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mercoledì 15 novembre 2023

Gli occhi della terra


BIJAN JALALI

UN FIORE

Quando guardi
attentamente
un fiore
è tutto ciò che è

per me
i fiori
sono gli occhi
della terra
che ci guardano
con luminosa sorpresa

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I versi di Bijan Jalali, poeta iraniano del secolo scorso, si discostano dalle qualità della tradizione classica persiana: si serve delle immagini per giungere a un’osservazione acuta capace di essere lapidaria nella sua brevità. Come in questa poesia, dove risalta la pace e l’armonia con il mondo.

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FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

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   LA FRASE DEL GIORNO   

Il mondo comincia / dove finisco.
BIJAN JALALI




Bijan Jalali (Teheran, 30 novembre 1927 - 24 gennaio 2000), poeta iraniano. Conosciuto per la semplicità e le immagini della sua espressione poetica, che riflette su concetti umani profondi, in particolare il concetto di morte e del nulla. Tra le sue opere: Il colore dell'acqua, I giorni, Diari, Il nostro cuore e il mondo, Giochi di luce e L'acqua e il sole.


martedì 11 gennaio 2022

Baktash Abtin


Il poeta e regista iraniano Baktash Abtin – 47 anni – è morto di Covid-19 sabato scorso in un ospedale di Teheran, dove era stato tardivamente trasferito dal carcere di Evin, dove era rinchiuso dal settembre 2020 con l’accusa di attività contro la Repubblica islamica e di appartenenza all’Associazione degli scrittori. Abtin era stato processato nel 2016 e condannato a sei anni di reclusione dopo aver partecipato a un evento commemorativo in occasione del 18° anniversario degli "omicidi a catena" di dissidenti, tra cui scrittori, negli Anni ‘90.

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NERO SIGNIFICA NOTTE

Nero significa notte
e un vicolo buio significa
la tua voce brillante dopo che ci siamo salutati
che io ci sia o no
ogni sera,
i miei sogni
ti baceranno in quel vicolo!
Bianco significa ospedale
e le sottili pale del ventilatore significano
che il mondo gira intorno a me
Tu non sei qui quindi io
potrei lavare i piedi della notte
e avvolto in un lenzuolo bianco,
fingere di essere morto

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COME SA DI TE

Come sa di te
il vino che non ho bevuto
Quante parole tristi
si sono posate sul fondo di questo bicchiere
davanti a me
Quanto dolore sopporta
la mappa sul muro?
La mappa ha un mare, ma non si muove
senza di te…
l'isola non è che
un dolore curvo
e io sono sotto la puntina da disegno
pensando a te!

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LA FRASE DEL GIORNO
Spero che un giorno più nessuno nel mondo sarà incarcerato per i suoi pensieri e per avere una così bella esigenza di libertà.
BAKTASH ABTIN




Baktash Abtin, pseudonimo di Mehdi Kazemi (Teheran, 1974 – 8 gennaio 2022), poeta e regista iraniano. Autore di documentari, fu attivista per i diritti umani nella Repubblica islamica iraniana. Arrestato per la sua attività, è stato condannato a sei anni di reclusione ed è morto di Covid-19 durante la prigionia.


giovedì 28 gennaio 2021

Abbas Saffari


Il poeta iraniano Abbas Saffari è stato vinto da una lunga malattia cui ha dato il colpo di grazia l’infezione da Covid-19. Nato nel 1951 a Yazd, nell’Iran centrale, nel 1979 era sfuggito alla rivoluzione khomeinista riparando negli Stati Uniti. Fondatore ed editore di riviste letterarie iraniane in esilio (Sang e Cactus), tradusse Ezra Pound. Nel 2010 ebbe molta eco una rivisitazione della storia di Adamo ed Eva e del Paradiso terrestre, intitolata La nostra storia. Nella sua poesia, spesso incentrata su Los Angeles ma anche sulla nostalgia della madrepatria, ha spesso introdotto giochi di parole e un buon senso dell’umorismo.

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CENA DI SABATO SERA

La cipolla, la grattugerò
perché non si secchi la mia fonte di lacrime.
La patata, la pelerò
per il tuo gioco di prestigio con la pelle.
Lascia che suoni Nusrat Fateh Ali Khan, il menestrello sufi
perché ci apra una finestra su Konya,
una finestra adorna di narcisi, sonnolenta e languida,
e piena di piccioni viaggiatori.
Se chiamano
da MasterCard
o dall’Agenzia delle io-non-ho-affatto Entrate
di’ loro che sono andato in Kashmir
a cercare la palla da polo persa da tempo dal re indiano Aurangzeeb,
e che non è chiaro quando tornerò.
Non ridere, mia cara!
Le incomprensioni culturali
allontanano i seccatori
più in fretta di una vuota conversazione.
Ora, mentre questo riso indiano invecchiato cuoce,
metti due bicchieri, labbro a labbro, vicino alle nostre mani
della nostra annata più vecchia, quattro anni
e un ricordo del secolo scorso.
Un sorso di buon vino
è sufficiente a cancellare un secolo intero dalla memoria.
Sorso dopo sorso
possiamo tornare così indietro
che dopo cena
possiamo trovarci al chiaro di luna
tra i palmeti della Mesopotamia,
e verso mezzanotte
in un luogo primordiale nudo
e sconfinato.

(da Fiammiferi bruciati, 2005)

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UN UCCELLO È UN UCCELLO

Quando disegno apro questa tenda
Un’antenna TV
e spesso qualche pettirosso a impreziosire il mio mattino.
Non è però la mancanza di finestre
che mi ha condotto qui
Questo rettangolo d’azzurro avrei potuto averlo
da qualsiasi altra parte
Anche gli uccelli
in ogni parte del mondo
posano nello stesso modo
quei loro petti di velluto
sono a portata d’occhio
Dunque, pettirossi o corvi,
che differenza fa?
Un uccello è un uccello.

Ad essere onesti,
non mi ricordo
perché sono venuto qui
Certo, deve essere stato un motivo importante
Non si diventa vagabondi senza motivo.
Quando me ne ricorderò finirò questa poesia…

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LA FRASE DEL GIORNO
Non ho scoperto la bellezza / dei cieli / finché non li ho guardati negli occhi di Eva.
ABBAS SAFFARI, La nostra storia




Abbas Saffari (Yazd, 1951 – Long Beach, Florida, 26 gennaio 2021), poeta iraniano. Nel 1979, all’avvento di Khomeini, riparò negli Stati Uniti, dove fondò alcune riviste di esuli e tradusse Ezra Pound. Le sue poesie sono caratterizzate da giochi di parole e senso dell’umorismo.


giovedì 27 agosto 2020

O Luna! Grande Luna!


FOROUGH FARROKHZAD

LA SOLITUDINE DELLA LUNA

Per tutta la notte,
I grilli invocarono:
“O Luna! Grande Luna…”

Per tutta la notte,
I rami con quelle braccia protese,
I cui sensuali sospiri
Si levavano verso l’alto,
La brezza della sottomissione
Ai comandi di dei sconosciuti e misteriosi,
Migliaia di respiri segreti nella vita recondita della terra,
La lucciola in quel volo circolare e luminoso,
Il ticchettio sul tetto di legno,
Leila dietro il velo,
E le rane nello stagno
Tutti insieme, tutti insieme ininterrottamente
Fino all’alba invocarono:
“O Luna! Grande Luna…”

Per tutta la notte,
Brillò la Luna sulla terrazza.
La Luna
Era il solitario cuore della sua notte.
Lacrime risplendenti d’oro stava piangendo.


(Traduzione di Daniela Zini)

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“Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, Silenziosa luna?” si chiedeva Giacomo Leopardi. Se ne sta sola, nel suo bianco silenzio, risponde la poetessa iraniana Forough Farrokhzad, a illuminare le notti terrestri, a convogliare i sogni, a brillare nel buio cosmico stillando i suoi raggi come lacrime.

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FOTOGRAFIA © OK-PHOTOGRAPHY

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LA FRASE DEL GIORNO
La luna, finché è sola nel cielo, campeggia su tutte le stelle; ma quando poi spunta il sole o scompare, o non si vede più. Non v'accostate mai a chi vi può eclissare, ma a chi vi può mettere in evidenza..
BALTASÁR GRACIÁN, Oracolo manuale e arte di prudenza




FarrokhzadForough Farrokhzad (Teheran, 5 gennaio 1935 – Tafresh, 13 febbraio 1967), poetessa iraniana. Sfidando le autorità religiose, espresse con fermezza sensazioni e sentimenti della situazione femminile nella società iraniana degli anni cinquanta-sessanta, contribuendo al rinnovamento della letteratura persiana del '900. Morì in un incidente stradale tornado da una visita alla madre. La sua poesia fu vietata dalla rivoluzione islamica del 1979.


martedì 25 giugno 2019

Dove sono dunque?


QEYSAR AMINPOUR

APPUNTI PERSI

Dove sono dunque?
Ho messo sottosopra
più volte le mie carte:
documenti d’ufficio, il conto degli straordinari e dei recuperi,
le carte di credito,
gli inviti ai matrimoni e le partecipazioni ai lutti,
bollette di acqua, luce ed altre,
buste paga, l’assicurazione, multe e buoni pasto,
lettere circolari,
lettere ufficiali e di circostanza,
lettere personali e confidenziali di referenza,
ricevute di rate di mutuo,
rate mai terminate, infinite…
Dove sono allora?
Ho messo sottosopra
più volte le tasche sgualcite:
alcuni biglietti piegati,
vecchie banconote stropicciate,
monete annerite,
scontrini della spesa,
acquisti per la casa…
Ma dove sono dunque,
gli appunti persi, utili per l’immortalità.


(da Poesia, n. 273, Luglio-Agosto 2012 - Traduzione di Chiara Riccarand)

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Un elenco di carte e documenti che si possono trovare nelle case di ognuno di noi e che rappresentano la nostra vita, i rapporti con il mondo del lavoro, con la società, con la burocrazia, con i consumi. E un elenco di cose che possiamo trovare nelle tasche: denaro, ricevute, scontrini che testimoniano il nostro rapportarci con il mondo. Eppure, quello che davvero ci serve, dice il poeta iraniano Qeysar Aminpour, lo abbiamo smarrito.

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PATTON WILSON, "AUTORITRATTO"

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LA FRASE DEL GIORNO
Necessariamente / con un suono dal silenzio / e per sempre sospeso / tra due precipizi / cammino; / il mio destino è scrivere.
QEYSAR AMINPOUR




Qeysar Aminpour (Gotvand, 2 aprile 1959 - Teheran, 30 ottobre 2007), poeta iraniano, considerato come uno dei fondatori della poesia persiana dopo la Rivoluzione islamica del 1979. Fu redattore di Soruš e docente alle università di al-Zahra e di Teheran.

mercoledì 29 maggio 2019

Quei bei giorni


FOROUGH FARROKHZAD

QUEI GIORNI


Se ne sono andati quei giorni
quei bei giorni
quei giorni freschi e intensi
quei cieli ricolmi di perline
quei rami carichi di ciliegie
quelle case appoggiate l’una all’altra
al verde riparo dell’edera
quei tetti di aquiloni giocosi
quei viali inebriati dall’odore delle acacie

Se ne sono andati
quei giorni quando
sgorgavano dalle mie palpebre,
come bolle colme d’aria,
le mie canzoni
il mio sguardo sorseggiava, come latte fresco,
tutto quanto scorgeva
come se vivesse tra le mie pupille
vivace lepre della felicità
al mattino, insieme al vecchio sole,
scendeva nelle piane sconosciute della curiosità
e alla sera si perdeva fra i boschi delle tenebre

Se ne sono andati
quei giorni innevati e quieti
mentre dietro la finestra,
nel tepore della stanza,
restavo incredula a guardare
la mia candida neve
cadere lenta come morbida peluria
sulla vecchia scala di legno
sul filo sottile dei panni
sui capelli di pini antichi
e pensavo a domani, ah domani,
bianca sagoma scivolosa

Domani
iniziava con il fruscio del velo della nonna
e la sua confusa ombra nel quadro della porta
che d’un tratto
si abbandonava nel freddo senso della luce
nella vaga scia delle colombe in volo
tra i colori delle vetrate
domani…
 
Assonnata dal tepore della stufa
lontano dagli occhi di mia madre
cancellavo rapida e audace
la firma della maestra
dai vecchi compiti

Quando cessava la neve
vagavo triste nel nostro giardino
e seppellivo i miei passeri morti
sotto i gelsomini arsi e spogli

Se ne sono andati
quei giorni d’incanto e stupore
quei giorni di sonno e di veglia
quando ogni ombra celava un segreto
ogni scrigno nascondeva un tesoro
ogni angolo del ripostiglio,
nella quiete del mezzogiorno,
pareva un mondo
e chi non temeva quel buio
pareva un eroe

Se ne sono andati
quei giorni di festa,
l’attesa del sole, l’attesa dei fiori
il fremito fragrante
del mucchio timido e silente
dei narcisi selvatici
che salutavano la città
nell’ultimo mattino d’inverno
e la voce dei venditori ambulanti
lungo i viali macchiati del verde
 
Il mercato era intriso dagli odori vaganti
l’odore acre del pesce e del caffè
il mercato, sotto i passi della gente,
si estendeva, si allargava e si mescolava
a ogni attimo del cammino
e roteava in fondo agli occhi delle bambole
il mercato era mia madre
che andava in fretta
verso tutto ciò che colorato fluiva
e tornava
con ceste piene e regali impacchettati
il mercato era la pioggia che cadeva,
cadeva e cadeva
 
Se ne sono andati
quei giorni di stupore dei segreti del corpo
quei giorni delle timide conoscenze
della bellezza azzurra delle vene di una mano
con un fiore
chiamava, oltre il muro,
l’altra mano
e piccole macchie d’inchiostro
sulle mani impaurite, confuse e tremanti
poi l’amore
svelarsi in un timido saluto
 
Tra il fumo e il calore del mezzogiorno
cantavamo nelle stradine polverose il nostro amore
conoscevamo l’ingenuo idioma del fiore messaggero
portavamo i nostri cuori
al giardino delle candide tenerezze
e li prestavamo agli alberi
e la palla, con i baci vaganti,
passava di mano in mano
era l’amore
quel sentore confuso nel buio dell’atrio
che d’improvviso accerchiava e rapiva
tra i respiri e i palpiti infuocati
tra i piccoli sorrisi rubati
 
Se ne sono andati
quei giorni,
come le piante marcite nel calore
si sono arse sotto i raggi del sole
e sono smarrite
quelle stradine ebbre dal profumo delle acacie
nel chiassoso tumulto di una strada senza ritorno
e la ragazza che tingeva le sue guance
coi petali dei gerani
ora, è una donna sola,
una donna sola.


(da Un’altra nascita, 1963 – Traduzione di Domenico Ingenito)
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I giorni dell’infanzia sono – anche per la poetessa iraniana Forough Farrokhzad – un’età dell’oro, un’Arcadia ormai perduta come tutti i paradisi: le piccole cose diventano quasi esperienze mitologiche (l’infanzia è tutta una scoperta, è il tempo dell’apprendimento, della visione del mondo attraverso quegli occhi innocenti che poi perderemo già entrano nell’adolescenza). Quei giorni infantili sono remoti ormai, perduti, e a Forough non restano ormai – nonostante non abbia ancora compiuto 30 anni – solamente rimpianto e disincanto.
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DIPINTO DI DONALD ZOLAN
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LA FRASE DEL GIORNO

Fa parte delle imperfezioni e delle rinunce della vita umana il fatto che la nostra infanzia debba diventarci estranea e cadere nell'oblio, come un tesoro sfuggito a mani che giocavano, e precipitato in un pozzo profondo.
HERMANN HESSE



FarrokhzadForough Farrokhzad (Teheran, 5 gennaio 1935 – Tafresh, 13 febbraio 1967), poetessa iraniana. Sfidando le autorità religiose, espresse con fermezza sensazioni e sentimenti della situazione femminile nella società iraniana degli anni cinquanta-sessanta, contribuendo al rinnovamento della letteratura persiana del '900. Morì in un incidente stradale tornado da una visita alla madre. La sua poesia fu vietata dalla rivoluzione islamica del 1979.

sabato 9 febbraio 2019

Il mio destino è scrivere


QEYSAR AMINPOUR

L’EQUILIBRISTA

Mi sono appoggiato
                            al vento
l’equatore come asta
l’orizzonte come corda,
                            mi sono fermato
sull’orlo di due precipizi all’improvviso:
                            all’improvviso per un suono
                            all’improvviso per un silenzio
sotto di me
              a bocca aperta
                            la valle dell’abisso.
Necessariamente
con un suono dal silenzio
e per sempre sospeso
tra due precipizi
                           cammino;
il mio destino è scrivere.

(da Poesia, 273, Luglio-Agosto 2012 - Traduzione di Chiara Riccarand)

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Rimanere in equilibrio tra due precipizi: questo è per il poeta iraniano Qeysar Aminpour fare poesia. Restare sospesi tra reale e sogno, tra immanenza e trascendenza, tra materia e mistero: l’unica possibilità di non cadere è continuare a camminare sul filo della scrittura.

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DIPINTO DI ERIC ZENER


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LA FRASE DEL GIORNO
Ho messo sottosopra / più volte le mie carte: / (...) ma dove sono dunque, / gli appunti persi, / utili per l’immortalità?
QEYSAR AMINPOUR




Qeysar Aminpour (Gotvand, 2 aprile 1959 - Teheran, 30 ottobre 2007), poeta iraniano, considerato come uno dei fondatori della poesia persiana dopo la Rivoluzione islamica del 1979. Fu redattore di Soruš e docente alle università di al-Zahra e di Teheran.


domenica 2 dicembre 2018

In piedi, sulla terra


FOROUGH FARROKHZAD

SULLA TERRA

Non ho mai sperato
diventar stella nel miraggio celeste.
Non ho sperato,
come un’anima eletta,
accompagnare angeli silenziosi.
Non mi sono mai separata dalla terra,
non ho mai incontrato una stella.

Sono in piedi, sulla terra.
Il mio corpo: uno stelo d’erba
che, per esistere, succhia
il sole, il vento, l’acqua.

Con i miei desideri,
con il mio dolore,
io sono sulla terra:
voglio l’elogio delle stelle
voglio le carezze del vento.

Guardo dalla mia finestra.
Non sono che l’eco di una canzone:
io non sono eterna.

Di una canzone, cerco solo l’eco,
nel grido di un desiderio
più puro del silenzio del dolore.

Io non cerco il nido
in un corpo steso come la rugiada
sul giaggiolo del mio corpo.

Sul muro della mia vita,
uomini, viandanti,
hanno tracciato ricordi
col nero carbone dell’amore:
un cuore trafitto da una freccia,
una candela rovesciata,
punti pallidi e silenziosi
sulle lettere della follia.
Tutte le labbra
che sfiorarono le mie labbra
hanno creato nella mia notte,
una stella,
che si posava sul fiume dei ricordi.
Perché dovrei invidiare le stelle ?

Questa è la mia canzone,
Non ci fu mai niente, prima.

(da Un’altra nascita, 1963 - Traduzione di Gina Labriola)

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Ben piantata sulla terra, i piedi saldi che somigliano a radici, la poetessa iraniana Forough Farrokhzad - a dispetto delle autorità religiose di Teheran e dei letterati conservatori - rivendica questa sua terrestrità carnale  che alla fine cerca di realizzare proprio con i materiali che ha a disposizione quella sorta di sovrannaturalità, che siano passioni, amori o poesie.

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sunsetgirl

FOTOGRAFIA DA PINTEREST

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LA FRASE DEL GIORNO
La vita è forse quell’istante / in cui il mio sguardo si distrugge nei tuoi occhi / ed è nel sentimento / che metterò l'impressione della luna / e la percezione della notte.
FOROUGH FARROKHZAD




FarrokhzadForough Farrokhzad (Teheran, 5 gennaio 1935 – Tafresh, 13 febbraio 1967), poetessa iraniana. Sfidando le autorità religiose, espresse con fermezza sensazioni e sentimenti della situazione femminile nella società iraniana degli anni cinquanta-sessanta, contribuendo al rinnovamento della letteratura persiana del '900. Morì in un incidente stradale tornado da una visita alla madre. La sua poesia fu vietata dalla rivoluzione islamica del 1979.


venerdì 14 settembre 2018

Due solitudini


FOROUGH FARROKHZAD

COPPIA

Cade la notte
E dopo la notte, il buio
E dopo il buio
Gli occhi
Le mani
I respiri, i respiri…
E il rumore dell'acqua
Che gocciola dal rubinetto

Dopo due punti rossi
Due sigarette accese
Il tic-tac dell'orologio
Due cuori
E due solitudini

(da Un’altra nascita, 1963)

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Più di così, / sì molto più ancora / si può restare in silenzio / Per ore, / con lo sguardo immobile dei cadaveri, / si può fissare il fumo di una sigaretta / la forma di una tazza / un pallido fiore sul tappeto / un vago tratto sul muro”… Così la poetessa femminista iraniana Forough Farrokhzad aveva descritto lo stato di casalinga degli Anni ‘60. La stessa coppia è protagonista di questa scena di sesso, descritta semplicemente attraverso l’accelerare dei respiri. Ma non è amore: sono due solitudini che si uniscono senza riuscire a superare i conflitti e le emozioni di ogni giorno.

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Coppia

GICLÉE DA PINTEREST

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LA FRASE DEL GIORNO
Ogni coppia condivide un segreto, qualcosa di unico, di particolare. Se questo non c'è allora non è una vera coppia
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DAVID GROSSMAN, Qualcuno con cui correre




FarrokhzadForough Farrokhzad (Teheran, 5 gennaio 1935 – Tafresh, 13 febbraio 1967), poetessa iraniana. Sfidando le autorità religiose, espresse con fermezza sensazioni e sentimenti della situazione femminile nella società iraniana degli anni cinquanta-sessanta, contribuendo al rinnovamento della letteratura persiana del '900. Morì in un incidente stradale tornado da una visita alla madre. La sua poesia fu vietata dalla rivoluzione islamica del 1979.


giovedì 2 agosto 2018

Una luce


FOROUGH FARROKHZAD

DONO

Io parlo dall’estremità della notte

Dall’estremità della tenebra
dall’estremità della notte
io parlo

Se verrai a casa mia, oh mio caro
portami una luce
e una piccola finestra
per guardare
la stradina affollata e felice

(da Un’altra nascita, in È solo la voce che resta, Aliberti, 2009 – Tr. Faezeh Mardani)

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Una luce, un piccolo bagliore, una fiammella che consenta di eliminare il buio che ha dentro: questo è il dono che chiede la poetessa iraniana Forough Farrokhzad agli amici che vengono a visitare la sua casa: un po’ di calore per illuminare l’oscurità. Lei li attende  “con i miei capelli, l’odore che è sotto la terra, / e i miei occhi, l’esperienza densa del buio”.

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EDWARD HOPPER, “SOLE IN UNA STANZA VUOTA”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ogni volta che scrivo una poesia, penso che qualcosa mi sia strappato, qualcosa che offro agli altri
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FOROUGH FARROKHZAD




FarrokhzadForough Farrokhzad (Teheran, 5 gennaio 1935 – Tafresh, 13 febbraio 1967), poetessa iraniana. Sfidando le autorità religiose, espresse con fermezza sensazioni e sentimenti della situazione femminile nella società iraniana degli anni cinquanta-sessanta, contribuendo al rinnovamento della letteratura persiana del '900. Morì in un incidente stradale tornado da una visita alla madre. La sua poesia fu vietata dalla rivoluzione islamica del 1979.


mercoledì 6 luglio 2016

Abbas Kiarostami

 

Abbas Kiarostami, regista, poeta, fotografo e scultore iraniano è morto il 4 luglio in una clinica parigina dove era ricoverato per un intervento chirurgico. Nato a Teheran nel 1940, si era affermato nel cinema persiano fino alla vittoria della Palma d'oro al Festival di Cannes nel 1997 con “Il sapore della ciliegia”.

Ma in Iran la poesia è un diletto nazionale, è praticatissima. Non poteva l’animo poetico di un cineasta ignorare questa forma di espressione. Le sue poesie sono lampi, sembrano fermare il momento in cui il flash di una macchina fotografica illumina la scena: ne risulta una poetica delle piccole cose, delicata ed essenziale, dove spesso a spiccare è la purezza del bianco.

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Kiarostami

FOTOGRAFIA © TWITCH FILM

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*

Il vento porterà con sé
i fiori del ciliegio
sino al biancore delle nubi.

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*

È una bandiera di libertà
la mia camicia
sul filo della biancheria,
leggera e libera
dai legami del corpo
.

(da Un lupo in agguato, Einaudi, 2003 - Traduzione di Riccardo Zipoli)

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*

Non sono tornati
fiumi che scorrevano
verso il mare
soldati che andavano
in guerra
amici che partivano
verso terre lontane.

.

*

Vicini di casa
sui fili del bucato
hanno steso poesia,
in aprile.

(da Il vento e la foglia, Le Lettere, 2014 - Traduzione di F. Mardani)

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Vedi anche: Kiarostami poeta

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia è recita per voce sola.
ABBAS KIAROSTAMI




Abbas Kiarostami (Teheran, 22 giugno 1940 – Parigi, 4 luglio 2016), regista, sceneggiatore, poeta, fotografo, pittore e scultore iraniano. Ha pubblicato libri di poesie che richiamano nella struttura gli haiku giapponesi, constando infatti di componimenti di pochi versi e senza rima. In essi spesso rappresenta la vita quotidiana, piccoli frammenti di normalità guardati con lo stupore di un bambino.


mercoledì 26 novembre 2014

La vita è una mela

 

SOHRAB SEPEHRI

NAÏF

Il cielo - più azzurro.
L’acqua - più azzurra.
Io sotto il portico, Ra’na vicino alla fontana.
Ra’na lava i panni.
Cadono le foglie.
A mia madre che dice: “come è triste questo tempo”,
rispondo che la vita è una mela da mordere tutta intera,
con la buccia.

La vicina siede alla finestra con l’uncinetto e canta.
Io leggo i Veda e ogni tanto abbozzo un uccello, una nuvola, un sasso.
Sole senza macchie,
sono ritornati gli storni.
I nasturzi stan fiorendo.
Spacco una melagrana e ne libero i chicchi.
Penso che sarebbe bello se anche i semi del cuore degli uomini si vedessero!
Una goccia di succo di melagrana nell’occhio mi fa piangere:
ride mia madre e Ra’na pure.

(Traduzione di Chiara Riccarand)

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Naïf, ovvero ingenuo, come la corrente artistica dalla pittura spontanea e dai colori vivaci: il poeta iraniano Sohrab Sepehri suggerisce sin dal titolo la chiave di lettura di questi versi che rappresentano una scena autunnale in cui si muovono pochi personaggi. Il titolo assume su di sé la funzione di dare alla realtà un’interpretazione favolistica.

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Ranevska

YANA RANEVSKA, “STILL LIFE WITH POMEGRANATE”

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LA FRASE DEL GIORNO
I poeti sono gli eredi dell’Acqua, della Saggezza e della Luce.
SOHRAB SEPEHRI




Sohrab Sepehri  (Kashan, 7 ottobre 1928 – Teheran, 21 aprile 1980), poeta e pittore iraniano. Nella sua poesia, risaltano temi ricorrenti: la natura e Dio, la vita e la morte, il viaggio e la solitudine, la donna e l'amore. Il suo stile risulta molto ermetico, carico di mitologia e misticismo.


sabato 20 luglio 2013

Come specchio

 

BIJAN JALALI

LE RADICI DELLA POESIA

Dico
di quel che vedo
e ciò che vedo
come acqua scorre
nella mia poesia

*

Non so
se il mondo
si cela dietro il nome
o appare col suo nome

*

Come specchio
osservo
e l’immagine del mondo
ripeto
per il mondo.

(da Poesia, n. 273, Luglio-Agosto 2012 - Traduzione di Chiara Riccarand)

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Che cos’è la poesia? E chi è il poeta? Questa è la risposta che dà l’iraniano Bijan Jalali. Il poeta è un osservatore del mondo, al quale la realtà si rivela nel suo vero aspetto: il suo ruolo è dunque quello di diffondere questa immagine, di divenire messaggero di questa realtà appresa nel sogno come si coglie per un istante l’acqua di un fiume che scorre.

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mirror-image2-art-print

ALFRED GOCKEL, “MIRROR IMAGE II”

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LA FRASE DEL GIORNO
Scrivo di un attimo / che attimo non è / ma eterno bagliore / di stella.
BIJAN JALALI




Bijan Jalali (Teheran, 30 novembre 1927 - 24 gennaio 2000), poeta iraniano. Conosciuto per la semplicità e le immagini della sua espressione poetica, che riflette su concetti umani profondi, in particolare il concetto di morte e del nulla. Tra le sue opere: Il colore dell'acqua, I giorni, Diari, Il nostro cuore e il mondo, Giochi di luce e L'acqua e il sole.


domenica 24 febbraio 2013

Kiarostami poeta

 

Abbas Kiarostami è un celebre regista iraniano: nel 1997 vinse la Palma d’oro a Cannes con Il sapore della ciliegia. Ma lui dice di essere soprattutto un poeta. I suoi versi hanno il sapore degli haiku, pur non essendo haiku, ma ne incarnano la stessa brevità che condensa emozioni, arrivando all’osso, dopo aver prosciugato tutto ciò che non è indispensabile. C’è chi trova questi versi sublimi, chi banali. Questi che presento sono tratti da Il lupo in agguato – il titolo, tra l’altro, è una delle micropoesie – edito da Einaudi nel 2005 con la traduzione di Riccardo Zipoli. Io propendo più per la seconda ipotesi. A voi il giudizio….

 

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Chi conosce
il dolore del bocciolo
quando si apre?

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*

Ho fotografato un albero
ed è arrossito
che ci crediate o no.

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In tua assenza
la giornata
è di 24 ore esatte,
in tua presenza
a volte di meno
a volte di più.

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*

Dal gracidare delle rane
misuro
la profondità dello stagno.

.abbas-1

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LA FRASE DEL GIORNO
Scrivere versi consiste nel combinare le parole dentro la mente nella più totale indipendenza e immediatezza
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ABBAS KIAROSTAMI




Abbas Kiarostami (Teheran, 22 giugno 1940), regista, sceneggiatore, poeta, fotografo, pittore e scultore iraniano. Ha pubblicato libri di poesie che richiamano nella struttura gli haiku giapponesi, constando infatti di componimenti di pochi versi e senza rima. In essi spesso rappresenta la vita quotidiana, piccoli frammenti di normalità guardati con lo stupore di un bambino.


venerdì 27 luglio 2012

Eterno bagliore di stella


BIJAN JALALI

IL TEMPO NELLA POESIA


Il Tempo nella poesia
non esiste.
Oggi
è il suo domani
e domani
è il suo oggi


*

Scrivo di un attimo
che attimo non è
ma esteso bagliore
di stella


*

È dalla fine del mondo
che vengo
con nuove parole
dall'inizio del mondo.


(da Poesia, n. 273 - Traduzione di Chiara Riccarand)

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Ha ragione il poeta iraniano Bijan Jalali: la poesia non ha tempo, sembra sorgere da un attimo ma tende verso un’eternità che esprima il suo misterioso canto. Di più: quella sua magia viene da qualche cosa che astrae dal tempo, che sempre era, è e sarà. E se l’attimo è ciò che la genera – “Ogni poesia potrebbe chiamarsi attimo” scriveva anche Wislawa Szymborska – in realtà quello è solo il punto in cui la poesia si manifesta.
 
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FOTOGRAFIA © NASA/ESA
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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia si avvicina alle verità essenziali più della storia.
PLATONE




Bijan Jalali (Teheran, 30 novembre 1927 - 24 gennaio 2000), poeta iraniano. Conosciuto per la semplicità e le immagini della sua espressione poetica, che riflette su concetti umani profondi, in particolare il concetto di morte e del nulla. Tra le sue opere: Il colore dell'acqua, I giorni, Diari, Il nostro cuore e il mondo, Giochi di luce e L'acqua e il sole.


mercoledì 11 luglio 2012

Lo sguardo cucito

 

NADER NADERPOUR

SGUARDO

Sul vetro incrinato
il ragno aveva tessuto una tela

Sul vetro,
il diamante dei tuoi occhi
tracciò una riga;

e quel vetro
nel silenzio degli alberi, si ruppe in mille pezzi:

solo i tuoi occhi restarono e la luna.
Cucito nei miei occhi il loro sguardo.

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Sul numero 273 di Poesia ho pescato questi bellissimi versi. Sono di Nader Naderpour, poeta iraniano, esponente della Sher-e Now – o nuova poesia persiana - formatosi in Francia ed esule a Los Angeles dopo la Rivoluzione khomeinista del 1979. Perché mi hanno colpito? Non so dirlo: una poesia si manifesta da sé, si lega al nostro sentire, si intreccia alle speranze, alle tristezze, alle illusioni che ci portiamo dentro. Ma quel taglio pittorico, in scene, quasi in sequenze cinematografiche, mi ha aperto lo sguardo sul ricordo, sulla sua persistenza che è in noi e non nelle cose.

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FOTOGRAFIA © JEF POSKANZER

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LA FRASE DEL GIORNO
Il ricordo è un modo di incontrarsi.
KHALIL GIBRAN




Nader Naderpour (Teheran, 6 giugno 1929 – Los Angeles, California, 18 febbraio 2000), poeta iraniano. Tra i molti poeti iraniani che hanno dato forma alla Nuova Poesia Persiana (She'r-e Now), è ben noto per la sua vasta ricerca sulla poesia iraniana contemporanea. 


giovedì 14 giugno 2012

Una bambola meccanica


FOROUGH FARROKHZAD

LA BAMBOLA MECCANICA

Più di così,
sì molto più ancora
si può restare in silenzio
Per ore,
con lo sguardo immobile dei cadaveri,
si può fissare il fumo di una sigaretta
la forma di una tazza
un pallido fiore sul tappeto
un vago tratto sul muro
Con le rigide dita
si può scostare la tenda
e guardare fuori la pioggia che batte,
il bimbo e l’aquilone dipinto
sotto il porticato
e il vecchio carro
attraversare chiassoso la piazza deserta
Vicino alla tenda
si può restare immobili
senza vedere, senza sentire
Con la voce aliena e artefatta
si può gridare forte
“Io amo”
Tra le braccia vigorose di un uomo,
si può essere una donna sana e bella
Con il corpo dalla pelle tesa
con i seni duri e pieni
si può inquinare
nel letto di uno sbronzo, un randagio, un folle
la purezza di un amore
Si può beffare con astuzia
ogni incomprensibile enigma
e accontentarsi di un cruciverba
Si può essere felici
di una risposta banale di cinque o sei lettere,
sì, una risposta banale
Ci si può inginocchiare,
tutta la vita, a testa bassa,
innanzi a un santuario freddo
Si può vedere Dio in una tomba ignota
Si può credere in Dio
Per una piccola moneta
Si può lentamente marcire
come un vecchio predicare
nelle piccole stanze di una moschea
Si può, come lo zero,
nelle divisioni e nelle moltiplicazioni,
restare sempre immutati
si può considerare il tuo sguardo di rancore
il bottone scolorito di una vecchia scarpa
e come l’acqua prosciugarsi nel proprio fossato
Si può nascondere timidamente
in fondo a un vecchio baule,
come una buffa istantanea in bianco e nero,
la bellezza di un attimo
Si può appendere
nella cornice vuota di una giornata
l’immagine di un condannato, vinto crocefisso
si possono coprire,
dietro le maschere, le crepe del muro
o aggiungere ancora altre inutili figure
Si può guardare al proprio mondo
con gli occhi vitrei della bambola meccanica
Si può dormire in una scatola di panno ruvido
con il corpo riempito di paglia
tra pizzi e perline
e a ogni volgare pressione delle dita
gridare invano
“oh, come sono felice”.

(da Un’altra nascita, 1964 - Traduzione di Faezeh Mardani)

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Della poetessa iraniana Forough Farrokhzad avevo già parlato proponendone un profilo biografico e una breve scelta di poesie. Una donna emancipata e disinibita nell’Iran degli Anni ‘50 e ‘60, un paese non certo ostile come quello di adesso, ma sicuramente chiuso e con una concezione del ruolo della donna che mal si attagliava all’esuberanza della sfortunata Forough: La bambola meccanica elenca tutta una vita con i suoi errori, i momenti di abulia, le dolcezze, le passioni, le alienazioni, la poesia, la condivisione. Quello che non si può essere è proprio un automa in balia degli altri, soggetto alle volontà e ai desideri altrui. Per sottrarsi a quel ruolo, alla distruzione della propria individualità, Forough scelse la fuga, in Germania, Francia, Italia, Inghilterra. Ma forse era in fuga anche da se stessa…

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FOTOGRAFIA © MILLIONTALKS
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LA FRASE DEL GIORNO
Con i miei desideri, / con il mio dolore, / io sono sulla terra: / voglio l’elogio delle stelle / voglio le carezze del vento
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FOROUGH FARROKHZAD, Un’altra nascita




FarrokhzadForough Farrokhzad (Teheran, 5 gennaio 1935 – Tafresh, 13 febbraio 1967), poetessa iraniana. Sfidando le autorità religiose, espresse con fermezza sensazioni e sentimenti della situazione femminile nella società iraniana degli anni cinquanta-sessanta, contribuendo al rinnovamento della letteratura persiana del '900. Morì in un incidente stradale tornado da una visita alla madre. La sua poesia fu vietata dalla rivoluzione islamica del 1979.


mercoledì 31 agosto 2011

Forough Farrokhzad

 

Ho scelto alcune delle poesie scritte nella sua breve vita da una donna libera e tumultuosa, l’iraniana Forough Farrokhzad, nata a Teheran nel 1935, sposa a 17 anni, subito madre e divorziata. Sono la testimonianza poetica di una donna appassionata che si trovava a vivere in un paese in contraddizione, dove se non era data la libertà politica, la libertà sessuale era perlomeno sopportata nella borghesia colta. L’Iran degli anni ‘50 e ‘60 con lo Scià e la “dolce vita” persiana, ben diverso dalla teocrazia instaurata successivamente da Khomeini: e infatti la rivoluzione islamica del 1979 mise al bando le opere della Farrokhzad. Forough viaggiò in Germania e Francia, soggiornò a lungo in Italia, girò film e documentari. Si legò a un altro poeta, Nader Naderpur, vivendo di provocazioni che la portarono a sfidare le autorità religiose e i letterati più conservatori: chiedeva con insistenza di poter godere del proprio corpo, contestava il ruolo della donna nel matrimonio tradizionale e nella società. Poi trovò l’amore della sua vita, lo scrittore e regista Ebrahim Golestan: una passione tempestosa, un prendersi e lasciarsi, litigi e rappacificazioni. Aveva litigato furiosamente con lui il 14 febbraio 1967: stava tornando da una visita alla madre e si recava al cinema per assistere a un film italiano quando per evitare uno scuolabus si schiantò con la sua jeep: l’incidente pose fine alla sua vita a soli 32 anni.

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da MURO, 1958

CANTO DI BELLEZZA

Sulle tue spalle, rocce di granito dure e superbe
cascate di luce, ruscella l’onda dei miei capelli.

Sulle tue spalle, muro di cinta di un mirifico castello
danzano, come rami del salice, le ciocche dei miei capelli.

Le tue spalle, torri di ferro,
le tue spalle, fulgenti di sangue e di vita,
hanno il colore di un braciere di rame.

Nel silenzio, nel tempio del desiderio,
addormentata vicino a te,
i segni dei miei baci sulle tue spalle,
come morsi ardenti di serpenti.

Le tue spalle, nella rifrazione del sole
sotto le gocce chiare e tiepide di sudore
sfavillano come cime di montagne.

Le tue spalle, Mecca dei miei sguardi appassionati,
le tue spalle, sigillo di preghiera...

(traduzione di Gina Lagorio)

 

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da RIVOLTA, 1957

PECCATO

Ho peccato, peccato, quanto piacere
nell’abbraccio caldo e ardente ho peccato
fra due braccia ho peccato
accese e forti di caldo rancore, ho peccato.

In quel luogo di buio silenzio appartato
nei suoi occhi colmi di segreti ho guardato,
nel palpito del petto furioso il mio cuore
tremava nei suoi occhi di desiderio in preghiera.

In quel luogo di buio silenzio appartato
accanto a lui al suo fianco sconvolta
la sua bocca desiderio versava tra le labbra mie,
scappata, io, dalle pene del folle mio cuore.

Gli sussurrai piano piano la melodia dell’amore:
ti voglio, ti voglio, anima mia
ti voglio, ti voglio, abbraccio che infiamma
ti voglio, amore mio pazzo.

Il desiderio nei suoi sguardi fiamme avvampava,
il vino nero nella coppa tremava e danzava.
Il mio corpo sul tenero letto
sul suo petto ubriaco oscillava.

Ho peccato, peccato, quanto piacere
accanto all’estatico fremito di un corpo.
Oddio, mio Dio, che cosa ho mai fatto
in quel luogo di buio silenzio appartato?

(Traduzione di Domenico Ingenito)

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da UN’ALTRA NASCITA, 1964

SALUTERÒ DI NUOVO IL SOLE

Saluterò di nuovo il sole,
e il torrente che mi scorreva in petto,
e saluterò le nuvole dei miei lunghi pensieri
e la crescita dolorosa dei pioppi in giardino
che con me hanno percorso le secche stagioni.
Saluterò gli stormi di corvi
che a sera mi portavano in offerta
l’odore dei campi notturni.
Saluterò mia madre, che viveva in uno specchio
e aveva il volto della mia vecchiaia.
E saluterò la terra, il suo desiderio ardente
di ripetermi e riempire di semi verdi
il suo ventre infiammato,
sì, la saluterò
la saluterò di nuovo.
Arrivo, arrivo, arrivo,
con i miei capelli, l’odore che è sotto la terra,
e i miei occhi, l’esperienza densa del buio.
Con gli arbusti che ho strappato ai boschi dietro il muro.
Arrivo, arrivo, arrivo,
e la soglia trabocca d’amore
ed io ad attendere quelli che amano
e la ragazza che è ancora lì,
nella soglia traboccante d’amore, io
la saluterò di nuovo.

(Traduzione di Domenico Ingenito)

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LA FRASE DEL GIORNO
Ah, anche io sono donna, il cui cuore / nel desiderio di averti avanza e si agita, / ti amo, immagine delicata, / ti amo, desiderio impossibile
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FOROUGH FARROKHZAD, Il muro




FarrokhzadForough Farrokhzad (Teheran, 5 gennaio 1935 – Tafresh, 13 febbraio 1967), poetessa iraniana. Sfidando le autorità religiose, espresse con fermezza sensazioni e sentimenti della situazione femminile nella società iraniana degli anni cinquanta-sessanta, contribuendo al rinnovamento della letteratura persiana del '900. Morì in un incidente stradale tornado da una visita alla madre. La sua poesia fu vietata dalla rivoluzione islamica del 1979.