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mercoledì 31 marzo 2010

Anacronismi


Mi diverte, quando guardo i film ambientati in epoche che non sono la nostra, cercare gli anacronismi, gli oggetti che non dovrebbero esistere. L’orologio del legionario romano è un caso limite portato spesso a esempio. Ma ci sono sottigliezze come il brano “Con il nastro rosa” di Battisti, che è del 1980, proveniente da una radiolina nel peraltro bellissimo “Io non ho paura” di Salvatores, che racconta eventi del 1978.

Non è che un gioco. Ma se applichiamo questa ricerca alla storia, allora ecco gli OOPArt, oggetti che non dovrebbero esistere in quel contesto perché la loro invenzione o le tecniche per la loro realizzazione sarebbero venute molto più avanti nel tempo. OOPArt sta per Out of Place Artifacts, “oggetti fuori luogo”, ovvero anacronismi. Se ne occupa l’archeologia misteriosa o pseudoarcheologia, visto che gli scienziati sono scettici di fronte a tali reperti e quasi sempre riescono a dare una spiegazione logica, molte volte legata ad abili falsificazioni, più raramente dovuta all’affermazione che quell’oggetto solo apparentemente è estraneo alla sua epoca, come il celebre Meccanismo di Anticitera, un calcolatore astronomico perfettamente compatibile con le conoscenze degli antichi Greci.

Quasi sempre. Talvolta la spiegazione proprio non c’è e non si trova. Per esempio:
  • Nella Table Mountain, in California, in uno strato di roccia del Terziario, tra i 33 e i 55 milioni di anni fa, è stato rinvenuto un mortaio con pestello
  • Sulle rive del fiume Narada, in Russia, sono stati ritrovati dei sottilissimi elementi avvolti a spirale, della grandezza di 3 micron, in rame, tungsteno e molibdeno, molto simili a quelli realizzati con le moderne nanotecnologie
  • La pagoda nera di Konark in India ha una colossale pietra sommitale, eretta nel XIII secolo: si ritiene che non sia possibile innalzarla senza i moderni macchinari



  • In una grotta nella città francese di Saint-Jean de Livet, da un calcare risalente a 65 milioni di anni fa (l’epoca della sparizione dei dinosauri), sono usciti alcuni tubi metallici rettangolari modellati
  • Il teschio di un bisonte di una specie vissuta tra 30.000 e 70.000 anni fa nella Yakuza, con un foro rotondo che sembra causato da una pallottola
  • i jet d’oro precolombiani: sarebbero raffigurazioni di aerei a reazione dell’anno 1000 (forse i più celebri OOPArt, ma potrebbero essere uccelli stilizzati)



  • La protesi metallica di puro ferro, lunga 23 cm, nella gamba della mummia del sacerdote egizio Usermontu, che visse tra il 656 e il 525 avanti Cristo
  • A Heavener, in Oklahoma, nel 1928 da un filone di carbone datato 285 milioni di anni spuntò fuori un muro di calcestruzzo
  • Nello Utah, in una roccia scistosa del Cambriano, 500 milioni di anni fa, c’è l’orma di una scarpa con tacco, che avrebbe schiacciato un trilobite, animale estintosi 300 milioni di anni fa; un’altra impronta fossile di scarpa è saltata fuori nel Nevada, e risalirebbe a 5 milioni di anni fa
  • E la forma di una vite fossile, lunga 5,08 cm, è rimasta impressa come una fotografia, consumatosi il ferro, in una miniera d’oro di Treasure City nel 1869.

Viaggi nel tempo, premonizioni, teletrasporto? O più probabilmente burle di qualche buontempone. Una risposta non c’è. Altre volte invece gli studiosi sono riusciti a trovare una spiegazione:
  • Un cranio umano ritrovato nello Zambia con un “foro di pallottola” come quello del bisonte della Yakuza: il buco potrebbe essere stato lasciato dal canino di un grosso predatore o essere una foratura sacrale del cranio
  • La batteria di Bagdad, considerata un utensile per placcare pezzi di metallo, è in realtà un contenitore per sacri rotoli di papiro
  • I teschi di cristallo precolombiani, impossibili da lavorare senza strumenti più moderni, sono dei falsi del XIX secolo. Sono però serviti per una nuova avventura di Indiana Jones
  • Le sfere metalliche di Klerksdorp, in Sudafrica, risalenti a 2,8 miliardi di anni fa, sono formazioni naturali, noduli di limonite
  • L’aliante di Saqqara, un oggetto leggero con ali aerodinamiche, è in realtà la riproduzione di un uccello, probabilmente un giocattolo: alla prova del volo, una ricostruzione non è stata in grado né di volare né di planare

Ciò non toglie che la pseudoarcheologia si possa buttare nelle ipotesi della pseudostoria: sulla base degli OOPArt c’è chi ha elaborato la “teoria dell’alternanza delle civiltà evolute”, giudicando possibile che nel corso dei millenni sulla Terra si siano sviluppate più civiltà simili alla nostra e che ogni volta siano riuscite ad autodistruggersi. Altri reputano invece possibile un intervento di colonizzatori alieni, con morfologia simile alla nostra, capaci di influenzare in modo indiretto gli ominidi preistorici. Come si vede, c’è molto materiale per la fantascienza e praticamente nulla per la scienza…

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LA FRASE DEL GIORNO Sono esploratori cattivi quelli che pensano che non ci sia terra se vedono solo mare.
FRANCIS BACON, Advancement of Learning

giovedì 22 ottobre 2009

CBS 1766 e il liuto babilonese

La storia sa regalare anacronismi che non riusciamo a spiegare: i moai dell’Isola di Pasqua, per esempio, o il meccanismo di Anticitera.

Ora gli archeologi hanno scoperto l’esistenza di un elementare computer analogico risalente a un periodo tra il 1200 e l’800 avanti Cristo: è saltato fuori da una tavoletta cuneiforme rinvenuta in Mesopotamia. Il paleomusicologo inglese Richard Dumbrill ha realizzato un modellino in rame partendo dal disegno inciso: la macchina era uno strumento per accordare il liuto a sette corde – ogni corda una nota – ed è perfettamente funzionante. La scoperta, tra l’altro, consente di spostare indietro nel tempo l’”invenzione” delle sette note, finora tradizionalmente attribuita a Pitagora, vissuto nel VI secolo prima di Cristo.


CBS 1766 © Icobase

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I paleomusicologi, si sa, non sono poeti e hanno ribattezzato CBS 1766 la tavoletta, ora custodita in un museo di Philadelphia. Il calcolatore invece è costituito da un disco di rame rotante sovrapposto ad uno fisso: sul disco mobile è inciso un disegno a forma di stella a sette punte, che indica gli intervalli tra le note; i musicisti potevano così determinare attraverso calcoli matematici i rapporti frazionari della lunghezza di ognuna delle sette corde.

Il liuto babilonese era uno strumento molto melodioso e seducente; lo stesso Dumbrill racconta di un’altra tavoletta: la dea dell’amore Inana suona il liuto per strappare al dio della saggezza Enki tutto il suo sapere. Ah, le donne…

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LA FRASE DEL GIORNO
La musica è la macchina per sopprimere il tempo.
CLAUDE LÉVI-STRAUSS, Il crudo e il cotto

lunedì 3 agosto 2009

Gli Incas e l’effetto serra

Quale fu la causa dell’espansione dell’impero Inca? L’effetto serra… Secondo una complessa ricerca dell’Istituto Francese di Studi Andini, che ha sede a Lima, durata quindici anni con il finanziamento del governo francese e la collaborazione dell’università del Sussex, tra il 1100 e il 1500 un periodo di alte temperature consentì agli Incas di sviluppare le loro coltivazioni e di abitare le montagne.

Gli studiosi, guidati dal britannico Alex Chepstow-Lusty, hanno analizzato palmo a palmo il terreno della laguna Marcacocha nel cuore del cammino Inca che va da Cuzco a Machu Picchu. Polline, semi e altri indicatori ambientali hanno permesso di concludere che tra l’880 e il 1100 vi fu una pesante siccità, che non poteva favorire lo sviluppo di una civiltà. Ma, dopo quel periodo, l’innalzamento delle temperature spinse gli Incas sulle montagne, dove idearono il loro ingegnoso sistema di coltivazioni terrazzate. Così ridisegnarono il paesaggio ottenendo il massimo dalle attività agricole: il benessere dato dall’abbondanza di mais e patate favorì l’aumento della popolazione e di conseguenza lo sviluppo delle strutture, in primis un fortissimo esercito capace di portare a una rapida espansione.

La storia, si sa, ama ripetersi. Il riscaldamento globale non è questione odierna, ma una fase naturale del ciclo terrestre: potremmo imparare dagli Incas a sfruttarlo con un progetto sostenibile.

 

Fotografia © Pexels

 

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LA FRASE DEL GIORNO
I messicani discendono dagli aztechi, i peruviani dagli incas e gli uruguayani dalle barche.
PROVERBIO URUGUAYANO

lunedì 23 marzo 2009

La camera affrescata di Djehuty


Archeologi spagnoli del Consiglio Superiore di Investigazioni Scientifiche hanno scoperto a Luxor una camera sepolcrale con affreschi decorativi risalenti a 3500 anni fa. Gli studiosi, che lavorano al progetto dal 2004, hanno definito ciò che hanno trovato nella necropoli di Dra Abu el-Naga, nella antica Tebe, "la Cappella Sistina dell'Antico Egitto". La tomba, scavata nella roccia, è alta più di due metri e si espande per una ventina di metri. Nella sala più interna si apre un pozzo funerario profondo otto metri, al termine del quale c'è l'accesso a un'altra camera, abbastanza larga, misurando 5,50 metri per 3,50, con un'altezza di 1,60. Le sorprese per gli archeologi non sono finite qui: in questa camera si apre un altro pozzo di tre metri che conduce alla vera e propria camera sepolcrale.

La cappella sepolcrale apparteneva a Djehuty, un alto dignitario, scriba della regina Hatshepsut, ed è interamente dipinta con geroglifici tratti dal Libro dei Morti, scene e descrizioni in rilievo. Lo scopo della costruzione era di aiutare il defunto a superare gli ostacoli nel suo cammino verso l'aldilà. Il professor José Manuel Galán, direttore della squadra che ha lavorato agli scavi in condizioni non troppo agevoli, ha dichiarato che questo ritrovamento è «il sogno di ogni egittologo: oltre il suo indubbio valore estetico, la sua importanza sta nel fatto che in questo periodo, agli inizi della XVIII dinastia, ancora non si decoravano le camere sepolcrali. Si conoscono solo altre quattro tombe con la camera decorata». Per questo motivo la figura di Djehuty assume molta importanza: doveva essere davvero influente, un intellettuale molto creativo.

Gli scavi a Dra Abu el-Naga (Fotografia: El Mundo)




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LA FRASE DEL GIORNO
Sulla carta, l'Egitto è una pietra funeraria.
JEAN COCTEAU, Il mio primo viaggio

martedì 20 gennaio 2009

L'assedio di Doura Europos


Doura Europos era una città romana nella provincia della Siria: l'aveva conquistata il generale Lucio Vero nel 165, ai tempi di Traiano. Nel 256 però era assediata dai Persiani Sassanidi di Shapur I, che ebbero un'idea formidabile: minare una delle torri della cinta muraria, esattamente quella nota agli archeologi come Torre 19, e penetrare in città vincendo la resistenza romana. Quando i Romani vennero a conoscenza del progetto, corsero ai ripari e scavarono una serie di tunnel sotto le fondamenta cittadine per incontrare i Persiani impegnati nel loro lavoro di scavo e coglierli di sorpresa.

I Persiani però subodorarono il tranello e riuscirono a dileguarsi prima di far crollare le gallerie seppellendo i nemici con l'effetto collaterale di distruggere però completamente Doura Europos, salvando in tal modo inconsapevolmente le sue preziose opere d'arte: una domus ecclesiae e una sinagoga.

Ora gli studiosi dell'Università di Leicester hanno scoperto nel sito, rinvenuto negli Anni Venti presso il villaggio di Salhieh, nell'odierna Siria, tracce di primordiali armi chimiche: le truppe sassanidi avrebbero usato una miscela di zolfo e bitume per "gassare" i legionari romani a difesa dei tunnel.

I Persiani, precursori di Ypres...


Sul tema vedi anche "Antiche armi biologiche"




Doura Europos oggi (Fotografia di Heretiq)



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LA FRASE DEL GIORNO
Che ben fu il più crudele e il più di quanti mai furo al mondo ingegni empi e maligni, ch'imaginò sì abominosi ordigni.
LUDOVICO ARIOSTO, Orlando furioso, XI, XXVII

giovedì 18 dicembre 2008

La battaglia fantasma di Kalefeld


La storia ama concedere le sue sorprese. Una di queste è venuta alla luce a Kalefeld, un villaggio di settemila abitanti alla base delle montagne dell'Harz, nel cuore della Germania. Dal terreno gli archeologi hanno tratto lance e frecce, pezzi di catapulte, parti di carri: seicento reperti finora recuperati che parlano di una ignota battaglia tra romani e germanici, un migliaio di combattenti per parte.

Scontri ce ne furono: notissima è la battaglia della selva di Teutoburgo che umiliò i romani e diede inizio allo spirito della nazione germanica, quando l'esercito di Arminio decimò le truppe di Varo e diede il via ad una guerra durata sette anni. Ma quell'epico combattimento, che fece gridare ad Augusto “Varo, rendimi le mie legioni!” avvenne nel 9 dopo Cristo. Invece tra i reperti di Kalefeld c'è una moneta dell'imperatore Commodo, che governò tra il 180 e il 192; inoltre c'è un fodero di coltello che può essere stato realizzato solo dopo la fine del II secolo.

La scoperta di questa battaglia ignota, avvenuta non lontano da Kalkriese, presso Osnabruck, sito riconosciuto come sede del combattimento di Teutoburgo, è avvenuta per caso: Rolf Peter Dix, un appassionato dilettante di storia, a luglio mostrò all'archeologa Petra Lönne alcune punte di giavellotto e degli ipposandali - protezioni per le gambe dei cavalli - da lui rinvenuti a Kalefeld nel 2000. Credeva fossero di epoca medievale. L'occhio esperto dell'archeologa li ha invece riconosciuti per romani e ad agosto, in collaborazione con la Freie Universität di Berlino, la Lönne ha dato il via alle ricerche, che sono state favorite dall’ottima conservazione dei reperti: i ricercatori hanno potuto ricostruire le posizioni dei due eserciti e l’itinerario seguito dai romani.

Quello che si credeva vero era in realtà falso: dopo la batosta subita alla selva di Teutoburgo, i romani non si ritirarono completamente dalla Germania centro-settentrionale, ma compirono altri raid in quella regione: la storia deve essere riscritta sulla base di quello che il terreno di Kalefeld restituirà ancora.




Immagine da Caerleon Net



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LA FRASE DEL GIORNO
Nella storia del mondo ci sono avvenimenti misteriosi, ma non insensati.
VLADIMIR SOLOV’ËV, L’idea russa

mercoledì 3 dicembre 2008

Il dio colibrì


Il colibrì è un uccellino minuscolo e coloratissimo che batte vorticosamente le ali per sostenersi in volo e suggere delicatamente il nettare dai fiori. Pesa tra i cinque i venti grammi. Molto grazioso, molto poetico.

Alt. Gli Aztechi simboleggiavano con il colibrì il loro dio della guerra, Huitzilopochtli, e chiamavano il piccolo volatile "huitzitzilin": il maschio ha infatti un'indole molto aggressiva quando deve difendere la femmina da un altro maschio. Talvolta la delicatezza e le dimensioni non sono che apparenze...

Huitzilopochtli era un dio vendicativo e combattivo: suo padre era una sfera piumata, sua madre Coatlicue venne uccisa dalla sorella Coyholxauhqui perché rimasta incinta. Fu lì che l’indole di Huitzilopchtli si manifestò: nato all’atto dell’uccisione, subito assassinò la zia omicida e molti fratelli e sorelle, lanciando la testa della madre nel cielo e originando così la luna. Dalla sfera piumata ereditò nelle raffigurazioni quelle piume di colibrì che vestono la sua parte antropomorfica, quando non è rappresentato interamente dal colibrì.

Sul lato meridionale del Tempio Maggiore di Tenochtitlan, al centro di Città del Messico, durante lavori di restauro dopo il terremoto del 1985, sono stati individuati nel 1994 dall'Istituto Nazionale di Antropologia e Storia resti di offerte al dio: alcuni colibrì. Sono le uniche di questo tipo note al momento. Le analisi hanno determinato che risalgono all'inizio del XVI secolo, poco prima della Conquista. Con gli scheletri di colibrì c'erano un disco di turchese con l'immagine del dio della guerra, un'aquila, molluschi, tartarughe, serpenti, punte di lancia di ossidiana. Non sarebbero serviti a fermare i Conquistadores...




Huitzilopochtli (Pubblico dominio)



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LA FRASE DEL GIORNO
La guerra ha la sua sete di orgoglio come di sangue.
IGINIO UGO TARCHETTI, Due ricordi di Crimea

domenica 23 novembre 2008

La tomba di d'Artagnan


La storica francese Odile Bordaz ha un'ossessione, "I tre moschettieri", l'opera di Alexandre Dumas padre che secondo Umberto Eco compie un'ingiustizia nel titolo, essendo il vero protagonista del romanzo d'Artagnan.

Ebbene, la Bordaz, nella sua opera "Sulle strade di d'Artagnan e dei moschettieri", afferma che l'uomo che ispirò a Dumas il cadetto guascone, ovvero Charles de Batz de Castlemore d'Artagnan, è sepolto a Wolder, ora quartiere di Maastricht, la città olandese divenuta celebre per il Trattato cardine dell'Unione Europea, e che lì è sepolto in una chiesa.

Questo Charles de Batz, che combatteva al servizio di Luigi XIV, nel vero spirito dei moschettieri del re, fu ucciso durante l'assedio alla città nel 1673. All'epoca non era consuetudine riportare in patria i caduti, li si tumulava in fretta nella località dove ci si trovava. "Con i miei colleghi arceheologi e archivisti olandesi abbiamo studiato le mappe di Maastricht, realizzate all'epoca dai tecnici di Vauban. Si vede il campo dell'esercito del re che circondava la città." dice la Bordaz. Quindi Luigi XIV e i suoi fidati moschettieri avevano fissato il loro campo nel vicino borgo di Wolder. "Logicamente - prosegue la ricercatrice - è da là che d'Artagnan è partito con i suoi uomini il 25 giugno 1673 per salire all'assalto delle mura della città e che si è fatto uccidere da un colpo di moschetto". E la sera stessa il re scrive alla regina Maria Teresa: "Ho perso d'Artagnan, nel quale riponevo la più completa fiducia, e che era capace di tutto".

Odile Bordaz è andata a spulciare gli archivi delle parrocchie ottenendone il conforto sul fatto che i soldati "di qualità", oggi diremmo i VIP, uccisi in battaglia venivano sepolti nella chiesa più vicina. Purtroppo, la chiave che potrebbe consolidare la sua tesi, cioè il registro della parrocchia di Wolder, è andato perduto...

A questi voli pindarici non crede l'archeologo e conservatore della città di Maastricht, Wim Dijkman: "D'Artagnan è sepolto là? Non è per niente certo: non c'è alcuna informazione storica o archeologica che vada in quella direzione". Il parroco di San Pietro e Paolo, la chiesa di Wolder, padre Piet van der Aart, potrebbe concedere il permesso agli scavi, ma chiede "prove sicure".

Ed ecco che il romanzo nel romanzo continua...


Illustrazione dall'edizione Appleton (Pubblico dominio)


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LA FRASE DEL GIORNO
Il tempo porta l'occasione e l'occasione è la martingala dell'uomo; più la posta è grave e più si vince, quando si sa aspettare.
ALEXANDRE DUMAS PADRE, I tre moschettieri

giovedì 30 ottobre 2008

Le miniere di re Salomone


Le mitiche miniere di re Salomone, ricercate da tempo e oggetto di tanti film di avventura, sarebbero state ritrovate: la scoperta è stata annunciata sulla rivista dell'Accademia americana delle Scienze da un gruppo archeologico internazionale sotto la guida di Thomas Levy dell'Università della California di San Diego.

Si troverebbero a sud del Mar Morto, a Faynan, in territorio giordano, dove l'equipe ha compiuto gli scavi dal 2002 al 2006 in un antico centro di estrazione del rame, Khirbat en-Nahas. Lo studio pubblicato rileva che l'attività mineraria ha avuto il suo picco intorno al X secolo avanti Cristo, periodo esattamente pertinente ai racconti biblici sul re Salomone. Alcuni oggetti di fattura egiziana, un amuleto e uno scarabeo proverebbero la storia narrata dalla Bibbia: l'attacco di Sesac, re d'Egitto, portato contro Gerusalemme nel quinto anno di regno del successore di Salomone, Roboamo, avvenuto intorno al 925 avanti Cristo.

Salomone, che successe a Davide, inaugurò una vera e propria età dell'oro per Israele: "Tutti mangiavano e bevevano e trascorrevano giorni felici" (Primo libro dei Re, 4,20). Questo grazie alla sua saggezza, certo, ma anche alle sue ricchezze, che gli consentirono la costruzione del Tempio e della reggia con arredi preziosi, realizzati da un abile artigiano di Tiro, Hiram, "esperto in ogni genere di lavoro in bronzo" che fece fruttare il rame estratto dalle leggendarie miniere.



Re Salomone in una Bibbia della Providence Litograph Company



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LA FRASE DEL GIORNO
Non chiamar felice chi possiede molte ricchezze; si addice di più quel termine a chi sa curare da saggio i doni degli dei e sa sopportare la dura povertà; a chi teme di più il disonore che la morte, e non esita a perder la vita per i cari amici o per la patria.
ORAZIO, Odi, IV,9

venerdì 12 settembre 2008

La vendetta di Buddha


Nel marzo 2001 il regime dei “talebani”, gli studenti di teologia alllora al potere in Afghanistan, abbatté le statue del Buddha in tutto il paese perché “recavano offesa all’Islam”. E respinsero anche l’offerta dell’India di smontare e spostare i monumenti a proprie spese. Tra le statue, quelle del II secolo a Bamyian, le più grandi del mondo.

Ricordo che allora parafrasai Goya: “Il sonno della religione genera mostri“. A distanza di anni Buddha, caduti i “talebani” e instaurato il nuovo governo Karzai, ha la sua vendetta: archeologi afghani guidati da Zamaryalai Tarzi, vicino alle rovine delle statue di Bamiyan, hanno ritrovato un Buddha disteso di ben 19 metri, risalente al III secolo d.C.

Con l’enorme statua sono tornati alla luce altri piccoli manufatti ed alcune monete del regno greco di Battria e del periodo islamico. Gli archeologi stanno però cercando una statua davvero gigantesca, lunga circa 300 metri, citata da un pellegrino cinese che visitò la zona molti secoli fa. I Buddha distrutti nel 2001, se le misure sono state valutate esattamente, sarebbero minuscoli al confronto: 55 e 38 metri...


Uno dei Buddha distrutti (Foto: Mark Humphrys)


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LA FRASE DEL GIORNO
La religione esige di per sé il rifiuto di ogni costituzione in materia religiosa.
TERTULLIANO, A Scapola, II, 2

venerdì 5 settembre 2008

Le mura di Gerusalemme


Le mura furono condotte a termine il venticinquesimo giorno di Elul, in cinquantadue giorni. Quando tutti i nostri nemici lo seppero, tutte le nazioni che stavano intorno a noi furono prese da timore e restarono molto sorprese alla vista e dovettero riconoscere che quest'opera si era compiuta per l'intervento del nostro Dio.
NEEMIA, 6,15-16


Dopo 18 mesi di scavi, l'Autorità per le Antichità di Israele (IAA) ha presentato i risultati del progetto che ha portato alla scoperta di una parte della cinta muraria che circondava Gerusalemme all'epoca del Secondo tempio, dal 518 a.C. al 70 d.C.

Gli archeologi, guidati da Yehiel Zelinger, hanno riportato alla luce sul Monte Sion le mura che proteggevano la città e sulla quale camminarono Gesù Cristo ed Erode. Le stesse mura dalle quali San Paolo fu calato in una cesta perché potesse sfuggire ai Giudei che lo volevano uccidere.

Gerusalemme in quei secoli viveva il suo periodo di maggior splendore. La costruzione ha un'altezza di oltre tre metri e si trovava sotto un altro muro, di epoca bizantina: secondo gli esperti, ciò è successo seguendo una linea topografica a protezione del centro della città; vi sono perciò speranze di trovare sotto le "mura di Gesù" anche i resti di quelle anteriori, esistenti all'epoca del Primo Tempio, distrutto nel 586 a.C.

Gli studiosi israeliani si sono avvalsi delle mappe stilate dalla spedizione di 120 anni fa dell'archeologo britannico Frederick Jones Bliss: i tunnel scavati avevano ritrovato porzioni del muro già allora, ma con il passare del tempo si erano riempiti di terra. Incrociando i dati di Bliss con la planimetria della Gerusalemme attuale, gli archeologi dell'Autorità sono riusciti a determinare l'esatta posizione delle gallerie e hanno iniziato gli scavi. Hanno capito subito di essere sulla strada giusta: dalla terra sono usciti i vuoti di bottiglie di birra vecchi di oltre cento anni...



Foto: PDP



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LA FRASE DEL GIORNO
Ha più forza il tempo per disfare e mutare le cose che non la volontà degli uomini.
MIGUEL DE CERVANTES, Don Chisciotte, I, XLIV

martedì 2 settembre 2008

Una statua di Marco Aurelio



Una colossale statua dell'imperatore filosofo Marco Aurelio è stata riportata alla luce la scorsa settimana da una squadra archeologica dell'Università Cattolica di Lovanio, diretta dal professor Marc Wealkens. Gli studiosi belgi l'hanno rinvenuta nell'antica città romana di Sagalassos, sulla cordigliera del Monte Tauro, in Turchia, dove i lavori erano iniziati negli Anni Novanta.
La sola testa dell'opera ha un diametro di ottanta centimetri e pesa 350 chili: gli esperti sono rimasti colpiti dalla perfezione tecnica con cui la statua fu tagliata dagli artisti dell'epoca, ovvero nel II secolo dopo Cristo. Nel luglio del 2007, dagli stessi scavi era uscito un enorme busto di Adriano, ora in mostra al British Museum nell'ambito della mostra dedicata all'imperatore. A detta degli archeologi, la statua di Marco Aurelio è ancora più grande. Nel corso dell'estate è stata rinvenuta anche una testa di Faustina, moglie di Antonino Pio. Gli studiosi belgi ritengono di avere trovato anche parti di altre figure: Vibia Sabina, moglie-bambina di Adriano, e Antinoo, il ragazzo amante dello stesso imperatore.
Secondo gli storici, le statue, che erano alte tra i quattro e i cinque metri ed erano inserite nel complesso termale, furono abbattute da un terremoto intorno al IV secolo: il sisma causò la rovina della città, che fu abbandonata dagli abitanti e venne poi nascosta dal tempo. Solo nel XVIII secolo l'esploratore francese Paul Lucas ne scoprì l'esistenza.
Sagalassos, che era capoluogo della Pisidia, era una città fiorente e godeva anche di uno status di autonomia. Adriano l'aveva nominata centro del "culto dell'imperatore": questo spiega la presenza del gruppo scultoreo.

Marco Aurelio, nato nel 121 d. C, discendeva dalla dinastia spagnola degli Antonini e guidò l'Impero dal 161 al 180, anno in cui morì a Sirmio, in Pannonia. Fu uno dei massimi esponenti della filosofia stoica ed è considerato l'ultimo dei cinque "buoni imperatori" romani. La sua opera, scritta in greco, i "Ricordi", è una raccolta di massime sulla saggezza e sull'esistenza.



Busto di Marco Aurelio (Foto: Nova Roma)


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LA FRASE DEL GIORNO
Gli uomini esistono gli uni per gli altri: quindi insegna loro o sopportali.
MARCO AURELIO, Ricordi, VIII, 59

lunedì 18 agosto 2008

Il mistero di Stonehenge


Spazzati in permanenza dal vento, i “menhir” di Stonehenge si ergono sulla pianura di Salisbury, nell’Inghilterra meridionale, da oltre cinquemila anni. Un altro enigma che appassiona da sempre, come i “moai” dell’Isola di Pasqua o le piramidi egiziane: circa un milione di turisti ogni anno, davanti a quelle pietre alte fino a sette metri e pesanti anche quarantacinque tonnellate, si chiedono perché furono erette e perché furono collocate in quella posizione magica, a formare un cerchio il cui ingresso punta al levare del sole il giorno del solstizio d’estate.

Il professor Timothy Darvill, archeologo dell’Università di Bournemouth, con una dozzina di studenti ed un collega, sta esaminando alcune scaglie staccatesi da quelle pietre grigie e blu e conta di ottenere risultati entro sei mesi. “Per la prima volta”, spiega, “le tecnologie moderne saranno utilizzate per datare il sito con precisione”. Le stime sull’età di Stonehenge variano tra il 3000 e il 2500 avanti Cristo.

“Stonehenge era un luogo sacro dove i malati andavano a cercare una guarigione miracolosa” dice il professor Darvill. In effetti, fino al XVIII secolo la popolazione del luogo era solita staccare schegge di roccia dai “menhir” per tenere lontane le malattie o per risanare gli ammalati: sul sito sono stati ritrovati in proporzione anomala i resti di persone morte a causa di problemi di salute. Scavi precedenti hanno constatato che già nel Neolitico, quindi ben prima che le gigantesche pietre fossero innalzate, la popolazione europea giungeva in pellegrinaggio a Stonehenge.

“Era una sorta di Santiago de Compostela, di Lourdes preistorica” dice l’archeologo. Sui poteri magici e soprannaturali del luogo lo scienziato non sa però dare alcuna spiegazione.



Fotografia © Public Domain Pictures



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LA FRASE DEL GIORNO
Forse i sogni sono i ricordi che l’anima ha del corpo.
JOSÉ SARAMAGO, Il Vangelo secondo
Gesù

venerdì 8 agosto 2008

The Theatre


“The Theatre”: si chiamava semplicemente così il teatro londinese dove William Shakespeare debuttò come attore e dove fece rappresentare le sue prime opere.
Ebbene, quattro secoli dopo, è ritornato alla luce: un gruppo di archeologi, guidato da Jo Lyon del Museo di Londra, si è imbattuto nelle rovine dell’edificio in New Inn Broadway Street, nel quartiere di Shoreditch, nella zona orientale della città. In realtà gli esperti stavano lavorando alla sede della Tower Theatre Company. Come Cristoforo Colombo, hanno fatto una scoperta più importante di quello che credevano.

Il “Teatro” di Shakespeare era un palcoscenico all’aperto dal tetto ricoperto di paglia, inaugurato nel 1576 dall’impresario e attore girovago James Burgage: fu una delle prime sale teatrali aperte a Londra. Il “Bardo” vi debuttò come primo attore della compagnia maschile “The Lord Chamberlain”, di cui era comproprietario, e poi, da drammaturgo, vi rappresentò le sue prime creazioni.

“The Theatre” fu poi smantellato e Shakespeare portò le sue opere al “Globe”, che, ricostruito, si può ancora ammirare sulla riva del Tamigi.

Le rovine ritrovate confermano quanto scritto a proposito del teatro dallo stesso Shakespeare in “Enrico V”: una struttura poligonale. L’archeologa Jo Lyon, si dice “particolarmente emozionata” e spera di far luce non solo sulla vita tuttora oscura del “Bardo”, ma anche sui teatri del periodo di Isabella.
A gioire maggiormente sono i proprietari della “Tower Theatre Company”: è una gloriosa compagnia che lavora per amore dell’arte e si ritrova nella sua sede questo gioiello: “Sapere che costruiremo un teatro del XXI secolo dove Shakespeare e Burgage recitarono e alcune delle opere di Shakespeare furono rappresentate è un’enorme ispirazione” afferma il presidente Jeff Kelly.


Ritratto di Shakespeare (Immagine: Ancestry)


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LA FRASE DEL GIORNO
Sempre una gloria più grande offusca quella minore.
WILLIAM SHAKESPEARE, Il mercante di Venezia, Atto V, Scena I

giovedì 7 agosto 2008

Il meccanismo di Anticitera


Anticitera, come dice il nome stesso, è un isolotto posto di fronte a Citera, nota alle agenzie di viaggio e ai turisti come Kythera. In quella minuscola isola nel 1901 venne scoperto da alcuni pescatori uno strano oggetto di bronzo.
Solo da pochi anni gli scienziati sono riusciti a venire a capo dell’enigma e a scoprire a cosa diavolo servisse: il meccanismo di Anticitera era un complesso sistema meccanico in grado di eseguire complicati calcoli astronomici e di gestire il calendario che regolava l’antica società ellenica. Le ultime funzioni scoperte, decifrando le iscrizioni logorate dal tempo (la macchina risale al 150 avanti Cristo), sono quelle relative alle date dei Giochi Olimpici.

“Il meccanismo è pieno di sorprese” dice Alexander Jones dell’Istituto per lo Studio del Mondo Antico di New York, uno degli studiosi che hanno investigato l’oggetto. “Le ultime rivelazioni stabiliscono la sua origine culturale legata al tempo”. Ed il tempo nell’antica Grecia delle città-stato era scandito dai quattro anni delle Olimpiadi: i Giochi avevano inizio con la luna piena più prossima al solstizio d’estate, quindi era necessario un esperto di astronomia per calcolarne la data con precisione. Per la prima volta si tennero nel 776 a.C. e furono proibiti dall’imperatore Teodosio nel 394 d.C.

All’interno del meccanismo di Anticitera ruote dentate rappresentano i cicli del calendario: facendole girare l’utente poteva prevedere le relazioni tra i vari cicli astronomici deducendo le posizioni del Sole e della Luna e le eclissi. Purtroppo il reperto non è completo: molte delle ruote mancano e le iscrizioni sono troppo corrose, anche se la lettura ai raggi X e con la tomografia possono rivelarne una parte. Resteranno così nel mistero, dopo due millenni, molte delle capacità di questo sofisticato oggetto.



Il meccanismo (Immagine: Derek De Solla Price)



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LA FRASE DEL GIORNO
Il tempo è un fanciullo che gioca muovendo i dadi: il regno di un fanciullo.
ERACLITO, Frammenti, 52 DK 1972

sabato 5 luglio 2008

L’ippodromo di Olimpia


PINDARO

PER IERONE DI SIRACUSA, COL CORSIERO


Ottima è l’acqua, l’oro come fuoco acceso
nella notte sfolgora sull’esaltante ricchezza:
se i premi aneli
a cantare, o mio cuore,
astro splendente di giorno
non cercare più caldo
del sole nel vuoto cielo –
né gara più alta d’Olimpia celebriamo,
onde l’inno glorioso incorona
con pensieri di poeti: che gridino
il figlio di Crono, giunti alla ricca
beata dimora di Ierone!

Regale impugna uno scettro nella Sicilia
ricca di frutti mietendo il sommo di ogni virtù,
e gioisce del fiore
migliore della poesia –
canti onde spesso giochiamo
adulti intorno alla mensa amica. Ora
togli la dorica cetra
dal chiodo, se a te la gloria di Pisa e Ferenico
soggiogò la mente ai pensieri più dolci:
quando sull’Alfeo balzò porgendo
senza sprone il corpo
alla corsa e allacciò il padrone al trionfo,
il re siracusano lieto
di cavalli. E gloria gli splende
nella maschia colonia del lidio Pelope.
Bramò l’eroe il possente
Poseidone, quando dal bacile che monda
Cloto lo tolse
bello d’avorio la spalla scintillante.
Molte le meraviglie, e certo
delle gare. Massimo viene ad ognuno
il bene prodotto dal giorno. Ed io incoronare
lui con equestre canto
con eolica melodia
devo, certo che amico ospitale,
tra gli uomini d’oggi, insieme più esperto
del bello e regale al potere
mai ornerò con volute famose di inni.

Provvido ai tuoi pensieri vigila
il dio che t’è prossimo,
o Ierone. Né mai desista: perché
io miro a cantarti trovando
ancora più dolce col carro
veloce una via alleata di parole,
giunto alla luce del Kronion. Per me la Musa,
per il mio vigore alleva un dardo poderoso.
Altezze diverse per l’uomo:
culmina l’ultima vetta
coi re. Non scrutare più avanti.
Possa tu d’ora innanzi incedere in alto
ed io così ai vincitori
accostarmi insigne per maestria
tra i Greci dovunque.


Alcuni archeologi tedeschi, guidati dallo storico dello sport Norbert Müller, sono riusciti a determinare l’ubicazione dell’ippodromo di Olimpia, il più grande impianto sportivo dell’antica Grecia, utilizzato per gli agoni olimpici. Lo annuncia l’Istituto di Scienza Sportiva dell’Università di Magonza.

Finora dell’ippodromo si sapeva solo quello che le fonti scritte avevano tramandato: non c’era però alcuna prova archeologica della sua esistenza. Largo mediamente 600 metri e lungo 200, l’ippodromo era stato costruito nel V secolo a.C., e si riteneva fosse stato completamente sepolto dallo straripamento del fiume Kladeos.

La scoperta degli studiosi tedeschi è perciò importante, come sottolinea lo stesso Müller: “Il progetto può regalare al mondo sportivo una nuova attrazione, come gli scavi che cinquant’anni fa riportarono alla luce lo stadio di Olimpia”. Proprio lì, infatti si svolsero le prove di tiro con l’arco nelle Olimpiadi di Atene del 2004.

In quello scenario, nel 476 a.C., la gara del corsiero fu vinta dal cavallo Ferenico per il tiranno Ierone di Siracusa. A Pindaro fu commissionato un epinicio da eseguire nella festa offerta dal principe. Il poeta dei “voli” compose questi versi.


La corsa dei carri su un antico vaso greco


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LA FRASE DEL GIORNO
Quello che un poeta scrive in stato di invasamento e ispirato da un soffio divino, grande bellezza possiede...
DEMOCRITO, Libri musici, fr. 18




Pindaro (Cinocefale, 518 a.C. circa – Argo, 438 a.C. circa), poeta greco antico, tra i maggiori esponenti della lirica corale. I suoi componimenti sono organizzati secondo lo schema seguente: l'occasione della vittoria e la celebrazione del vincitore; il racconto di un mito, infine la riflessione etica che inquadra l'evento contingente in una meditazione più vasta intorno al destino dell'uomo.


lunedì 9 giugno 2008

Nuovi misteri del Nilo


La scorsa settimana, Christian Ziegler, archeologo che dirige la missione di Saqqarah, ha esposto al congresso annuale di egittologia di Rodi le sue scoperte: tre tombe inviolate risalenti a mille anni prima di Cristo, una dozzina di sarcofagi intatti con arredi funerari ben conservati, statue di Ptah-Sokar-Osiride, cofanetti di legno rivestiti d'oro e decorati a colori vivaci.
Quello che ha colpito Ziegler è l'assenza del nome dei personaggi sepolti, fatto raro in una civiltà in cui perpetuare il nome era essenziale per la sopravvivenza dei defunti.

Un altro archeologo di fama mondiale, l'egiziano Zawi Hawass, segretario generale del Consiglio superiore delle antichità, ha svelato i suoi progressi nella ricerca della tomba di Cleopatra. La pista che segue è a sud-ovest di Alessandria, a Taporisis Magna: la sua squadra, formata da dodici archeologi e settanta scavatori ha scoperto dei tunnel contenenti una statua di alabastro e pezzi in bronzo che raffigurerebbero la regina. I lavori sono stati però interrotti a causa del caldo e solo a novembre verranno ripresi con l'ausilio di un radar. Hawass fa notare che il sito non si trova poi così lontano da Azio, dove nel 31 avanti Cristo la coppia di amanti Antonio e Cleopatra fu sconfitta da Ottaviano in una battaglia navale. L'archeologo si spinge avanti con la fantasia: secondo lui, Antonio e Cleopatra potrebbero essere sepolti non distanti l'uno dall'altra. Lui si era pugnalato tra le braccia di lei, che si era uccisa lasciandosi mordere da un aspide, dopo aver tentato invano di sedurre Ottaviano, come in una telenovela:

ANTONIO: Dunque per adulare Cesare avete scambiato occhiate con uno che gli allaccia le stringhe?
CLEOPATRA: Non mi conoscete ancora?
ANTONIO: Così fredda verso di me?

CLEOPATRA: Ah, caro, se è così, che il cielo faccia scaturire dal mio freddo cuore la grandine, avvelenandone le sorgenti, e che il primo chicco mi cada sul collo; e mentre quello si discioglie, similmente si dissolva la mia vita E il secondo chicco colpisca Cesarione, finché a poco a poco la prole del mio grembo, insieme a tutti i miei valorosi Egiziani, per il fondersi di questa tempesta di gragnuola, giaccia senza sepoltura fino a che le mosche e le zanzare del Nilo non li abbiano sotterrati cibandosene!

(William Shakespeare, “Antonio e Cleopatra”, Atto III, Scena XIII)



Guido Cagnacci, "La morte di Cleopatra"



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LA FRASE DEL GIORNO
Amo i libri il cui valore è raccolto in un paio di pagine. Amo le frasi che non si spostano se un esercito le attraversa. Amo le parole dure.
VIRGINIA WOOLF, La camera di Jacob