguste Jean Baptiste Vinchon, “Properzio e Cinzia a Tivoli”

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LA FRASE DEL GIORNO
 
Cresce, al solo vederla, il tormento per la mia donna: / trova in se stesso alimento l’incendio di Amore.
PROPERZIO, Elegie, III, 21




Sesto Aurelio Properzio (Assisi o Spello, 47 a.C. circa – Roma, dopo il 16 a.C.), poeta romano. Protetto di Mecenate, fu uno dei maggiori poeti elegiaci dell'età augustea, ammiratore di Virgilio e amico di Ovidio. Di lui ci sono giunti tutti i 4 libri di elegie pubblicati tra il 28 e il 14 a.C., ispirati agli elegiaci del primo ellenismo.


giovedì 20 gennaio 2011

Amare di più, voler bene di meno

 

CATULLO

CARME 72

Dicevi di far l'amore solo con me, una volta,
e di non aver voglia, Lesbia, neppure di Giove.
E io ti ho amato non come tutti un'amante,
ma come un padre ama ognuno dei suoi figli.
Ora so chi sei: e anche se più intenso è il desiderio
ti sei ridotta per me sempre più insignificante e vile.
Come mai, mi chiedi? Queste offese costringono,
vedi, ad amare di più, ma con minore amore.

(dai Carmi – Traduzione di Mario Ramous)

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Questo Carme 72 è il complemento del 70, quello dei giuramenti d’amore che avevamo già visto sul Canto delle Sirene: “Solo con te farei l'amore, dice la donna mia, / solo con te, anche se mi volesse Giove. / Dice: ma ciò che dice una donna a un amante impazzito / devi scriverlo sul vento, sull'acqua che scorre”.

È passato del tempo e lo spergiuro di Lesbia si è rivelato tale: ora la predisposizione di Catullo alla sofferenza lo colloca nell’orbita della condizione del dolore, della disperazione consapevole. E il poeta latino ne trae una modernissima conclusione: l’incapacità di rinunciare all’amore di Lesbia nonostante i suoi conclamati tradimenti (“la mia Lesbia  /… / ora all’angolo dei vicoli spreme / questa gioventù dorata di Remo”) lo porta a distinguere tra amare e bene velle, tra amare e voler bene. Qui Mario Ramous traduce “amare di più, ma con minore amore”, il testo latino è invece una vera e propria coltellata: “amare magis sed bene velle minus”, amare di più ma voler bene di meno, lacerazione tra l’eros e il bisogno d’amore.

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Lawrence Alma Tadema, "Un silenzio eloquente"

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LA FRASE DEL GIORNO
Un uomo non rimpiange per amore chi l'abbia tradito, ma per l'avvilimento di non avere meritato la fiducia. 
CESARE PAVESE




Gaio Valerio Catullo (Verona, 84 a.C. – Roma, 54 a.C.), poeta romano. È noto per l'intensità delle passioni amorose espresse, per la prima volta nella letteratura latina, nel suo Catulli Veronensis Liber, in cui l'amore ha una parte preponderante, sia nei componimenti più leggeri che negli epilli ispirati alla poesia di Callimaco e degli Alessandrini in generale.

venerdì 8 ottobre 2010

Il fiore e l’aratro

 

CATULLO

CARME 11

Furio, Aurelio, che miei compagni
sino all'estremo dell'India verreste
alle cui rive lontane batte sonoro
il mare d'Oriente,
tra gli Arabi indolenti, gli Ircani,
gli Sciti, i Parti armati di frecce
o sino alle acque che il Nilo trascolora
con le sue sette foci;
e oltre i monti aspri delle Alpi
per visitare i luoghi dove vinse Cesare,
il Reno di Gallia, i Britanni
orribili e sperduti;
voi che con me, qualunque sia il volere
degli dei, sopportereste ogni mia pena,
ripetete all'amore mio queste poche
parole amare.
Se ne viva felice con i suoi amanti
e in un solo abbraccio, svuotandoli
d'ogni vigore, ne possieda quanti vuole
senza amarne nessuno,
ma non mi chieda l'amore di un tempo:
per colpa sua è caduto come il fiore
al margine di un prato se lo tocca
il vomere passando.

(da “Carmina” – Trad. Mario Ramous)

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Tormentatissima fu la storia d’amore di Catullo e Lesbia: amore platonico, sensuale, lunatico di volta in volta. Amore-odio, amore fraterno, amore passionale. Qui troviamo Catullo avvilito, deluso, disposto ad allontanarsi da Roma per dimenticare Lesbia, a tuffarsi nell’avventura del viaggio agli estremi confini della terra.

Ma ancora una volta è la donna a tenere le briglie del poeta: il povero Catullo, costretto a vedere Lesbia tradirlo a più riprese, non è capace di disprezzarla, anzi, come confessa in un altro dei suoi carmi, “le vuole bene di meno, ma la ama di più” (Carme 72); e ancora “Nessuna donna potrà dire «sono stata amata» più di quanto io ti ho amata”(Carme 87). Il suo atteggiamento, la sua dichiarazione con cui prende le distanze da lei, non è che una posa. In realtà, è ferito fino al dolore, come nella magnifica immagine che chiude la poesia: l’amore del poeta, il suo cuore, è caduto come un fiore reciso dalla lama dell’aratro. Infatti: “la copro ogni giorno d’insulti, ma morissi se io non la amo” (Carme 92).

 

Fotografia © Yuka Ogawa

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LA FRASE DEL GIORNO
Sai tu che sia il dolore? Troppe volte è l'ultima parola vuota di un verso vuotissimo per far rima con amore.
AMBROGIO BAZZERO, Storia di un’anima




Gaio Valerio Catullo (Verona, 84 a.C. – Roma, 54 a.C.), poeta romano. È noto per l'intensità delle passioni amorose espresse, per la prima volta nella letteratura latina, nel suo Catulli Veronensis Liber, in cui l'amore ha una parte preponderante, sia nei componimenti più leggeri che negli epilli ispirati alla poesia di Callimaco e degli Alessandrini in generale.

mercoledì 22 settembre 2010

Ritorno a Sirmione


CATULLO

CARME 31

Che allegria piena, distesa, Sirmione,
rivederti più bella di tutte le isole e penisole
che Nettuno solleva sulle acque diverse
dei laghi trasparenti o del mare immenso.
Quasi non credo d'essere lontano dalla Tinia,
dalle terre bitinie e guardarti sereno.
Vi è felicità più grande che scordare gli affanni,
quando la coscienza si annebbia nella fatica
di viaggiare e si torna alla nostra casa
stremati per riposare in quel letto sospirato?
Di tutte le fatiche questo è l'unico premio.
Sirmione, bellissima, mia, rallegrati
e rallegratevi anche voi onde lidie del lago:
risuonino nella casa solo grida di gioia.

(da Carmina  - Traduzione di Mario Ramous)

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A proposito della poesia di Catullo, Luca Canali parla del dolore di cui il poeta latino “aveva bisogno come della gioia (…) bisogno di soffrire e di fuggire la sofferenza”. Ecco spiegate le illusioni di ogni nuovo amore, quel celebre “odi et amo” che fu il leitmotiv della sua breve vita: il mantello della strafottenza snob che copre la sua insicurezza di fronte al vivere. “L’angoscia sfibrante di un dolore senza tregua / mi distoglie da ogni volontà di vivere” confessa all’amico Ortalo nel carme 65. Ecco spiegate la sua smania, la sua irrequietezza, la sua propensione per lo scandalo, per il coup de theatre.

Catullo, giunto a Roma, segue il propretore Memmio nel suo viaggio verso la Bitinia, l’area dell’odierna Smirne, in Turchia, a ridosso della zona orientale del Mar di Marmara. Ben presto gli viene a noia quella condizione del viaggio, quel vagabondare che si era illuso potesse cancellare i suoi crucci, abbandona la comitiva e torna a casa per conto suo. Il castello paterno sul Garda, il buen ritiro di Sirmione sono un vagheggiamento, almeno fino a che il ritorno resta nell’ambito del sogno, della nostalgia d’emigrante. Come Quasimodo che si trova a sognare la Sicilia a Milano o nelle fertili campagne lombarde. Come Ungaretti che rimpiange l’Egitto della sua infanzia. E il luogo natale appare in tutta la sua bellezza: è il grembo che ci ha generato, è il posto dove gli affanni vengono dimenticati e si può tendere a qualcosa che assomiglia moltissimo alla felicità.

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Sirmione, Grotte di Catullo – Fotografia © Ville Pille B&B

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LA FRASE DEL GIORNO
La casa è dove si trova il cuore.
PLINIO IL VECCHIO




Gaio Valerio Catullo (Verona, 84 a.C. – Roma, 54 a.C.), poeta romano. È noto per l'intensità delle passioni amorose espresse, per la prima volta nella letteratura latina, nel suo Catulli Veronensis Liber, in cui l'amore ha una parte preponderante, sia nei componimenti più leggeri che negli epilli ispirati alla poesia di Callimaco e degli Alessandrini in generale.

domenica 11 luglio 2010

Variazioni su Orazio

ORAZIO

CARMINA, I,11

Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios
temptaris numeros. Ut melius, quidquid erit, pati!
Seu plures hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,
quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum, sapias, vina liques, et spatio brevi
spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida
aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.

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FOTOGRAFIA © IL MERCURIO


“Tradurre è anzitutto comprendere, ma non è poi semplicemente riprodurre quanto si è compreso”.
Questo scriveva il linguista Benvenuto Aronne Terracini. Tradurre poesia non è semplice: occorre entrare nella mente dell’autore e riuscire ad esprimere quei concetti in un’altra lingua. Molti non ci si provano neppure, lasciano la via della metrica e si limitano a trasporre i versi in frasi. Il vero poeta invece se ne frega talvolta di essere letterale, afferra il concetto e lo esplora, lo porta fino ai limiti del possibile, lo conduce per mano dalla lingua originale all’altra. Come al solito, gli esempi sono sempre più efficaci di qualsiasi discorso. Vediamo come questo celebre brano di Orazio, quello del “carpe diem” è stato tradotto, o meglio “interpretato” da alcuni grandi poeti.

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EDOARDO SANGUINETI

IMITAZIONE DA ORAZIO

tu non cercare, è illecito sapere, che fine a me, che fine a te,
Leuconoe, ci hanno dato gli dei, e non tentare
calcoli babilonici: meglio è subire quello che sarà,
se molti inverni ci ha assegnato Giove, o questo è l’ultimo,
che adesso, contro le scogliere, fiacca il mare
Tirreno: rifletti bene, versati il vino, e taglia la tua lunga
speranza in breve spazio: mentre parliamo, è già fuggito, a noi ostile,
il tempo: vivi questo tuo giorno, e non fidarti niente di un domani:

(da Il gatto lupesco – Poesie 1982-2001, Feltrinelli, 2002)

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FRANCO FORTINI

NON DOMANDARE

Non domandare, è male, la fine mia, la tua.
Non cercar gli oroscopi. Ti basti,
quel che sarà, patire.
Altri inverni verranno o questo è l’ultimo
che ora affanna ai promontori il mare
Tirreno. Tu che sai,
versa altro vino: la vita è breve, è lunga
la speranza. Recidila. Ti parlo e
l’ora va. Ridi al giorno. Altro non c’è.

(da Composita solvantur, Einaudi, 1994)

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GIOVANNI PASCOLI

PENSIAMO A VIVERE

Non cercare così - che non si può - quale a me, quale a te
Sorte, o Candida, sia data da Dio; lascia di leggere
Quelle cifre Caldee. Prenditi su quel che viene, e via!
O che abbiamo più verni anche, oppur sia l’ultimo questo, che
ora il mare tirreno urta ed infrange alle scogliere, tu
spoglia il vino nel filtro, e, s’è così breve la nostra via,
lunga non la voler tu la speranza. Ecco, parliamo e un po’
questa vita fuggì. L’oggi lo sai: non il domani, oh! No.

(da Traduzioni e riduzioni, Zanichelli, 1913)

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LA FRASE DEL GIORNO
Un concetto è lo stesso sia per un filosofo cinese che per uno ungherese o inglese. Chiunque in realtà può esporlo con le proprie parole. Il concetto quindi, in quanto spiritualità, è dell’umanità intera.
ATTILA JÓSZEF




Quinto Orazio Flacco (Venosa, 8 dicembre 65 a.C. – Roma, 27 novembre 8 a.C.), poeta latino. Può essere definito come il più classico dei poeti latini sia per il contenuto sia per la perfezione formale della sua poesia. Egli ha infatti cantato un atteggiamento morale e uno stile di vita ispirati alla semplicità, al distacco dalle passioni e al senso della misura. 


Edoardo Sanguineti (Genova, 9 dicembre 1930 – Genova, 18 maggio 2010), poeta, scrittore e politico italiano, che fece parte del Gruppo 63. La sua poetica è una disgregazione sperimentale del linguaggio, andata attraverso l’assemblage verso una forma più diaristica e concreta.


Franco Fortini, nato Franco Lattes (Firenze, 10 settembre 1917 – Milano, 28 novembre 1994), poeta, critico letterario, saggista e intellettuale italiano. La sua poesia è testimonianza anche ideologica delle lotte di classe del primo dopoguerra, voce progressista e coscienza critica del fallimento degli ideali.


Giovanni Pascoli (San Mauro di Romagna, 31 dicembre 1855 – Bologna, 6 aprile 1912), poeta e accademico italiano, eccelso latinista, figura emblematica della letteratura di fine Ottocento. Nonostante la sua formazione eminentemente positivistica, è il maggiore esponente del Decadentismo.



martedì 4 maggio 2010

Voci classiche

Mi sono chiesto spesso che cosa mi affascini così tanto nella poesia e nella letteratura classica, nella storia della Grecia e di Roma antica. Non è, non può essere l’aver frequentato il liceo classico: quello semmai è un sintomo della passione. La risposta migliore che mi sono dato è questa: quello che mi intriga è considerare che in epoche così remote gli uomini e le donne avevano gli stessi pensieri e gli stessi sentimenti di oggi, le stesse nostre esigenze e le stesse nostre inquietudini per quanto riguarda la vita e l'amore. Se il mondo intorno a noi è completamente diverso da quello che circondava Archiloco, Saffo, Ovidio e Properzio, le nostre anime non sono mutate da allora. Qualche esempio? Voce ai poeti:

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NOSSIDE
NON C'È NULLA PIÙ DOLCE DELL'AMORE

Non c'è nulla più dolce dell'amore.
Quale dolcezza lo supera? Sputo
anche il miele. Così Nòsside dice.
Solo chi non è amata da Cipride
non sa quali rose siano i suoi fiori.

 

STESICORO
POI CHE RARAMENTE LA MUSA

Poi che raramente la Musa
allieta soltanto, ma rievoca
ogni cosa distrutta:

a me non dà quiete il dolce
sonante flauto dalle molte voci
quando comincia soavissimi canti.

(Traduzione di Salvatore Quasimodo)

 

MARZIALE
EPIGRAMMI, IX, 10

Tu vuoi sposare Prisco; non mi stupisco, Paola, sei furba.
Prisco invece non ti vuole sposare; è furbo anche lui.

 

CATULLO
CARME 73

Non credere più che l'affetto meriti qualcosa
o che qualcuno possa esserti fedele.
L'ingratitudine è di tutti. È inutile far del bene,
anzi provoca amarezza, e più che amarezza danno:
come a me, perché nessuno mi perseguita più
di chi fino a ieri mi considerava il suo solo e unico amico.

(Traduzione di Mario Ramous)

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Antonio Canova, “Amore e Psiche”

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LA FRASE DEL GIORNO
E curvò con forza su un ginocchio l’arco sinuoso e disse: «Prendi, o poeta, ecco l’argomento da cantare!» / Me sventurato, il fanciullo aveva frecce infallibili: / ardo e nel cuore prima libero regna Amore. 
OVIDIO, Amores, I,I




Nosside
(Locri Epizefiri, IV secolo a.C. circa – III secolo a.C. circa), poetessa greca dell'età ellenistica, soprannominata "Voce di donna". Nei suoi versi il sentimento erompe vivo e sincero, anche nella passione d'amore. Molta parte della sua poesia si svolge nell'ambiente familiare.

Stesicoro
, pseudonimo di Tisia (Himera o Metauros, 630 a.C.?] – Catania, 555 a.C.), poeta greco antico. Il suo nome, sembra, fu Tisia, ma fu chiamato Stesicoro perché "ordinatore del coro". La sua poesia è un'elaborazione epico-lirica delle vecchie leggende greche, di quelle eroiche più che di quelle divine.

domenica 6 dicembre 2009

Il dormiveglia di Sant’Agostino

“Così il bagaglio del secolo mi opprimeva piacevolmente, come capita nei sogni. I miei pensieri, le riflessioni su di te somigliavano agli sforzi di un uomo, che malgrado l’intenzione di svegliarsi viene di nuovo sopraffatto dal gorgo profondo del sopore. E come nessuno vuole dormire sempre e tutti ragionevolmente preferiscono al sonno la veglia, eppure spesso, quando un torpore greve pervade le membra, si ritarda il momento di scuotersi il sonno di dosso e, per quanto già dispiaccia, lo si assapora più volentieri, benché sia giunta l’ora di alzarsi; così ero io sì persuaso dalla convenienza di concedermi al tuo amore, anziché cedere alla mia passione; ma se l’uno mi piaceva e vinceva, l’altro mi attraeva e avvinceva”.

Ho trovato meravigliosa questa metafora di Sant’Agostino, tratta dalle “Confessioni” (VIII, 12): il filosofo di Ippona descrive il suo tormentato passaggio alla vita cristiana, al battesimo che riceverà a Milano da Sant’Ambrogio il 24 aprile del 387, notte di Pasqua. Giunto ormai vicino alla decisione, Agostino ancora è trattenuto dal pensiero del matrimonio, dall’attitudine al piacere, e questa sua esitazione è ben raffigurata dallo stato di una persona che resta nel dormiveglia, che non decide di alzarsi, ben sapendo che quella è l’unica soluzione e che naturalmente si dovrà risvegliare e cominciare la giornata.

Agostino era un santo e filosofo e molto travagliata fu la sua via verso la fede: meditata attraverso i vizi e l’adesione al manicheismo, con progetti di matrimonio e addirittura di una “comune”. Ma anche ognuno di noi, e non parlo necessariamente del cammino religioso, spesso rimane in questo dormiveglia, in questo limbo in cui non si decide ma si rimane avvolti nelle coperte, nel comodo e piacevole torpore dell’ultimo sonno, si dice “Ancora un attimo”, si sussurra “Sì, tra poco mi alzo” e intanto, temporeggiando, la vita scorre e le occasioni fuggono…

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Philippe de Champaigne, "Agostino"

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LA FRASE DEL GIORNO
Più oscena di tutto è l'inerzia. Più blasfema della peggior bestemmia è la paralisi.
HENRY MILLER, Tropico del Cancro




Aurelio Agostino d'Ippona (Tagaste, Algeria, 13 novembre 354 – Ippona, Algeria, 28 agosto 430), filosofo, vescovo e teologo romano di origine berbera e lingua latina. Padre, dottore e santo della Chiesa cattolica, è il maggiore rappresentante della Patristica dell'Occidente. Se le Confessioni sono la sua opera più celebre, si segnala per importanza, nella vastissima produzione il trattato La città di Dio.


venerdì 31 luglio 2009

Appio Claudio Cieco

Agli albori della letteratura latina, dopo le anonime iscrizioni epigrafiche, i canti religiosi e le dodici tavole del diritto romano, la prima personalità compare nel III secolo a.C.: Appio Claudio Cieco, censore nel 312 e console nel 307 e nel 296, proveniente da una orgogliosa famiglia patrizia, fece costruire il primo acquedotto e la via che porta il suo nome, la Appia, per avvicinare Roma al mondo greco-italiota.

Di Appio ci restano solo alcune massime che denotano sentimenti liberali ed equilibrio orale, in spregio della sfrontatezza e della prepotenza. Perduta è un'orazione contro Pirro, molto famosa nel mondo antico, di cui Ennio testimoniò la violenza della requisitoria e la passione per la libertà del suolo romano dall'invasore.

 

MASSIME DI APPIO CLAUDIO CIECO:

Occorre conservare un animo equilibrato perché la tracotanza non generi frode e violenza.

(citata da Festo, in "De significatione verborum")

Quando vedi un amico, dimentichi le amarezze.

(citata da Prisciano, in "Institutio de arte grammatica")

Ciascuno è artefice della propria fortuna.

(citata da Sallustio, in "Epistulae ad Cesarem")

 



 

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LA FRASE DEL GIORNO
Per imparare bisogna essere umili. Ma la vita è la grande maestra.
JAMES JOYCE, Ulisse




Appio Claudio Cieco (Roma, 350 a.C. – 271 a.C.), politico, letterato e militare romano, nato di nobili origini in quanto membro dell'antica gens Claudia. Ardito innovatore in politica, è il primo degli antichi personaggi romani la cui personalità si stacchi nettamente sullo sfondo della tradizione. Egli era considerato anche come il primo antico prosatore latino.


martedì 28 luglio 2009

Un’ode sublime



SAFFO 

SIMILE A UN DIO 


Simile a un dio mi sembra quell'uomo
che siede davanti a te, e da vicino
ti ascolta mentre tu parli
con dolcezza
e con incanto sorridi. E questo
fa sobbalzare il mio cuore nel petto.
Se appena ti vedo, subito non posso
più parlare:
la lingua si spezza: un fuoco
leggero sotto la pelle mi corre:
nulla vedo con gli occhi e le orecchie
mi rombano:
un sudore freddo mi pervade: un tremore
tutta mi scuote: sono più verde
dell'erba; e poco lontana mi sento
dall'essere morta.
Ma tutto si può sopportare...



CATULLO

CARME 51


Simile a un dio mi sembra che sia
e forse più di un dio, vorrei dire,
chi, sedendoti accanto, gli occhi fissi
ti ascolta ridere
dolcemente; ed io mi sento morire
d'invidia: quando ti guardo io, Lesbia,
a me non rimane in cuore nemmeno
un po' di voce,
la lingua si secca e un fuoco sottile
mi scorre nelle ossa, le orecchie
mi ronzano dentro e su questi occhi
scende la notte.


(da Carmina - Traduzione di Mario Ramous)



Simeon Solomon, “Saffo ed Erinna”


L’anonimo greco del I-II secolo dopo Cristo che scrisse un trattato sul “Sublime” sosteneva che nella poesia a prevalere sono le forze irrazionali. E per dimostrare la sua tesi parla di questa ode di Saffo, famosissima, in cui la poetessa, analizzando i tanti aspetti di una passione amorosa, spesso contraddittori tra loro, crea una perfetta unità di sentire e raggiunge il sublime. 

L’anonimo del Sublime spiega in che modo Saffo dimostra la sua geniale virtù: “Quando sa scegliere e legare gli uni con gli altri i culmini di tali sentimenti e i momenti più tesi… Non ti fa meraviglia, vedendo come d’un colpo, l’anima, il corpo, le orecchie, la lingua, gli occhi, la pelle, tutte le parti insomma, Saffo le vada recuperando, quasi non fossero sue, ma disperse; e nello stesso contraddicendosi è fredda e brucia e ragiona e vaneggia, (o teme di morire o già quasi è morta) al punto che pare che in lei ci sia non una sola passione, ma un incontro di passioni”.

Un amore raccontato attraverso sensazioni, in realtà non è chiaro se sia un’ode alla gelosia o alla passione. Quello che è probabile è che si trattasse di una scena che si ripeteva spesso nel tiaso, il “collegio” con finalità religiose, questo in particolare dedicato al culto di Afrodite, di cui Saffo era la sacerdotessa: le ragazze che venivano istruite, educate e preparate al matrimonio con l’insegnamento della danza, del canto, dell’amore, della ricerca dell’estetica raffinata in ogni cosa, a un certo punto erano pronte per la loro nuova vita e per il marito e abbandonavano il tiaso. L’addio era spesso straziante e la nostalgia fortissima. “…«Sinceramente vorrei essere morta». Ella versando grosse lacrime mi lasciava e questo mi andava ripetendo” recita un’altra poesia di Saffo e la poetessa di Lesbo così consola la ragazza: “Va sorridente e di me ricòrdati; tu sai quanto t’abbiamo avuta cara; e se non sai, ti voglio ricordare… e quante ore belle e soavi abbiamo trascorso; molte ghirlande di viole, di rose e di zafferano insieme, …accanto a me cingesti e molti serti, corone al morbido collo, intrecciate d’amabili fiori…”

Un’ode sublime, dunque, così considerata già nell’antichità, tanto che Catullo provò a tradurla in latino, ottenendo un risultato liricamente altrettanto elevato.




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LA FRASE DEL GIORNO
Il Sublime trascina gli ascoltatori, non alla persuasione, ma all'estasi: perché ciò che è meraviglioso s'accompagna sempre a un senso di smarrimento, e prevale su ciò che è solo convincente o grazioso, dato che la persuasione in genere è alla nostra portata, mentre esso, conferendo al discorso un potere e una forza invincibile, sovrasta qualunque ascoltatore.
ANONIMO, Trattato del Sublime




Saffo (Ereso, 630 a.C. circa – Leucade, 570 a.C. circa), poetessa greca antica. Di nobile famiglia, colta e raffinata, istituì un tiaso, un collegio per ragazze, dedicato al culto di Afrodite, in cui si educavano le fanciulle al matrimonio. La sua sensibilità poetica seppe penetrare nell’animo e nelle cose cogliendone l’essenza, tanto che Platone la definì “la Decima Musa”.


Gaio Valerio Catullo (Verona, 84 a.C. – Roma, 54 a.C.), poeta romano. È noto per l'intensità delle passioni amorose espresse, per la prima volta nella letteratura latina, nel suo Catulli Veronensis Liber, in cui l'amore ha una parte preponderante, sia nei componimenti più leggeri che negli epilli ispirati alla poesia di Callimaco e degli Alessandrini in generale.