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sabato 6 novembre 2010

Uno, doje, tre e quattro


“Viviana conosce solo Vincenzo. E anche Carmela. Vincenzo conosce Carmela e Viviana ma non Daniele, che non conosce nessuno dei tre. Eppure Viviana, Carmela, Daniele e Vincenzo scrivono un libro figlio di un blog figlio di un libro che detto così sembra il remake di «Apelle figlio di Apollo fece una palla di pelle di pollo». Il tutto senza trucco e senza inganno. Come è possibile? E, anche, perché? La risposta in “Uno, doje, tre e quattro”, la storia di quattro @mici che diventano amici raccontando se stessi, le loro idee, le loro esperienze e le loro differenze - età, politica, studi, città, passioni, modi di pensare e di scrivere - attraverso le pagine di un blog. Il risultato? Un libro avvolgente, scritto con il linguaggio delle passioni e delle ragioni, in cerca di radici e di futuro. Si, “Uno, doje, tre e quattro” è tutto questo e ancora di più, perché in questo gran parlare di cosa cambia e cosa invece no nell'era dei social network, in questa guerra poco entusiasmante e ancora meno convincente tra gli ultras del «toccare» e quelli del «taggare», il volume è anche il segno di un passaggio e di una possibilità. Il passaggio dal mondo degli atomi a quello dei bit, e ritorno. La possibilità di produrre contenuti e non solo consumarli, come invece avveniva nella fase precedente”.

Non avevo mai pensato di aprire un blog: ora ne ho più di uno. Non avevo mai pensato di scrivere un libro: ora invece eccolo qui, come lo presenta la scheda della casa editrice che lo promuove. Le magie che l’evoluzione tecnologica, accelerata negli ultimi decenni, ha portato nelle nostre vite hanno consentito a quattro persone che neanche si conoscevano – e ancora io non conosco personalmente, almeno fino alla presentazione di Napoli del 16 novembre prossimo,  gli altri tre autori – di scrivere un libro assieme. Con Vincenzo Moretti, il sociologo autore di “Enakapata”, Viviana Graniero e Carmela Talamo, abbiamo dato vita a quella che in principio poteva sembrare un’illusione, ma che strada facendo ha messo radici ed è diventata “Uno, doje, tre e quattro”. Vincenzo Moretti racconta le motivazioni: “Certo, le nuove tecnologie ci azzeccano, ma ridurre la cosa a una faccenda di blog e di posta elettronica sarebbe un clamoroso errore, perché quello che veramente è cambiato in questo controverso nuovo mondo nato con l’internet è l’aumento esponenziale del numero di persone che hanno la possibilità non soltanto di consumare contenuti, ma anche di crearli, di produrli. È un passaggio, questo dal consumo alla creazione - produzione, che è tanto più importante perché avviene qui e ora, in un mondo cioè nel quale i contenuti, le informazioni, la conoscenza rappresentano il cuore della sfida competitiva in atto a ogni livello”.

Una sfida che lui ha avviato la vigilia di Pasqua del 2010 tra una pastiera e una torta pasqualina e che noi abbiamo raccolto: “Viviana, Carmela e io abbiamo dato fiducia a quest’uomo che avremmo potuto prendere per visionario, ma che abbiamo invece valutato come un lucido analizzatore dei tempi e dei media. Abbiamo intrapreso questa «follia» sapendo che era la costruzione di qualcosa di nuovo, e lo abbiamo fatto sostenendoci, alla Isaac Newton, sulle spalle dei giganti per vedere più lontano”. Siamo partiti dal social network, da Facebook per la precisione, con la nostra astronave e abbiamo toccato qua e là i pianeti che ci si presentavano: in “Uno, doje, tre e quattro” c’è la ricerca scientifica, c’è il rapporto tra Nord e Sud con il fenomeno leghista, c’è la poesia, ci sono le radici e le nostalgie, ci sono domande e risposte sul perché si scrive e sul perché i cervelli italiani preferiscano fuggire all’estero, c’è il tifo, c’è persino la gestione della spazzatura. Non ci credete? Leggete cosa scrive Carmela Talamo: “Ritorno all’argomento smaltimento rifiuti per dire che Somma Vesuviana è un piccolo esempio, sicuramente ci sono ancora tante cose da migliorare, sicuramente ci sono ancora tante domande a cui si deve dare una risposta ma, come ho detto, da qualche parte bisogna pur iniziare, e iniziare dalle persone di buona volontà continua a sembrarmi una bella cosa. Sì, me ne convinco ogni giorno di più: ci vuole gente che non si arrende alle pur mille difficoltà che la nostra bella terra ci impone in ogni circostanza, gente che ogni giorno cerca di fare comunque un passo avanti, fosse anche piccolo piccolo, non importa, basta che sia fatto nella giusta direzione. Mi piace la gente che riesce a fare, a distinguersi, ad andare oltre, contribuendo così a spazzare via un po’ di sporcizia dalla nostra napoletanità”.

Dimenticavo: c’è anche un’ampia pagina dedicata ai giochi di parole, ai tautogrammi e agli acrostici: lasciamo la parola a Viviana Graniero, l’esperta del gruppo in questo campo: “Quando mi viene in mente un racconto, una cosa da scrivere, una storia da scarabocchiare, in genere quello che ne esce è sempre qualcosa di ironico, giocoso. Ormai credo di avere la mente deformata, intrecciata dalle regole linguistiche, dalle restrizioni e dalle (il)limitazioni della letteratura potenziale. Che cosa può esserci di più meraviglioso? Arrivare fin dove si può e anche oltre, giocare senza fermarsi mai, perché, potenzialmente, per l’appunto, le possibilità della nostra lingua non hanno confini”.

Non hanno confini neppure le nostre connessioni: in un secondo possiamo colloquiare con persone che si trovano a New York o a Parigi o nel Borneo. Il vero senso del libro è questo: gli autori uno, due, tre e quattro insieme da svariati punti d’Italia senza neppure sedersi davanti a un tavolo. Neuroni e fibre ottiche. È il futuro, bellezza…


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VENITE A TROVARCI SULLA PAGINA FACEBOOK DI “UNO, DOJE, TRE E QUATTRO…

.Titolo: Uno doje tre e quattro
Editore: Ediesse
Distributore: PDE
Codice ISBN: 9788823015258

PRESENTAZIONE: 16 NOVEMBRE 2010
NAPOLI: La Feltrinelli, Via Santa Caterina a Chiaia, 23

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LA FRASE DEL GIORNO
Scrivere vuol dire manifestare il proprio essere, dare un significato alle azioni di tutti i giorni. Vuol dire anche cercare di circoscrivere la realtà, racchiudere l’universo o almeno la parte che riusciamo a comprenderne, intrappolarla come acqua in un bicchiere. Una parte infinitesima mentre oceani rimangono ancora là fuori.
V. GRANIERO, C. TALAMO, D. RIVA e V. MORETTI, Uno, doje, tre e quattro

mercoledì 9 giugno 2010

La Nostra guerra

Avevo già raccontato a proposito di “L’inattesa piega degli eventi” della passione di Enrico Brizzi per la storia alternativa, quella che avrebbe potuto realizzarsi se a un bivio della storia si fosse presa una decisione invece di un’altra o se un evento si fosse verificato in modo diverso. Là Brizzi raccontava dell’Italia coloniale del 1960 con un Mussolini morente rimasto al potere grazie all’alleanza con Gran Bretagna e Stati Uniti contro l’Asse Parigi-Tokyo-Berlino e la conseguente vittoria nella II Guerra Mondiale, ribattezzata con l’enfasi tipica di quell’Italia “La Nostra guerra”.

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E proprio “La Nostra guerra” è il titolo del “prequel” edito da Baldini Castoldi Dalai nel 2009 e ora ristampato in tascabile. L’Italia fascista, rimasta neutrale fino al 1942, è costretta ad entrare in guerra quando il 1° settembre Hitler lancia un ultimatum a Mussolini. La famosa dichiarazione di guerra del giugno ‘40 diventa così in questa Italia alternativa quella di un’orgogliosa difesa: “Un’ora segnata dal destino batte il cielo della nostra Patria”… identico l’incipit ma differente il finale: “Le Alpi saranno ancora il nostro baluardo, e le nostre acque trappola mortale per le unità germaniche. La parola d’ordine è una sola… Vincere! E vinceremo!”

A raccontare è il dodicenne Lorenzo Pellegrini, il giornalista donnaiolo dell’”Inattesa piega degli eventi”: le vicende familiari, con il padre avvocato e le sue amanti, con la madre che scopre non essere sua madre, con i ragazzi che conosce durante il conflitto e le prime esperienze erotiche si intrecciano con le azioni belliche, i bombardamenti sulle città del Nord, l’invasione tedesca di tutta la Valpadana e l’annessione delle regioni occidentali alla Francia e di quelle orientali al Reich, con i profughi e gli sfollati che scendono verso sud e verso le città di fondazione che il regime aveva trionfalmente costruito. La guerra civile non è tra fascisti e antifascisti ma tra camicie nere e monarchici, con il re pronto a vendere l’Italia alla Germania per disfarsi del Duce.

Brizzi integra le note del ragazzo con alcuni stralci in cui i protagonisti della Storia si incontrano e tramano - la celebre scena della Conferenza di Yalta vede Mussolini al posto di De Gaulle, ad esempio – e si diverte a giocare con le date: il 25 luglio Mussolini non viene arrestato, ma ferito in un attentato ordito da Casa Savoia; l’8 settembre Vittorio Emanuele III è costretto ad abdicare trasformando l’Italia de facto in una repubblica. A Campo Imperatore ci finisce lui, non Mussolini. IL CLN nasce lo stesso, come CLR (Comitato Littorio di Resistenza), la bomba atomica viene testata con successo dai ragazzi di Via Panisperna nel deserto libico e venduta agli americani, il Reich finisce con il suicidio di Hitler ma a violare il “Nido d’aquila” sulle alpi bavaresi non saranno i marines americani ma i nostri bersaglieri…

Un esercizio molto interessante questo di Brizzi, che ormai padroneggia la sua saga con maestria. Ma quell’Italia che esce da un “se” strappato alle grinfie della Storia, per quanto immaginaria, ha molti tratti che ci ricordano quale sia il carattere reale del paese: non servono ucronia o storia alternativa a cambiarci, siamo e resteremo Italiani…

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LA FRASE DEL GIORNO
Al momento di compiere il primo passo tutti gli altri successivi non sono ancora previsti; ma chi comincia ad agire male continua ad agire male, per evitare le conseguenze del primo fallo.
GAETANO SALVEMINI, Le origini del fascismo in Italia

sabato 6 marzo 2010

Il Giappone di Enakapata

“Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più d’avere: l’estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più t’aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti. Storie di città invisibili. Di luoghi ritrovati. Di luoghi da ritrovare. Forse da cercare…”

“Per genio e per caso”: questa è la linea guida di “Enakapata – Storie di strada e di scienza da Secondigliano a Tokyo”, agile reportage che si situa tra il memoriale di viaggio, la ricerca sociologica e il diario di bordo di due vite. Gli autori sono Il sociologo Vincenzo Moretti, che dirige la sezione Società, Culture e Innovazione alla Fondazione Giuseppe Di Vittorio e insegna Sociologia dell’Organizzazione all’Università di Salerno, e suo figlio Luca, che lavora alla Feltrinelli Express di Napoli, suona il basso nel gruppo napoletano dei Motor Sound e ha compiuto studi di fisica e di culture orientali.


Gli autori (al centro) durante una presentazione © Enakapata


“Per genio e per caso”, si è detto: in una lettera a Voltaire il sovrano di Prussia Federico il Grande scrisse che al caso sono dovuti tre quarti buoni del nostro universo. Non so se è così tanto, ma è certo che nella vita umana e nelle sue scoperte esso gioca un ruolo determinante. Non ci credete? Provate a pensare come avete conosciuto l'amore della vostra vita e iniziate a giocare a ritroso con i se. Ecco, ora vi siete convinti. Il caso, dunque, quella che in termini scientifici è la “serendipity”. Così Moretti nel libro: “Il punto di partenza è dato dal concetto di «serendipity», sconosciuto ai più, buffo anzichenò, con un certo non so che di magico, una sorta di supercalifragilistichespiralidoso della ricerca sociologica che dobbiamo al genio di Robert K. Merton. Quello di arrivo, dalla possibilità che l’interazione di menti preparate in ambienti sociocognitivi «serendipitosi» moltiplichi ed acceleri le opportunità per tutti quei soggetti – città, università, imprese – che intendono puntare sull’innovazione, scrutare i segni del tempo, ridefinire il proprio ruolo nella società, conquistare nuovi spazi di mercato”.

Si cerca qualcosa e se ne trova un’altra: il Teflon, per esempio, è stato scoperto così. Anche il Prozac, la penicillina e la dinamite. A Vincenzo Moretti, che nel 2008 scrive sull’edizione online della “Stampa”, capita di intervistare lo scienziato triestino Piero Carninci, che coordina il Fantom International Consortium. Da cosa nasce cosa e in breve i due Moretti si trovano a intraprendere questa avventura, “scoprendo” una realtà molto diversa da quella italiana: il Giappone ipertecnologico e produttivo dove la ricerca si sviluppa, anche grazie all'unione del genio e del caso, in modo lineare e produttivo, dove il merito e il talento vanno di pari passo e le menti si affinano nel confronto e nella collaborazione – in particolare qui si tratta di studi sull’RNA e sul genoma al Riken di Tokyo, istituto diretto dal Premio Nobel Riojy Noyori.


Il Premio Nobel Riojy Noyori e Vincenzo Moretti © Enakapata

“Enakapata” ospita anche lui, insieme ad altri validissimi ricercatori europei ma anche alle “ragazze” che gestiscono un caffè, ancora di salvezza per due italiani all’estero. Anche per questo il viaggio all’interno dell’universo del Riken è affascinante nonostante l’aridità scientifica del tema trattato: padre e figlio riescono a dipingere l’insieme con pennellate che attingono al gusto del ricordo e della nostalgia, unendo alla fierezza e alla voglia di conoscere l’umanità degli incontri e le uscite alla scoperta della città. Ci sono i treni superveloci a monorotaia, i templi, l’isola di Odaiba, i centri commerciali di Roppongi, i ciliegi in fiore. Ma anche i parenti e gli amici rimasti in Italia, contattati via Skype, personaggi come don Peppe detto «Testolina» e zio Peppino. Alla fine sogni una ricerca scientifica come quella nipponica anche in Italia e ti viene voglia di visitare il Giappone e di fare una capatina a Secondigliano…


VINCENZO E LUCA MORETTI
ENAKAPATA – STORIE DI STRADA E DI SCIENZA DA SECONDIGLIANO A TOKYO
EDIESSE
Euro 10,00

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“Enakapata” è anche un blog dove Vincenzo Moretti racconta con arte affabulatoria tutta partenopea quello che gli passa per la testa: i rapporti che legano la gente, processi sociali, nuove tecnologie (eh be’, è sociologo…), ricordi, gente di Secondigliano. E da poco ha inaugurato uno spazio dove giocare intelligentemente, la sezione “Pazzianno pazzianno”: ci si può dilettare con i tautogrammi, gli acrostici e la scrittura creativa partendo proprio dalle pagine di “Enakapata”.

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Shinjuku © Enakapata

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LA FRASE DEL GIORNO
Visitare terre lontane e conversare con genti diverse rende saggi gli uomini.
MIGUEL DE CERVANTES, Novelle esemplari

sabato 23 gennaio 2010

Che la festa cominci


Con “Che la festa cominci” Niccolò Ammaniti torna sui passi di un romanzo come “Branchie”, innervando quella comicità spesso delirante e fantasiosa sulla sua capacità di dipingere personaggi borderline e sgangherati. Ammaniti non abbandona la provincia che ha fatto da sfondo a “Come Dio comanda”, “Io non ho paura” e “Ti prendo e ti porto via”, ma la trapianta direttamente nel cuore di Roma, in una Villa Ada tramutata da un imprenditore parvenu in un incredibile parco dei divertimenti ad uso e consumo di vip sempre più dediti al vizio.

La commedia umana è il tratto distintivo di Ammaniti, che qui porta il suo solito zoo in un vero e proprio “zoo”, quello ricostruito con vecchi animali dei circhi dal palazzinaro Sasà Chiatti nel parco di Villa Ada (nella realtà la zona è in un inconcepibile degrado e Ammaniti, nei ringraziamenti finali, lancia un appello alle istituzioni perché intervengano). Qui si intrecciano le vicende di Saverio Moneta, un disgraziato ragioniere succube della moglie ricca, che per evadere da quel mondo, si è inventato con il nome di Mantos come capo di una setta satanica composta da soli quattro elementi (e uno di essi è la “vittima” di una messa nera, stuprata e sepolta viva, che, sopravvissuta, si è unita agli altri tre), e di Fabrizio Ciba, uno scrittore in gravissima crisi di ispirazione, volubile, alcolizzato e sempre in cerca di donne dall’avventura facile.

La festa è l’inaugurazione del parco di Villa Ada con dispendio di effetti speciali, dall’illuminazione a giorno al concerto della cantante italiana più celebre nel mondo, Larita, dai fuochi d’artificio alla caccia alla tigre, alla volpe e al leone. Le cose non andranno come avrebbe voluto il palazzinaro, ma si trasformeranno in tragedia e in rovina, a simboleggiare il disfacimento di una società che vive ormai sull’orlo del precipizio. Dopo l’Armageddon finale la vita riprende nel solito modo: le bassezze, le miserie e i vizi ricominceranno a emergere dalle macerie e, come sempre, sarà dagli umili a giungere una scintilla di speranza.



Einaudi - Collana Stile libero big
Prezzo € 18,00
Data uscita 27/10/2009
Pagine 270


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LA FRASE DEL GIORNO
La prima regola di ogni vero scrittore è: mai e poi mai, nemmeno in punto di morte, nemmeno sotto tortura, rispondere alle offese. Tutti aspettano che tu cada nella trappola della risposta. No, bisogna essere intangibili come un gas nobile e distanti come Alpha Centauri.
NICCOLÒ AMMANITI, Che la festa cominci




giovedì 9 luglio 2009

L’ucronia di Brizzi

Ucronia. Ovvero, la storia alternativa. È da qui che Enrico Brizzi prende lo spunto per narrare le vicende del giornalista Lorenzo Pellegrini nel suo romanzo “L’inattesa piega degli eventi”, pubblicato da Baldini Castoldi Dalai nel 2008. L’ucronia è la storia fatta con i se, un gioco intellettuale che ricostruisce un futuro alternativo dopo avere mutato un evento storico. Ed è in questo contesto, l’alleanza dell’Italia di Mussolini contro la Germania, la conseguente vittoria nella guerra contro i tedeschi e l’espansione dei confini al Tirolo e a una porzione di territorio francese (la “pugnalata alla schiena” in tal caso è del governo di Petain contro l’Italia), il mantenimento della gestione delle colonie, che Brizzi racconta la sua storia.

Nell’Italia del 1960, una repubblica che ha cacciato i Savoia dopo il “tradimento” del 1943, con il Duce morente e le Olimpiadi di Roma ormai imminenti, il giornalista sportivo bolognese Lorenzo Pellegrini viene inviato per punizione a seguire la “Serie Africa”, il campionato delle colonie ignorato in patria e fonte invece di accese rivalità anche politiche e razziali in Somalia, Etiopia ed Eritrea. Mentre in Italia è in corso un’aspra lotta per la successione al Duce, nell’Africa Orientale Italiana si muovono sotto traccia i germi di una rivolta che si estenderà anche alla madrepatria, dopo la scomparsa di Mussolini. Lorenzo Pellegrini scoprirà una terra affascinante e i suoi contrasti, le tensioni palpabili che scoppiano ogni giorno e sono catalizzate dal calcio, con squadre di soli bianchi fedeli al regime, come la Audax Addis Abeba e le Fiamme Nere Gibuti, e squadre interrazziali spesso povere, con giocatori scalzi e divise raffazzonate, ma ricche di dignità, come l’Abissinia Dire Daua e il San Giorgio.

Interessante è il quadro antropologico e linguistico tratteggiato da Brizzi: naturalmente tutti si danno del voi, ci si chiama “camerata” e si fa il saluto romano, anche se spesso in maniera stanca; i nomi sono tutti italianizzati: c’è un personaggio che si chiama Oscarre, Innsbruck diventa Ponte a Eno, Lienz Borgo Drava, il Kenia è Chenia, il Milan si trasforma in Milano. E poi ci sono le conseguenze della Storia: a Pio XII è succeduto non il mite Giovanni XXIII ma il conservatore francese Pio XIII, Pratt non disegna Valentina ma Ettore della Xª, Sandro Pertini è a capo del Comitato di Liberazione dell’Africa Orientale, le sigarette sono le Giubek, la compagnia aerea è l’Ala Littoria, non c’è la RAI ma l’EIAR. Non tutto muta però: la Juventus di Charles e Sivori è in testa al campionato, Modugno canta “Volare” e a Carosello non si è rinunciato…




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LA FRASE DEL GIORNO
La storia è un romanzo che è stato; il romanzo è storia che avrebbe potuto essere.
EDMOND e JULES DE GONCOURT, Idées et sensations

lunedì 17 novembre 2008

Camilleri, L'età del dubbio


"Montalbano in questo romanzo (...) si trova all'interno di un proprio dubbio esistenziale che non sa risolvere in nessun modo e che verrà risolto coraggiosamente da qualcun altro".

Andrea Camilleri racconta così l'ultima avventura in ordine di tempo della saga del commissario Montalbano, "L'età del dubbio", in libreria da pochi giorni. Ormai lo scrittore siciliano scrive con il pilota automatico e riesce a ottenere buone storie ogni volta, un po' come il "collega" Simenon, qui anche citato nella trama.

Il commissario si trova a dover indagare tra yacht e cruiser in un'indagine "marina", come l'autore stesso la definisce, che si svolge tra il porto di Vigàta e Marinella: vi si nascondono dietro grossi traffici internazionali e comincia con il ritrovamento di un cadavere sfigurato in un canotto dopo una violenta mareggiata.

Ma questa volta Montalbano, che ha cinquantotto anni, deve fronteggiare anche i dubbi che l'avanzare dell'età pone alla sua mente, "investigativa" anche nel quotidiano e non solo nel lavoro, svolto peraltro egregiamente. E Camilleri si diverte ad addentrarsi nei meandri di quei sentimenti, a diventare psicologo del proprio personaggio.

L'amore e la morte sono i temi che stavolta lo scrittore di Porto Empedocle introduce, leopardianamente, nella trama: infatti il romanzo si apre con un sogno di Montalbano che assiste al proprio funerale e nota l'assenza della fidanzata Livia, sempre più assente e sempre più gelosa e nervosa nelle opere più recenti. Nelle pagine si parlerà ancora di questo sogno e Montalbano stesso arriverà, nelle menzogne bonarie che dice al dottor Lattes della questura e che lo crede sposato e padre, a dire che uno dei suoi figli è prima malato e poi morto, solo per evitare le odiate pratiche burocratiche!

L'amore appare sotto forma di vero e proprio colpo di fulmine, di innamoramento adolescenziale - a 58 anni! si dice Montalbano - e veste la divisa di una donna tenente di Marina, Laura Belladonna, con la quale collaborerà in un tira e molla di emozioni contrastanti, tanto da considerarsi "in una timpesta tra Scilla e Cariddi" come il Petrarca, cui la storia di Laura e Salvo sembra rimandare. Eccolo il dubbio: seguire la strada della coscienza e della ragione o abbandonarla e buttarsi a capofitto in una follia che potrebbe cambiare la sua vita?

Laura gli era piaciuta assà a prima vista, aviva riprovato con emozioni, squasi con commozioni, qualichi cosa che gli era capitata sulo negli anni della picciottanza.
Ma questa non doviva essiri ’na cosa successa sulo a lui. Probabilmenti succidiva a ’na gran quantità d’òmini che avivano da un pezzo passata la cinquantina. Che era? Era un dispirato, e inutili, tentativo di risintirisi picciotto, come se quel sentimento potissi scancillari gli anni.
Ed era proprio questo che confonniva le acque, pirchì uno non arrinisciva cchiù a distinguiri se questo sentimento era vero, autentico o se era fàvuso, artificiali, pirchì nasciva appunto dall’illusioni di potiri tornari narrè nel tempo. Non gli era capitata la stissa ’ntifica cosa con la cavallerizza? Lui, con Laura, non aviva avuto modo di chiaririsi le idee.
Si stava lassanno trascinari passivamenti dalla correnti che lui stisso aviva creata quanno era successo l’imprevedibile.
E cioè che Laura gli aviva ditto che provava per lui la stissa attrazioni. E come aviva reagito?
Si era a un tempo sintuto scantato e filici.
Filici pirchì la picciotta l’amava o pirchì era arrinisciuto, alla sò età, a fari ’nnamurari ’na picciotta?
C’era ’na gran bella differenza tra le dù cose.
Ed essiri scantato per le conseguenzie, non viniva a significari che l’intensità di quel sentimento era accussì vascia da permettergli ancora di raggiunari?






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LA FRASE DEL GIORNO
In amuri, la ragione o si dimette o va in aspettativa. Se può ancora esistiri, essiri presenti, obbligarti a considerare i lati negativi del rapporto, veni a significari che non si tratta di vero amuri.
ANDREA CAMILLERI, L'età del dubbio




Andrea Calogero Camilleri (Porto Empedocle, 6 settembre 1925), scrittore, sceneggiatore, regista e drammaturgo italiano. Ha esordito nella narrativa con il romanzo Il corso delle cose (1978). Nel 1994 con La forma dell'acqua ha dato vita alla fortunata serie del commissario Montalbano, proseguita con numerosi romanzi e racconti.


sabato 5 aprile 2008

“Il campo del vasaio” di Camilleri


Il campo del vasaio segna, in questo ultimo romanzo di Andrea Camilleri, un duplice piano di lettura: è il “critaru”, il terreno argilloso che fornisce la materia prima per costruire vasellame, dove viene rinvenuto il cadavere di un uomo smembrato in trenta pezzi; ma è anche il simbolo del tradimento: nel vangelo di Matteo i sacerdoti, con i trenta denari gettati nel tempio da Giuda prima di andare a impiccarsi, decidono di comprare il “campo del vasaio” per destinarlo alla sepoltura dei forestieri.

E il tradimento - dell’amicizia in questo caso, perché il commissario Montalbano si trova a dover fronteggiare la macchinazione del suo vice e amico Mimì Augello - permea tutte le pagine: Montalbano stesso tradisce la fidanzata storica Livia con l’amica svedese Ingrid e tradisce anche il fido Fazio, lasciandolo all’oscuro e usandolo per redimere Mimì. Tradisce infine anche il tempo, che continua a scorrere inesorabile e inquieta Montalbano, che a cinquantotto anni pensa alla vecchiaia ed è incline alla malinconia e alla commozione.

Divertente un “cameo” dello stesso Camilleri: Montalbano legge un suo libro, “La scomparsa di Patò” e ne trae l’intuizione per risalire all’evangelico “campo del vasaio”: una piccola scatola a sorpresa.





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LA FRASE DEL GIORNO
Non cercare di sfoggiare il coraggio quando basta l’intelligenza.
PAULO COELHO, Il cammino di Santiago




Andrea Calogero Camilleri (Porto Empedocle, 6 settembre 1925), scrittore, sceneggiatore, regista e drammaturgo italiano. Ha esordito nella narrativa con il romanzo Il corso delle cose (1978). Nel 1994 con La forma dell'acqua ha dato vita alla fortunata serie del commissario Montalbano, proseguita con numerosi romanzi e racconti.