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martedì 8 febbraio 2011

Ogni lettore è un altro poeta

 

“Se nelle pagine che seguono c’è qualche verso ben riuscito, mi perdoni il lettore la sfrontatezza di averlo composto prima di lui. Tutti siamo la stessa persona; le nostre nullità differiscono così poco, e così tanto influiscono le circostanze sulle anime, che è quasi una casualità che tu sia il leggente e io lo scrivente – il sospettoso e appassionato scrivente dei miei versi” scrive Jorge Luis Borges nella prefazione intitolata All’eventuale lettore della sua raccolta del 1923 Fervore di Buenos Aires.

Un concetto che ricorda alcune teorie del messicano Octavio Paz, Premio Nobel per la Letteratura nel 1990: in Corrente alterna spiega che “ogni lettore è un altro poeta; ogni testo poetico, un altro testo”. E ancora: “Aperto o chiuso, il testo esige l’abolizione del poeta che lo scrive e la nascita del poeta che lo legge”. Una bella metafora usata da Paz è quella del lettore che apre la gabbia in cui è racchiuso il testo e lo libera, gli permette di alzarsi in volo. Per questo ipotizza per la poesia un futuro che riporta al passato, alla tradizione omerica: La poesia futura sarà orale. Collaborazione tra macchine parlanti, macchine pensanti e un pubblico di poeti, essa sarà l’arte di ascoltare e combinare i messaggi. E non è ciò che si fa ora quando leggiamo un libro di poesie?”

Quando leggiamo una poesia, entriamo in essa in punta di piedi, ma presto ci appropriamo di quel linguaggio, di quelle parole, di quei messaggi, di quelle analogie, elaboriamo la nostra immagine mentale, vi apportiamo le nostre emozioni e le nostre sensazioni. In breve, per dirla con Borges, il leggente diviene lo scrivente e quel testo aderisce alle sue esperienze, alla sua vita per diventare viva poesia; è ancora Octavio Paz a spiegare l’azione del lettore: “Il testo ermetico ha bisogno per compiersi, dell’intervento di un lettore atto a decifrarlo. Il testo aperto implica anche una minima struttura: un punto di partenza, o, come dicono i buddhisti, un «appoggio» per la meditazione. Nel primo caso il lettore apre il testo poetico; nel secondo lo integra, lo chiude”. Tra poeta e lettore si ingenera dunque una necessaria simbiosi: il lettore è il paguro Bernardo, la poesia la conchiglia che gli fa da casa.

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Jean-Baptiste-Camille Corot, “Femme lisant”

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LA FRASE DEL GIORNO 
Se scrivere una poesia significa cogliere la segreta connessione che lega le cose, leggerla è penetrare in quel mondo nascosto e, come se fosse una stanza già arredata, appendervi i propri quadri e appoggiare qua e là i propri vestiti, ovvero aggiungervi il proprio passato e le proprie emozioni. 
V. GRANIERO, V. MORETTI, D. RIVA, C. TALAMO, Uno, doje, tre e quattro

domenica 15 agosto 2010

Buon Ferragosto

 

Lo chiamiamo tutti quanti “Ferragosto”, ma non è agosto che si celebra né tantomeno le ferie: è la Festa dell’Assunta – inutile negarlo: le radici dell’Europa sono ebraico-cristiane. Si commemora l’Assunzione di Maria in Paradiso al termine della sua vita terrena: il trasferimento in cielo dell’anima e del corpo.

E numerose sono le sagre, le feste, le tradizioni che si ispirano a un rito di purificazione per mezzo dell’acqua – anche perché fa ancora caldo e ci si rinfresca con il frutto tipico dell’estate, l’anguria o cocomero, a seconda di quale zona dell’Italia abitiate.

Così, se sulla riviera romagnola è di rito il gavettone in spiaggia, a Roma, fino a un secolo fa, si allagava Piazza Navona a vantaggio delle carrozze che vi circolavano come se fossero dei mezzi anfibi spruzzando a destra e a manca con spinte e scherzi nella “piscina” improvvisata. Purificatore è anche il fuoco: un po’ ovunque si accendono falò e si bruciano pupazzi riempiti di sterpaglie. Oppure si portano in processione grandi ceri, come a Sassari.

Non sono una novità comunque questi festeggiamenti: l’Assunta si innesta sugli Augustali proclamati da Ottaviano Augusto nel 18 a.C. Allora si organizzavano corse di cavalli – vi dicono niente il Palio di Siena del 16 agosto e la cavalcata di Fermo?– e gli animali da tiro venivano fatti riposare e onorati con fiori. Riposavano un po’ tutti, insomma… e non è quello che facciamo anche noi?

Buon Ferragosto.

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Fotografia © VinoNYC

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LA FRASE DEL GIORNO
In quelle estati che hanno ormai nel ricordo un colore unico, sonnecchiano istanti che una sensazione o una parola riaccendono improvvisi, e subito comincia lo smarrimento della distanza, l'incredulità di ritrovare tanta gioia in un tempo scomparso e quasi abolito.
CESARE PAVESE, Racconti, “Fine d’agosto”

giovedì 15 aprile 2010

Dove sono i giorni di ieri?

“Dov’è la vita che abbiamo persa vivendo? Dov’è la saggezza che abbiamo persa nel sapere? Dov’è il sapere che abbiamo perso mettendo insieme nozioni?”

Belle domande, queste di Thomas Stearns Eliot. Dove sono i giorni di ieri? Che ne è stato della scampagnata con la tovaglia a quadri, il cestino da picnic posato sopra, la bottiglia di vino bianco e l’anguria messi in fresco nell’acqua del torrente? Che ne è stato dei pomeriggi di spiaggia trascorsi a raccontarsi, a giocare a bocce, a riempire le caselle bianche della Settimana Enigmistica? Che ne è stato della luna di burro che si sdoppiava nel mare mentre la nostra ombra diventava tutt’uno con quella di un’altra persona? Che ne è stato dell’amore che abbiamo coltivato con tanta passione, che abbiamo fatto sbocciare e fiorire? E dei giorni di studio e di lavoro, messi in fila come un lunghissimo rosario?
E ancora: che ne è stato di ciò che abbiamo perso, delle occasioni fuggite, delle strade non prese? Che cosa sarebbe successo se quel giorno avessimo detto sì oppure no, se avessimo temporeggiato, se fossimo andati in un posto invece che in un altro, se avessimo incontrato una persona invece di un’altra?
E dov’è l’ingenuità dell’infanzia? Che ne è stato di quella dolce ignoranza che aveva in sé la sua saggezza? Eravamo sacchi vuoti da riempire ma avevamo già un’anima, una nostra capacità di distinguere bene e male, una morale, un’etica. In quei sacchi abbiamo messo molta farina, e ora non sappiamo più che cosa c’era sul fondo.
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Fotografia © Sergiu Popovici

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LA FRASE DEL GIORNO
Pensa che questo dì mai non raggiorna! 
DANTE ALIGHIERI, Purgatorio, XII, 84

martedì 18 agosto 2009

Città dei Mille

La scuola dove ho frequentato i cinque anni del liceo si trova in via Garibaldi, pochi metri prima che questa sbocchi nella Rotonda dei Mille. Questo incipit autobiografico per dire quanto Bergamo sia legata alla spedizione che nel 1860 portò alla distruzione dello Stato Borbonico e consentì l’annessione della Sicilia e dell’Italia meridionale al Piemonte, necessaria premessa all’Unità del 1861.




Centosettantotto furono i bergamaschi, della città e della provincia, che partirono per Quarto, dove si imbarcarono nell’impresa. Circa il 20% del totale. Tra loro Francesco Nullo, Giovanni Battista Camozzi e Francesco Cucchi, cui sono dedicate altre vie cittadine, cinque volontari di Pontida (udite, udite!) e un sedicenne di Caprino ucciso a Calatafimi dai soldati borbonici.

Una viva contraddizione per la città dove sono nato, divisa tra la fierezza per quei suoi eroi che compirono un’epica azione risorgimentale e la voglia di indipendenza economica che ha fatto attecchire meglio che altrove le radici della Lega.

 

Bergamo, Rotonda dei Mille, il monumento a Garibaldi
© Bergamo da scoprire

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò non rifarei oggi la via dell'Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio.
GIUSEPPE GARIBALDI, Lettera a Adelaide Cairoli

martedì 4 agosto 2009

Quando guardiamo indietro

Tutto sembra piacevole, attraverso il velo del tempo che addolcisce i contorni. Anche la tristezza passata ci sembra dolce. I giorni della nostra fanciullezza ci paiono molto allegri ora, tutti scampagnate in cerca di noci, corse col cerchio e ciambelle allo zenzero. Le sgridate, i mal di denti e i verbi latini, son tutti dimenticati, specialmente i verbi latini. Immaginiamo di essere stati molto felici, quando eravamo adolescenti e innamorati, e vorremmo poter amare ancora. Non pensiamo mai alle pene di cuore, alle notti insonni, all'aspro bruciore della nostra gola quando "lei" ci diceva che non avrebbe mai potuto esser altro che una sorella per noi... come se un uomo desiderasse delle sorelle in più!
Sì, è ciò che splende, non l’oscurità, che noi vediamo quando guardiamo indietro. La luce del sole non getta ombre sul passato. La strada che abbiamo percorso si stende piana alle nostre spalle. Non vediamo le pietre
taglienti. Indugiamo solo sulle rose al ciglio della via, e i pungenti rovi che ci hanno ferito appaiono ai nostri occhi lontani come gentili viticci che ondeggiano al vento. E ringraziamo Dio, se è così... se la catena del ricordo che sempre si allunga ha solo anelli piacevoli, se l’amarezza e il dolore di oggi saranno oggetto di sorriso domani.

JEROME KLAPKA JEROME, I pensieri oziosi di un ozioso


Ah, i ricordi… Che dolcezza assumono con il passare del tempo. Li trasfiguriamo, li rivestiamo di un’aura che allora non avevano, li contaminiamo con i sogni e i desideri. Persino l’umorista britannico Jerome K. Jerome, celebre per “Tre uomini in barca”, in questo brano del 1888, in origine articolo per un mensile e poi raccolto in volume, si lascia andare al sentimentalismo, indulge alla tentazione della memoria per ricostruire quella che ora appare come un’età dell’oro ma che in realtà aveva i suoi lati oscuri e i suoi difetti, i suoi guai e i suoi tormenti, proprio come il presente.

 

Edwin Thomas Roberts, “Safely home”

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Non si può tornare indietro, nella strada della vita.
JEROME KLAPKA JEROME, I pensieri oziosi di un ozioso




Jerome Klapka Jerome (Walsall, 2 maggio 1859 – Northampton, 14 giugno 1927),  scrittore, giornalista e umorista britannico. È ritenuto tra i maggiori scrittori umoristici inglesi. Lontano dai modi della farsa, del facile gioco di parole, dell'allusione oscena, il suo umorismo scaturiva anche dall'osservazione delle situazioni più comuni e quotidiane.


mercoledì 15 luglio 2009

Nella gabbia dei ricordi


La locandina della memoria offre spettacoli ibridi; una festa, oggi; domani, una sinistra avventura.

C’è chi beve per dimenticare: lui beve per ricordare.

Pericoloso entrare senza frustino nella gabbia dei ricordi. Mordono.

Quando non è una lanterna magica, la memoria è un film dell’orrore.

Il solito dubbio: se ricordare o dimenticare, rompere i ponti col passato o scaldarselo in cuore come una serpe.

Questi aforismi dello scrittore siciliano Gesualdo Bufalino, tratti da Il malpensante, illustrano il fascino doloroso della memoria: ci spalanca un mondo magico, popolato di visi amici, ci fa rivivere situazioni, come se spalancasse davanti agli occhi della nostra mente una seconda vita, cancellando i limiti del tempo. Un territorio affascinante certamente, contiguo alle lande del sogno: ma irrimediabilmente confinato in un già accaduto, e qui sta il dolore, nell’impossibilità fisica di vivere in esso – una volta tornati al presente la magia svanisce come una bolla di sapone e ci resta solo l’amaro…

 

Frederick Leighton, “Ricordi”

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Il passato è la mia patria.
GESUALDO BUFALINO, Il malpensante




Gesualdo Bufalino (Comiso, 15 novembre 1920 – Vittoria, 14 giugno 1996), scrittore, poeta e aforista italiano. Insegnante, si rivelò tardi alla letteratura pubblicando nel 1981 Diceria dell'untore, con cui vinse il Premio Campiello. Con il romanzo Le menzogne della notte vinse nel 1988 il Premio Strega. Il suo stile ricercato, ricco e  "anticheggiante" gli deriva dall’abilità linguistica e da una vasta cultura.


giovedì 18 giugno 2009

Il lampo della poesia


C'è un'immagine che mi è cara: quella di un temporale notturno. Un lampo squarcia l'oscurità e per un istante solo illumina tutto quanto: la nostra comprensione non ci permette di vedere tutto, ma ne ricaviamo soltanto una fugace impressione. Ecco: quella è la poesia, lo sguardo che lanciamo per un brevissimo momento nella realtà e ci consente di cogliere l'immagine della magia, il senso dell'emozione.


Fotografia © PIxabay


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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia è la luce di un lampo; quando è solo un accostamento di parole diventa semplice composizione.
KHALIL GIBRAN, Massime spirituali

lunedì 30 marzo 2009

Ricchezza della poesia


"Finché si ha a che fare con la poesia non si rischia il vuoto interiore..."

Parole sante queste della saggista francese Sylvie Jaudeau, in "Conversazioni con Cioran", 1990. Perché la poesia non consente di chiudere gli occhi e guardare da un'altra parte, non ci permette di fare finta di nulla: chi legge una poesia entra in quel mondo e cerca di capire, raccoglie quel messaggio lanciato in una bottiglia nella notte dei secoli o della Rete. "Il vuoto interiore" è di quelli che si abbandonano supinamente alla televisione o allo stordimento, che danno in ostaggio la loro sensibilità per non pensare, per ignorare che qualcosa d'altro esiste al mondo. Ma chi legge una poesia dentro di sé è pieno di fiori e di spine, di gioie e di dolori: la sua anima è un immenso magazzino dove stipa domande e risposte, dove ha dubbi e certezze. In altre parole, vive.



Immagine dal web



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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia è uno strumento importantissimo di educazione: più è portata dalle persone, meglio queste stanno. E più diventano riflessive.
JOSIF BRODSKIJ, da un'intervista

giovedì 8 gennaio 2009

Neve


Neve, tanta neve, circa mezzo metro. Una coltre bianca che ha ricoperto ogni cosa stravolgendo le forme, disegnando un nuovo paesaggio sulle consuete cose. La neve che riporta alla mente la nevicata del gennaio 1985, che seppellì il Nord Italia e causò notevoli disagi, tanto che quando a Torino si giocò la partita di Supercoppa Europea tra Juventus e Liverpool, la "Gazzetta dello Sport" titolò "La neve ferma i treni ma non la Juve". Neve, quella che i meteorologi catastrofisti dell'effetto serra dicevano sarebbe scomparsa dalle nostre regioni. La neve cadrà con abbondanza anche nei prossimi anni, visto che il Polo Nord vede di nuovo formarsi i suoi ghiacci e la "Niña" raffredda le correnti del Golfo, smentendo gli allarmisti.

Questa neve che ci crea problemi, che non ci consente di uscire in auto, che rallenta i treni e sconvolge i loro orari peraltro già ballerini, questa neve che blocca le tangenziali e rende arduo viaggiare in autostrada, che cancella piste ciclabili e marciapiedi e ci costringe a camminare sul ciglio della strada su un manto battuto, però al contempo ci riempie di gioia e di allegria: la guardiamo cadere larga, depositarsi strato dopo strato, cominciare a formare falde sugli alberi e sui tetti; camminiamo sotto i suoi fiocchi quasi leggeri, dimentichi delle contingenze avverse, del fatto che magari non abbiamo potuto raggiungere l'ufficio, che un appuntamento importante è saltato. Perché risveglia il bambino che è in noi, quello che scendeva con lo slittino da una piccola discesa, che con guanti, berretto e sciarpa usciva in giardino a costruire un pupazzo di neve e cercava rametti e bottoni per simularne le braccia e gli occhi, che chiedeva alla mamma una carota per il naso. Questa è la piccola gioia della neve, che scende copiosa e trasforma le cose, che ci fa armare di pala e ci costringe a liberare il vialetto di casa: nevica, e torniamo bambini.





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LA FRASE DEL GIORNO
Sui campi e sulle strade | silenziosa e lieve | volteggiando, la neve cade. | Danza la falda bianca | nell'ampio ciel scherzosa, | poi sul terren si posa stanca
ADA NEGRI, Neve

lunedì 29 dicembre 2008

Due tipi di silenzio


Il giorno di Natale è scomparso il Premio Nobel 2005 Harold Pinter. Del drammaturgo inglese, noto e premiato più per le sue virulente crociate radical-chic che per la peraltro lodevole opera nell'ambito del teatro dell'assurdo, mi è capitato di leggere in questi giorni lo stralcio di un discorso del 1962, pronunciato davanti agli studenti del Festival di Bristol:

"Esistono due tipi di silenzio. Uno quando nessuna parola è pronunciata. L'altro, quando si ricorre ad un torrente di parole. È il suo riferimento continuo. Il discorso che si ascolta è un segno di ciò che non si ascolta. È una finta necessaria, uno schermo di fumo, violento, ipocrita, angosciato o beffardo, che mantiene l'altro al suo posto. Quando il vero silenzio cade, si conservano ancora degli echi ma si è più vicini alla nudità. Un modo di vedere il discorso, è dire che costituisce uno stratagemma permanente per nascondere la nudità."

Ecco, quante persone al mondo parlano e parlano per riempire il vuoto di nulla: le loro parole sono un rumore di sottofondo, assomigliano davvero a quell'altro silenzio, l'assenza di suono ormai tanto difficile da ritrovare. Sembra che ne abbiamo addirittura paura e ci riempiamo le orecchie con la musica dell'iPod, con il vano cicaleccio dei salotti televisivi. Forse per timore di dover confrontarci con le parole che abbiamo dentro di noi...


Fotografia © AR-Eye


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LA FRASE DEL GIORNO
Farsi intendere senza parlare, con il silenzio, attraverso la magia delle cose, è un'arte.
LUIGI MALERBA, Il serpente

giovedì 20 novembre 2008

Il bosco, il silenzio e Dio


"Per me, «preghiera», è stare in silenzio in un bosco".


Trovo questa perla di saggezza in "Storia di Mario. Mario Rigoni Stern e il suo mondo", opera postuma dello scrittore di Asiago edita da Transeuropa.

Ci sono tre parole chiave in questa brevissima frase che definisce la preghiera:

1) stare, perché chi si rivolge a qualcosa di superiore, di trascendente, si deve porre davanti al mistero, piccola cosa a testa china di fronte all'immenso;

2) silenzio, perché isolarsi, porsi fuori dal mondo e dalle sue tentazioni, è l'unico modo per concentrarsi e fare il vuoto attorno: solo noi e Dio - qualunque Dio, si badi bene, dall'idolo animista al Dio delle tre religioni monoteiste;

3) bosco, perché è la sintesi delle altre due: nella cattedrale vivente che è questo insieme di alberi e foglie, di piante e animali, è possibile fermarsi e riflettere, appunto "pregare", porsi piccoli piccoli davanti all'infinito.

Ecco che il bosco sa diventare chiesa: chi non ha mai provato quella sensazione nel folto, nella penombra silenziosa, camminandovi? Rigoni Stern dunque ammonisce: "Curate i boschi, perché i boschi sono la ricchezza dell'Italia. I boschi curati, oltre che la ricchezza, danno anche pulizia all'aria, trattengono le acque selvagge, abbelliscono il paesaggio".



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LA FRASE DEL GIORNO
I lievi movimenti dell'animo come la commozione per il verso di un insetto. Orecchie capaci di sentire la musica degli oggetti. Una sensibilità in grado di avvertire, anche in un punto minuscolo, l'ordine della bellezza, i segreti dell'universo e persino la volontà divina.
BANANA YOSHIMOTO, L'ultima amante di Hachiko

mercoledì 5 novembre 2008

La macchina del tempo


Pare che attraversando un buco nero da un capo all’altro quasi certamente ci troveremmo dentro un altro mondo e torneremmo all’indietro nel tempo. Purtroppo l’energia che si sprigiona all’interno di un buco nero è enorme, ci disintegrerebbe all’istante. Se si potrà viaggiare dentro il tempo quindi sarà solo intellettualmente.

Gli scienziati ci propongono cioè una macchina che abbiamo già: viaggiamo tutti quanti nel tempo da molti millenni ormai, quando usiamo i sogni e la fantasia.

È un dono prezioso che dovremmo tutelare, come ci ricorda Dino Buzzati nelle “Notti difficili“: “Galoppa, fuggi, galoppa, superstite fantasia. Avido di sterminarti, il mondo civile ti incalza alle calcagna, mai più ti darà pace“.

E dovremmo ricordare sempre questo verso di William Butler Yeats: “Di logica e di ragione moriamo, continuamente; di immaginazione viviamo”.



Immagine da Oocities



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LA FRASE DEL GIORNO
Ah ci sono tante cose tra cielo e terra, di cui soltanto i poeti hanno sognato qualcosa.

FRIEDRICH NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra

lunedì 13 ottobre 2008

Rispetto e dignità


“Da una scala di legno annerito pende una bandiera francese: è l’unica, e la stacco con cura, la ripiego e la metto nel tascone della giubba. (La ritroverò a casa mia questa bandiera, tra vecchie carte, lettere e oggetti strani agli altri. Un giorno i ragazzi giocavano, e la diedi a loro perché la riportassero a sventolare sopra una collina di prati fioriti)”.

Cos’è il rispetto? Cos’è la considerazione che anche gli “altri” hanno le loro ragioni? Mario Rigoni Stern ne aveva gerle nella sua vita di montanaro. Certo, chi va in montagna sa quanto dura è la vita lassù: conosce il valore delle cose, sa che un aiuto dato non sarà mai sprecato e che al momento buono sarà ripagato. Sa che, se anche non sarà ripagato, questo non è importante.

Rigoni Stern nel 1971 scrive “Quota Albania” e ricorda quell’episodio della bandiera francese raccolta dalle parti di Séez. L’Italia aveva invaso la Francia pochi giorni prima e già era stato stipulato l’armistizio. Ma in quei giorni al caporale Rigoni Stern capitò di entrare affamato in una casa di legno abbandonata dagli abitanti: mangiò del formaggio e del pane e lasciò un biglietto di scuse in un cassetto della credenza. Anche la sua ad Asiago era una casa di legno, una casa di montagna, ricostruita dal nonno, profugo anch’egli con tutta la sua famiglia, proprio come quei francesi, nel 1916.

Rispetto, pietà, umanità: non per questo Rigoni Stern fu un soldato peggiore, anzi riuscì a riportare a casa dalla Russia gran parte della sua squadra. Nel “Sergente nella neve” non poteva perciò non notare la differenza con i soldati tedeschi e rumeni, e ancor più con le SS. La cattiveria, il disprezzo, la crudeltà non erano nei cuori degli italiani, che i russi aiutavano, quando potevano, e lo testimonia lo stesso scrittore di Asiago: gli diedero patate e pane, lo sfamarono in un’isba dove c’erano anche soldati russi.

Rispetto, allora, condivisione e dignità: ancora in “Quota Albania” racconta del trasferimento di prigionieri greci: “Quel mattino mi trovavo anch’io da quelle parti, e con altri feci da scorta a quaranta prigionieri che accompagnammo giù al comando. Anche loro erano magri, malridotti nelle divise, carichi di pidocchi e con le barbe lunghe e ispide. Ma dentro i loro occhi scuri e profondi e nel loro silenzio, avevano dignità”.


Fotografia © MurlocCra4ler/Pixabay



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LA FRASE DEL GIORNO
Lo splendore delle azioni degli uomini, intrepidi o sciocchi che siano, vive per sempre.
BANANA YOSHIMOTO, Sly




Mario Rigoni Stern (Asiago, 1º novembre 1921 – 16 giugno 2008), scrittore italiano. I suoi testi, di cui il più noto è il romanzo Il sergente nella neve, piccola Anabasi di un gruppo di alpini italiani sul fronte del Don, nel secondo conflitto mondiale, hanno doti di freschezza e d'immediatezza lirica decantata in coscienza morale.


mercoledì 24 settembre 2008

Il dolore della giovinezza


"Il dolore della giovinezza": chiude così Mario Luzi la sua poesia "Giovinette". E la gioventù ha questa sofferenza spesso immotivata, questo "mal de vivre" che accompagna i suoi turbamenti. Forse è perché si cambia: crescere è un'esplorazione tormentata che genera dubbi e patimenti. L'incostanza, la volubilità sono sintomi di giovinezza: le lacrime improvvise si alternano a scoppi di ridarella, è vero quel che scrive Johann Wolfang Goethe in un epigramma: "La gioventù è ebbrezza senza vino", sarà l'esuberanza ormonale. E il bardo William Shakespeare nel "Mercante di Venezia" (Atto I, scena II) fa dire alla ricca ereditiera Porzia: "La pazzia giovanile è una lepre che scavalca le reti dello zoppicante buon consiglio".

Oddio, non è che poi si metta completamente la testa a posto: gli errori ed i tormenti continuano, ma non sono più ingiustificati, subentra un'incoscienza diversa, un farsi male che ha una base di consapevolezza. Dovrebbe essere quello che manca ai giovani a rendere più maturi, ovvero il timone dell'esperienza, a guidarci. Ed è allora che, come Hölderlin, ci rifugiamo "nei cari giorni della giovinezza", a ricordare, a rimpiangere...

Ma passare da bambini a giovani, e poi divenire adulti e quindi vecchi (anziani è un eufemismo ipocrita, come tutti gli eufemismi), è il naturale destino di ogni essere. Il giudizio su questa trasformazione è ben descritto da un uomo che non ha voluto invecchiare e si è ucciso con i sonniferi a 42 anni, Cesare Pavese. Nel "Mestiere di vivere" il giorno di Natale del 1937, non ancora trentenne, scrive: "C'è qualcosa di più triste che invecchiare, ed è rimanere bambini".




Egon Schiele, "Giovane donna seduta"


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LA FRASE DEL GIORNO
Alla gioventù si rimprovera spesso di credere sempre che il mondo cominci solo con essa. Ma la vecchiaia crede ancor più spesso che il mondo cessi con lei. Cos'è peggio?
CHRISTOPH FRIEDRICH HEBBEL, Diari, 1842

sabato 20 settembre 2008

Storia e opinioni


Anni fa un quotidiano vantava la sua imparzialità con lo slogan "I fatti separati dalle opinioni". Sembra dei nostri giorni questo dibattito sulla stampa schierata, con interpretazioni diverse a seconda della testata. Ma è un argomento antico: già nel V secolo avanti Cristo, Erodoto intendeva la storia come mera annotazione degli avvenimenti, "perché non vadano perduti per l'umanità", e così è nelle sue "Storie", che rappresentano un'inesauribile fonte di notizie ma anche di stranezze. Altri, come Tucidide, pur con un metodo lucidamente rigoroso ed analitico, preferivano una interpretazione politica degli eventi, in cui lo storico non è più il libero narratore, ma il megafono dei potenti.

Storiografia servile o obiettività? Con il passare dei secoli diventa sempre più arduo distinguere. Per Luciano di Samosata (II secolo avanti Cristo) "non un esiguo istmo divide la storia dall'encomio, ma c'è di mezzo un'enorme muraglia".
Il rischio è che un giorno qualcuno provveda a riscrivere il passato, come nel romanzo "1984" di George Orwell.


Immagine: Artyria



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LA FRASE DEL GIORNO
Dato che in storia tutto è causa di tutto, non c'è disciplina più difficile né più facile.
NICOLÁS GÓMEZ DÁVILA, Tra poche parole

sabato 30 agosto 2008

La crudeltà dei sogni


I sogni sanno giocare strani scherzi: ti fanno credere che esistano dei posti che in realtà non ci sono - mi è capitato di sognare una libreria di Bergamo, quasi una Biblioteca di Babele o quella del monastero del “Nome della rosa”; ma naturalmente da sveglio so benissimo che dove sorgeva quella biblioteca fantastica in realtà c’è il vecchio tribunale.

Oppure ti fanno pensare di conoscere donne che non esistono o ti fanno ritenere come non sei, o ancora ti fanno credere di poter compiere azioni straordinarie come volare. Sono una seconda vita, un’altra dimensione.

“Nella notte ingannevole si prendono gioco di noi”, insomma, come rilevò il poeta latino Albio Tibullo, e qui sta la loro crudeltà: ti portano dove vorresti essere, ti fanno restare con chi più ami, e poi, all’improvviso, ti svegliano.



Tamara de Lempicka, "Dormeuse 1931-1932"



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LA FRASE DEL GIORNO
Tutta la vita dell'anima umana è un movimento nella penombra.
FERNANDO PESSOA, Il libro dell'inquietudine

sabato 23 agosto 2008

Piccole cose


CORRADO GOVONI

LE COSE CHE FANNO LA DOMENICA


L’odore caldo del pane che si cuoce dentro il forno.
Il canto del gallo nel pollaio.
Il gorgheggio dei canarini alle finestre.
L’urto dei secchi contro il pozzo e il cigolìo della puleggia.
La biancheria distesa nel prato.
Il sole sulle soglie.
La tovaglia nuova nella tavola.
Gli specchi nelle camere.
I fiori nei bicchieri.
Il girovago che fa piangere la sua armonica.
Il grido dello spazzacamino.
L’elemosina.
La neve.
Il canale gelato.
Il suono delle campane.
Le donne vestite di nero.
Le comunicanti.
Il suono bianco e nero del pianoforte.
Le suore bianche bendate come ferite.
I preti neri.
I ricoverati grigi.
L’azzurro del cielo sereno.
Le passeggiate degli amanti.
Le passeggiate dei malati.
Lo stormire degli alberi.
I gatti bianchi contro i vetri.
Il prillare delle rosse ventarole.
Lo sbattere delle finestre e delle porte.
Le bucce d’oro degli aranci sul selciato.
I bambini che giuocano nei viali al cerchio.
Le fontane aperte nei giardini.
Gli aquiloni librati sulle case.
I soldati che fanno la manovra azzurra.
I cavalli che scalpitano sulle pietre.
Le fanciulle che vendono le viole.
Il pavone che apre la ruota sopra la scalèa rossa.
Le colombe che tubano sul tetto.
I mandorli fioriti nel convento.
Gli oleandri rosei nei vestibuli.
Le tendine bianche che si muovono al vento.

(da Le fiale, 1903)


A me basta il mare per sentirmi vivo, per essere parte pulsante dell'universo, per provare l'armonia dei mattini appena nati camminando lungo la spiaggia umida a piedi nudi, essere vivente come i granchi imprigionati nella bassa marea, per godere la magia delle sere in cui l'unica voce è quella delle onde.

E poi c'è tutta una serie di odori: lo iodio, il pesce, le alghe, la sabbia stessa, la crema solare... Un po' come il "profumo dell'erba". Il mio vicino oggi ha rasato il prato: è un biliardo verde chiaro, ci si potrebbe giocare a pallone! Altri profumi che adoro sono quelli del pane appena sfornato, quello del fiume nelle giornate calde, quello della pioggia o del vento quando qualcuno da fuori entra in un locale... Percezioni.

Come quelle piccole cose che per Corrado Govoni, prese singolarmente o a gruppi, costituiscono l‘essenza della domenica. La poesia, inserita nella raccolta del 1903 Le fiale, è un lungo elenco di particolari che, messi tutti insieme formano un dipinto preciso. Una collezione di sensazioni, un caleidoscopio di emozioni. Una sorta di quadro “pointilliste”, con i puntini colorati a formare una figura o un paesaggio. Oppure un puzzle dove ogni tessera però è già in sé compiuta. Questo è il “simbolismo liberty” che Govoni, nato a Tàmara, nel Ferrarese, nel 1884, praticò per gli anni della sua giovinezza, tra i venti e i trentacinque anni, prima di percorrere altre vie, sulle quali lo indirizzeranno i tormenti della vita.




Fotografia © Daniele Riva


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LA FRASE DEL GIORNO
Scrivere una poesia / sempre è un colpo di mano sull'ignoto, / un penetrare svegli / nel mistero del sogno, / un prendere possesso della notte.
GIORGIO VIGOLO, Nuove poesie




Corrado Govoni (Tàmara, 29 ottobre 1884 – Lido dei Pini, 20 ottobre 1965), poeta e scrittore italiano. Dopo una prima esperienza crepuscolare aderì al futurismo, staccandosene in seguito per proseguire su una strada più personale, capace di coniugare toni crepuscolari, liberty e simbolisti.


giovedì 14 agosto 2008

Il maestro


Don Angelo è segnato dalla malattia: ha la voce flebile e una debolezza nel fisico, già salire le scale per lui è un problema. Ma è un filosofo, il mio antico maestro, e come tale prende la vita. È anche sacerdote, e in Dio trova la forza.

Abita un locale di una vecchia cascina, con il camino e un soffitto tondeggiante che mi ha ricordato i trulli pugliesi: nella stanza ha sistemato un piccolo letto per evitare di salire le scale, il tavolo è ingombro di libri e fogli di appunti, così come sopra il camino sono ammassati altri libri, accanto alle immagini della Madonna e del Sacro Cuore. Sulla credenza un piccolo televisore e tre brocche di rame; ai lati due sedie in stile Impero e un enorme calderone di rame , “Fa acqua da tutte le parti - dice lui - ma costerebbe troppo stagnarlo”.

Abbiamo ricordato i tempi in cui ci insegnava la gioia delle Lettere, abbiamo ricostruito come un puzzle quei giorni ormai lontani, tessera dopo tessera, fino ad ottenere un quadro quasi completo. E abbiamo parlato di libri, i libri che anch’egli accatasta per terra, non essendovi sugli scaffali più posto per ospitarli. Ha apprezzato la mia predilezione per il Novecento e per il romanzo americano: Faulkner, Hemingway, Fitzgerald, Steinbeck.

“Leggo i libri che vengono premiati adesso: sì, c’è eleganza, estetica come diciamo noi filosofi, ma non c’è contenuto, non c’è sugo” ha detto. Poi mi ha esortato a scrivere, narrativa, poesia. Mi ha lusingato il complimento che mi ha fatto: “Già allora scrivevi bene, univi armonia e profondità”. E mi ha congedato regalandomi tre volumi di storia della filosofia. “Così, quando c’è qualche disputa, vai a rileggerti i testi dei filosofi”.

E allora, comincio: Aristotele, Etica Nicomachea: “Ogni arte e ogni ricerca, e similmente ogni azione e ogni proposito sembrano mirare a qualche bene...”


Dipinto di Albert Anker



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LA FRASE DEL GIORNO
È una prerogativa costante, in chi è maestro, contraffare la sua eccellenza.
WILLIAM SHAKESPEARE, Molto rumore per nulla, Atto II, Scena III

domenica 13 luglio 2008

Dante e Borges


Perché leggere la Divina Commedia? Perché addentrarsi in quelle terzine scritte in una lingua che avrebbe bisogno di essere tradotta in italiano? Perché leggere un testo ostico che la scuola ha fatto di tutto per farci odiare?

Perché nella Divina Commedia c’è tutto: è una summa che contiene tutto il mondo conosciuto nel XIII secolo, una grande enciclopedia che raccoglie storia, geografia, teologia, poesia. Lo scorso anno l’ho ripresa in mano, molti anni dopo la maturità: mi sono comperato la bella edizione cartonata degli Oscar Mondadori e l’ho letta lentamente, assaporandola come un vino pregiato. Parola per parola, nota per nota, ho ricostruito quel mondo medievale. Mi sono smarrito con Dante nella selva oscura e ho attraversato l’Inferno. Ho superato con lui le prove del Purgatorio. Sono salito alla pura luce del Paradiso.

Tutto questo mi è tornato alla mente leggendo un’intervista rilasciata a Marcello Staglieno da Jorge Luis Borges, pubblicata in “Una vita di poesia”, opera del 1986 dello scrittore argentino, edita nuovamente da Spirali nel 2007:

“Mi ricordo benissimo quando il caso, tra i meandri della biblioteca paterna, mi mise in mano per la prima volta la Commedia. Mio padre aveva una biblioteca composta di autori inglesi, e io credevo che l'italiano — che non conoscevo, oggi ancora lo conosco pochissimo — fosse molto differente dallo spagnolo. A casa mia nessuno sapeva l'italiano. È così che ho letto Dante, la Commedia di Dante, in inglese. Con passione, seguendo anche le note, che formavano una specie di enciclopedia del Medioevo, molto seducente per me, che amo tanto le enciclopedie. Poi dalle note tornavo al testo; avevo l'impressione di scivolare dentro labirinti, tra scacchiere, specchi, magie.”

Borges, che è cieco, aggiunge:

“La rileggo a mente, a voce alta o senza pronunciare una parola, lasciandomi scivolare nelle spirali di quei versi che traggono infinitamente verso l'infinito. Alla mia età, avrei il diritto di essere stanco. Ma, leggendo Dante, scivolo in un tempo senza tempo, e la mia immaginazione — impercettibilmente, a momenti — coglie l'eterno. Forse significa che l'Eterno esiste. Questa elegante speranza rallegra la mia solitudine”.
Cogliere l’eterno, penetrare in un tempo senza tempo: ecco la risposta alla domanda “Perché leggere la Divina Commedia?”


Illustrazione di Gustave Doré per la Divina Commedia




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LA FRASE DEL GIORNO
Un mistico o un poeta possono coltivare la loro inquietudine. L'irrequietezza appartiene ai bambini e ai viaggiatori.
BRUCE CHATWIN e ANTONIO GNOLI, La nostalgia dello spazio




Jorge Francisco Isidoro Luis Borges Acevedo (Buenos Aires, 24 agosto 1899 – Ginevra, 14 giugno 1986), scrittore, poeta, saggista, traduttore e accademico argentino. Creatore di un genere oggi designato “borgesiano”, a definire una concezione della vita come storia, come finzione, come opera contraffatta spacciata per veritiera, come fantasia o come reinvenzione della realtà.


venerdì 4 luglio 2008

Notte di stelle


PAUL ÉLUARD

UN SOLO SORRISO


Un solo sorriso contendeva
Ogni stella alla notte nascente
Un solo sorriso per noi due

E l'azzurro nei tuoi occhi estatici
Contro la massa della notte
Nei miei occhi trovava la sua fiamma

Perché volevo sapere ho veduto
La notte alta dare vita al giorno

Senza che la nostra immagine mutasse.

(da La Fenice, 1951 - Traduzione di Vincenzo Accame)


Sedevo accanto a una ragazza sulla sbarra di legno dipinta d'azzurro dove i bagnini legavano i pattìni. La notte di stelle ardeva silenziosa in armonia con il frinire dei grilli. La mia mano incontrò la sua e la strinse: in quell’istante fummo una cosa sola, due anelli saldati l’uno nell’altro. Attraverso il tatto, attraverso la leggera pressione della mia mano sulla sua sentivo, come se fosse la mia, il palpitare della sua vita e la sua infinita purezza.Non c’era altro mondo, altro universo all’infuori di noi e delle stelle, ogni altra cosa scompariva di fronte alla dolcezza della notte. Fu solo la consapevolezza di un istante, che sembrò immenso, in cui le nostre due vite si unirono in un unico cerchio chiuso.

Come milioni di innamorati nel mondo, anche Paul Éluard provò quella sensazione sotto un cielo notturno e il desiderio che quegli istanti effimeri fossero in realtà "per sempre".

L'amore spalanca l'universo. Forse è vero che è l'unico modo per liberarci da noi stessi, come pensava Hebbel. Quella notte di luglio è dipinta a tinte forti nella mia memoria perché avvertii quella fusione di anime, quell'essere piccoli di fronte all'immensità ma consapevoli di non essere soli. Leggendo i taccuini di Anton Cechov mi ha molto colpito una sua frase: "Quello che noi proviamo quando siamo innamorati, forse è il nostro stato normale. L'innamoramento mostra all'uomo come egli dovrebbe essere sempre". Ho riconosciuto lo stato di quella notte di stelle...




Mark Kostabi, "Heartshare"



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LA FRASE DEL GIORNO
Le altre sono vie, l'arte è una meta.
CAMILLO SBARBARO, Fuochi fatui





Paul ÉluardPaul Éluard, pseudonimo di Eugène Émile Paul Grindel (Saint-Denis, 14 dicembre 1895 – Charenton-le-Pont, 18 novembre 1952), poeta francese, è stato tra i maggiori esponenti del movimento surrealista. La sua poesia evolve da tematiche individualiste, di lirismo amoroso, a contenuti di forte ispirazione sociale.